Suo fratello è un toro 1
di
Forbidden Thoughts
genere
tradimenti
Non avrei mai dovuto pensarci.
O almeno è quello che continuo a ripetermi ogni volta che lo vedo entrare in casa con quell’aria distratta e sicura, come se il mondo gli appartenesse.
Io invece sono lì, seduta sul divano con le gambe accavallate, gli occhiali che scivolano appena sul naso, a fingere di leggere qualcosa sul telefono.
La verità è che lo sto osservando.
Non dovrei, ma lo faccio.
Il mio fidanzato è seduto accanto a me con un libro aperto sulle ginocchia. Lui è così: preciso, intelligente, sempre immerso nei suoi pensieri. Potrebbe passare ore a discutere di politica, storia o filosofia senza nemmeno accorgersi che fuori il mondo scorre.
Io lo ammiro per questo. Davvero.
Ma suo fratello… suo fratello è tutta un’altra storia.
Quando entra in una stanza lo senti prima ancora di vederlo. Non perché faccia rumore — anzi — ma perché riempie lo spazio. Alto, spalle larghe, il fisico di uno che passa più tempo tra campo e palestra che davanti a una scrivania.
E poi quell’aria insolente.
Sa di piacere.
Sa esattamente l’effetto che fa.
«Ciao» dice buttando il borsone vicino alla porta.
Io alzo gli occhi.
E per un secondo, uno solo, i nostri sguardi si incastrano.
È uno di quei momenti minuscoli che nessun altro nota. Il mio fidanzato gira pagina nel libro. La stanza è silenziosa.
Ma in quello sguardo c’è qualcosa.
Qualcosa di troppo consapevole.
Io abbasso gli occhi per prima, mordendomi appena il labbro. Non dovrei divertirmi così tanto a giocare con il fuoco.
Il problema è che con lui… è impossibile non farlo.
Perché ogni volta che mi guarda sembra che stia pensando la stessa cosa che sto pensando io.
E quella cosa non ha niente a che fare con i libri.
~~~
Non so esattamente quando ho iniziato a farlo apposta.
Forse la prima volta è stata una sera qualunque. Il mio fidanzato era alla scrivania, immerso nei suoi appunti. Io mi ero alzata per prendere un bicchiere d’acqua.
Suo fratello era appoggiato al tavolo della cucina.
«Nessun appuntamento oggi?» gli avevo chiesto.
Aveva scosso la testa con un mezzo sorriso.
«Allenamento domani mattina.»
Il modo in cui lo diceva era diverso da tutto quello che conoscevo. Non c’era teoria, non c’era spiegazione. Solo certezza.
Io avevo appoggiato il bicchiere sul tavolo.
E lui mi stava guardando.
Non come fanno gli uomini educati.
Non come fa il mio fidanzato.
Lui mi guardava come se stesse cercando di capire qualcosa.
O forse come se lo avesse già capito.
«Sai che lo fai apposta, vero?» disse all’improvviso.
«Cosa?»
«Guardarmi così.»
Avevo riso.
E me ne ero andata.
~~~
Da quella sera ho iniziato a notarlo davvero.
Prima era solo il fratello minore del mio fidanzato. Quello che entrava in casa lasciando scarpe da calcio in giro, che mangiava come se non esistesse il concetto di porzione e che spariva per allenamenti, partite, serate con amici o con la conquista del momento.
Ora invece… lo vedevo.
Il modo in cui si muoveva nella stanza.
La sicurezza con cui occupava lo spazio.
Il fatto che sembrasse sempre perfettamente a suo agio dentro il proprio corpo.
Io invece mi sentivo improvvisamente consapevole del mio.
~~~
Una sera eravamo tutti e tre sul divano.
Il mio fidanzato stava parlando di un saggio che stava scrivendo. Una cosa su cui lavorava da settimane. Lo ascoltavo davvero, annuivo, facevo domande. Era una delle cose che amavo di lui: il modo in cui riusciva a vedere connessioni profonde tra le cose.
Ma ogni tanto sentivo uno sguardo.
Quando alzavo gli occhi lo trovavo lì.
Seduto sulla poltrona di fronte.
Non diceva nulla.
Ma stava guardando.
Non con sfacciataggine.
Quasi con curiosità.
Come se stesse cercando di capire fino a che punto poteva spingersi.
Io lo ignoravo.
O almeno… facevo finta.
~~~
Poi un giorno successe qualcosa di minuscolo.
Il mio fidanzato era uscito a prendere delle birre al supermercato sotto casa. Sarebbe stato via cinque minuti.
Io ero in cucina.
Lui entrò dietro di me.
Silenzioso.
Aprì il frigorifero e prese una bottiglia d’acqua. Sentii il vetro tintinnare contro il ripiano.
«Sai che prima o poi lo capirà, vero?» disse.
Mi voltai lentamente.
«Capirà cosa?»
Bevve un sorso senza distogliere gli occhi dai miei.
«Che ti diverti.»
Il cuore mi fece un piccolo salto.
«Non so di cosa stai parlando.»
Lui appoggiò la bottiglia sul tavolo.
Poi fece un mezzo passo verso di me.
Non era una distanza scandalosa. Ma era abbastanza da farmi sentire il calore del suo corpo.
«Ti piace provocare.»
La sua voce era bassa, quasi tranquilla.
«E ti piace vedere se reagisco.»
Io incrociai le braccia.
«Hai una gran fantasia.»
Lui sorrise appena.
Non il sorriso di uno che sta scherzando.
Quello di uno che ha già deciso qualcosa.
«No» disse piano.
«È che ti guardo.»
Per un secondo il tempo sembrò fermarsi.
Sentii il rumore del portone del palazzo chiudersi al piano di sotto.
Il mio fidanzato stava tornando.
Lui lo sapeva.
Io lo sapevo.
Ma nessuno dei due si mosse.
«Sai qual è il problema?» continuò.
«Quale?»
Si chinò appena, abbastanza da essere più vicino al mio viso.
«Che quando giochi con qualcuno…»
Fece una pausa.
I suoi occhi scorrevano lenti sul mio volto, come se stesse studiando una mappa.
«…devi essere pronta se quello decide di giocare davvero.»
Poi si raddrizzò.
Un secondo dopo sentimmo le chiavi nella serratura.
Lui si allontanò con naturalezza e tornò in salotto.
Io rimasi immobile in cucina.
Con il cuore che batteva più veloce del normale.
E una consapevolezza che fino a quel momento avevo cercato di ignorare.
Non era più solo un gioco di sguardi.
Ora sapevamo entrambi che il gioco esisteva.
E questo lo rendeva molto più pericoloso.
Perché quando due persone sanno di star giocando… prima o poi qualcuno fa la prima mossa.
O almeno è quello che continuo a ripetermi ogni volta che lo vedo entrare in casa con quell’aria distratta e sicura, come se il mondo gli appartenesse.
Io invece sono lì, seduta sul divano con le gambe accavallate, gli occhiali che scivolano appena sul naso, a fingere di leggere qualcosa sul telefono.
La verità è che lo sto osservando.
Non dovrei, ma lo faccio.
Il mio fidanzato è seduto accanto a me con un libro aperto sulle ginocchia. Lui è così: preciso, intelligente, sempre immerso nei suoi pensieri. Potrebbe passare ore a discutere di politica, storia o filosofia senza nemmeno accorgersi che fuori il mondo scorre.
Io lo ammiro per questo. Davvero.
Ma suo fratello… suo fratello è tutta un’altra storia.
Quando entra in una stanza lo senti prima ancora di vederlo. Non perché faccia rumore — anzi — ma perché riempie lo spazio. Alto, spalle larghe, il fisico di uno che passa più tempo tra campo e palestra che davanti a una scrivania.
E poi quell’aria insolente.
Sa di piacere.
Sa esattamente l’effetto che fa.
«Ciao» dice buttando il borsone vicino alla porta.
Io alzo gli occhi.
E per un secondo, uno solo, i nostri sguardi si incastrano.
È uno di quei momenti minuscoli che nessun altro nota. Il mio fidanzato gira pagina nel libro. La stanza è silenziosa.
Ma in quello sguardo c’è qualcosa.
Qualcosa di troppo consapevole.
Io abbasso gli occhi per prima, mordendomi appena il labbro. Non dovrei divertirmi così tanto a giocare con il fuoco.
Il problema è che con lui… è impossibile non farlo.
Perché ogni volta che mi guarda sembra che stia pensando la stessa cosa che sto pensando io.
E quella cosa non ha niente a che fare con i libri.
~~~
Non so esattamente quando ho iniziato a farlo apposta.
Forse la prima volta è stata una sera qualunque. Il mio fidanzato era alla scrivania, immerso nei suoi appunti. Io mi ero alzata per prendere un bicchiere d’acqua.
Suo fratello era appoggiato al tavolo della cucina.
«Nessun appuntamento oggi?» gli avevo chiesto.
Aveva scosso la testa con un mezzo sorriso.
«Allenamento domani mattina.»
Il modo in cui lo diceva era diverso da tutto quello che conoscevo. Non c’era teoria, non c’era spiegazione. Solo certezza.
Io avevo appoggiato il bicchiere sul tavolo.
E lui mi stava guardando.
Non come fanno gli uomini educati.
Non come fa il mio fidanzato.
Lui mi guardava come se stesse cercando di capire qualcosa.
O forse come se lo avesse già capito.
«Sai che lo fai apposta, vero?» disse all’improvviso.
«Cosa?»
«Guardarmi così.»
Avevo riso.
E me ne ero andata.
~~~
Da quella sera ho iniziato a notarlo davvero.
Prima era solo il fratello minore del mio fidanzato. Quello che entrava in casa lasciando scarpe da calcio in giro, che mangiava come se non esistesse il concetto di porzione e che spariva per allenamenti, partite, serate con amici o con la conquista del momento.
Ora invece… lo vedevo.
Il modo in cui si muoveva nella stanza.
La sicurezza con cui occupava lo spazio.
Il fatto che sembrasse sempre perfettamente a suo agio dentro il proprio corpo.
Io invece mi sentivo improvvisamente consapevole del mio.
~~~
Una sera eravamo tutti e tre sul divano.
Il mio fidanzato stava parlando di un saggio che stava scrivendo. Una cosa su cui lavorava da settimane. Lo ascoltavo davvero, annuivo, facevo domande. Era una delle cose che amavo di lui: il modo in cui riusciva a vedere connessioni profonde tra le cose.
Ma ogni tanto sentivo uno sguardo.
Quando alzavo gli occhi lo trovavo lì.
Seduto sulla poltrona di fronte.
Non diceva nulla.
Ma stava guardando.
Non con sfacciataggine.
Quasi con curiosità.
Come se stesse cercando di capire fino a che punto poteva spingersi.
Io lo ignoravo.
O almeno… facevo finta.
~~~
Poi un giorno successe qualcosa di minuscolo.
Il mio fidanzato era uscito a prendere delle birre al supermercato sotto casa. Sarebbe stato via cinque minuti.
Io ero in cucina.
Lui entrò dietro di me.
Silenzioso.
Aprì il frigorifero e prese una bottiglia d’acqua. Sentii il vetro tintinnare contro il ripiano.
«Sai che prima o poi lo capirà, vero?» disse.
Mi voltai lentamente.
«Capirà cosa?»
Bevve un sorso senza distogliere gli occhi dai miei.
«Che ti diverti.»
Il cuore mi fece un piccolo salto.
«Non so di cosa stai parlando.»
Lui appoggiò la bottiglia sul tavolo.
Poi fece un mezzo passo verso di me.
Non era una distanza scandalosa. Ma era abbastanza da farmi sentire il calore del suo corpo.
«Ti piace provocare.»
La sua voce era bassa, quasi tranquilla.
«E ti piace vedere se reagisco.»
Io incrociai le braccia.
«Hai una gran fantasia.»
Lui sorrise appena.
Non il sorriso di uno che sta scherzando.
Quello di uno che ha già deciso qualcosa.
«No» disse piano.
«È che ti guardo.»
Per un secondo il tempo sembrò fermarsi.
Sentii il rumore del portone del palazzo chiudersi al piano di sotto.
Il mio fidanzato stava tornando.
Lui lo sapeva.
Io lo sapevo.
Ma nessuno dei due si mosse.
«Sai qual è il problema?» continuò.
«Quale?»
Si chinò appena, abbastanza da essere più vicino al mio viso.
«Che quando giochi con qualcuno…»
Fece una pausa.
I suoi occhi scorrevano lenti sul mio volto, come se stesse studiando una mappa.
«…devi essere pronta se quello decide di giocare davvero.»
Poi si raddrizzò.
Un secondo dopo sentimmo le chiavi nella serratura.
Lui si allontanò con naturalezza e tornò in salotto.
Io rimasi immobile in cucina.
Con il cuore che batteva più veloce del normale.
E una consapevolezza che fino a quel momento avevo cercato di ignorare.
Non era più solo un gioco di sguardi.
Ora sapevamo entrambi che il gioco esisteva.
E questo lo rendeva molto più pericoloso.
Perché quando due persone sanno di star giocando… prima o poi qualcuno fa la prima mossa.
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