Suo fratello è un toro 16

di
genere
tradimenti

Salimmo in casa senza dire una parola.

Il rumore delle chiavi.

La porta che si chiude.

Le valigie appoggiate a terra.

Tutto sembrava normale.

Troppo normale.

Come se la conversazione non stesse per arrivare.

Ma era lì.

Tra noi.

«Sistemiamo un attimo?» dissi.

«Sì.»

Ci muovemmo per la casa.

Io in camera.

Lui in soggiorno.

Aprii la valigia.

Piegai qualche vestito.

Senza guardarlo davvero.

Senza pensare davvero.

Ma sentendo tutto.

Quando tornai in soggiorno lui era sul divano.

Seduto.

Stanco.

Appoggiato allo schienale.

Le mani appoggiate ai lati.

Mi stava aspettando.

Non disse nulla.

Mi guardò.

Io feci qualche passo verso di lui.

Poi mi fermai.

«Allora?» dissi.

Il tono leggero.

Quasi ironico.

Come se fosse una conversazione qualsiasi.

Lui non sorrise.

«Allora.»

Ripeté la parola.

Poi: «C’è qualcosa che non mi torna.»

Silenzio.

Io lo guardai.

Diretta.

«Tipo?»

Non abbassai lo sguardo.

Non questa volta.

Lui fece una pausa.

Come se stesse scegliendo le parole.

«Non sei tu.»

La frase arrivò semplice.

Netta.

«Da ieri.»

Il cuore accelerò.

Ma non lo mostrai.

«In che senso?»

«Sei qui…» disse lentamente «ma è come se fossi da un’altra parte.»

Rimasi ferma.

Respirai.

«È stato un weekend intenso.»

«Non è quello.»

Scosse leggermente la testa.

«Ti conosco.»

Silenzio.

Pesante.

Fece un altro tentativo.

«Quando sei con me…»

Si fermò.

Poi: «Non ci sei davvero.»

Lo guardai.

Senza muovermi.

Senza reagire.

«Stai esagerando.»

Il tono era perfetto.

Calmo.

Controllato.

Credibile.

Lui mi studiò.

Attentamente.

Troppo attentamente.

«È successo qualcosa?» chiese.

La domanda più diretta.

Riuscii a sostenere quel momento carico di tensione.

Sostenni il suo sguardo.

Sostenni il silenzio.

Poi dissi: «No.»

Senza esitazione.

Pulito.

Semplice.

Perfetto.

Lui rimase fermo.

Qualche secondo.

Poi annuì.

«Ok.»

Ma non era ok.

Si vedeva.

Nel modo in cui non si rilassava.

Nel modo in cui continuava a guardarmi.

Come se stesse cercando qualcosa.

Io feci un passo avanti.

Poi un altro.

«Rilassati.»

Dissi con il tono giusto.

Più morbido.

Più caldo.

Mi avvicinai al divano.

E senza chiedere altro mi sedetti sopra di lui.

A cavalcioni.

Le mie mani sulle sue spalle.

Il suo corpo rigido.

Per un attimo.

Solo per un attimo.

Poi cedette.

«Stai facendo la furba» disse piano.

«No.»

Sorrisi.

«Sto cercando di riportarti alla realtà.»

Le mie dita si muovevano lentamente.

Il suo sguardo cambiò.

Appena.

Il dubbio c’era ancora.

Ma qualcosa si stava spostando.

«Abbiamo una scopata in sospeso.» dissi.

Lo guardai negli occhi.

Diretta.

Senza tremare.

Lui non rispose subito.

Poi: «Lo so.»

Ma c’era ancora qualcosa sotto.

Lo sentivo.

Mi avvicinai di più.

La distanza si annullò.

Il suo respiro cambiò ritmo.

Le sue mani si posarono sui miei fianchi.

Automatico.

Istintivo.

Come sempre.

«Stai pensando troppo» sussurrai.

Lui fece un mezzo sorriso.

«È il mio difetto.»

«Allora smettila. Lasciati andare.»

Lo guardai.

Fissa.

«Non c’è niente che non va.»

Silenzio.

Ancora.

Poi lui lasciò uscire lentamente l’aria.

«Forse hai ragione.»

Ma non era convinto.

Non del tutto.

Restammo così.

Vicini.

Fermi.

Come se tutto fosse tornato normale.

Come se quella conversazione non fosse mai esistita.

Ma mentre lo abbracciavo…
alzai gli occhi per un istante.

E capii.

Lo capii subito.

Il tarlo non era sparito.

Era rimasto lì.

Più silenzioso.

Più nascosto.

Ma più profondo.

E questa volta non sarebbe stato facile farlo andare via.

Poi fui io a muovermi.

Mi chinai appena.

Le mie labbra sfiorarono le sue.

Un attimo.

Leggero.

Quasi innocente.

Lui non reagì subito.

Come se stesse ancora pensando.

Allora insistetti.

Un secondo bacio.

Più deciso.

Le sue mani si strinsero leggermente sui miei fianchi.

«Stai cercando di distrarmi» disse piano.

Sorrisi.

«Funziona?»

Non rispose.

Ma non si allontanò.

Le mie dita scivolarono lentamente lungo il suo collo.

Poi sulle spalle.

Lo guardai negli occhi.

«Lasciamoci andare» sussurrai.

«Sì, hai ragione.»

La sua frase uscì senza esitazione.

E rimase lì.

Tra noi.

Il suo sguardo cambiò.

Appena.

Abbastanza.

Mi avvicinai di nuovo.

Questa volta il bacio fu più lungo.

Più presente.

Più intenso.

Le sue mani salirono leggermente lungo la mia schiena.

Automatico.

Istintivo.

Familiare.

E proprio per questo rassicurante.

«Allora?» dissi piano, staccandomi appena.

«Allora cosa?» rispose lui.

«Hai ancora dubbi?»

Mi guardò.

Un secondo.

Due.

Poi scosse la testa.

«No.»

Non era del tutto vero.

Ma bastava.

Per ora bastava.

Sorrisi.

Mi alzai lentamente dal divano.

Gli presi la mano.

«Vieni.»

Il tono non era una richiesta.

Lui si lasciò tirare su.

Senza opporsi.

Senza fare domande.

Attraversammo il soggiorno.

Il corridoio.

La casa era silenziosa.

Troppo.

Ogni passo sembrava più forte del normale.

Arrivammo davanti alla camera.

Entrai per prima.

Mi voltai verso di lui.

Lui era sulla soglia.

Mi osservava.

Ancora.

Come se stesse cercando un ultimo segnale.

Un’ultima conferma.

Gli sorrisi.

Il sorriso giusto.

Quello che sapevo usare quando volevo avere il controllo.

«Adesso scopami.»

Lui fece un sorriso.

«È un ordine?»

«Un suggerimento.»

Lui entrò.

E in quel momento capii una cosa con una lucidità nuova.

Non stavo solo cercando di nascondere qualcosa.

Stavo guidando.

Decidendo.

Tenendo tutto in equilibrio.

Lui.

L’altro.

La verità.

La bugia.

E finché riuscivo a farlo il gioco era nelle mie mani.

Si avvicinò lentamente.

Questa volta senza esitazioni.

Le sue mani tornarono su di me, familiari, sicure.

Come sempre.

Ci baciammo.

Un bacio lungo.

Più profondo dei precedenti.

Come se stesse cercando di ritrovare qualcosa.

O di non perderlo.

Io risposi.

Lo feci davvero.

Con partecipazione.

Con intenzione.

Le mie mani si muovevano su di lui, lo cercavano, lo stringevano.

Ci spogliammo in maniera automatica.

Come successo altre volte.

Lui mi baciò le tette.

L’istinto maschile prese il sopravvento.

Non pensò più ad altro se non a scoparmi.

Lo fece in maniera classica.

Semplice.

Non come suo fratello.

Io diedi tutta me stessa per essere pienamente partecipe.

Eppure a un certo punto qualcosa cambiò.

Non fuori.

Dentro.

Chiusi gli occhi.

Per un istante.

E nella mia testa non era lui.

Non fu una scelta.

Non davvero.

Fu più un riflesso.

Un’immagine che si sovrapponeva.

Un ricordo ancora troppo vicino.

Troppo vivo.

Il modo in cui l’altro mi guardava.

Il modo in cui mi prendeva.

Il modo in cui non esitava mai.

Pensare a lui mi fece eccitare tantissimo.

Mi misi a smorzacandela.

Mi muovevo e saltavo con un foga incontrollabile.

«Tutto bene?» chiese con un filo di voce.

Annuii mordendomi le labbra.

«Sì.»

Mi buttai su di lui.

Lo baciai di nuovo.

Con più decisione.

Quasi a voler cancellare quel pensiero.

Quasi a voler dimostrare qualcosa.

A lui.

A me stessa.

Lui rispose.

Si lasciò andare.

Le sue mani tornarono più sicure.

Il suo respiro cambiò ritmo.

Tutto tornò normale.

Eppure non lo era.

Non completamente.

Perché mentre lo stringevo, mentre cercavo di restare lì… una parte di me sapeva.

Sapeva esattamente cosa stavo facendo.

E perché.

Lui venne.

Presto.

Come sempre.

Per me non fu difficile fingere l’orgasmo.

Era già capitato decine di volte.

Quando ci fermammo, per un attimo, restammo vicini.

Poi ci dividemmo.

Il respiro ancora accelerato.

Lui chiuse gli occhi.

Io no.

Guardavo il vuoto.

Con una sensazione strana.

Doppia.

Confusa.

E in quel momento capii una cosa con una lucidità quasi crudele.

Non ero divisa tra due persone.

Ero divisa dentro me stessa.

E quella divisione invece di spegnermi mi stava accendendo ancora di più.
scritto il
2026-04-05
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