Amore, corna ed equilibri instabili 3
di
Forbidden Thoughts
genere
corna
Passarono alcuni giorni senza che nulla esplodesse davvero, ma con quella sensazione sottile che qualcosa fosse cambiato. Enrico non fece più domande dirette, non tornò su quella sera e proprio per questo Elena si sentì più libera e tranquilla nelle sue diversificazioni.
Una sera decise di uscire con le amiche. Non era niente di straordinario: una serata in uno di quei locali dove la musica è troppo alta per parlare davvero e le luci fanno sembrare tutto più leggero di quanto sia. Ma già da come si preparò, quella sera avrebbe potuto chiaramente prendere una piega particolare. Scelse con cura cosa mettere, provò due o tre combinazioni, finché non trovò qualcosa che le sembrava esattamente sul limite: un vestito corto, aderente, che lasciava scoperta più pelle di quanto fosse necessario e che soprattutto disegnava il suo corpo senza lasciare molto spazio all’immaginazione. Il tutto completato da un paio di stivali al ginocchio.
Quando si guardò allo specchio sorrise. Poi prese il telefono, scattò una foto e la inviò a Enrico senza scrivere nulla.
Passarono pochi secondi.
*Bellissima. Ma… esci così?*
*Sì. Problemi?*
*No… Nel senso, solo che è un po’… tanto spinto…*
Lei uscì di casa senza rispondere subito. Aspettò di essere in strada, di sentire l’aria della sera addosso, di percepire già gli sguardi che si posavano su di lei con una facilità quasi automatica. Solo allora scrisse.
*Rilassati, prof. Sono una brava alunna.*
Era una provocazione leggera, ma precisa.
Le amiche non trattennero i commenti.
“Stasera sei pazzesca,” disse una di loro, ridendo.
“Elena lo è sempre,” aggiunse un’altra. “Solo che ogni tanto se ne dimentica.”
Lei fece spallucce, ma non negò.
Nel locale la musica, le voci, il movimento continuo delle persone le entrarono sotto pelle, sciogliendo quel residuo di tensione che si portava dietro da giorni.
Gli sguardi non mancavano.
Non mancavano mai.
Qualcuno si avvicinò, una battuta, un complimento, un tentativo più o meno riuscito. Elena rispondeva, giocava, si muoveva dentro quelle interazioni con la stessa naturalezza di sempre.
Il telefono vibrò. Enrico.
*Come va?*
*Bene. Solita roba.*
*Ti diverti?*
Elena alzò lo sguardo dal messaggio e si guardò intorno: le amiche che ridevano, la gente che si muoveva, un ragazzo che la stava fissando da qualche minuto senza troppa discrezione.
*Sì.*
Questa volta non aggiunse altro.
Le amiche la trascinarono verso il tipo che la fissava. Una di loro le urlò nell’orecchio: “Ma tu davvero vuoi stare con uno come Enrico?”
Elena non rispose subito. “Non credo sia il problema di stasera” disse poi.
“Vero!” replicò l’amica, con un sorriso malizioso. “Il problema di stasera è quel manzo che si sta avvicinando.”
Fu in quel momento che incrociò lo sguardo di quel ragazzo. Ormai era a un passo da lei. Non era come gli altri. La guardava con una sicurezza più ruvida. Corpo solido e allenato, uno sguardo diretto che non si abbassava.
“Ti ho già vista,” le disse senza enfasi.
“Possibile,” rispose Elena, mantenendo il tono leggero.
“Piscina,” aggiunse lui.
Elena fece un mezzo sorriso. “Ah.”
Non c’era bisogno di altro.
Il telefono vibrò ancora.
Non lo prese.
Le amiche, poco più in là, la osservavano con quell’espressione complice che non aveva bisogno di parole. Una di loro fece un gesto appena accennato, come a dire: vai.
“Vuoi bere qualcosa?” chiese lui.
Lei lo guardò un secondo di troppo.
Poi annuì.
E mentre si spostavano verso il bancone, il telefono continuava a vibrare nella borsa, ignorato, come se appartenesse a un’altra parte della sua vita che, almeno per quella sera, aveva smesso di avere voce.
Si fermarono al bancone senza fretta. Il ragazzo ordinò per entrambi. Poi tornò a guardarla nello stesso modo diretto di prima, senza cercare di riempire il silenzio con parole inutili. Elena si accorse che quella mancanza di sforzo la spiazzava più di qualsiasi battuta: non c’era bisogno di costruire niente, non c’era niente da dimostrare. Bastava starci.
“Quindi lavori sempre lì,” disse lui, dopo un attimo.
“Sì,” rispose Elena.
“E ti piace?”
Elena fece una smorfia leggera. “Dipende dai giorni.”
“E da chi c’è” aggiunse lui, senza sorridere.
Lei lo guardò. Non era una domanda, né una provocazione esplicita. Era più una constatazione. E proprio per questo le piacque.
Bevve un sorso. Sentì l’alcol scendere piano, scaldarle lo stomaco, allentare ulteriormente quella parte di sé che ancora teneva il controllo.
Il telefono vibrò di nuovo, insistente, dentro la borsa.
Questa volta si sentì chiaramente.
Non lo prese.
“Non rispondi?” chiese lui, accennando appena verso la borsa.
Elena esitò un istante, poi scrollò le spalle. “Può aspettare.”
“Fidanzato?” disse lui, con la stessa semplicità di prima.
Lei lo guardò, valutando la risposta. Per un attimo pensò di negare, poi decise diversamente.
“Sì.”
Un’altra pausa.
“E allora?” aggiunse lui.
Non c’era giudizio nel tono. Solo una specie di sfida implicita, senza aggressività, ma senza spazio per ambiguità.
“E allora niente,” disse, con un mezzo sorriso.
Lui annuì, come se fosse esattamente la risposta che si aspettava.
Le amiche, poco più in là, continuavano a guardarla di tanto in tanto, sorridendo tra loro.
Il ragazzo si avvicinò leggermente, abbastanza da farsi sentire sopra la musica. “Balliamo?” disse.
Elena guardò verso la sala. Fece un gesto di assenso con la testa.
La musica li avvolse subito, più forte, più invadente, cancellando ogni possibilità di distanza. Le luci si muovevano sui corpi, sulle facce, sui gesti, rendendo tutto meno definito, più istintivo.
Il telefono vibrò ancora.
Non se ne curò.
I due ballarono in maniera intensa. Attaccati. Molto attaccati. Le mani del ragazzo erano sui fianchi di Elena, le braccia di Elena intorno al collo del ragazzo.
Fu lui a prendere l’iniziativa, senza teatralità, senza cercare un momento giusto. Le si avvicinò il più possibile. Elena non si ritrasse.
Il bacio arrivò così, senza costruzione, senza esitazioni.
Non lungo, non ostentato. Ma abbastanza chiaro da non lasciare dubbi.
Le amiche esplosero in una reazione immediata: risate, sguardi, gesti tra loro, quella specie di entusiasmo che non è solo divertimento ma anche approvazione, come se stessero assistendo a qualcosa che aspettavano.
Le mani del ragazzo si spostarono sul culo di Elena.
Appena il bacio finì lei lo guardò e disse sorridendo: “Non sai tenere le mani a posto?”
“E tu non sai tenere la lingua a posto?” rispose lui.
Risero di gusto.
“Andiamo un attimo fuori?” chiese lui.
“Va bene.”
Prima di uscire Elena diede uno sguardo alle amiche. Alcune fecero gesti di approvazione, altre le suggerivano quale sarebbe dovuto essere il passo successivo simulando un pompino con le mani.
Elena rise e uscì dal locale col ragazzo.
Si appoggiò al muro. Il ragazzo le si mise davanti, una mano sul muro, l’altra a toccarle il mento.
Elena prese il telefono dalla borsetta. 13 notifiche da Enrico: “Uff…” disse.
Le ultime due recitavano: *Oh ma tutto bene?* *Non puoi rispondere?*
Elena rimase a guardare quelle parole qualche secondo.
*Sì, tranquillo. C’è molta musica, non sento le notifiche.*
Appoggiò la schiena al muro, lasciando scivolare il telefono di nuovo nella borsa. Il ragazzo la stava osservando, senza interromperla, con quella stessa calma un po’ ruvida che ormai le era familiare.
Passarono pochi secondi.
Il telefono vibrò di nuovo.
Elena lo tirò fuori con un gesto più rapido stavolta.
*Con chi sei?*
*Con le ragazze. Con chi dovrei essere.*
Il telefono vibrò ancora.
Quasi subito.
Troppo subito.
Elena sospirò, poi lo riprese.
Nel frattempo il ragazzo le aveva iniziato a baciare il collo. Lei lo guardava con un misto di malizia ed eccitazione.
*Sicura che è tutto normale?*
Per un attimo pensò di chiudere lì, di scrivere una risposta neutra, rassicurante, riportare tutto su un piano sicuro.
Invece fece un’altra scelta.
Digitò più lentamente, con attenzione.
*È solo una serata molto divertente 😉 Mi sa che ci sentiamo domani prof ❣️*
Rilesse. Non cancellò.
Inviò.
Il ragazzo la guardava, senza parlare. Non cercava di capire, non gli interessava davvero. Aspettava solo che lei finisse.
Elena abbassò il telefono, lo tenne ancora in mano per un secondo, come se si aspettasse un’altra vibrazione.
Arrivò.
Subito.
Elena lo guardò illuminarsi.
Non lo sbloccò.
Poi, con un gesto semplice, quasi definitivo, lo infilò nella borsa senza leggere.
Rimase lì, dentro quel momento, con quella sensazione netta di aver oltrepassato l’ennesima linea.
“Andiamo da me?” chiese a brucia pelo il ragazzo.
“Non so nemmeno come ti chiami!” rispose Elena ridendo.
Lui rise. “Hai ragione, scusa! Mi chiamo Youssef… Sono italo-marocchino se non te ne fossi accorta.”
“Ah ecco… In effetti hai un sapore diverso…” disse Elena ironicamente.
“E non hai ancora assaggiato nulla…” rispose lui maliziosamente.
“C’è sempre tempo per rimediare… Va bene! Andiamo da te Youssef…”
I due si diressero verso l’auto di Youssef.
Elena scrisse a una delle amiche della serata:
*Vado a casa sua. Non aspettatemi. Sì lo so, sono esagerata 😂 ma ho troppa voglia!*
Risposta: *Lo sapevamo! Si vedeva proprio che eri affamata stasera!*
*Mi raccomando Enrico non deve sapere nulla!*
*Non preoccuparti di lui! Starà dormendo sui suoi libri il cornutone 🤘🏻*
Una sera decise di uscire con le amiche. Non era niente di straordinario: una serata in uno di quei locali dove la musica è troppo alta per parlare davvero e le luci fanno sembrare tutto più leggero di quanto sia. Ma già da come si preparò, quella sera avrebbe potuto chiaramente prendere una piega particolare. Scelse con cura cosa mettere, provò due o tre combinazioni, finché non trovò qualcosa che le sembrava esattamente sul limite: un vestito corto, aderente, che lasciava scoperta più pelle di quanto fosse necessario e che soprattutto disegnava il suo corpo senza lasciare molto spazio all’immaginazione. Il tutto completato da un paio di stivali al ginocchio.
Quando si guardò allo specchio sorrise. Poi prese il telefono, scattò una foto e la inviò a Enrico senza scrivere nulla.
Passarono pochi secondi.
*Bellissima. Ma… esci così?*
*Sì. Problemi?*
*No… Nel senso, solo che è un po’… tanto spinto…*
Lei uscì di casa senza rispondere subito. Aspettò di essere in strada, di sentire l’aria della sera addosso, di percepire già gli sguardi che si posavano su di lei con una facilità quasi automatica. Solo allora scrisse.
*Rilassati, prof. Sono una brava alunna.*
Era una provocazione leggera, ma precisa.
Le amiche non trattennero i commenti.
“Stasera sei pazzesca,” disse una di loro, ridendo.
“Elena lo è sempre,” aggiunse un’altra. “Solo che ogni tanto se ne dimentica.”
Lei fece spallucce, ma non negò.
Nel locale la musica, le voci, il movimento continuo delle persone le entrarono sotto pelle, sciogliendo quel residuo di tensione che si portava dietro da giorni.
Gli sguardi non mancavano.
Non mancavano mai.
Qualcuno si avvicinò, una battuta, un complimento, un tentativo più o meno riuscito. Elena rispondeva, giocava, si muoveva dentro quelle interazioni con la stessa naturalezza di sempre.
Il telefono vibrò. Enrico.
*Come va?*
*Bene. Solita roba.*
*Ti diverti?*
Elena alzò lo sguardo dal messaggio e si guardò intorno: le amiche che ridevano, la gente che si muoveva, un ragazzo che la stava fissando da qualche minuto senza troppa discrezione.
*Sì.*
Questa volta non aggiunse altro.
Le amiche la trascinarono verso il tipo che la fissava. Una di loro le urlò nell’orecchio: “Ma tu davvero vuoi stare con uno come Enrico?”
Elena non rispose subito. “Non credo sia il problema di stasera” disse poi.
“Vero!” replicò l’amica, con un sorriso malizioso. “Il problema di stasera è quel manzo che si sta avvicinando.”
Fu in quel momento che incrociò lo sguardo di quel ragazzo. Ormai era a un passo da lei. Non era come gli altri. La guardava con una sicurezza più ruvida. Corpo solido e allenato, uno sguardo diretto che non si abbassava.
“Ti ho già vista,” le disse senza enfasi.
“Possibile,” rispose Elena, mantenendo il tono leggero.
“Piscina,” aggiunse lui.
Elena fece un mezzo sorriso. “Ah.”
Non c’era bisogno di altro.
Il telefono vibrò ancora.
Non lo prese.
Le amiche, poco più in là, la osservavano con quell’espressione complice che non aveva bisogno di parole. Una di loro fece un gesto appena accennato, come a dire: vai.
“Vuoi bere qualcosa?” chiese lui.
Lei lo guardò un secondo di troppo.
Poi annuì.
E mentre si spostavano verso il bancone, il telefono continuava a vibrare nella borsa, ignorato, come se appartenesse a un’altra parte della sua vita che, almeno per quella sera, aveva smesso di avere voce.
Si fermarono al bancone senza fretta. Il ragazzo ordinò per entrambi. Poi tornò a guardarla nello stesso modo diretto di prima, senza cercare di riempire il silenzio con parole inutili. Elena si accorse che quella mancanza di sforzo la spiazzava più di qualsiasi battuta: non c’era bisogno di costruire niente, non c’era niente da dimostrare. Bastava starci.
“Quindi lavori sempre lì,” disse lui, dopo un attimo.
“Sì,” rispose Elena.
“E ti piace?”
Elena fece una smorfia leggera. “Dipende dai giorni.”
“E da chi c’è” aggiunse lui, senza sorridere.
Lei lo guardò. Non era una domanda, né una provocazione esplicita. Era più una constatazione. E proprio per questo le piacque.
Bevve un sorso. Sentì l’alcol scendere piano, scaldarle lo stomaco, allentare ulteriormente quella parte di sé che ancora teneva il controllo.
Il telefono vibrò di nuovo, insistente, dentro la borsa.
Questa volta si sentì chiaramente.
Non lo prese.
“Non rispondi?” chiese lui, accennando appena verso la borsa.
Elena esitò un istante, poi scrollò le spalle. “Può aspettare.”
“Fidanzato?” disse lui, con la stessa semplicità di prima.
Lei lo guardò, valutando la risposta. Per un attimo pensò di negare, poi decise diversamente.
“Sì.”
Un’altra pausa.
“E allora?” aggiunse lui.
Non c’era giudizio nel tono. Solo una specie di sfida implicita, senza aggressività, ma senza spazio per ambiguità.
“E allora niente,” disse, con un mezzo sorriso.
Lui annuì, come se fosse esattamente la risposta che si aspettava.
Le amiche, poco più in là, continuavano a guardarla di tanto in tanto, sorridendo tra loro.
Il ragazzo si avvicinò leggermente, abbastanza da farsi sentire sopra la musica. “Balliamo?” disse.
Elena guardò verso la sala. Fece un gesto di assenso con la testa.
La musica li avvolse subito, più forte, più invadente, cancellando ogni possibilità di distanza. Le luci si muovevano sui corpi, sulle facce, sui gesti, rendendo tutto meno definito, più istintivo.
Il telefono vibrò ancora.
Non se ne curò.
I due ballarono in maniera intensa. Attaccati. Molto attaccati. Le mani del ragazzo erano sui fianchi di Elena, le braccia di Elena intorno al collo del ragazzo.
Fu lui a prendere l’iniziativa, senza teatralità, senza cercare un momento giusto. Le si avvicinò il più possibile. Elena non si ritrasse.
Il bacio arrivò così, senza costruzione, senza esitazioni.
Non lungo, non ostentato. Ma abbastanza chiaro da non lasciare dubbi.
Le amiche esplosero in una reazione immediata: risate, sguardi, gesti tra loro, quella specie di entusiasmo che non è solo divertimento ma anche approvazione, come se stessero assistendo a qualcosa che aspettavano.
Le mani del ragazzo si spostarono sul culo di Elena.
Appena il bacio finì lei lo guardò e disse sorridendo: “Non sai tenere le mani a posto?”
“E tu non sai tenere la lingua a posto?” rispose lui.
Risero di gusto.
“Andiamo un attimo fuori?” chiese lui.
“Va bene.”
Prima di uscire Elena diede uno sguardo alle amiche. Alcune fecero gesti di approvazione, altre le suggerivano quale sarebbe dovuto essere il passo successivo simulando un pompino con le mani.
Elena rise e uscì dal locale col ragazzo.
Si appoggiò al muro. Il ragazzo le si mise davanti, una mano sul muro, l’altra a toccarle il mento.
Elena prese il telefono dalla borsetta. 13 notifiche da Enrico: “Uff…” disse.
Le ultime due recitavano: *Oh ma tutto bene?* *Non puoi rispondere?*
Elena rimase a guardare quelle parole qualche secondo.
*Sì, tranquillo. C’è molta musica, non sento le notifiche.*
Appoggiò la schiena al muro, lasciando scivolare il telefono di nuovo nella borsa. Il ragazzo la stava osservando, senza interromperla, con quella stessa calma un po’ ruvida che ormai le era familiare.
Passarono pochi secondi.
Il telefono vibrò di nuovo.
Elena lo tirò fuori con un gesto più rapido stavolta.
*Con chi sei?*
*Con le ragazze. Con chi dovrei essere.*
Il telefono vibrò ancora.
Quasi subito.
Troppo subito.
Elena sospirò, poi lo riprese.
Nel frattempo il ragazzo le aveva iniziato a baciare il collo. Lei lo guardava con un misto di malizia ed eccitazione.
*Sicura che è tutto normale?*
Per un attimo pensò di chiudere lì, di scrivere una risposta neutra, rassicurante, riportare tutto su un piano sicuro.
Invece fece un’altra scelta.
Digitò più lentamente, con attenzione.
*È solo una serata molto divertente 😉 Mi sa che ci sentiamo domani prof ❣️*
Rilesse. Non cancellò.
Inviò.
Il ragazzo la guardava, senza parlare. Non cercava di capire, non gli interessava davvero. Aspettava solo che lei finisse.
Elena abbassò il telefono, lo tenne ancora in mano per un secondo, come se si aspettasse un’altra vibrazione.
Arrivò.
Subito.
Elena lo guardò illuminarsi.
Non lo sbloccò.
Poi, con un gesto semplice, quasi definitivo, lo infilò nella borsa senza leggere.
Rimase lì, dentro quel momento, con quella sensazione netta di aver oltrepassato l’ennesima linea.
“Andiamo da me?” chiese a brucia pelo il ragazzo.
“Non so nemmeno come ti chiami!” rispose Elena ridendo.
Lui rise. “Hai ragione, scusa! Mi chiamo Youssef… Sono italo-marocchino se non te ne fossi accorta.”
“Ah ecco… In effetti hai un sapore diverso…” disse Elena ironicamente.
“E non hai ancora assaggiato nulla…” rispose lui maliziosamente.
“C’è sempre tempo per rimediare… Va bene! Andiamo da te Youssef…”
I due si diressero verso l’auto di Youssef.
Elena scrisse a una delle amiche della serata:
*Vado a casa sua. Non aspettatemi. Sì lo so, sono esagerata 😂 ma ho troppa voglia!*
Risposta: *Lo sapevamo! Si vedeva proprio che eri affamata stasera!*
*Mi raccomando Enrico non deve sapere nulla!*
*Non preoccuparti di lui! Starà dormendo sui suoi libri il cornutone 🤘🏻*
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