Amore, corna ed equilibri instabili 4

di
genere
corna

L’auto era parcheggiata poco più in là, fuori dal cono di luce del locale. Elena la adocchiò subito: bassa, scura, linee pulite, di quelle che non passano inosservate nemmeno a chi non se ne intende.

“Non male,” disse lei, con un mezzo sorriso.

Youssef non rispose subito. Fece solo un cenno con la testa, come se non fosse una cosa su cui valesse la pena soffermarsi.

Salirono.

Silenzio ovattato, odore leggero di pelle, il mondo fuori che si riduceva a riflessi sulle vetrine mentre partivano. Elena si sistemò sul sedile, incrociando le gambe, guardando fuori dal finestrino per qualche secondo, più per prendere tempo che per altro.

“Abiti lontano?” chiese lei, dopo un po’.

“Non molto,” rispose lui.

Elena si girò verso di lui, studiandolo meglio. Il modo in cui guidava, preciso ma rilassato, una mano sola sul volante, lo sguardo sempre avanti. Non c’era fretta. Non c’era bisogno di impressionare.

“Non è proprio la macchina di uno che passa le giornate in palestra,” disse lei, con tono leggero.

Youssef accennò un sorriso. “Infatti non passo le giornate in palestra.”

“E cosa fai?” insistette lei.

Una pausa.

“Un po’ di cose,” rispose lui. Poi, dopo un attimo: “Mio padre lavora in ambasciata. Mia madre ha un’azienda. Collaboro con lei.”

Elena sollevò un sopracciglio. “Addirittura.”

“Addirittura,” ripeté lui, senza ironia.

Non lo stava ostentando. Era questo a renderlo più evidente.

Elena si appoggiò meglio al sedile, lasciando scivolare lo sguardo su di lui con più attenzione. Non era solo il fisico, non solo la sicurezza. C’era una struttura sotto, qualcosa che non aveva previsto. Non il solito ragazzo da serata.

E quella scoperta le fece un effetto strano.

Non la fermò.

Ma cambiò leggermente il modo in cui lo guardava.

Il telefono vibrò nella borsa.

Una volta.

Poi ancora.

Elena lo sentì chiaramente. Non lo prese subito. Rimase a guardare la strada davanti a sé, i semafori che cambiavano, le macchine che scorrevano.

“Non rispondi?” chiese lui, senza distogliere lo sguardo.

Elena fece una smorfia leggera. “Può aspettare.”

Lui non aggiunse altro. Ma allungò una mano sull’interno coscia di Elena, che ebbe un brivido di eccitazione.

Arrivarono dopo pochi minuti. Un palazzo elegante, non appariscente ma curato. Luci discrete, portone pesante.

Salendo le scale — lui davanti, lei dietro — Elena ebbe per la prima volta un momento di distacco, come se stesse osservando la scena dall’esterno. Non era più solo una serata. Non era più solo un gioco tra musica, alcol e sguardi.

Era entrata in un altro spazio.

E lo sapeva.

Quando lui aprì la porta, si trovò davanti una casa ampia, ordinata. Niente caos, niente trascuratezza.

Elena fece qualche passo dentro, guardandosi intorno.

“Non è esattamente quello che immaginavo,” disse.

“Meglio o peggio?” chiese lui, chiudendo la porta.

Lei si voltò verso di lui. “Diverso.”

Una pausa.

Poi mise la borsa su una sedia. E si appoggiò al tavolo.

Il telefono vibrò di nuovo.

Stavolta lo prese.

Schermo acceso.

L’ultimo messaggio di Enrico chiedeva: *Sei tornata?*

Elena rimase a guardare quelle parole qualche secondo. La stanza intorno a lei era silenziosa, quasi immobile. Youssef era lì davanti a lei che si stava togliendo la cintura.

Due mondi.

Stesso momento.

Scrisse lentamente.

*Sono ancora fuori. Serata lunga.*

Si fermò.

Rilesse.

Inviò.

Abbassò il telefono, ma non lo rimise subito nella borsa. Rimase un attimo con lo schermo acceso tra le mani, come se si aspettasse qualcosa.

Arrivò.

Subito.

Elena non lo aprì.

Mise al modalità aereo e lo posò in borsetta.

Quando alzò lo sguardo, Youssef era esattamente dove lo aveva lasciato.

Si inginocchiò davanti a lui.

E questa volta non c’era più nessuna parte della serata che potesse essere raccontata come un gioco.

Gli abbassò i pantaloni e i boxer e…

Elena rimase scioccata. Quello che svettò davanti ai suoi occhi era il cazzo più grande che avesse mai visto o potuto immaginare. Era un pezzo di carne lungo e spesso, con le vene che sembravano le nervature di un albero. Le quali, insieme al colore, lo rendevano ancora più simile a un tronco d’albero.

“Sei rimasta senza parole?” disse Youssef sorridendo maliziosamente.

“Ehm… è… è solo che non ho mai visto una cosa del genere…E ne ho visti abbastanza eh…”

“Ma come, il tuo fidanzato…”.

Elena lo interruppe subito: “Non c’è bisogno di umiliarlo ulteriormente.” Disse con un mezzo sorriso. “Puoi immaginare benissimo anche tu che non ha nemmeno un quarto di questo e che io non posso accontentarmi.”

Il ragazzo rise di gusto. “Ah… ma allora è proprio un gran cornuto!”

Elena rise. “Su questo c’è dubbio.” E iniziò a leccare il cazzo gigantesco di Youssef. Ad un tratto, accompagnata dalla mano del ragazzo che le teneva la testa, lo prese in bocca.

Pur avendo una certa esperienza e impegnandosi alacremente, Elena aveva le sue difficoltà a gestire un pene di quelle dimensioni, ma una terribile voglia di cazzo le fece superare anche le difficoltà.

Youssef, padrone della situazione, spingeva la testa delle ragazza sempre più verso di sé, finché Elena non si ritrovò quel palo infilato fino in gola. A quel punto il ragazzo la inondò di sborra. Quando si staccò, Elena dovette tossire per riprendere a respirare regolarmente.

Il cazzo di Youssef svettava orgoglioso di fronte alla faccia di Elena, lei appena si riprese lo ripulì con la lingua.

Lui la prese per il mento e le disse: “Sei proprio una gran troia. E questo è solo l’inizio.”

“Lo so.” Rispose lei sorridendo, con un’espressione eccitata e maliziosa.
scritto il
2026-05-06
1 5 4
visite
7
voti
valutazione
4.6
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.