Amore, corna ed equilibri instabili 1
di
Forbidden Thoughts
genere
corna
La porta dello spogliatoio si chiuse con un rumore secco, attutito dal rimbombo dell’umidità che impregnava le piastrelle. L’odore di cloro si mescolava a quello dei deodoranti economici lasciati aperti sulle panche e alla luce al neon tutto sembrava leggermente irreale, quasi sospeso.
Elena era appoggiata contro gli armadietti metallici, le braccia dietro la schiena, lo sguardo che sfidava quello del ragazzo davanti a lei, come se quella situazione fosse solo l’ennesima variazione di un gioco che conosceva bene.
Lui aveva ventuno anni, il corpo costruito con ore di palestra e disciplina e un modo di muoversi che tradiva una sicurezza ancora giovane, quasi esibita. Le teneva una mano sul fianco e le parlava all’orecchio: “Mi sei mancata, sotto diversi punti di vista”, con un tono a metà tra la battuta e la provocazione. Elena lo lasciava fare, inclinando appena la testa, le labbra piegate in un sorriso sottile che non era mai completamente innocente. Indossava ancora la divisa da bagnina, i capelli biondi e ricci raccolti male, qualche ciocca umida che le si appiccicava al collo e quel modo di stare ferma che in realtà era già una risposta.
Sul bordo della panca, il suo telefono vibrò.
Un messaggio.
Il nome che comparve sullo schermo era quello di Enrico.
*Come va al lavoro?*
La domanda era semplice, quasi banale e proprio per questo stonava con tutto il resto. Elena abbassò lo sguardo un attimo, abbastanza da leggere, non abbastanza da interrompere davvero ciò che stava succedendo. Il ragazzo davanti a lei seguì quel movimento con gli occhi, sorridendo come se avesse intuito qualcosa, ma senza chiedere. Non serviva.
Elena non rispose subito.
Lasciò che il telefono smettesse di vibrare, che il silenzio tornasse a riempire lo spazio tra loro e poi sollevò di nuovo lo sguardo, tornando esattamente dove era prima, come se quel messaggio fosse stato solo una parentesi insignificante.
E in un certo senso lo era, almeno in quel momento.
Con Enrico era stato tutto diverso fin dall’inizio, una specie di coincidenza diventata abitudine, poi sicurezza, poi qualcosa di più difficile da definire. Lui insegnava lettere, parlava con calma, pesava le parole come se avessero sempre un significato preciso e nel suo modo di esserci c’era una stabilità che Elena aveva riconosciuto subito, quasi istintivamente. Non era l’uomo che l’avrebbe fatta perdere la testa, ma era quello che le dava l’impressione di non poter cadere.
E lei, in fondo, quella sicurezza l’aveva cercata.
Poi però c’era tutto il resto. Il modo in cui si guardava allo specchio prima di uscire, la leggerezza con cui pubblicava certe foto, il piacere sottile di sentirsi osservata, desiderata, commentata. Enrico faceva finta di prenderla sul ridere, ma ogni volta c’era una piccola crepa nella sua voce, un’ombra che non riusciva a nascondere del tutto. E lei quella crepa la vedeva benissimo. A volte la cercava apposta.
“Ancora lui?” chiese il ragazzo, accennando con il mento verso il telefono.
Elena lo prese in mano, lo sbloccò e digitò una risposta veloce.
*Tutto tranquillo. Solita noia.*
Poi lo posò di nuovo, capovolto, come a chiudere definitivamente la questione.
“È geloso?” insistette lui, sorridendo maliziosamente.
Elena fece una smorfia leggera, quasi divertita. “Il giusto,” disse. “Quanto basta per non annoiarmi.”
Non era una bugia, ma non era nemmeno tutta la verità.
Perché Enrico non sospettava davvero. Si lasciava provocare, si irrigidiva, a volte faceva qualche battuta fuori posto, ma alla fine tornava sempre a fidarsi, a credere che fosse solo un gioco, uno di quei giochi un po’ pericolosi che però restano confinati nelle parole. E forse era proprio questo che rendeva tutto più facile per Elena: non dover rompere nulla, non dover scegliere, poter restare esattamente in mezzo.
Il ragazzo davanti a lei allungò una mano, sfiorandole la sua parte più intima con una naturalezza che non chiede permesso. Elena non si ritrasse. Anzi, si lasciò andare appena contro l’armadietto, chiuse per un istante gli occhi e poi si lasciò baciare, stava assaporando una sensazione familiare, già vissuta altre volte eppure sempre leggermente diversa. La sensazione di un bacio clandestino, con un ragazzo che non era il suo.
Fuori, da qualche parte, si sentì il fischio di un altro bagnino e il rumore dell’acqua agitata.
Il turno stava andando avanti.
Enrico, dall’altra parte della città, probabilmente era seduto alla cattedra, a correggere compiti o a spiegare un testo a una classe distratta, con lo stesso tono paziente di sempre. Ogni tanto controllava il telefono, aspettando una risposta che per lui aveva ancora un peso, un significato.
Elena lo sapeva. E proprio per questo, mentre riapriva gli occhi e tornava a incrociare lo sguardo del ragazzo davanti a lei, non provava esattamente senso di colpa. Piuttosto una specie di equilibrio instabile, come se stesse camminando su una linea sottile che non voleva davvero abbandonare.
Perché da una parte c’era Enrico, con la sua solidità, la sua presenza costante, il suo modo di esserci senza invadere.
Dall’altra, tutto il resto.
E Elena, almeno per ora, non aveva alcuna intenzione di scegliere.
~~~
Il resto arrivò senza bisogno di parole, come spesso accadeva a Elena quando decideva di smettere di pensare troppo. Non era tanto il gesto in sé a interessarle, quanto quella sensazione di essere desiderata in modo diretto, immediato, quasi semplice, senza le sfumature e le attenzioni che invece caratterizzano Enrico. Con lui tutto era più lento, più costruito, come se ogni cosa dovesse trovare un senso prima ancora di accadere; lì, invece, il senso sembrava stare tutto nell’istante.
Il ragazzo la scopò da dietro, le braccia appoggiate agli armadietti, il costume intero appena spostato per permettere al cazzo dell’ennesimo amante di entrare nella sua fighetta depilata. Le mani sui fianchi, le spinte profonde e costanti, le urla di piacere trattenute, gli sguardi di eccitazione scambiati.
“Sto per venire!” disse lui a un certo punto.
“Aspetta!” rispose sicura Elena.
Si inginocchiò davanti a lui. Prese il cazzo in bocca e se la fece riempire di sborra. Bevve tutto, ripulendo tutto con la lingua.
Quando uscì dallo spogliatoio del personale, qualche minuto dopo, il sole del tardo pomeriggio le colpì gli occhi con una luce piena, quasi violenta. Si fermò un attimo sul bordo della piscina, come per rientrare nel ruolo, si sistemò i capelli con un gesto rapido. Intorno a lei, le voci dei bambini, gli schizzi d’acqua, i richiami dei colleghi ricostruivano una normalità che non faceva domande.
Prese il telefono.
Un altro messaggio di Enrico.
*Tutto bene?*
Questa volta rispose con più calma, scegliendo le parole con una cura quasi affettuosa.
*Sì, giornata tranquilla. Un po’ stanca ma tutto ok. Tu?*
Rilesse il messaggio prima di inviarlo, come se quel tono dovesse essere perfetto: abbastanza dolce da rassicurarlo, abbastanza neutro da non aprire altre conversazioni. Poi lo mandò e infilò il telefono nella tasca della felpa.
C’era qualcosa, in quel passaggio continuo da un mondo all’altro, che le dava una strana lucidità. Come se riuscisse a tenere insieme due versioni di sé senza che si toccassero davvero. Da una parte la ragazza che scherzava con i colleghi, che accettava le attenzioni, che si lasciava trascinare dentro situazioni leggere, senza conseguenze apparenti; dall’altra quella che con Enrico costruiva frasi, piccoli rituali, una quotidianità fatta di equilibrio.
Eppure, a ben guardare, quell’equilibrio non era così solido come lei voleva credere.
La sera, quando si videro, Enrico la accolse con il solito sorriso un po’ timido, quello che non cambiava mai davvero e con quella premura che a volte sembrava quasi fuori tempo. Le chiese della giornata, delle persone, dei turni e mentre lei rispondeva si accorse — come già altre volte — che lui non stava solo ascoltando: stava cercando qualcosa tra le righe.
Non prove, non sospetti veri e propri. Piuttosto un’incrinatura, un dettaglio fuori posto.
“Elena,” disse a un certo punto, con tono leggero ma non troppo, “oggi eri diversa nei messaggi.”
Lei sollevò lo sguardo, sorpresa solo a metà. “Diversa in che senso?”
“Non lo so,” rispose lui, stringendo appena le spalle. “Più distante.”
Per un attimo, il tempo sembrò rallentare. Non abbastanza da creare una scena, ma quanto bastava perché quella frase restasse sospesa tra loro.
Elena sorrise, inclinando la testa. “Sei tu che ti fai film, gelosone” disse, con una naturalezza quasi perfetta. “Ero solo stanca.”
Enrico annuì. Non insistette. Non era nel suo modo di fare.
In quel momento, mentre lui decideva di fidarsi ancora una volta, Elena capì che quel gioco non sarebbe potuto andare avanti così per sempre.
Non perché qualcuno l’avrebbe scoperta.
Ma perché, prima o poi, sarebbe stata lei a dover scegliere da che parte stare. E non era affatto sicura di volerlo fare.
Elena era appoggiata contro gli armadietti metallici, le braccia dietro la schiena, lo sguardo che sfidava quello del ragazzo davanti a lei, come se quella situazione fosse solo l’ennesima variazione di un gioco che conosceva bene.
Lui aveva ventuno anni, il corpo costruito con ore di palestra e disciplina e un modo di muoversi che tradiva una sicurezza ancora giovane, quasi esibita. Le teneva una mano sul fianco e le parlava all’orecchio: “Mi sei mancata, sotto diversi punti di vista”, con un tono a metà tra la battuta e la provocazione. Elena lo lasciava fare, inclinando appena la testa, le labbra piegate in un sorriso sottile che non era mai completamente innocente. Indossava ancora la divisa da bagnina, i capelli biondi e ricci raccolti male, qualche ciocca umida che le si appiccicava al collo e quel modo di stare ferma che in realtà era già una risposta.
Sul bordo della panca, il suo telefono vibrò.
Un messaggio.
Il nome che comparve sullo schermo era quello di Enrico.
*Come va al lavoro?*
La domanda era semplice, quasi banale e proprio per questo stonava con tutto il resto. Elena abbassò lo sguardo un attimo, abbastanza da leggere, non abbastanza da interrompere davvero ciò che stava succedendo. Il ragazzo davanti a lei seguì quel movimento con gli occhi, sorridendo come se avesse intuito qualcosa, ma senza chiedere. Non serviva.
Elena non rispose subito.
Lasciò che il telefono smettesse di vibrare, che il silenzio tornasse a riempire lo spazio tra loro e poi sollevò di nuovo lo sguardo, tornando esattamente dove era prima, come se quel messaggio fosse stato solo una parentesi insignificante.
E in un certo senso lo era, almeno in quel momento.
Con Enrico era stato tutto diverso fin dall’inizio, una specie di coincidenza diventata abitudine, poi sicurezza, poi qualcosa di più difficile da definire. Lui insegnava lettere, parlava con calma, pesava le parole come se avessero sempre un significato preciso e nel suo modo di esserci c’era una stabilità che Elena aveva riconosciuto subito, quasi istintivamente. Non era l’uomo che l’avrebbe fatta perdere la testa, ma era quello che le dava l’impressione di non poter cadere.
E lei, in fondo, quella sicurezza l’aveva cercata.
Poi però c’era tutto il resto. Il modo in cui si guardava allo specchio prima di uscire, la leggerezza con cui pubblicava certe foto, il piacere sottile di sentirsi osservata, desiderata, commentata. Enrico faceva finta di prenderla sul ridere, ma ogni volta c’era una piccola crepa nella sua voce, un’ombra che non riusciva a nascondere del tutto. E lei quella crepa la vedeva benissimo. A volte la cercava apposta.
“Ancora lui?” chiese il ragazzo, accennando con il mento verso il telefono.
Elena lo prese in mano, lo sbloccò e digitò una risposta veloce.
*Tutto tranquillo. Solita noia.*
Poi lo posò di nuovo, capovolto, come a chiudere definitivamente la questione.
“È geloso?” insistette lui, sorridendo maliziosamente.
Elena fece una smorfia leggera, quasi divertita. “Il giusto,” disse. “Quanto basta per non annoiarmi.”
Non era una bugia, ma non era nemmeno tutta la verità.
Perché Enrico non sospettava davvero. Si lasciava provocare, si irrigidiva, a volte faceva qualche battuta fuori posto, ma alla fine tornava sempre a fidarsi, a credere che fosse solo un gioco, uno di quei giochi un po’ pericolosi che però restano confinati nelle parole. E forse era proprio questo che rendeva tutto più facile per Elena: non dover rompere nulla, non dover scegliere, poter restare esattamente in mezzo.
Il ragazzo davanti a lei allungò una mano, sfiorandole la sua parte più intima con una naturalezza che non chiede permesso. Elena non si ritrasse. Anzi, si lasciò andare appena contro l’armadietto, chiuse per un istante gli occhi e poi si lasciò baciare, stava assaporando una sensazione familiare, già vissuta altre volte eppure sempre leggermente diversa. La sensazione di un bacio clandestino, con un ragazzo che non era il suo.
Fuori, da qualche parte, si sentì il fischio di un altro bagnino e il rumore dell’acqua agitata.
Il turno stava andando avanti.
Enrico, dall’altra parte della città, probabilmente era seduto alla cattedra, a correggere compiti o a spiegare un testo a una classe distratta, con lo stesso tono paziente di sempre. Ogni tanto controllava il telefono, aspettando una risposta che per lui aveva ancora un peso, un significato.
Elena lo sapeva. E proprio per questo, mentre riapriva gli occhi e tornava a incrociare lo sguardo del ragazzo davanti a lei, non provava esattamente senso di colpa. Piuttosto una specie di equilibrio instabile, come se stesse camminando su una linea sottile che non voleva davvero abbandonare.
Perché da una parte c’era Enrico, con la sua solidità, la sua presenza costante, il suo modo di esserci senza invadere.
Dall’altra, tutto il resto.
E Elena, almeno per ora, non aveva alcuna intenzione di scegliere.
~~~
Il resto arrivò senza bisogno di parole, come spesso accadeva a Elena quando decideva di smettere di pensare troppo. Non era tanto il gesto in sé a interessarle, quanto quella sensazione di essere desiderata in modo diretto, immediato, quasi semplice, senza le sfumature e le attenzioni che invece caratterizzano Enrico. Con lui tutto era più lento, più costruito, come se ogni cosa dovesse trovare un senso prima ancora di accadere; lì, invece, il senso sembrava stare tutto nell’istante.
Il ragazzo la scopò da dietro, le braccia appoggiate agli armadietti, il costume intero appena spostato per permettere al cazzo dell’ennesimo amante di entrare nella sua fighetta depilata. Le mani sui fianchi, le spinte profonde e costanti, le urla di piacere trattenute, gli sguardi di eccitazione scambiati.
“Sto per venire!” disse lui a un certo punto.
“Aspetta!” rispose sicura Elena.
Si inginocchiò davanti a lui. Prese il cazzo in bocca e se la fece riempire di sborra. Bevve tutto, ripulendo tutto con la lingua.
Quando uscì dallo spogliatoio del personale, qualche minuto dopo, il sole del tardo pomeriggio le colpì gli occhi con una luce piena, quasi violenta. Si fermò un attimo sul bordo della piscina, come per rientrare nel ruolo, si sistemò i capelli con un gesto rapido. Intorno a lei, le voci dei bambini, gli schizzi d’acqua, i richiami dei colleghi ricostruivano una normalità che non faceva domande.
Prese il telefono.
Un altro messaggio di Enrico.
*Tutto bene?*
Questa volta rispose con più calma, scegliendo le parole con una cura quasi affettuosa.
*Sì, giornata tranquilla. Un po’ stanca ma tutto ok. Tu?*
Rilesse il messaggio prima di inviarlo, come se quel tono dovesse essere perfetto: abbastanza dolce da rassicurarlo, abbastanza neutro da non aprire altre conversazioni. Poi lo mandò e infilò il telefono nella tasca della felpa.
C’era qualcosa, in quel passaggio continuo da un mondo all’altro, che le dava una strana lucidità. Come se riuscisse a tenere insieme due versioni di sé senza che si toccassero davvero. Da una parte la ragazza che scherzava con i colleghi, che accettava le attenzioni, che si lasciava trascinare dentro situazioni leggere, senza conseguenze apparenti; dall’altra quella che con Enrico costruiva frasi, piccoli rituali, una quotidianità fatta di equilibrio.
Eppure, a ben guardare, quell’equilibrio non era così solido come lei voleva credere.
La sera, quando si videro, Enrico la accolse con il solito sorriso un po’ timido, quello che non cambiava mai davvero e con quella premura che a volte sembrava quasi fuori tempo. Le chiese della giornata, delle persone, dei turni e mentre lei rispondeva si accorse — come già altre volte — che lui non stava solo ascoltando: stava cercando qualcosa tra le righe.
Non prove, non sospetti veri e propri. Piuttosto un’incrinatura, un dettaglio fuori posto.
“Elena,” disse a un certo punto, con tono leggero ma non troppo, “oggi eri diversa nei messaggi.”
Lei sollevò lo sguardo, sorpresa solo a metà. “Diversa in che senso?”
“Non lo so,” rispose lui, stringendo appena le spalle. “Più distante.”
Per un attimo, il tempo sembrò rallentare. Non abbastanza da creare una scena, ma quanto bastava perché quella frase restasse sospesa tra loro.
Elena sorrise, inclinando la testa. “Sei tu che ti fai film, gelosone” disse, con una naturalezza quasi perfetta. “Ero solo stanca.”
Enrico annuì. Non insistette. Non era nel suo modo di fare.
In quel momento, mentre lui decideva di fidarsi ancora una volta, Elena capì che quel gioco non sarebbe potuto andare avanti così per sempre.
Non perché qualcuno l’avrebbe scoperta.
Ma perché, prima o poi, sarebbe stata lei a dover scegliere da che parte stare. E non era affatto sicura di volerlo fare.
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