Suo fratello è un toro 20 (Fine)
di
Forbidden Thoughts
genere
tradimenti
La palestra era praticamente vuota.
Tardo pomeriggio.
Luce fredda.
Musica bassa.
Il rumore metallico dei pesi che ogni tanto rompeva il silenzio.
Entrai con passo deciso.
Come se fosse una giornata normale.
Come se non stesse succedendo nulla.
Lui era già lì.
Appoggiato al solito punto.
Le braccia incrociate.
Lo sguardo fisso su di me.
Non sorrise.
Non subito.
«In anticipo» disse.
«Poco.»
Mi avvicinai.
Lentamente.
«Oggi lavori davvero?» chiese lui.
«Dipende da come alleni.»
Un mezzo sorriso.
Il solito.
«Oggi è venuto a parlarmi.»
Mi bloccai.
Un attimo.
«Chi?»
Lui mi guardò.
Appena.
«Secondo te?»
Silenzio.
«Tranquilla, ho gestito la situazione con la stessa bravura con cui ti scopo.»
«Scemo.»
Cominciammo.
Esercizi.
Movimenti.
Ripetizioni.
Tutto normale.
All’apparenza.
Poi di nuovo quel meccanismo.
«Così no.»
Lui dietro.
Le mani sui fianchi.
Leggere.
Ma presenti.
«Rilassati. Come sai fare tu.»
Vicino all’orecchio.
Troppo vicino.
Io obbedii.
Ma il mio respiro cambiò.
Un altro esercizio.
Poi un altro.
Ogni volta un contatto.
Minimo.
Prolungato.
A un certo punto ci fermammo.
Io mi piegai a prendere fiato.
Le mani sulle ginocchia.
«Stai migliorando» disse lui.
«Grazie maestro.»
Mi alzai.
Lo guardai.
Diretta.
«E tu?»
«Io cosa?»
«Sei soddisfatto.»
Lui fece un passo avanti.
«Non ancora.»
Silenzio.
Intorno a loro, nessuno.
«Vieni» disse.
Io lo seguii.
Attraversammo il corridoio.
Spogliatoi quasi vuoti.
Una porta socchiusa.
Mi fece entrare lì.
Silenzio.
Per qualche secondo non successe nulla.
Poi lui si avvicinò.
«Sei qui solo per questo» disse.
Io non risposi.
Mi limitai a guardarlo.
E fu sufficiente.
Ci baciammo.
Questa volta senza fretta.
Senza gioco.
Era diverso.
Più consapevole.
Le mani si cercavano.
I corpi si avvicinavano.
Non c’era più il brivido dell’inizio.
C’era qualcosa di più pericoloso.
Abitudine.
Mi staccai appena.
Respiravamo più forte.
«Non abbiamo molto tempo.»
«Mai avuto.»
Sorrise.
Si avvicinò di nuovo.
Il contatto.
Il calore.
La tensione che tornava.
Poi un rumore.
Lontano.
Ci fermammo.
Entrambi.
Un attimo.
Ci guardammo.
E scoppiammo a ridere piano.
Poi lui mi strinse le mani intorno a fianchi.
«È troppo pericoloso qui» dissi io.
Lui mi osservò.
Come se volesse capire se fossi così sicura di ciò che avevo appena detto.
«Sicura?»
Io annuii.
Ma non mi staccai dal suo abbraccio.
Rimasi lì.
Vicino.
Troppo.
Ci baciammo di nuovo.
«Quante ne hai scopate qui?»
«Sei gelosa?»
«No, voglio solo capire se sei certo che non ci possa scoprire nessuno.»
«Troia insaziabile.»
Rise.
Ridemmo.
Poi mi voltai.
Mi appoggiai al muro.
«Dai su, scopami.»
Mi abbassò i leggings, scostò le mutandine.
E iniziò a scoparmi la figa senza nemmeno passare dai preliminari.
Lo stava facendo con una foga irrefrenabile.
Io non riuscivo a far altro che gemere e godere.
Urlavo tutto il mio piacere.
Gli chiedevo a monosillabi di scoparmi più forte.
Ero completamente in balia del suo cazzo.
Del suo essere maschio.
Del suo essere un toro.
Un vero toro da monta.
Io so di essere una gran troia.
Ma quando provi un uomo e un cazzo del genere non puoi più farne a meno.
In un momento di apparente “relax” gli dissi: «Stasera lui dorme da me.»
La frase uscì semplice.
Lui non cambiò espressione né intensità.
«Lo so.»
Silenzio.
«Non è che forse stai esagerando?» chiesi.
Lui fece spallucce.
«Se mai ti dovesse scopare vedremo se nota la figa più larga del previsto.»
Rise.
«E ringrazia il cielo che non te l’ho ancora rimesso nel culo.»
«Daiii. Non mi sembra proprio il caso.»
«Ah sì?» mi rispose.
Lo guardai negli occhi.
La sua espressione cambiò.
«Non ci pensare proprio.»
Ma in quel momento lui sputò sulla mia entrata posteriore e ci infilò due dita.
«Dio mio!»
«Ti piace, vero?»
«L’altra volta lo hai preso proprio bene.»
Io non riuscivo a far altro che gemere.
A quel punto lui tirò fuori il cazzo dalla mia figa.
Era inzuppato di umori.
Scivolò facilmente nel mio culo.
Un colpo secco, seguito da un mio urlo.
Mi scopò il culo senza pietà.
Tenendomi la schiena inarcato tirandomi i capelli.
Ogni colpo una fitta.
Sempre più in profondità.
Ogni colpo aggiungeva piacere al piacere.
Ad certo punto lo tirò fuori e mi disse: «Inginocchiati!»
Io non me lo feci ripetere due volte.
Dopo qualche secondo avevo la faccia piena di sborra. Un po’ riuscii a metterla in bocca con la lingua.
Ridemmo di gusto.
«Sei un toro, ma sei soprattutto un maiale!»
«E tu sei una grandissima troia.»
Poi aggiunse: «Lavati e sistemati, quel cornuto di mio fratello ti aspetta.»
Già, suo fratello. Come ogni venerdì era a casa mia.
Dovevo correre da lui, senza destare alcun sospetto.
Mi lavai e ricomposi.
Mi accompagnò a casa, ci baciammo prima di salutarci.
Un bacio appassionato. Come sempre.
Il mio fidanzato era già a casa mia.
Stava preparando la cena.
«Com’è andata?» chiese.
«Bene.»
Non ebbe difficoltà a notare le mie difficoltà nel deambulare.
«Sembri esausta. È sempre così intenso?»
Gli sorrisi.
«Sempre. Ma oggi ha davvero dato il meglio di sé.»
Lui annuì.
«Infatti hai fatto tardi.»
Lei rispose, quasi distrattamente: «Tuo fratello è molto esigente.»
Lui non mi disse nulla.
Cenammo.
Parlammo.
Tutto normale.
Troppo normale.
~~~
Più tardi, a letto, lui si avvicinò.
Un gesto semplice.
«Ti amo» disse piano.
Lei lo guardò.
«Anch’io.»
E lo disse bene.
Lui provò a mettermi le mani sotto il pigiama.
Il suo respiro.
Il suo calore.
Tutto conosciuto.
Tutto giusto.
Eppure non me la sentivo.
Non volevo che lui scoprisse nulla.
Ed ero veramente distrutta dal trattamento che mi aveva riservato il fratello.
«No, ecco… Ehm, scusami ma sono parecchio stanca...»
Lui rimase per un attimo immobile… poi disse: «Ah ok, ci mancherebbe… È comprensibile, questa palestra...»
«Tutta colpa dell’istruttore. Se lo conosci digli di rallentare un po’ i ritmi.» dissi senza pensarci troppo.
Risi.
Il mio fidanzato non poté far altro che ridere anche lui.
Ci baciammo.
«Buonanotte cucciola»
«Buonanotte amore»
Mi appoggiai al cuscino e sentii il telefono vibrare.
Sul comodino.
Una volta.
Breve.
Lui era accanto a me.
Gli occhi chiusi.
Respirava piano.
Già dormiva.
Aspettai.
Un secondo.
Due.
Poi, lentamente allungai la mano.
Prese il telefono.
Lo schermo si accese.
Un messaggio.
Non serviva leggere il nome.
Lo sapevo già.
*Non vedo l’ora di possederti nuovamente in quel modo.*
Lo guardai per qualche secondo.
Poi sollevai gli occhi.
Verso il buio della stanza.
Verso di lui.
Così vicino.
Così lontano.
E in quel momento capì una cosa.
Con una lucidità definitiva.
Non era più questione di scegliere.
Era questione di non voler più rinunciare.
Spensi lo schermo.
Appoggiai il telefono.
Rimisi la testa sul cuscino.
Feci un accenno di sorriso.
Non rinuncerò mai a quel toro.
Tardo pomeriggio.
Luce fredda.
Musica bassa.
Il rumore metallico dei pesi che ogni tanto rompeva il silenzio.
Entrai con passo deciso.
Come se fosse una giornata normale.
Come se non stesse succedendo nulla.
Lui era già lì.
Appoggiato al solito punto.
Le braccia incrociate.
Lo sguardo fisso su di me.
Non sorrise.
Non subito.
«In anticipo» disse.
«Poco.»
Mi avvicinai.
Lentamente.
«Oggi lavori davvero?» chiese lui.
«Dipende da come alleni.»
Un mezzo sorriso.
Il solito.
«Oggi è venuto a parlarmi.»
Mi bloccai.
Un attimo.
«Chi?»
Lui mi guardò.
Appena.
«Secondo te?»
Silenzio.
«Tranquilla, ho gestito la situazione con la stessa bravura con cui ti scopo.»
«Scemo.»
Cominciammo.
Esercizi.
Movimenti.
Ripetizioni.
Tutto normale.
All’apparenza.
Poi di nuovo quel meccanismo.
«Così no.»
Lui dietro.
Le mani sui fianchi.
Leggere.
Ma presenti.
«Rilassati. Come sai fare tu.»
Vicino all’orecchio.
Troppo vicino.
Io obbedii.
Ma il mio respiro cambiò.
Un altro esercizio.
Poi un altro.
Ogni volta un contatto.
Minimo.
Prolungato.
A un certo punto ci fermammo.
Io mi piegai a prendere fiato.
Le mani sulle ginocchia.
«Stai migliorando» disse lui.
«Grazie maestro.»
Mi alzai.
Lo guardai.
Diretta.
«E tu?»
«Io cosa?»
«Sei soddisfatto.»
Lui fece un passo avanti.
«Non ancora.»
Silenzio.
Intorno a loro, nessuno.
«Vieni» disse.
Io lo seguii.
Attraversammo il corridoio.
Spogliatoi quasi vuoti.
Una porta socchiusa.
Mi fece entrare lì.
Silenzio.
Per qualche secondo non successe nulla.
Poi lui si avvicinò.
«Sei qui solo per questo» disse.
Io non risposi.
Mi limitai a guardarlo.
E fu sufficiente.
Ci baciammo.
Questa volta senza fretta.
Senza gioco.
Era diverso.
Più consapevole.
Le mani si cercavano.
I corpi si avvicinavano.
Non c’era più il brivido dell’inizio.
C’era qualcosa di più pericoloso.
Abitudine.
Mi staccai appena.
Respiravamo più forte.
«Non abbiamo molto tempo.»
«Mai avuto.»
Sorrise.
Si avvicinò di nuovo.
Il contatto.
Il calore.
La tensione che tornava.
Poi un rumore.
Lontano.
Ci fermammo.
Entrambi.
Un attimo.
Ci guardammo.
E scoppiammo a ridere piano.
Poi lui mi strinse le mani intorno a fianchi.
«È troppo pericoloso qui» dissi io.
Lui mi osservò.
Come se volesse capire se fossi così sicura di ciò che avevo appena detto.
«Sicura?»
Io annuii.
Ma non mi staccai dal suo abbraccio.
Rimasi lì.
Vicino.
Troppo.
Ci baciammo di nuovo.
«Quante ne hai scopate qui?»
«Sei gelosa?»
«No, voglio solo capire se sei certo che non ci possa scoprire nessuno.»
«Troia insaziabile.»
Rise.
Ridemmo.
Poi mi voltai.
Mi appoggiai al muro.
«Dai su, scopami.»
Mi abbassò i leggings, scostò le mutandine.
E iniziò a scoparmi la figa senza nemmeno passare dai preliminari.
Lo stava facendo con una foga irrefrenabile.
Io non riuscivo a far altro che gemere e godere.
Urlavo tutto il mio piacere.
Gli chiedevo a monosillabi di scoparmi più forte.
Ero completamente in balia del suo cazzo.
Del suo essere maschio.
Del suo essere un toro.
Un vero toro da monta.
Io so di essere una gran troia.
Ma quando provi un uomo e un cazzo del genere non puoi più farne a meno.
In un momento di apparente “relax” gli dissi: «Stasera lui dorme da me.»
La frase uscì semplice.
Lui non cambiò espressione né intensità.
«Lo so.»
Silenzio.
«Non è che forse stai esagerando?» chiesi.
Lui fece spallucce.
«Se mai ti dovesse scopare vedremo se nota la figa più larga del previsto.»
Rise.
«E ringrazia il cielo che non te l’ho ancora rimesso nel culo.»
«Daiii. Non mi sembra proprio il caso.»
«Ah sì?» mi rispose.
Lo guardai negli occhi.
La sua espressione cambiò.
«Non ci pensare proprio.»
Ma in quel momento lui sputò sulla mia entrata posteriore e ci infilò due dita.
«Dio mio!»
«Ti piace, vero?»
«L’altra volta lo hai preso proprio bene.»
Io non riuscivo a far altro che gemere.
A quel punto lui tirò fuori il cazzo dalla mia figa.
Era inzuppato di umori.
Scivolò facilmente nel mio culo.
Un colpo secco, seguito da un mio urlo.
Mi scopò il culo senza pietà.
Tenendomi la schiena inarcato tirandomi i capelli.
Ogni colpo una fitta.
Sempre più in profondità.
Ogni colpo aggiungeva piacere al piacere.
Ad certo punto lo tirò fuori e mi disse: «Inginocchiati!»
Io non me lo feci ripetere due volte.
Dopo qualche secondo avevo la faccia piena di sborra. Un po’ riuscii a metterla in bocca con la lingua.
Ridemmo di gusto.
«Sei un toro, ma sei soprattutto un maiale!»
«E tu sei una grandissima troia.»
Poi aggiunse: «Lavati e sistemati, quel cornuto di mio fratello ti aspetta.»
Già, suo fratello. Come ogni venerdì era a casa mia.
Dovevo correre da lui, senza destare alcun sospetto.
Mi lavai e ricomposi.
Mi accompagnò a casa, ci baciammo prima di salutarci.
Un bacio appassionato. Come sempre.
Il mio fidanzato era già a casa mia.
Stava preparando la cena.
«Com’è andata?» chiese.
«Bene.»
Non ebbe difficoltà a notare le mie difficoltà nel deambulare.
«Sembri esausta. È sempre così intenso?»
Gli sorrisi.
«Sempre. Ma oggi ha davvero dato il meglio di sé.»
Lui annuì.
«Infatti hai fatto tardi.»
Lei rispose, quasi distrattamente: «Tuo fratello è molto esigente.»
Lui non mi disse nulla.
Cenammo.
Parlammo.
Tutto normale.
Troppo normale.
~~~
Più tardi, a letto, lui si avvicinò.
Un gesto semplice.
«Ti amo» disse piano.
Lei lo guardò.
«Anch’io.»
E lo disse bene.
Lui provò a mettermi le mani sotto il pigiama.
Il suo respiro.
Il suo calore.
Tutto conosciuto.
Tutto giusto.
Eppure non me la sentivo.
Non volevo che lui scoprisse nulla.
Ed ero veramente distrutta dal trattamento che mi aveva riservato il fratello.
«No, ecco… Ehm, scusami ma sono parecchio stanca...»
Lui rimase per un attimo immobile… poi disse: «Ah ok, ci mancherebbe… È comprensibile, questa palestra...»
«Tutta colpa dell’istruttore. Se lo conosci digli di rallentare un po’ i ritmi.» dissi senza pensarci troppo.
Risi.
Il mio fidanzato non poté far altro che ridere anche lui.
Ci baciammo.
«Buonanotte cucciola»
«Buonanotte amore»
Mi appoggiai al cuscino e sentii il telefono vibrare.
Sul comodino.
Una volta.
Breve.
Lui era accanto a me.
Gli occhi chiusi.
Respirava piano.
Già dormiva.
Aspettai.
Un secondo.
Due.
Poi, lentamente allungai la mano.
Prese il telefono.
Lo schermo si accese.
Un messaggio.
Non serviva leggere il nome.
Lo sapevo già.
*Non vedo l’ora di possederti nuovamente in quel modo.*
Lo guardai per qualche secondo.
Poi sollevai gli occhi.
Verso il buio della stanza.
Verso di lui.
Così vicino.
Così lontano.
E in quel momento capì una cosa.
Con una lucidità definitiva.
Non era più questione di scegliere.
Era questione di non voler più rinunciare.
Spensi lo schermo.
Appoggiai il telefono.
Rimisi la testa sul cuscino.
Feci un accenno di sorriso.
Non rinuncerò mai a quel toro.
3
1
voti
voti
valutazione
6.3
6.3
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Suo fratello è un toro 19
Commenti dei lettori al racconto erotico