Amore, corna ed equilibri instabili 2

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corna

Qualche giorno dopo…

La casa di Enrico aveva quell’ordine silenzioso che non cambia mai davvero: i libri disposti con una logica tutta sua, la luce calda della lampada accesa anche quando non serviva davvero, il tavolo apparecchiato con una cura semplice, quasi ostinata. Elena entrò lasciando le scarpe vicino alla porta, come faceva sempre, per un attimo si fermò a guardarsi intorno, come se quel luogo fosse insieme familiare e distante.

Lui era in cucina, di spalle, intento a finire qualcosa. Quando si voltò, il sorriso arrivò subito naturale.

“Sei arrivata presto,” disse.

“Ho finito prima,” rispose lei, appoggiando la borsa sul divano. “Oggi poca gente.”

Enrico annuì, senza commentare subito. Le si avvicinò, le diede un bacio veloce e poi si fermò un attimo più del solito, come se volesse dire qualcosa ma non trovasse la forma giusta.

“Stanca?” chiese infine.

“Un po’,” disse lei, scrollando le spalle. “Solita giornata.”

Si sedettero a tavola. Il rumore delle posate, l’acqua versata nei bicchieri, piccoli gesti che riempivano gli spazi tra una frase e l’altra. All’inizio parlarono di cose normali: la scuola, un collega di lui, un episodio divertente raccontato da uno studente. Elena ascoltava, interveniva, sorrideva nei punti giusti. Era brava in questo. Sapeva stare dentro quella normalità senza sforzo apparente.

Poi, quasi senza cambiare tono, Enrico fece una domanda leggermente diversa.

“Quindi oggi proprio tranquillo?”

Elena sollevò lo sguardo dal piatto. “Sì. Perché?”

“Così,” rispose lui. “L’altro giorno mi dicevi che c’era quel tipo un po’ insistente.”

Una pausa.

Non era un’accusa. Non ancora. Ma non era nemmeno una domanda casuale.

Elena si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia con un gesto leggero. “Ce ne sono sempre,” disse, con un mezzo sorriso. “Fa un po’ parte del lavoro, no?”

Enrico accennò un sorriso anche lui, ma lo sguardo restò un attimo più fermo. “E tu come li gestisci?”

“Come vuoi che li gestisca,” rispose lei, con una naturalezza quasi perfetta. “Li ignoro. O li prendo in giro, dipende.”

“Li prendi in giro…” ripeté lui, come se stesse pesando le parole.

Elena inclinò la testa. “Ti dà fastidio?”

“Non lo so,” disse Enrico, onesto fino a un certo punto. “Forse sì. Un po’…”

Lei sorrise, ma stavolta c’era qualcosa di più. Non solo ironia. Una specie di scintilla.

“Sei geloso.”

Non era una domanda.

Enrico esitò appena. “Il giusto.”

“Quanto basta per non annoiarmi,” disse lei, riprendendo le parole dette all’altro ragazzo qualche giorno prima…

Lui abbassò lo sguardo sul piatto, poi lo rialzò. “Elena,” disse, con calma, “non è un gioco per me.”

Quella frase restò lì, sospesa. Non pesante, ma piena.

“Neanche per me,” disse piano. “Ma questo non vuol dire che non posso divertirmi un po’.”

Enrico non replicò subito. Si limitò ad annuire, ma stavolta il gesto era più lento, meno convinto. Come se qualcosa dentro non tornasse più perfettamente al suo posto.

La cena finì così, senza uno scontro vero, ma con una tensione sottile che continuava a scorrere sotto le parole. Dopo, si spostarono sul divano. La televisione accesa senza volume, più per riempire il silenzio che per essere guardata davvero.

Elena si rannicchiò accanto a lui, appoggiando la testa sulla sua spalla. Enrico le passò un braccio intorno, in un gesto automatico, ma meno distratto del solito. Era presente, fin troppo.

Il telefono di Elena era sul tavolino, a pochi centimetri dalla mano.

Vibrò.

Un suono breve, secco.

Elena lo sentì subito. Il corpo reagì prima ancora della testa, con una tensione impercettibile che però non sfuggì del tutto.

Non si mosse.

Enrico, invece, abbassò lo sguardo verso il tavolino.

“Non rispondi?” chiese, con un tono neutro, forse troppo neutro.

Elena esitò un attimo. Poi allungò la mano, prese il telefono, lo sbloccò.

Lo schermo si accese.

Per un istante, i suoi occhi si fermarono su quel nome.

Non disse nulla.

Ma non fu il silenzio a tradirla.

Fu il tempo che impiegò a decidere cosa fare.

Elena rimase con il telefono acceso tra le mani, gli occhi fermi sullo schermo come se stesse leggendo qualcosa di più lungo di quanto fosse in realtà. Il tempo si dilatò quel tanto che bastava perché il gesto diventasse significativo, più di qualsiasi parola.

Enrico non si sporse, non cercò di vedere. Non era nel suo modo. Ma osservava. Non tanto il telefono, quanto lei: il modo in cui le dita restavano immobili, il respiro leggermente trattenuto, quella pausa che non era naturale.

“Chi è?” chiese lui, mantenendo la voce bassa, quasi neutra.

Elena fece un mezzo sorriso, ancora senza guardarlo. “Ehm… Cose di lavoro.”

Tecnicamente vero.

Appoggiò il telefono sul tavolino. Un gesto rapido, ma non abbastanza rapido da sembrare spontaneo. Poi si sistemò meglio contro di lui, come a ricostruire una posizione già vista, già vissuta.

Enrico lasciò passare qualche secondo. Non insisteva mai subito. Era questo, forse, che fino a quel momento aveva tenuto insieme le cose: il suo modo di non forzare, di non invadere.

“Comunque prima hai esitato,” disse, semplicemente.

Non era un’accusa. Era una constatazione.

Elena inspirò appena, come se quella frase l’avesse sorpresa più di quanto volesse ammettere. Per un istante sembrò sul punto di dire qualcosa di più, poi scelse la via più facile.

“Sei troppo pressante,” rispose, con un sorriso leggero. “Dovresti rilassarti un po’.”

“Può darsi,” disse lui.

“Ma qualcosa non mi torna.”

Silenzio.

Elena lo fissò, senza difese apparenti, ma con una tensione nuova, meno controllata. Per la prima volta, il gioco non era completamente nelle sue mani.

E proprio lì, in quel piccolo scarto, successe qualcosa di diverso da prima: non una rottura, non ancora, ma la consapevolezza che continuare così avrebbe richiesto più attenzione, più fatica, forse più di quanto valesse davvero la pena.

Il telefono, sul tavolino, vibrò di nuovo.

Stavolta il suono sembrò più forte.

Nessuno dei due si mosse subito.

Enrico non guardò il telefono. Guardò lei.

Elena, invece, non poté evitare di sollevare il telefono e abbassare lo sguardo per un istante.

*Non vedo l’ora di rimetterti il cazzo in gola 😜*

Una brivido di eccitazione scorse in lei.

E in quell’istante, per quanto breve, qualcosa diventò evidente. Non il contenuto del messaggio, non il nome sullo schermo. Ma il fatto che ormai non fosse più possibile negare che non sapesse più smettere di cornificare Enrico.
scritto il
2026-04-29
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