Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Ventiduesimo episodio

di
genere
dominazione

Non mi decidevo a uscire. Non mi aspettavo che Karen potesse avere il desiderio di usare un dildo su di me. Quella novità mi aveva spiazzato del tutto. Sapevo che la sua evoluzione non era completa, ma mai mi sarei aspettato che lei volesse addirittura incularmi.
Dopo alcuni minuti, la vidi sulla porta. “Sto cominciando a rompermi i coglioni, ciccio. O vieni da solo o ti trascino io dopo averti riempito di botte.” Aveva messo le mani sui fianchi, conscia della sua superiorità assoluta, ma io non riuscivo a muovermi. Troppa paura. E Karen dovette agire. Mi afferrò per un braccio e, malgrado io facessi leva su tutta la mia forza, mi trascinò agevolmente fino all’ingresso della nostra camera per poi spingermi dentro.
“No, no”, urlai, mentre lei avanzava verso di me. Riuscii però solo a farla ridere.
“Bravo, ciccio, reagisci che mi farai divertire di più.”
Non sapevo cosa fare, mentre lei mi guardava come una predatrice osserva la sua preda. Soprattutto, non sapevo come difendermi. La differenza era abissale tra noi due. Era dotata di una forza nettamente superiore alla mia, e in più sapeva combattere. Malgrado questa consapevolezza, quella volta decisi di vendere cara la pelle. Avevo accettato tutto, ma quel coso proprio no. Quando mi afferrò le mani, provai a mettere tutta la mia forza per contrastarla, ma capii subito che era inutile. Mi piego le braccia fino a costringermi in ginocchio, per poi sedersi a cavalcioni sulle mie spalle. Sembrava stesse semplicemente giocando con me. Continuavo però a dimenarmi, e Karen si vide costretta ad aumentare la stretta intorno al collo. Sentivo l’aria che abbandonava i miei polmoni e la respirazione farsi sempre più complicata. Mi agitavo come un ossesso, muovendo le mie braccia per cercare qualche appiglio, per tentare di togliermela da sopra, e sentii chiaramente il mio gomito colpirla in faccia. E dovevo averla colpita anche piuttosto forte perché lasciò la presa sul mio collo e potei rialzarmi. La osservai in faccia. La mia gomitata non aveva lasciato grossi segni, ma capii immediatamente che per me si sarebbe messa molto male.
“Brutto stronzo. Adesso sono incazzata e non starò più molto attenta”, mi disse infatti.
“Non volevo. Non l’ho fatto apposta. Volevo solo liberarmi”, piagnucolai. Inutilmente, perché mi colpì con un perfetto stile da karateka prima allo stomaco e poi alla testa. Due calci dati in meno di un secondo con la stessa gamba, precisi e dolorosi. Caddi a terra come una pera cotta, mezzo intontito. Era la prima volta che mi colpiva con quella violenza. Non ero del tutto svenuto, ma sentivo tutto ovattato intorno a me. Mi sentii sollevare di peso.
“Adesso vediamo se ti azzarderai ancora a colpirmi.” Mi arrivò un tremendo pugno allo stomaco che mi spezzò in due il respiro.
“Basta! Basta, ti prego. Non lo farò più.”
“Oh, certo che non lo farai più, coglione. Mi hai costretta a farti del male e non volevo. I patti erano chiari. Finché tu resterai qui sarai il mio schiavo. E adesso non mi fermerò. Alla fine ci penserai un milione di volte prima di reagire.” Un altro schiaffo e caddi di nuovo. Mi raggomitolai in posizione fetale tremando di paura. L’avevo fatta arrabbiare. Mi arrivarono dei calci che penetrarono la misera difesa che le mie mani facevano al volto. Si fermò mentre io piangevo ormai a dirotto. Provai a rialzarmi, ma barcollavo vistosamente. Il calcio al volto era stato terrificante. Appena fui carponi però, Karen balzò di nuovo sopra di me schiacciandomi il petto contro il pavimento, per poi afferrarmi le gambe incrociandomele dietro. Mi stava procurando un dolore enorme che aumentò quando mise le sue natiche proprio sulla mia testa iniziando poi a muoversi, facendo strusciare la mia faccia sulla moquette.
“Basta, basta, faro quello che vuoi”, la implorai.
Inizialmente non mi rispose. Mi lasciò le caviglie ma mi afferrò i polsi, torcendomeli dietro la schiena. “Avrei voluto evitare tutto questo, ma voglio che ti ficchi bene in testa chi comanda. Sono io la più forte e posso farti fare qualsiasi cosa. La prossima volta che tu ti azzardi a contestare un mio ordine, non mi limiterò a questo, ma ti farò veramente male. Se io ti ordino di fare una cosa, tu la fai immediatamente. E’ chiaro Mike?”
“Sì, sì, è chiaro”, biascicai. Malgrado questo, sentii la torsione aumentare. Mugolai di dolore mentre il mio pianto ormai era a dirotto.
“Allora, ripetilo, coglione. Chi comanda?”
“Tu, comandi tu”, risposi tra i singhiozzi.
“Adesso ti lascio. Se provi a scappare o a fare qualche movimento, ti massacro di botte.”
“Non farò niente, ma lasciami. Non riesco a più a sopportare tutto questo dolore.”
Fu di parola e mi lasciò ma, appena fummo entrambi in piedi, mi arrivò un manrovescio di inaudita potenza che mi mandò di nuovo a terra.
“ Alzati, non ho finito.”
Mi accucciai ai suoi piedi e le strinsi le gambe. Stavo tremando di paura e volevo farle capire che non mi sarei più azzardato a contestare un suo ordine, ma Karen mi afferrò per i capelli costringendomi a rialzarmi, e poi di nuovo un pesante manrovescio. Mi afferrò per il mento mandandomi a sbattere contro il muro. Scivolai mezzo intontito lungo quel muro sempre continuando a singhiozzare.
“Ti prego, basta”, la implorai. Non avevo più orgoglio.
Mi mise un piede sopra la testa. “Adesso vedremo se ti azzarderai di nuovo a ribellarti.” Mi tolse il piede dalla testa e mi fece cenno di alzarmi. Tremavo come una foglia, ma Karen non era ancora soddisfatta. La mia ribellione era stata inaspettata per lei, e forse voleva risolvere la questione in modo tale da indurmi ad accettare qualsiasi cosa in futuro. Mi afferrò per un braccio e mi trascinò di peso fuori dalla camera per condurmi nel bagno. Poi mi afferrò per la nuca e fece forza mettendomi la testa dentro il water. Cercavo di resistere ma era troppo più forte di me, e la mia faccia era ormai a un centimetro dall’acqua.
“Per l’amor del cielo, Karen”, riuscii a dirle.
“Vedi, ciccio, per me è un gioco da ragazzi costringerti in questa posizione. La tua ribellione meritava la giusta punizione. E’ questa la vera dominazione. Non puoi accettare solo ciò che te lo fa venire duro, ma anche quello che potrebbe non piacerti. Uno schiavo gode soprattutto nel vedere il piacere della sua padrona.”
Aveva ragione! Aveva pienamente ragione, ma ormai non potevo fare più nulla. Continuavo a fare forza per non andare con la faccia dentro l’acqua del water, ma se volevo un’altra dimostrazione della sua potenza, la ebbi quando lei forzò ancora un po’ e la mia faccia si immerse nel liquido. Ero completamente terrorizzato e non potevo fare niente. Ero nelle mani di Karen. Mi ci lasciò per una decina di secondi poi sentii la sua mano liberarmi la nuca. Mi rialzai respirando in modo affannoso per la paura provata.
“Basta, ti prego.”
“Voglio sentire a tua pietà. Implorami e forse smetterò.”
Mi inginocchiai al suo cospetto, e lei mi mise di nuovo un piede in testa. Le afferrai quel piede che simboleggiava la sua superiorità assoluta e glielo baciai. “Ti chiedo pietà, Karen, non mi picchiare ancora.” Alzai per un attimo la testa, giusto in tempo per vedersi formare sulla sua bocca un sorriso soddisfatto.
“Perfetto! Vedo che cominciamo a ragionare. Adesso ascoltami bene. Ti legherò come un salame e poi ti inculerò. Vuoi fare ancora resistenza?”
“No, Karen”
“Perfetto, tesoro. Anche perché avrai compreso, spero in maniera definitiva, chi comanda. Ora datti una lavata e poi torna immediatamente in camera da letto. E stavolta se non vieni immediatamente ricomincio a prenderti a sberle. Chiaro?”
Accennai con la testa di sì e feci quanto mi aveva ordinato, per poi tornare in camera. Karen era seduta sul bordo del letto, calma, conscia del potere che ormai aveva nei miei confronti. Aprì il suo comodino ed estrasse alcune corde, segno che aveva pianificato tutto. Iniziò a legarmi prima i polsi e poi gli avambracci. Era diventata brava a legare visto che ormai il bondage era diventata una delle sue pratiche preferite. Con il suo piede mi divaricò le gambe e mi legò le caviglie alle gambe del letto. Infine, mi annodò una corda stretta attorno al collo, facendo passare l’altro capo dietro la mia testa. Tirò poi la mia testa verso il bordo del letto e mi legò alla vita stringendo i nodi. Prese il dildo e me lo appoggiò sulla bocca. Cominciai a mugolare. Mi tastò le natiche, tra le cosce, anticipando con le dita quello che probabilmente mi avrebbe fatto tra poco con il dildo. Il mio corpo si irrigidì e iniziai a tremare. Per alcuni secondi calò il silenzio assoluto, rotto soltanto dai miei pianti, poi però sentii la sua voce imperiosa risuonare nella stanza.
“Adesso volta la testa e apri la bocca.”
Girai la testa per quel poco che potevo fare. Aveva indossato il dildo. Un’appendice assurda messa su quel corpo forte ma estremamente femminile. Eppure, quel pene finto le regalava qualcosa che inizialmente non riuscivo a capire. Ma poi ci arrivai. Le regalava la potenza, il comando. Il membro maschile era stato sempre visto come sinonimo di potenza. A mia moglie mancava soltanto quella cosa, e capivo perché aveva voluto a tutti i costi inserire quella pratica. Doveva essere la sublimazione del suo potere nei miei confronti. Me lo mise in bocca, probabilmente per far sì che lo lubrificassi bene con la mia saliva. Muovevo la testa avanti e indietro, per quel poco che riuscivo considerando le mie legature, per spompinare bene quel fallo. Alzai gli occhi su di lei. Era divertita ed eccitata. Dominare era ormai la sua natura. Dopo alcuni minuti, me lo tolse dalla bocca e mi venne dietro. Il mio tremore si era fatto innaturale. Provai ad aprire bocca ma le parole mi uscivano confuse.
“Ti…Ti prego. Fai piano”, riuscii comunque a dire.
Mia moglie mi accarezzò. “Cerca di rilassarti. Ti farà male ma so che ce la puoi fare. E so che lo farai per me.” La sua voce, diventata improvvisamente dolce, ebbe il potere di tranquillizzarmi un po’. Ero nelle mani di mia moglie, della donna che amavo e veneravo. Mi avrebbe fatto male, ma io dovevo resistere. Capii che lei doveva giungere al culmine della sua dominazione. Mi avrebbe umiliato, ma poi mi avrebbe consolato teneramente. Strinsi i denti quando sentii la punta del dildo sul mio buchetto. E poi un dolore assurdo. Sentivo chiaramente i colpi delle sue anche ma, ciononostante, e malgrado io avessi lubrificato il dildo, questo faceva difficoltà a entrare.
“Fa male”, gridai
“Smettila o sentirai più dolore. Ti stai irrigidendo troppo. Rilassati perché adesso spingerò più forte visto che non è entrato tutto.”
Respirai profondamente e poi di nuovo un picco di dolore. Era entrato tutto. Mi afferrò per i fianchi e le sue spinte si fecero sempre più forti e veloci. Mi stava inculando con tutto il desiderio che aveva. La sentii godere di piacere. La parte posteriore del dildo, in particolare il pomello, sfregava sulla sua vagina, e le aveva regalato un orgasmo che dovette essere molto intenso perché fu costretta a fermarsi. Ma poi riprese a muoversi, stavolta con colpi d’anca più lunghi e profondi. Il dildo entrava e usciva dal mio culo e… E qualcosa iniziavo a sentire anche io. Il dolore era sempre intenso, ma a quel dolore si stava aggiungendo un piacere inaspettato, tanto che il cazzo mi divenne dritto. Era incredibile ma mi stava piacendo. Forse perché sfregava sulla prostata, ma quello che era sicuro era che non trovavo più sgradevole quel corpo estraneo, malgrado il dolore non fosse affatto attenuato.
Karen continuava a spingere come una forsennata. “Ti piace eh? Adesso voglio che te ne vieni. Voglio che tu venga mentre ti rompo il culo. Perché tu sei la mia troietta personale. Gridalo. Cosa sei tu?”
“La tua troietta personale”, urlai, proprio mentre iniziai a spruzzare. Cercai di spostare il volto, ma Karen me lo rimise proprio in direzione della fuoriuscita dello sperma che colpì in pieno la mia faccia. Spruzzai diverse volte, e dopo mi accasciai sfinito. Solo allora Karen mi sfilò il dildo dal culo. Iniziò a slegarmi, e potei finalmente sgranchirmi tutti gli arti indolenziti. Ma mia moglie non aveva terminato. Mi indicò il pavimento e io compresi che dovevo inginocchiarmi ai suoi piedi. Aveva ancora il dildo attaccato ai fianchi.
“Adesso lecca. Voglio vederlo pulito come se fosse nuovo, pronto per essere usato quando deciderò di incularti di nuovo.” Me lo misi in bocca e fui costretto a pulirlo come mia moglie mi aveva ordinato, muovendo la testa avanti e indietro. Avevo le forze di stomaco, ma proseguii imperterrito. Non volevo dare una scusa a mia moglie per picchiarmi di nuovo, e spompinavo quel fallo che mi aveva appena sverginato il culo fino a quando Karen si accorse che risplendeva. Con tutta calma se lo tolse per poi ordinarmi di accenderle una sigaretta, un altro simbolo del suo potere su di me, e infine si sdraiò sul letto. Io feci altrettanto. Ero spossato, avevo pianto tutte le lacrime che avevo ed ero dolorante in ogni parte del corpo. Eppure, mi sentivo stranamente bene psicologicamente. Ero stato suo! Ed era stato, malgrado il dolore, qualcosa di inspiegabilmente intrigante. Mi dissi che ero stato un idiota per aver osato ribellarmi a mia moglie, alla mia padrona assoluta, e prendermi così un sacco di botte. Avrei dovuto accettare tutto subito, attenermi ai suoi ordini, e avrei goduto ancor di più. E quello era ancora il mio limite, un limite che dovevo assolutamente superare se volevo godere completamente delle straordinarie sensazioni che regalava la sottomissione a una donna fantastica come mia moglie. Karen, forse percependo ciò che stavo pensando in quel momento, mi venne vicino e mi abbracciò teneramente.
“La prossima volta che deciderò di incularti, e succederà spesso, non fare lo stronzo e accetta subito quello che ti farò. Non ti legherò più ma dovrai stare calmo.”
“Si, Karen, non mi ribellerò più”, le dissi stringendomi a lei in cerca di protezione.
“Altrimenti sai cosa ti succederà, vero?”
“Sì, Karen. Mi picchierai e poi farai ugualmente ciò che vuoi.”
Vidi spuntare sulla sua bocca perfetta un sorriso meraviglioso. “Bravo, Mike, così mi piaci”
La guardai. Così bella, così forte, così sicura. Le baciai il braccio che mi teneva stretto a lei, sentendo quei muscoli d’acciaio che mi avevano sottomesso, e mi sentii bene, in pace con me stesso e col mondo che mi circondava. “Ti amo, Karen”, le dissi e lei sorrise compiaciuta accarezzandomi.
"Ti amo anch’io, Mike. In modo diverso da come ti amavo prima, ma ti amo.” Era la prima volta che me lo diceva da quando aveva iniziato la sua dominazione, e il mio cuore sobbalzò. Ero pieno di dubbi riguardo i suoi sentimenti. Come avrebbe potuto una donna del genere, una donna in grado di avere qualsiasi uomo solo schioccando le dita, amare uno come me? Eppure, io sentivo che era sincera. Pensavo di essere diventato esattamente quello che lei voleva che io fossi. E ne ero felice perché quello era l’unico modo per continuare ad averla accanto a me. Ma il mio cambiamento, malgrado ciò che pensavo in quel momento, non era ancora completato. E soprattutto, non era completato il suo.
scritto il
2026-03-03
4 7
visite
3
voti
valutazione
6.3
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.