Scomparso per un anno:il segreto sotto il pavimento di M.
di
Mrac8
genere
pulp
ATTENZIONE!
Questo racconto inventato ispirato al film"il centipede umano",è incentrato sull aspetto psicologo e sull argomento della sopravvivenza oltre l umiliazione.
Si vuole porre l accento sull aspetto mentale di una vittima per provare ad immaginare cosa prova chi subisce un umiliazione brutale e dove si spinge la mente in queste situazioni.
M., 43 anni
A prima vista M. non attira attenzione. È il tipo di donna che si fa notare.Ma non eccessivamente se la si guarda senza paragonarla al passato.Capelli nerissimi tinti con cura ossessiva, tagliati con una frangetta precisa che le incornicia lo sguardo. Il corpo è magro, mantenuto con disciplina più mentale che fisica; anche il dettaglio del suo aspetto che alcuni noterebbero come “costruito” è in realtà parte di un’attenzione maniacale all’immagine, un modo per controllare la percezione che gli altri hanno di lei.
Ma M. non è sempre stata così.
Anni prima era diversa: più trascurata, più trasparente nella sua esistenza quotidiana.In una parola,anonima. È nel tempo che ha imparato a cancellarsi e ricostruirsi. Ogni cambiamento estetico non è stato vanità, ma strategia. Ogni dettaglio del suo corpo e del suo modo di presentarsi è diventato una maschera scelta con precisione chirurgica.
Nessuno, guardandola oggi, direbbe che sotto quella normalità si è sedimentato un pensiero fisso, lento, costruito nel silenzio per anni. Un’idea che non è esplosa, ma si è solidificata come una struttura invisibile.
M. non vive nella fretta. Osserva. Ascolta. Ricorda.
La sua forza non è la violenza, ma la capacità di non essere notata. Di essere sempre “una delle tante”. È questo che le permette di muoversi nel mondo senza lasciare attrito, come se ogni sua interazione fosse già stata prevista molto prima di accadere.
Il suo piano non è mai stato un evento improvviso, ma un processo lungo, quasi metodico, nato da una convinzione maturata nel tempo: che la realtà fosse qualcosa da riscrivere dall’interno, senza mai attirare lo sguardo su chi tiene la penna.
E così M. continua a vivere così: perfettamente ordinaria, perfettamente invisibile, perfettamente coerente con la sua doppia esistenza.
Da circa un anno si indaga sulla scomparsa di un ragazzo. Un caso inizialmente considerato come uno dei tanti: un allontanamento volontario, forse una fuga improvvisa, poi lentamente diventato qualcosa di più opaco. Le testimonianze sono frammentarie, i contatti ultimi confusi, le tracce digitali svanite con una precisione quasi innaturale.
Non ci sono certezze, solo vuoti.
E in questi vuoti, M. continua a vivere la sua quotidianità immacolata. Lavora, saluta i vicini, frequenta luoghi sempre diversi ma mai abbastanza distintivi da lasciarle addosso un’impronta. È sempre presente e sempre altrove allo stesso tempo.
Il ragazzo sembra scomparso nel nulla.
Non ci sono immagini di fuga, nessun movimento evidente nelle ore successive, nessun testimone che ricordi qualcosa di davvero utile. È come se, a un certo punto, la sua presenza si fosse semplicemente interrotta, senza lasciare attrito nel mondo.
All’inizio questa assenza viene trattata come un vuoto temporaneo: un telefono spento, un ritardo, una scelta impulsiva. Ma col passare dei giorni il vuoto non si riempie. Si espande, diventando una domanda che nessuno riesce più a chiudere.
Gli investigatori ripercorrono la sua vita a ritroso: abitudini, amicizie, spostamenti. Tutto appare normale, forse troppo normale. Nessuna rottura, nessun segnale forte. Solo una serie di giornate uguali che si dissolvono in un punto preciso, senza spiegazione.
Qualche settimana dopo il primo incontro con gli investigatori, M. si presenta spontaneamente negli uffici delle forze dell’ordine. Non è la comparsa casuale di qualcuno che vuole nascondersi: entra con passi misurati, documenti ordinati in una cartella elegante, chiavette USB, fotografie, persino alcuni file audio. Ogni elemento è catalogato, come se fosse già pronto per essere esaminato.
Gli agenti la guardano increduli. Non è comune che una persona legata a un’indagine così delicata decida di consegnarsi così, senza apparente pressione.
“Ho pensato potesse essere utile,” dice M. con voce calma, misurata, quasi educata. “Tutto ciò che ho raccolto riguarda il ragazzo scomparso. Non saprei come altrimenti farvelo avere.”
L’investigatore affermato, che era già stato informato del suo arrivo, la osserva da dietro il vetro divisorio della stanza d’interrogatorio. Qualcosa in quel gesto non gli torna. Non c’è traccia di fretta, di ansia, di pentimento. Tutto è calcolato.
“Perché?” chiede infine, entrando nella stanza con il taccuino in mano. “Perché portarci tutto questo adesso?”
M. inclina appena la testa. “Forse perché certe cose, se non vengono viste, rimangono invisibili. E io non voglio essere invisibile.”
L’investigatore sente un brivido. Non è la paura della violenza, ma quella sottile inquietudine di chi capisce che la mente davanti a sé funziona secondo regole incomprensibili. Ogni documento, ogni immagine, ogni registrazione sembra calcolata per mostrare solo ciò che lei vuole, senza aprire veramente porte che non vuole che vengano aperte.
E così, mentre lui inizia a sfogliare il materiale, la sensazione cresce: M. non è semplicemente una testimone. Non è nemmeno una sospettata in senso tradizionale. È un enigma vivente. E lei, per qualche motivo, ha deciso di posizionarsi proprio davanti a loro, con precisione chirurgica, lasciando che fossero gli altri a cercare di capire ciò che lei già sa.
Entrati dopo poche ore a casa di M. e dopo aver trapanato le mattonelle il cemento trovano il ragazzo,in condizioni pietose con la bocca incollata e siliconata al tubo di scarico del wc di casa.
Dopo le prime cure emergono gli strascichi,la bocca ha numerose piaghe al suo interno e i muscoli della bocca hanno subito una paresi.
Non ritornerà come prima ma potrà vivere una vita dignitosa.
"Non saprei dire con precisione quanto tempo sia passato prima che smettessi di aspettare. All'inizio ero convinto che qualcuno mi avrebbe trovato. Pensavo ai miei amici, alla mia famiglia, agli investigatori. Immaginavo che stessero ricostruendo i miei spostamenti e che prima o poi sarebbero arrivati. Ogni rumore mi faceva sperare che fosse il momento della liberazione.
Con il passare del tempo, però, quella speranza ha iniziato a consumarsi. Le giornate hanno perso significato. Non sapevo più distinguere una settimana da un mese e a volte mi sembrava che il tempo stesso si fosse fermato. Vivevo nell'attesa di qualcosa che non arrivava mai.
La cosa che mi ha fatto più male non è stata la sofferenza fisica. È stato rendermi conto che il mondo continuava a esistere senza di me. Da qualche parte la gente andava al lavoro, usciva la sera, faceva progetti per il futuro. Io invece ero diventato un'assenza. Una persona che per tutti gli altri sembrava semplicemente svanita.
Lei continuava a vivere la sua vita come se nulla fosse. Quando la sentivo parlare, il tono della sua voce era sempre tranquillo, quasi gentile. Raccontava episodi banali della sua giornata, commentava cose senza importanza. Era questo che mi spaventava più di tutto: la normalità. Per lei quello che stava accadendo era compatibile con una vita ordinaria. Poteva fare la spesa, salutare i vicini e poi tornare da me come se fosse la cosa più naturale del mondo.
La sua crudeltà non era forse nemmeno essere li sotto ma non avermi mai e ripeto mai rivolto la parola,inesistente.
Anche i "pasti" finirono per diventare una parte della routine. La prima volta avevo reagito con disgusto, rabbia e incredulità. La mia mente rifiutava l'idea stessa di ciò che mi veniva imposto. Ogni istinto mi diceva di oppormi, di resistere.
Ma il corpo e la mente hanno un limite. Dopo settimane, poi mesi, capii che continuare a combattere ogni singolo giorno contro la stessa realtà mi avrebbe fatto impazzire. Così iniziai a separare il significato dall'atto. Non pensavo più alla merda come a merda. Cercavo di considerarla soltanto come qualcosa che mi avrebbe permesso di arrivare al giorno successivo.
Mi vergogno ancora oggi ad ammetterlo, ma a volte aspettavo quel momento. Non perché avessi smesso di trovarlo orribile, ma perché rappresentava uno dei pochi eventi prevedibili della giornata. In un'esistenza dove tutto era stato cancellato, persino quell'orrore aveva assunto una forma di regolarità.
Fu allora che compresi quanto una persona possa adattarsi pur di non perdere completamente la ragione. Non stavo accettando ciò che mi stava accadendo. Stavo semplicemente cercando di sopravvivere abbastanza a lungo da poter un giorno raccontarlo".
M. ha un ultima richiesta prima della reclusione per l ergastolo ricevuto,poter incontrare il ragazzo per scusarsi.
Non è un diritto ma le viene concesso soprattutto dalla vittima,dopotutto è anche un bel gesto dopo la pagina piu brutta della storia dei crimini.
È quasi tutto pronto ed M. ed il ragazzo si incontrano divisi da un vetro.
Dopo un espressione seria e impassibile,spunta un sorriso beffardo sul volto di M.
"Ci tenevo a rivederti,sai,non ti vedevo da un bel po di tempo"
"Immagino sia stato brutto e volevo farti sapere che per me è stato bellissimo"
"Almeno puoi guardare in faccia chi ti ha usato per un anno come cesso".
Le guardie entrano di corsa sentendo queste parole.
Uno sputo carico di disprezzo da parte di M. colpisce il vetro divisorio.
Viene subito portata in cella.
Questo racconto inventato ispirato al film"il centipede umano",è incentrato sull aspetto psicologo e sull argomento della sopravvivenza oltre l umiliazione.
Si vuole porre l accento sull aspetto mentale di una vittima per provare ad immaginare cosa prova chi subisce un umiliazione brutale e dove si spinge la mente in queste situazioni.
M., 43 anni
A prima vista M. non attira attenzione. È il tipo di donna che si fa notare.Ma non eccessivamente se la si guarda senza paragonarla al passato.Capelli nerissimi tinti con cura ossessiva, tagliati con una frangetta precisa che le incornicia lo sguardo. Il corpo è magro, mantenuto con disciplina più mentale che fisica; anche il dettaglio del suo aspetto che alcuni noterebbero come “costruito” è in realtà parte di un’attenzione maniacale all’immagine, un modo per controllare la percezione che gli altri hanno di lei.
Ma M. non è sempre stata così.
Anni prima era diversa: più trascurata, più trasparente nella sua esistenza quotidiana.In una parola,anonima. È nel tempo che ha imparato a cancellarsi e ricostruirsi. Ogni cambiamento estetico non è stato vanità, ma strategia. Ogni dettaglio del suo corpo e del suo modo di presentarsi è diventato una maschera scelta con precisione chirurgica.
Nessuno, guardandola oggi, direbbe che sotto quella normalità si è sedimentato un pensiero fisso, lento, costruito nel silenzio per anni. Un’idea che non è esplosa, ma si è solidificata come una struttura invisibile.
M. non vive nella fretta. Osserva. Ascolta. Ricorda.
La sua forza non è la violenza, ma la capacità di non essere notata. Di essere sempre “una delle tante”. È questo che le permette di muoversi nel mondo senza lasciare attrito, come se ogni sua interazione fosse già stata prevista molto prima di accadere.
Il suo piano non è mai stato un evento improvviso, ma un processo lungo, quasi metodico, nato da una convinzione maturata nel tempo: che la realtà fosse qualcosa da riscrivere dall’interno, senza mai attirare lo sguardo su chi tiene la penna.
E così M. continua a vivere così: perfettamente ordinaria, perfettamente invisibile, perfettamente coerente con la sua doppia esistenza.
Da circa un anno si indaga sulla scomparsa di un ragazzo. Un caso inizialmente considerato come uno dei tanti: un allontanamento volontario, forse una fuga improvvisa, poi lentamente diventato qualcosa di più opaco. Le testimonianze sono frammentarie, i contatti ultimi confusi, le tracce digitali svanite con una precisione quasi innaturale.
Non ci sono certezze, solo vuoti.
E in questi vuoti, M. continua a vivere la sua quotidianità immacolata. Lavora, saluta i vicini, frequenta luoghi sempre diversi ma mai abbastanza distintivi da lasciarle addosso un’impronta. È sempre presente e sempre altrove allo stesso tempo.
Il ragazzo sembra scomparso nel nulla.
Non ci sono immagini di fuga, nessun movimento evidente nelle ore successive, nessun testimone che ricordi qualcosa di davvero utile. È come se, a un certo punto, la sua presenza si fosse semplicemente interrotta, senza lasciare attrito nel mondo.
All’inizio questa assenza viene trattata come un vuoto temporaneo: un telefono spento, un ritardo, una scelta impulsiva. Ma col passare dei giorni il vuoto non si riempie. Si espande, diventando una domanda che nessuno riesce più a chiudere.
Gli investigatori ripercorrono la sua vita a ritroso: abitudini, amicizie, spostamenti. Tutto appare normale, forse troppo normale. Nessuna rottura, nessun segnale forte. Solo una serie di giornate uguali che si dissolvono in un punto preciso, senza spiegazione.
Qualche settimana dopo il primo incontro con gli investigatori, M. si presenta spontaneamente negli uffici delle forze dell’ordine. Non è la comparsa casuale di qualcuno che vuole nascondersi: entra con passi misurati, documenti ordinati in una cartella elegante, chiavette USB, fotografie, persino alcuni file audio. Ogni elemento è catalogato, come se fosse già pronto per essere esaminato.
Gli agenti la guardano increduli. Non è comune che una persona legata a un’indagine così delicata decida di consegnarsi così, senza apparente pressione.
“Ho pensato potesse essere utile,” dice M. con voce calma, misurata, quasi educata. “Tutto ciò che ho raccolto riguarda il ragazzo scomparso. Non saprei come altrimenti farvelo avere.”
L’investigatore affermato, che era già stato informato del suo arrivo, la osserva da dietro il vetro divisorio della stanza d’interrogatorio. Qualcosa in quel gesto non gli torna. Non c’è traccia di fretta, di ansia, di pentimento. Tutto è calcolato.
“Perché?” chiede infine, entrando nella stanza con il taccuino in mano. “Perché portarci tutto questo adesso?”
M. inclina appena la testa. “Forse perché certe cose, se non vengono viste, rimangono invisibili. E io non voglio essere invisibile.”
L’investigatore sente un brivido. Non è la paura della violenza, ma quella sottile inquietudine di chi capisce che la mente davanti a sé funziona secondo regole incomprensibili. Ogni documento, ogni immagine, ogni registrazione sembra calcolata per mostrare solo ciò che lei vuole, senza aprire veramente porte che non vuole che vengano aperte.
E così, mentre lui inizia a sfogliare il materiale, la sensazione cresce: M. non è semplicemente una testimone. Non è nemmeno una sospettata in senso tradizionale. È un enigma vivente. E lei, per qualche motivo, ha deciso di posizionarsi proprio davanti a loro, con precisione chirurgica, lasciando che fossero gli altri a cercare di capire ciò che lei già sa.
Entrati dopo poche ore a casa di M. e dopo aver trapanato le mattonelle il cemento trovano il ragazzo,in condizioni pietose con la bocca incollata e siliconata al tubo di scarico del wc di casa.
Dopo le prime cure emergono gli strascichi,la bocca ha numerose piaghe al suo interno e i muscoli della bocca hanno subito una paresi.
Non ritornerà come prima ma potrà vivere una vita dignitosa.
"Non saprei dire con precisione quanto tempo sia passato prima che smettessi di aspettare. All'inizio ero convinto che qualcuno mi avrebbe trovato. Pensavo ai miei amici, alla mia famiglia, agli investigatori. Immaginavo che stessero ricostruendo i miei spostamenti e che prima o poi sarebbero arrivati. Ogni rumore mi faceva sperare che fosse il momento della liberazione.
Con il passare del tempo, però, quella speranza ha iniziato a consumarsi. Le giornate hanno perso significato. Non sapevo più distinguere una settimana da un mese e a volte mi sembrava che il tempo stesso si fosse fermato. Vivevo nell'attesa di qualcosa che non arrivava mai.
La cosa che mi ha fatto più male non è stata la sofferenza fisica. È stato rendermi conto che il mondo continuava a esistere senza di me. Da qualche parte la gente andava al lavoro, usciva la sera, faceva progetti per il futuro. Io invece ero diventato un'assenza. Una persona che per tutti gli altri sembrava semplicemente svanita.
Lei continuava a vivere la sua vita come se nulla fosse. Quando la sentivo parlare, il tono della sua voce era sempre tranquillo, quasi gentile. Raccontava episodi banali della sua giornata, commentava cose senza importanza. Era questo che mi spaventava più di tutto: la normalità. Per lei quello che stava accadendo era compatibile con una vita ordinaria. Poteva fare la spesa, salutare i vicini e poi tornare da me come se fosse la cosa più naturale del mondo.
La sua crudeltà non era forse nemmeno essere li sotto ma non avermi mai e ripeto mai rivolto la parola,inesistente.
Anche i "pasti" finirono per diventare una parte della routine. La prima volta avevo reagito con disgusto, rabbia e incredulità. La mia mente rifiutava l'idea stessa di ciò che mi veniva imposto. Ogni istinto mi diceva di oppormi, di resistere.
Ma il corpo e la mente hanno un limite. Dopo settimane, poi mesi, capii che continuare a combattere ogni singolo giorno contro la stessa realtà mi avrebbe fatto impazzire. Così iniziai a separare il significato dall'atto. Non pensavo più alla merda come a merda. Cercavo di considerarla soltanto come qualcosa che mi avrebbe permesso di arrivare al giorno successivo.
Mi vergogno ancora oggi ad ammetterlo, ma a volte aspettavo quel momento. Non perché avessi smesso di trovarlo orribile, ma perché rappresentava uno dei pochi eventi prevedibili della giornata. In un'esistenza dove tutto era stato cancellato, persino quell'orrore aveva assunto una forma di regolarità.
Fu allora che compresi quanto una persona possa adattarsi pur di non perdere completamente la ragione. Non stavo accettando ciò che mi stava accadendo. Stavo semplicemente cercando di sopravvivere abbastanza a lungo da poter un giorno raccontarlo".
M. ha un ultima richiesta prima della reclusione per l ergastolo ricevuto,poter incontrare il ragazzo per scusarsi.
Non è un diritto ma le viene concesso soprattutto dalla vittima,dopotutto è anche un bel gesto dopo la pagina piu brutta della storia dei crimini.
È quasi tutto pronto ed M. ed il ragazzo si incontrano divisi da un vetro.
Dopo un espressione seria e impassibile,spunta un sorriso beffardo sul volto di M.
"Ci tenevo a rivederti,sai,non ti vedevo da un bel po di tempo"
"Immagino sia stato brutto e volevo farti sapere che per me è stato bellissimo"
"Almeno puoi guardare in faccia chi ti ha usato per un anno come cesso".
Le guardie entrano di corsa sentendo queste parole.
Uno sputo carico di disprezzo da parte di M. colpisce il vetro divisorio.
Viene subito portata in cella.
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