Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Ventitreesimo episodio

di
genere
dominazione

Era una sera apparentemente come tante altre. Io aspettavo ansioso il suo rientro a casa dopo aver trascorso l’intera giornata da solo, una giornata che trascorrevo unicamente in funzione del suo ritorno. Andavo a fare la spesa e poi rimanevo a casa. Molte di quelle ore le trascorrevo facendo le pulizie. Sapevo che se mia moglie, al suo ritorno, avesse trovato qualcosa sporco, mi avrebbe riempito di sberle e, naturalmente, volevo evitare le percosse. Per il resto della giornata, ascoltavo musica, mi mettevo sul computer e leggevo libri all’interno del mio ufficio, che era una specie di rifugio per me. Circa un’ora prima del suo abituale rientro a casa, che avveniva poco dopo le 20, io mi spogliavo e iniziavo a preparare la cena. E, appena sentivo il suono del campanello, il mio cuore cominciava ad aumentare vorticosamente i suoi battiti. Da una parte, la felicità di poterla finalmente rivedere, e dall’altra la tensione che mi portava spesso al tremore. Bastava una sciocchezza e mi prendevo una sonora sequenza di sganassoni che mi portavano inevitabilmente a piangere come un bambino. Andai ad aprire anche quella sera e mi inginocchiai ripetendo la filastrocca che lei voleva sentire. Era incantevole, come sempre. Abito ben sopra il ginocchio, calze sensuali, trucco che era sempre più appariscente e tacchi sempre più alti. Il tempo in cui evitava i tacchi per non farmi sentire in soggezione era ormai finito. Quella era un’altra Karen. Quella che invece avevo dinanzi a me era una splendida giovane donna consapevole delle sue potenzialità e del potere che aveva. E, soprattutto, che amava caratterizzare la sua superiorità nei miei confronti anche attraverso il suo abbigliamento. E anche quella, a mio parere, era una mossa perfettamente studiata da parte sua. Più la vedevo bella e più mi sentivo inadeguato a lei e, di conseguenza, maggiormente sottomesso. Un po’ come faceva con la sua forza fisica. Non mi picchiava forte. Beh, gli schiffi erano violenti e dolorosi, ma avevo la sensazione che stesse attenta a non farmi troppo male e a non causarmi danni, limitandosi a dimostrarmi cosa avrebbe potuto farmi se si fosse arrabbiata veramente con me. Come quella volta che, dopo averle acceso la sigaretta, mi afferrò il polso con due dita. Solo due dita, ma tanto bastarono per farmi contorcere dal dolore. Sapeva dove premere, quali punti toccare e, come ogni volta, ero alla sua mercé.
“Sai, ciccio, domani sera uscirò con un mio collega a cena e, naturalmente, tu dovrai stare zitto. O potrei anche arrabbiarmi, non è così?” mi disse con nonchalance, mentre mi stringeva il polso causandomi un dolore atroce.
“Sì, certo, Karen”, risposi piangendo. Ormai le lacrime mi accompagnavano ogni qualvolta accadeva qualcosa del genere. Lei invece era calmissima, come se non stesse facendo alcuno sforzo. Fumava tranquillamente mentre io continuavo a sentire un dolore che mi entrava nel cervello. Ma quello che mi faceva disperare non era tanto il dolore, ma la consapevolezza che eravamo giunti a destinazione. Non la mia destinazione ma quella che credevo fosse la sua: il tradimento.
“Mi aspetterai sveglio. Potrei avere bisogno di qualcosa e tu devi essere sempre a mia disposizione."
“Come tu vuoi, Karen ma, ti prego, lasciami. Mi stai spezzando il polso.”
Non mi lasciò e sentii il dolore acuirsi.“ Te lo spezzerò se e quando lo riterrò opportuno. Mi basterebbe aumentare un po’ la pressione e il tuo polso è fratturato. Mi puoi credere sulla parola.”
Ero ormai scivolato a terra e l’unica cosa che volevo era far terminare quella tortura. “Basta, Karen, ti scongiuro. Ti chiedo pietà. Ti aspetterò sveglio, farò tutto quello che vuoi, ma lasciami.”
“Perché tu devi fare tutto quello che ti ordino?”
“Perché sei tu che comandi, perché sei superiore, ed è giusto che io obbedisca.”
Mi lasciò andare finalmente e io iniziai a massaggiarmi il polso sempre proseguendo a piangere.
“Molto bene. E’ davvero piacevole avere un marito così obbediente”, concluse, accarezzandomi poi per farmi smettere di piangere. Eppure, nonostante tutto, la mia unica paura era quella di non rimanere con lei. Anche quella sera, malgrado mi avesse quasi spezzato il polso, malgrado mi avesse fatto piangere, malgrado mi avesse detto con nonchalance che usciva con un altro uomo, io mi sentivo felice solo per poter stare al suo fianco. E quella vita sotto di lei era sempre più bella ed eccitante. L’unico problema ormai era quello del possibile tradimento, e pensavo che oramai fossimo giunti al capolinea. Cosa sarebbe accaduto? Per quanto mi riguardava, ero ormai talmente sottomesso che avrei accettato, pur di non perderla. Ma lei? Si sarebbe accontentata? Avrebbe continuato a volermi al suo fianco? O avrebbe fatto paragoni e mi avrebbe lasciato? Faticai a prendere sonno, col pensiero fisso di lei che usciva con un altro. E mi venivano in mente scene dove la vedevo scopare con quello sconosciuto, ridendo mentre diceva al suo amante che a casa l'aspettava il marito schiavo e cornuto.
Per tutto il giorno seguente non riuscii a pensare a nient’altro, torturandomi al pensiero di lei con un altro e, quando venne la sera, la tortura assunse dimensioni grandiose. La vedevo farsi bellissima, indossare un abitino cortissimo e aderente, le sue ormai solite scarpe col tacco altissimo e a spillo, i capelli freschi di parrucchiere, il trucco inappuntabile col suo rossetto rosso. Era semplicemente meravigliosa... e usciva con un altro. Tutti i miei timori si erano ormai tramutati in realtà. Mi ordinò di accenderle una sigaretta e mi fece mettere in ginocchio ai suoi piedi.
“Stasera farò tardi. Come ti ho detto ieri, ti voglio sveglio al mio rientro. E’ chiaro, Mike?”
“Sì, Karen”, le risposi con le lacrime che mi scendevano copiose. Lei invece sorrise. Il potere nei miei confronti la inebriava. Mi avrebbe tradito? Sarebbe andata a letto con quell’uomo? Era ormai inevitabile. E pensai che forse era anche colpa mia per non essere ancora diventato lo schiavo che lei voleva. La vidi uscire e mi gettai sul letto a singhiozzare. Era inutile girarci intorno. Lei poteva fare qualsiasi cosa e io dovevo sperare che tornasse a casa da me, dal suo schiavo che la adorava. Le ore passarono lente e finalmente, alle due di notte passate, la sentii rincasare. Come al solito, come ogni volta che rientrava a casa, mi misi in ginocchio e le sciorinai il solito ritornello che lei voleva sentire. Si mise seduta sulla sua poltrona.
“Uffa, questi tacchi sono davvero fastidiosi. Fammi un bel massaggio.” Ovviamente, mi dedicai ai suoi piedi, ma non ebbi il coraggio di chiederle cosa avesse fatto. Non ne avevo il diritto. Lo fece però lei. Si fece accendere la sua solita sigaretta e, mentre fumava, mi osservò, intento a massaggiarle e baciarle i piedi con il massimo della devozione e dell'amore.
“Vuoi sapere cosa ci ho fatto?” Avevo il cuore che sembrava uscirmi dal petto. Stava per dirmi ciò che mai avrei voluto sentire dalla sua bocca.
“Io… Se tu vuoi. Sei tu che decidi”, le risposi invece.
“Cosa faresti se ti dicessi che ci ho scopato?”
“Io… Niente. Sei tu che comandi e se tu lo hai fatto significa che è giusto”, risposi infine. Era quello che sentivo realmente. Lei poteva fare quello che voleva e io potevo fare solo quello che mi ordinava.
Karen mi sollevò il mento con l’altro piede, quello che non stavo massaggiando in quel nmomento, e poi la vidi sorridere. “Non ci ho scopato. Non me la sono sentita, malgrado mi piacesse come uomo.”
Quasi non credevo a ciò che mi aveva detto. Avevo dato per scontato che sarebbe andata a letto con l’uomo col quale era uscita, e mi sentii quasi catapultato in un’altra dimensione. Mia moglie, la mia padrona, la mia bellissima Karen non era andata a letto con un altro. La tensione accumulata mi fece scoppiare nell’ennesimo pianto a dirotto.
Io… Io sono felice che tu non l’abbia fatto”, le dissi.
Sentii la sua mano accarezzarmi la testa, come fa una padrona col suo cane. "Lo so che tu ne sei felice. E io sono felice di non averlo fatto. Sai perché non ci sono andata a letto?”
La osservai e scossi la testa. “No, non lo so.”
Un sorriso si materializzò sulla sua bocca, e quella volta non era un sorriso ironico e tantomeno un sorriso sadico. Era un sorriso che mi ricordava la Karen di prima, la ragazza dolce e tenera. “Perché ti amo, scemo. E perché non ho bisogno di andare con un altro per essere soddisfatta sessualmente in quanto ho già tutto qui, a casa mia, con te.”
Alzai lo sguardo per guardarla mentre avevo il cuore che sembrava dovesse balzarmi fuori dal petto. “Io… Io non… Io non so cosa dire. So solo di essere felice come mai lo sono stato in passato.”
Mi accarezzò di nuovo. “Tempo fa, quando affrontammo quest’argomento, ti dissi che non sapevo cosa avrei fatto. Ora lo so. Stasera… Stasera lui ci ha provato e io… No, non sono pronta, e forse non lo sarò mai. Sono scesa da casa con l’intenzione di farci sesso. Non perché sentissi il bisogno di scopare, ma per aumentare il mio potere. Mi dicevo che quello era un tassello che dovevo assolutamente inserire per diventare la padrona perfetta ma, man mano che il tempo passava, mi dicevo che avrei fatto una grossa cazzata. Mi sono chiesta cosa volessi e la risposta era semplice. Io voglio un marito schiavo, voglio accanto a me un marito obbediente che faccia tutto quello che io voglio, adoro incuterti paura, farti tremare con uno sguardo, vederti inginocchiato ai miei piedi come adesso. Io… Io non ho bisogno di scopare con un altro per sentirmi padrona assoluta. Lo sono già.”
Ero rimasto a sentirla estasiato. Le baciai i piedi. “Grazie, amore mio. E io farò tutto quello che posso per non farti cambiare idea.”
Lei sorrise dandomi un lieve calcetto sul viso. “Questo non significa che ti farò sconti. Il mio percorso è praticamente completato ma, prima o poi, capiterà qualche altra cosa che tu dovrai accettare senza se e senza ma. Lo sai vero?”
“Sì, Karen, lo so. Tu sei un essere superiore, e hai il diritto di fare tutto quello che tu dovessi ritenere opportuno”, le dissi. E per me era veramente un essere superiore.
“Beh, oggi è stata una lunghissima giornata. E’ ora di andare a letto”, mi disse toccandomi di nuovo la testa per poi scoppiare a ridere “E’ liscia e non ci sono corna. E forse non ci saranno mai se io avrò il marito sottomesso che voglio.”
“Lo avrai, amore mio. Lo avrai perché so che ti farà felice avere un marito schiavo. E anche perché farà felice me.”
Mi fece cenno di alzarmi e mi prese la mano per poi accarezzarmi il volto con l’altra mano. “E’ dura, vero?” mi chiese.
“A volte sì, ma è meraviglioso”, risposi d’istinto.
“L’ho capito subito che ti piaceva. E sono sicura che ti piacerà ancora di più quando… Quando il tuo percorso sarà completato.”
Deglutii. “E quando sarà completato?”
Sembrò rifletterci. La sua fronte si era aggrottata e le sue labbra si erano sporte in avanti come quelle delle ragazze che si fanno i selfie. “Io sono già pronta. Tu ancora no.”
“Dimmi cosa devo fare per essere ciò che vuoi”, le chiesi quasi implorandola. Volevo essere l’uomo, il marito, lo schiavo che lei voleva. A tutti i costi.
Lei invece mi baciò sulla bocca. Prima castamente, unendo le nostre labbra, poi in modo più sensuale, con le nostre lingue che si intrecciavano. Non avevo ormai più dubbi. Io l'amavo come donna e come padrona. E, quando le due cose coincidevano, come in quel momento, il mio amore raggiungeva vette smisurate. Terminò di baciarmi e mi leccai le labbra ancora intrise del suo sapore, mentre lei mi accarezzò, facendomi venire un brivido per tutto il corpo.
“Come ti ho detto, il mio percorso è completato. Ci saranno altre novità ma, in linea di massima, sono diventata quella che voglio essere. Ora dovrai completare il tuo. Ma dovrai farlo da solo. Io posso darti ordini, posso obbligarti a fare una cosa, a compiere un’azione invece di un'altra, ma non posso cambiare le tue sensazioni. Dovrai farlo da solo senza che io ti obblighi a farlo.”
Annuii. Capivo cosa Karen voleva e mi ripromisi di proseguire quel percorso perché quella era la vita che io volevo fare. “Sarò l’uomo che tu vuoi. Non dovrai cercare le sensazioni che ami fuori dalla nostra casa. ”
Lei scoppiò a ridere poi si fece improvvisamente seria. “Vorresti che tornassi la Karen di prima, la moglie carina, dolce e semplice?”
La baciai sulle labbra. “No, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ho una moglie padrona e l’unica cosa che voglio è meritarmela. Niente altro conta per me”, conclusi osservando con gioia il nuovo sorriso che le era spuntato sul suo bellissimo volto.
Mi prese la mano per andare a letto. Ora dovevo solo scoprire cosa mi mancava, e poi sarei stato lo schiavo perfetto per mia moglie. Era quello il mio obiettivo, e dovevo perseguirlo con tutte le mie forze.
scritto il
2026-03-07
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