Magic
di
Stemmy
genere
saffico
Il mondo si è ristretto a tre cose: il bruciore dolce nei polsi sollevati, il ronzio profondo che mi vibra dentro le ossa… e lei.
Il morsetto sui capezzoli tira ogni volta che il petto si alza per respirare; è un dolore piccolo, costante, che si trasforma in calore liquido ogni pochi secondi. Lo sento pulsare in sincronia con il clitoride, come se tutto il mio corpo fosse un unico circuito elettrico che lei sta sovraccaricando con calma deliberata.
La wand… oddio, la wand.
È premuta proprio lì, esattamente dove serve di più, ma non abbastanza forte da farmi venire subito. Lei sa. Sa che se aumentasse solo di un paio di millimetri la pressione o la velocità, esploderei in trenta secondi. Invece la tiene lì, ferma, crudele nella sua precisione, lasciandomi oscillare sul bordo per minuti interi.
Sento il calore accumularsi, il basso ventre che si contrae inutilmente, i muscoli interni che si stringono intorno al nulla perché non c’è niente dentro di me… solo questa vibrazione esterna che mi scava, mi svuota, mi riempie di bisogno.
Il bavaglio mi fa sbavare. Lo sento colare piano sul mento, caldo e umido, e so che lei lo vede. So che le piace.
Vorrei implorarla con gli occhi, ma quando ci provo – quando alzo lo sguardo supplichevole – lei sorride quel sorriso lento, quasi tenero, e sposta la wand di un centimetro più in basso.
Il sollievo dura due secondi, poi il vuoto mi fa quasi singhiozzare.
Voglio urlare “ti prego”, ma esce solo un gemito gorgogliato, ridicolo e disperato.
Cosa voglio che mi faccia?
Voglio che non smetta mai… e voglio che mi faccia venire fino a implorare che smetta.
Voglio che alzi la potenza fino a farmi tremare tutta, fino a quando le gambe non reggono più e gli stivali slittano sul pavimento.
Voglio che mi tenga lì, al limite, per un’altra eternità, sussurrandomi all’orecchio cose come “brava ragazza… ancora un po’… resisti per me”.
Voglio che mi tolga il gag solo per sentirmi singhiozzare il suo nome, per farle capire quanto sono distrutta e quanto la desidero.
Voglio che mi infili finalmente qualcosa dentro – le dita, un plug, il suo strap-on, qualsiasi cosa – mentre continua a torturarmi il clitoride con la wand, così posso contrarmi intorno a lei e venire così forte da vedere le stelle.
E poi…
voglio che mi faccia venire di nuovo.
E ancora.
Fino a quando non riesco più a distinguere il piacere dal dolore, fino a quando non resto solo un fascio di nervi tremante, bagnata, esausta, sua.
Perché anche ora, con le braccia che bruciano e il respiro che manca, con il cuore che martella e il sesso che pulsa come se stesse per esplodere…
mi sento al sicuro.
Mi sento esattamente dove voglio essere:
nelle sue mani.
stemmy75@gmail.com
Il morsetto sui capezzoli tira ogni volta che il petto si alza per respirare; è un dolore piccolo, costante, che si trasforma in calore liquido ogni pochi secondi. Lo sento pulsare in sincronia con il clitoride, come se tutto il mio corpo fosse un unico circuito elettrico che lei sta sovraccaricando con calma deliberata.
La wand… oddio, la wand.
È premuta proprio lì, esattamente dove serve di più, ma non abbastanza forte da farmi venire subito. Lei sa. Sa che se aumentasse solo di un paio di millimetri la pressione o la velocità, esploderei in trenta secondi. Invece la tiene lì, ferma, crudele nella sua precisione, lasciandomi oscillare sul bordo per minuti interi.
Sento il calore accumularsi, il basso ventre che si contrae inutilmente, i muscoli interni che si stringono intorno al nulla perché non c’è niente dentro di me… solo questa vibrazione esterna che mi scava, mi svuota, mi riempie di bisogno.
Il bavaglio mi fa sbavare. Lo sento colare piano sul mento, caldo e umido, e so che lei lo vede. So che le piace.
Vorrei implorarla con gli occhi, ma quando ci provo – quando alzo lo sguardo supplichevole – lei sorride quel sorriso lento, quasi tenero, e sposta la wand di un centimetro più in basso.
Il sollievo dura due secondi, poi il vuoto mi fa quasi singhiozzare.
Voglio urlare “ti prego”, ma esce solo un gemito gorgogliato, ridicolo e disperato.
Cosa voglio che mi faccia?
Voglio che non smetta mai… e voglio che mi faccia venire fino a implorare che smetta.
Voglio che alzi la potenza fino a farmi tremare tutta, fino a quando le gambe non reggono più e gli stivali slittano sul pavimento.
Voglio che mi tenga lì, al limite, per un’altra eternità, sussurrandomi all’orecchio cose come “brava ragazza… ancora un po’… resisti per me”.
Voglio che mi tolga il gag solo per sentirmi singhiozzare il suo nome, per farle capire quanto sono distrutta e quanto la desidero.
Voglio che mi infili finalmente qualcosa dentro – le dita, un plug, il suo strap-on, qualsiasi cosa – mentre continua a torturarmi il clitoride con la wand, così posso contrarmi intorno a lei e venire così forte da vedere le stelle.
E poi…
voglio che mi faccia venire di nuovo.
E ancora.
Fino a quando non riesco più a distinguere il piacere dal dolore, fino a quando non resto solo un fascio di nervi tremante, bagnata, esausta, sua.
Perché anche ora, con le braccia che bruciano e il respiro che manca, con il cuore che martella e il sesso che pulsa come se stesse per esplodere…
mi sento al sicuro.
Mi sento esattamente dove voglio essere:
nelle sue mani.
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