Cassandra e le due donne - 8
di
Stemmy
genere
saffico
Il giorno dopo, l’atmosfera in casa di Marika era diversa. Più lucida, più strategica. Il piacere della notte precedente era già stato archiviato, distillato in qualcosa di utile.
Marika era seduta al tavolo della cucina, impeccabile come sempre, una tazza di caffè tra le mani. Paola le stava di fronte, in ascolto, da brava sottomessa. Tra loro non c’era bisogno di molte premesse.
“Cassandra ha bisogno di uno spazio,” disse Marika con calma. “E quello spazio va creato.”
Paola sollevò lo sguardo, già intuendo la direzione del discorso. «Parli di Claudia.»
Marika annuì lentamente. “Claudia è emotivamente corretta, leale. Non si muoverà finché sente un legame, anche se ancora fragile. Quel legame va incrinato, non distrutto. Solo reso… permeabile.”
Fece una pausa, poi continuò, con la voce ferma: “Il punto debole non è lei. È lui.”
Paola sorrise appena. “Il ragazzo.”
“Esatto.” Marika appoggiò la tazza. “Lavora in ufficio, orari regolari. Dopo il lavoro va spesso a fare aperitivo con i colleghi, sempre nello stesso bar. Un posto informale, rumoroso, dove le difese si abbassano facilmente.”
Paola incrociò le gambe. “Che tipo è?”
“Normale,” rispose Marika. “Ambizioso, un po’ vanitoso. Abituato a essere desiderato senza doverlo davvero meritare. È proprio questo il punto.”
Si sporse leggermente in avanti. “Tu non devi forzare nulla. Devi solo esserci. Presentarti come una possibilità. Ascolto, attenzione, uno sguardo che arriva un secondo prima del momento giusto.”
Paola annuì, già dentro il ruolo. “E Cassandra?”
“Cassandra farà il resto, figa com’è sarà perfettamente in grado di fare breccia in Claudia” disse Marika con un mezzo sorriso. “Quando Claudia sentirà che qualcosa si è rotto, che la sicurezza non è più tale, cercherà conforto. E Cassandra sarà lì. Autentica, presente, diversa.”
Si alzò, come a chiudere la conversazione. “Non stiamo creando una frattura. Stiamo aprendo una fessura.”
Paola si alzò a sua volta. “Dimmi quando.”
Marika prese il telefono, scorrendo rapidamente. “Stasera ti mando l’orario preciso e il nome del bar. Il resto… lo sai già fare.”
I loro sguardi si incrociarono. Non c’era eccitazione in quel momento. Solo controllo. E’ una partita appena iniziata.
Per Marika, ottenere informazioni non era mai stato un problema.
In quella città il suo nome non compariva quasi mai apertamente, eppure era ovunque. Nei consigli di amministrazione, nei salotti privati, nelle cene riservate dove si decidevano carriere, alleanze e rovine con un sorriso e un calice di vino in mano.
Aveva imparato presto che il vero potere non stava nel farsi vedere, ma nel sapere. Sapeva chi tradiva chi, chi aveva un vizio da nascondere, chi una debolezza che non poteva permettersi di diventare pubblica. Segreti piccoli e grandi, raccolti con pazienza, ascolto, e quella capacità tutta sua di far sentire le persone al sicuro mentre si esponevano.
Marika non rubava informazioni: gliele regalavano.
Perché con lei si parlava troppo. Perché sapeva ascoltare senza giudicare. Perché dava l’illusione che nulla di ciò che veniva detto sarebbe mai uscito da quella stanza.
Un’illusione, appunto.
Custodiva segreti di persone influenti e potenti come altri custodiscono gioielli: con cura, con ordine, sapendo esattamente quando indossarli. Non era una donna vendicativa, né impulsiva. Ma quando un obiettivo lo richiedeva, quando una partita andava vinta, non si faceva scrupoli a usare ciò che aveva. Sempre con eleganza. Sempre senza lasciare impronte.
Nel caso di Claudia e del suo ragazzo, non c’era stato bisogno di nulla di clamoroso. Qualche telefonata, un nome pronunciato nel contesto giusto, un favore chiesto a chi gliene doveva già uno. In poche ore aveva orari, abitudini, luoghi. Tutto ciò che serviva per muovere i pezzi con precisione.
Per Marika, non era manipolazione.
Era architettura.
E Cassandra, ancora senza rendersene conto fino in fondo, stava camminando all’interno di una struttura disegnata con cura. Una struttura in cui desiderio, potere e ricompensa non erano mai separati. Solo distribuiti con intelligenza.
Paola entrò nel bar con naturalezza, come se fosse un gesto abituale, uno di quelli che non attirano l’attenzione proprio perché sembrano spontanei. L’ambiente era quello tipico dell’aperitivo post-ufficio: voci sovrapposte, risate trattenute, giacche slacciate e cravatte allentate.
Si sedette a un tavolino poco distante da due uomini. Non troppo vicino da sembrare invadente, non troppo lontano da passare inosservata. Tirò fuori il telefono e finse di essere immersa in una conversazione, abbassando leggermente la voce, sorridendo a tratti, accavallando le gambe con un gesto studiato ma mai forzato.
Mauro era lì con un collega. Stavano parlando del loro capo, con quel misto di ironia e insofferenza tipico di chi condivide lo stesso ufficio. Ma bastarono pochi secondi perché entrambi lanciassero uno sguardo verso di lei. Poi un altro. Poi ancora uno, meno discreto.
Paola lo sapeva.
Non accelerò nulla.
Fu il collega di Mauro a rompere il ghiaccio, con la goffaggine tipica di chi sente l’obbligo di provarci prima che lo faccia qualcun altro. “Scusa… ti va un drink?”
Paola abbassò il telefono lentamente, come se fosse stata strappata a malincuore dalla chiamata. Sorrise. Un sorriso aperto, non difensivo. “Oh… davvero? Grazie, è gentile.”
Si unirono al loro tavolo senza fretta. Le presentazioni furono informali, leggere. Lei disse di chiamarsi Laura. Lo fece senza esitazione, come se quel nome le appartenesse da sempre.
Le battute iniziarono a scorrere con facilità. Commenti sul lavoro, sul traffico, sull’aria di fine giornata che rendeva tutto più sopportabile. Paola rideva al momento giusto, faceva domande semplici ma mirate. Lasciava spazio, ma non troppo.
Mauro la guardava con attenzione crescente. Non c’era nulla di esplicito in quel momento, solo quella sensazione sottile di essere visti. Scelti.
Quando arrivò il momento di salutarsi, fu quasi naturale scambiarsi i contatti. Mauro prese il telefono, digitò il nome: Laura. Paola lo osservò farlo, con quell’espressione leggera che non promette nulla, ma lascia intendere molto.
Mentre usciva dal bar, Paola sapeva di aver piantato il seme giusto.
Non aveva forzato nulla.
Aveva solo aperto una possibilità.
Il giorno dopo, come previsto, i messaggi arrivarono puntuali.
Paola li lesse con calma, mentre beveva il caffè del mattino, seduta al tavolo della cucina di Marika. Prima quello del collega, prevedibile, leggero, quasi impersonale. Poi quello di Mauro.
Il suo tono era diverso. Più curato. Le scriveva che gli era piaciuto parlare con lei, che era raro poter discutere di lavoro senza sentirsi giudicati o annoiati. Che la conversazione del giorno prima gli era rimasta addosso più del previsto. E chiudeva con una proposta: replicare l’aperitivo, magari già quel pomeriggio, dopo l’ufficio.
Paola sorrise appena.
Era esattamente dove doveva essere.
Non rispose subito. Lasciò passare qualche minuto, il tempo giusto perché l’attesa lavorasse per lei. Poi scrisse con naturalezza, senza entusiasmo e senza freddezza.
Gli disse che anche a lei aveva fatto piacere parlare con lui, ma rilanciò con leggerezza: perché limitarsi a un aperitivo frettoloso dopo il lavoro? Meglio prendersi il tempo giusto. La sera stessa. Un drink, con calma.
Al messaggio seguì un indirizzo.
Una delle case di Marika, discreta, elegante, perfetta per non destare sospetti. Paola la conosceva bene. Sapeva già come muoversi lì dentro, come usare lo spazio, le luci, il silenzio e le telecamere, nascoste.
Ore 20.
Semplice. Diretto. Nessuna emoticon, nessuna promessa.
Quando inviò il messaggio, posò il telefono sul tavolo e incrociò le gambe. Non c’era fretta, né eccitazione. Solo la consapevolezza che il primo passo era stato fatto, e che Mauro aveva appena accettato un invito senza sapere davvero dove lo stesse portando.
Da qualche parte, in quella stessa città, Marika stava già immaginando le conseguenze.
Marika la chiamò nel tardo pomeriggio. La sua voce era calma, controllata, come sempre.
"Paola… voglio ringraziarti."
Ci fu una breve pausa dall’altra parte.
"So che per te non è semplice. So quanto ti facciano schifo gli uomini. E proprio per questo il tuo non è un gesto scontato. È un sacrificio."
Paola sospirò piano, senza rispondere subito.
"Non dimentico mai ciò che fai per me," continuò Marika. "E come sempre, sarai ricompensata. In modo adeguato."
Poi il tono cambiò, diventando più pratico.
"Prima che arrivi, assicurati di mettere in funzione le telecamere. Tutte. Fai una prova completa: audio, angolazioni, luci. Voglio che funzioni tutto alla perfezione."
Un accenno di sorriso le attraversò la voce.
"Non lasciamo nulla al caso. Questa sera è importante."
La chiamata si chiuse così, senza altre spiegazioni.
Paola rimase qualche secondo con il telefono in mano, poi si alzò. Era ora di preparare la scena.
Paola si presentò all’appuntamento impeccabile.
Aveva scelto con cura ogni dettaglio: l’abito elegante ma sobrio, il trucco preciso senza essere aggressivo, i capelli raccolti in un’acconciatura che lasciava il collo scoperto. Non era vanità, era disciplina. Non voleva deludere Marika, né nell’esecuzione né nello stile.
Il bar era già animato quando arrivò. Mauro la notò subito, con quel sorriso istintivo di chi riconosce qualcosa di desiderabile prima ancora di capirne il motivo. Bevvero un drink insieme, uno solo. Paola lo fece scorrere via in fretta, senza dargli il tempo di trasformarsi in abitudine. La conversazione fu leggera, più personale rispetto al giorno prima, fatta di mezze confidenze e sguardi che duravano un istante in più del necessario.
Fu lei, con naturalezza assoluta, a proporre di spostarsi.
“Qui è troppo rumoroso,” disse semplicemente. “A casa mia possiamo stare più tranquilli.”
Mauro accettò senza esitazioni, come se quella proposta fosse stata inevitabile fin dall’inizio. Uscirono dal bar fianco a fianco, immersi in quell’eccitazione sottile che nasce quando si ha l’impressione di aver appena imboccato una strada diversa dal solito.
L’auto si allontanò lentamente, diretta verso l’appartamento.
Paola guardava la strada davanti a sé, concentrata, perfettamente presente. La serata non era ancora cominciata davvero, ma ogni cosa stava andando esattamente come previsto.
L’attico era bellissimo, luminoso, sospeso sopra la città come un segreto ben custodito. Grandi vetrate, arredi essenziali ma costosi, il silenzio ovattato di chi può permettersi di stare lontano dal rumore. Paola osservò per un istante l’effetto che quello spazio faceva su Mauro, poi sorrise con naturalezza.
"È di mio padre," disse con leggerezza studiata. "È spesso all’estero. Non ama gli alberghi."
Un’altra bugia elegante, che scivolò senza attrito. Mauro annuì, già mezzo conquistato da quell’idea di ricchezza discreta, di privilegi mai ostentati. Versarono un altro drink, bevuto più lentamente del primo, con quella calma che nasce quando la distanza tra due corpi inizia a ridursi.
Le parole si fecero rade. Fu Mauro a baciarla per primo, con un gesto che voleva sembrare sicuro e invece tradiva una fretta nervosa. Paola ricambiò, lasciandosi guidare all’indietro fino al divano. Lì, quell’arredo minimale perse ogni rigidità e divenne un’alcova improvvisata, intima, carica di promesse.
Dentro di sé, però, Paola si allontanò. Per trovare il calore giusto, per sentire davvero il corpo rispondere, dovette pensare a Marika. Al modo in cui sapeva toccarla senza fretta, allo sguardo che non chiedeva nulla ma prendeva tutto. A come, con una sola parola sussurrata, riusciva a farle dimenticare il disgusto e trasformarlo in obbedienza, in piacere silenzioso.
Fu quel pensiero a farle sciogliere le spalle, a rendere credibile ogni sospiro. Mauro non se ne accorse, ovviamente. Ma da qualche parte, invisibili e attente, le telecamere iniziavano a fare il loro lavoro.
Le mani di Mauro erano ovunque, impazienti, pesanti, guidate più dall’istinto che dall’ascolto. Paola lo sentì addosso come una forza bruta, quasi animale, e capì che quella foga giocava a suo favore. Più lui accelerava, più lei poteva abbreviare il tempo, controllare l’esito.
Si lasciò guidare, con una partecipazione studiata, abbastanza credibile da non destare sospetti. Ogni gesto era calibrato per condurlo dove voleva lei, senza oltrepassare il limite che si era imposta. Il divano scricchiolava piano, complice silenzioso di una scena che non le apparteneva davvero.
Dentro, però, Paola era altrove. Ancora una volta pensò a Marika: al suo sguardo fermo, al modo in cui sapeva comandare e sottometterla senza alzare la voce. Quel pensiero le diede il distacco necessario per sopportare il contatto, per trasformare il disgusto in freddezza operativa.
Mauro era ormai completamente preso da sé stesso, ignaro di tutto il resto. E Paola lo sapeva: mancava poco. Bastava resistere ancora un istante, recitare fino in fondo la parte, mentre gli occhi invisibili continuavano a osservare, a registrare, a custodire un altro segreto destinato a diventare utile.
Le prese il cazzo, duro come un pezzo di marmo, ed iniziò a menarlo lentamente. Ad ogni colpo un gemito da parte di Mauro che arrivò all’orgasmo con un’eiaculazione precoce ed un suono gutturale che a Paola sembrò il grugnito di un maiale.
Quando tutto finì, Paola rimise ordine con gesti rapidi e impersonali. Mauro se ne andò poco dopo, soddisfatto e inconsapevole, convinto di aver vissuto una serata fortunata. Lei restò sola nell’attico, il silenzio a ricoprire ogni cosa come una coperta pesante.
Spense le luci, controllò per l’ultima volta che tutto fosse stato registrato, poi inviò un messaggio essenziale a Marika: fatto. Nessun dettaglio, non serviva. Tra loro bastava così.
Più tardi, tornando a casa, Paola sentì addosso la stanchezza e una sottile forma di vuoto. Ma sapeva che il suo sacrificio aveva aperto una porta. E in quella città, quando Marika apriva una porta, qualcuno, da qualche parte, stava per cadere.
Marika aveva già escluso l’idea di usare il video. Sarebbe stato un potere rozzo, troppo diretto. Claudia non andava spezzata con una prova schiacciante, ma con qualcosa di più sottile, più umano: il dubbio che diventa certezza davanti agli occhi. Il video sarebbe stato usato solo in caso di estremo bisogno, anche perchè la coincidenza tra il tradimento e la seduzione messa in atto da Cassandra poteva non essere giudicata casuale. Quindi il video era importante ma stava in panchina.
Seduta nel suo salotto, Marika ricostruiva la scena come una regista. Un luogo pubblico, neutro, luminoso. Un bar frequentato, dove i baci non sono scandalo ma neppure invisibili. Paola e Mauro lì, insieme, abbastanza vicini da tradirsi da soli. Non clandestini, non nascosti: naturali. Ed è proprio questo che avrebbe fatto più male.
Per questo serviva Cassandra.
La chiamò nel primo pomeriggio, con quella voce calma che non ammetteva repliche. Le spiegò il piano senza fretta, come se stesse parlando di un aperitivo qualsiasi. Cassandra avrebbe scritto a Claudia, proponendole un drink dopo il lavoro, nello stesso bar. Un invito innocente, quasi spontaneo. Claudia non avrebbe sospettato nulla: Cassandra, ai suoi occhi, era ancora una presenza laterale, rassicurante.
Marika sapeva che il tempismo era tutto. Paola e Mauro sarebbero arrivati per primi, qualche minuto prima. Avrebbero ordinato, si sarebbero rilassati. Poi, quando Claudia fosse entrata, non sarebbe successo nulla di immediato. Nessuna scena. Solo un bacio rubato, magari una risata troppo intima, un gesto che non lasciava spazio a interpretazioni.
“Deve sembrare un caso”, spiegò Marika a Cassandra. “Tu non devi indicare nulla. Lascia che sia lei a vedere. Quando una donna scopre da sola, il colpo è più profondo.”
Cassandra ascoltava in silenzio, sentendo dentro di sé una tensione nuova: paura, eccitazione, ambizione. Capiva che quello era il primo vero passo. Non un gesto di seduzione, ma di strategia. Stava entrando nel gioco sul serio.
Marika concluse con poche parole, precise come sempre. “Da quel momento, Claudia sarà vulnerabile. E quando una persona è vulnerabile, cerca appigli. Tu sarai lì.”
La trappola era pronta. E nessuno, tranne loro, ne vedeva ancora i fili.
Il bar era pieno del solito rumore di fine giornata: bicchieri che tintinnavano, risate leggere, musica bassa. Cassandra arrivò per prima, come d’accordo, e scelse un tavolino defilato ma con una visuale ampia sulla sala. Pochi minuti dopo vide entrare Paola e Mauro.
Erano naturali. Troppo.
Si sedettero vicini, parlarono, risero. Nulla che potesse sembrare una prova, nulla che gridasse colpa. E proprio per questo funzionava. Cassandra sentì un brivido attraversarle la schiena quando, quasi distrattamente, Mauro si chinò verso Paola e la baciò. Un gesto breve, spontaneo, da coppia che non ha nulla da nascondere.
In quell’istante Claudia varcò la soglia del locale.
Cassandra la vide fermarsi, come se il pavimento le si fosse improvvisamente inclinato sotto i piedi. Il suo sguardo si fissò su quel tavolino, su quel bacio che si stava già sciogliendo, su quella confidenza che non lasciava appigli alla speranza. Il volto di Claudia perse colore, le labbra si schiusero appena, ma non disse nulla. Nessuna scena. Nessun grido.
Si voltò di scatto e uscì.
Cassandra si alzò subito, il cuore che batteva forte, e la seguì fuori. La trovò a pochi metri dall’ingresso, ferma sul marciapiede, le braccia strette attorno al corpo come a proteggersi dal freddo che non c’era.
“Claudia…” la chiamò piano.
Lei si voltò, gli occhi lucidi ma asciutti. “Lo hai visto anche tu, vero?” disse, con una voce che non tremava quanto avrebbe dovuto. “Dimmi che non me lo sono immaginata.”
Cassandra scosse lentamente la testa e le si avvicinò. “No. L’ho visto.”
Fu allora che la diga cedette. Non in lacrime isteriche, ma in parole che uscivano una dopo l’altra, spezzate. Claudia raccontò di quanto si sentisse stupida, di come avesse sempre difeso Mauro con le amiche, di quel presentimento vago che aveva ignorato. Parlava guardando il vuoto, come se stesse ricostruendo i pezzi di qualcosa che fino a un’ora prima chiamava vita.
Cassandra ascoltava, presente, attenta, senza interrompere. Ogni tanto annuiva, ogni tanto sfiorava appena il suo braccio, un contatto leggero ma costante. Non c’era fretta. Non c’era seduzione, non ancora. C’era solo spazio.
“Non so cosa fare adesso,” concluse Claudia, la voce finalmente incrinata.
Cassandra le sorrise con dolcezza, un sorriso che non prometteva soluzioni ma comprensione. “Adesso non devi fare nulla. Solo non restare sola.”
Claudia la guardò, e in quello sguardo c’era già qualcosa che si era spostato. Un vuoto nuovo, sì. Ma anche un varco.
E Cassandra, dentro di sé, capì che Marika aveva avuto ragione: non c’era ricompensa senza attesa. E quella sera, senza che Claudia se ne rendesse conto, il primo passo era stato fatto.
Uscimmo da lì senza parlare troppo. Claudia aveva gli occhi bassi, come se ogni parola in più potesse farle crollare addosso qualcosa che stava tenendo in piedi solo per forza di volontà. Le aprii la portiera del SUV nero e lei mi guardò sorpresa.
“Bella macchina…” mormorò.
“Sì,” sorrisi appena, “è comoda. Andiamo da me, ok? Non ho voglia di lasciarti sola stasera.”
Non fece domande. Si limitò ad annuire e si sedette, stringendosi la cintura come se fosse un gesto automatico, un’ancora. Durante il tragitto parlai io, con leggerezza studiata, raccontandole piccole cose inutili, cercando di tenerla agganciata alla superficie. Ogni tanto la guardavo di sbieco: il suo profilo era teso, bellissimo nella sua fragilità improvvisa.
Quando arrivammo, il palazzo la colpì subito. Luci soffuse, silenzio, quell’eleganza discreta che mette soggezione senza ostentare.
“Vivi qui?” chiese.
“È di mio padre,” mentii con naturalezza, come se lo avessi detto mille volte. “Ma lo uso quasi sempre io. Lui viaggia molto.”
L’appartamento la accolse con il suo respiro ampio, i soffitti alti, le grandi vetrate sulla città. Claudia si fermò all’ingresso, guardandosi intorno come se avesse bisogno di tempo per adattarsi a un luogo così lontano dal caos che aveva dentro.
“È… bellissimo,” disse piano.
“Puoi toglierti le scarpe, se vuoi. Qui sei al sicuro,” risposi, appoggiando le chiavi sul tavolo con un gesto lento, calmo.
Le versai da bere, qualcosa di leggero. Ci sedemmo sul divano, non troppo vicine, ma nemmeno distanti. Sentivo la sua presenza come un campo elettrico irregolare, fatto di dolore, delusione e bisogno di essere vista.
“Scusa se ti ho trascinata qui,” disse a un certo punto. “Non volevo rovinarti la serata.”
La guardai finalmente negli occhi. “Non l’hai rovinata. Hai fatto bene a scappare. E hai fatto bene a venire con me.”
Il silenzio che seguì non era imbarazzante. Era denso, carico di possibilità non ancora nominate. Dentro di me sapevo di stare camminando su una linea sottile, ma anche che quella sera Claudia non aveva bisogno di verità assolute.
Aveva bisogno di un rifugio.
E io ero lì per offrirglielo.
Sedute lì, con i bicchieri quasi intatti tra le mani, ebbi la sensazione chiarissima che quello fosse un momento delicato. Non da forzare. Non da rovinare con parole sbagliate. Claudia era ferita, ma non chiusa. E io avevo bisogno di qualcosa che non suonasse come una consolazione, né come un’avance.
Fu allora che l’idea prese forma, semplice e luminosa.
La guardai sorridendo piano.
“Posso farti una proposta un po’ folle?”
Lei sollevò lo sguardo, incuriosita. “Dipende da quanto folle.”
“Un regalo,” dissi. “O meglio… un’esperienza. Una di quelle che non ti fai mai da sola, soprattutto quando ti senti a pezzi.”
Si appoggiò allo schienale del divano, sospesa tra diffidenza e curiosità. Io continuai, con naturalezza studiata.
“Domani potrei portarti da uno dei parrucchieri più famosi della città. Uno di quelli che di solito vedi solo sulle riviste. Taglio, piega, coccole. Un pomeriggio per te. Senza dover pensare a niente.”
Claudia rise appena, una risata incredula. “Stai scherzando?”
Scossi la testa. “No. Mi farebbe piacere. Davvero.”
La vidi esitare. Lo faceva sempre prima di accettare qualcosa di bello, come se non fosse abituata a prenderselo senza pagare un prezzo. Ed era proprio lì che volevo arrivare.
“Non posso permettermelo,” disse.
“Non devi permetterti nulla,” risposi subito. “È un mio invito. E poi… conosco le persone giuste.”
Era vero solo a metà. Ma sapevo già che Marika avrebbe appoggiato l’idea senza esitazioni. Anzi, l’avrebbe trovata deliziosa. Un gesto elegante, innocente in apparenza, eppure capace di scavare più a fondo di mille parole.
“Se vuoi,” aggiunsi con tono leggero, “domani le scrivo e organizzo tutto io. Tu devi solo presentarti.”
Claudia mi guardò più a lungo, come se stesse cercando un secondo fine. Non lo trovò. O forse decise di non volerlo vedere.
“Mi piacerebbe,” disse infine. “Davvero.”
In quel momento sentii qualcosa assestarsi. Non era trionfo. Era la consapevolezza di aver posato un mattone solido, elegante, nella costruzione lenta di qualcosa di più profondo.
Avrei scritto a Marika.
E sapevo già che avrebbe sorriso leggendo il messaggio.
stemmy75@gmail.com
Marika era seduta al tavolo della cucina, impeccabile come sempre, una tazza di caffè tra le mani. Paola le stava di fronte, in ascolto, da brava sottomessa. Tra loro non c’era bisogno di molte premesse.
“Cassandra ha bisogno di uno spazio,” disse Marika con calma. “E quello spazio va creato.”
Paola sollevò lo sguardo, già intuendo la direzione del discorso. «Parli di Claudia.»
Marika annuì lentamente. “Claudia è emotivamente corretta, leale. Non si muoverà finché sente un legame, anche se ancora fragile. Quel legame va incrinato, non distrutto. Solo reso… permeabile.”
Fece una pausa, poi continuò, con la voce ferma: “Il punto debole non è lei. È lui.”
Paola sorrise appena. “Il ragazzo.”
“Esatto.” Marika appoggiò la tazza. “Lavora in ufficio, orari regolari. Dopo il lavoro va spesso a fare aperitivo con i colleghi, sempre nello stesso bar. Un posto informale, rumoroso, dove le difese si abbassano facilmente.”
Paola incrociò le gambe. “Che tipo è?”
“Normale,” rispose Marika. “Ambizioso, un po’ vanitoso. Abituato a essere desiderato senza doverlo davvero meritare. È proprio questo il punto.”
Si sporse leggermente in avanti. “Tu non devi forzare nulla. Devi solo esserci. Presentarti come una possibilità. Ascolto, attenzione, uno sguardo che arriva un secondo prima del momento giusto.”
Paola annuì, già dentro il ruolo. “E Cassandra?”
“Cassandra farà il resto, figa com’è sarà perfettamente in grado di fare breccia in Claudia” disse Marika con un mezzo sorriso. “Quando Claudia sentirà che qualcosa si è rotto, che la sicurezza non è più tale, cercherà conforto. E Cassandra sarà lì. Autentica, presente, diversa.”
Si alzò, come a chiudere la conversazione. “Non stiamo creando una frattura. Stiamo aprendo una fessura.”
Paola si alzò a sua volta. “Dimmi quando.”
Marika prese il telefono, scorrendo rapidamente. “Stasera ti mando l’orario preciso e il nome del bar. Il resto… lo sai già fare.”
I loro sguardi si incrociarono. Non c’era eccitazione in quel momento. Solo controllo. E’ una partita appena iniziata.
Per Marika, ottenere informazioni non era mai stato un problema.
In quella città il suo nome non compariva quasi mai apertamente, eppure era ovunque. Nei consigli di amministrazione, nei salotti privati, nelle cene riservate dove si decidevano carriere, alleanze e rovine con un sorriso e un calice di vino in mano.
Aveva imparato presto che il vero potere non stava nel farsi vedere, ma nel sapere. Sapeva chi tradiva chi, chi aveva un vizio da nascondere, chi una debolezza che non poteva permettersi di diventare pubblica. Segreti piccoli e grandi, raccolti con pazienza, ascolto, e quella capacità tutta sua di far sentire le persone al sicuro mentre si esponevano.
Marika non rubava informazioni: gliele regalavano.
Perché con lei si parlava troppo. Perché sapeva ascoltare senza giudicare. Perché dava l’illusione che nulla di ciò che veniva detto sarebbe mai uscito da quella stanza.
Un’illusione, appunto.
Custodiva segreti di persone influenti e potenti come altri custodiscono gioielli: con cura, con ordine, sapendo esattamente quando indossarli. Non era una donna vendicativa, né impulsiva. Ma quando un obiettivo lo richiedeva, quando una partita andava vinta, non si faceva scrupoli a usare ciò che aveva. Sempre con eleganza. Sempre senza lasciare impronte.
Nel caso di Claudia e del suo ragazzo, non c’era stato bisogno di nulla di clamoroso. Qualche telefonata, un nome pronunciato nel contesto giusto, un favore chiesto a chi gliene doveva già uno. In poche ore aveva orari, abitudini, luoghi. Tutto ciò che serviva per muovere i pezzi con precisione.
Per Marika, non era manipolazione.
Era architettura.
E Cassandra, ancora senza rendersene conto fino in fondo, stava camminando all’interno di una struttura disegnata con cura. Una struttura in cui desiderio, potere e ricompensa non erano mai separati. Solo distribuiti con intelligenza.
Paola entrò nel bar con naturalezza, come se fosse un gesto abituale, uno di quelli che non attirano l’attenzione proprio perché sembrano spontanei. L’ambiente era quello tipico dell’aperitivo post-ufficio: voci sovrapposte, risate trattenute, giacche slacciate e cravatte allentate.
Si sedette a un tavolino poco distante da due uomini. Non troppo vicino da sembrare invadente, non troppo lontano da passare inosservata. Tirò fuori il telefono e finse di essere immersa in una conversazione, abbassando leggermente la voce, sorridendo a tratti, accavallando le gambe con un gesto studiato ma mai forzato.
Mauro era lì con un collega. Stavano parlando del loro capo, con quel misto di ironia e insofferenza tipico di chi condivide lo stesso ufficio. Ma bastarono pochi secondi perché entrambi lanciassero uno sguardo verso di lei. Poi un altro. Poi ancora uno, meno discreto.
Paola lo sapeva.
Non accelerò nulla.
Fu il collega di Mauro a rompere il ghiaccio, con la goffaggine tipica di chi sente l’obbligo di provarci prima che lo faccia qualcun altro. “Scusa… ti va un drink?”
Paola abbassò il telefono lentamente, come se fosse stata strappata a malincuore dalla chiamata. Sorrise. Un sorriso aperto, non difensivo. “Oh… davvero? Grazie, è gentile.”
Si unirono al loro tavolo senza fretta. Le presentazioni furono informali, leggere. Lei disse di chiamarsi Laura. Lo fece senza esitazione, come se quel nome le appartenesse da sempre.
Le battute iniziarono a scorrere con facilità. Commenti sul lavoro, sul traffico, sull’aria di fine giornata che rendeva tutto più sopportabile. Paola rideva al momento giusto, faceva domande semplici ma mirate. Lasciava spazio, ma non troppo.
Mauro la guardava con attenzione crescente. Non c’era nulla di esplicito in quel momento, solo quella sensazione sottile di essere visti. Scelti.
Quando arrivò il momento di salutarsi, fu quasi naturale scambiarsi i contatti. Mauro prese il telefono, digitò il nome: Laura. Paola lo osservò farlo, con quell’espressione leggera che non promette nulla, ma lascia intendere molto.
Mentre usciva dal bar, Paola sapeva di aver piantato il seme giusto.
Non aveva forzato nulla.
Aveva solo aperto una possibilità.
Il giorno dopo, come previsto, i messaggi arrivarono puntuali.
Paola li lesse con calma, mentre beveva il caffè del mattino, seduta al tavolo della cucina di Marika. Prima quello del collega, prevedibile, leggero, quasi impersonale. Poi quello di Mauro.
Il suo tono era diverso. Più curato. Le scriveva che gli era piaciuto parlare con lei, che era raro poter discutere di lavoro senza sentirsi giudicati o annoiati. Che la conversazione del giorno prima gli era rimasta addosso più del previsto. E chiudeva con una proposta: replicare l’aperitivo, magari già quel pomeriggio, dopo l’ufficio.
Paola sorrise appena.
Era esattamente dove doveva essere.
Non rispose subito. Lasciò passare qualche minuto, il tempo giusto perché l’attesa lavorasse per lei. Poi scrisse con naturalezza, senza entusiasmo e senza freddezza.
Gli disse che anche a lei aveva fatto piacere parlare con lui, ma rilanciò con leggerezza: perché limitarsi a un aperitivo frettoloso dopo il lavoro? Meglio prendersi il tempo giusto. La sera stessa. Un drink, con calma.
Al messaggio seguì un indirizzo.
Una delle case di Marika, discreta, elegante, perfetta per non destare sospetti. Paola la conosceva bene. Sapeva già come muoversi lì dentro, come usare lo spazio, le luci, il silenzio e le telecamere, nascoste.
Ore 20.
Semplice. Diretto. Nessuna emoticon, nessuna promessa.
Quando inviò il messaggio, posò il telefono sul tavolo e incrociò le gambe. Non c’era fretta, né eccitazione. Solo la consapevolezza che il primo passo era stato fatto, e che Mauro aveva appena accettato un invito senza sapere davvero dove lo stesse portando.
Da qualche parte, in quella stessa città, Marika stava già immaginando le conseguenze.
Marika la chiamò nel tardo pomeriggio. La sua voce era calma, controllata, come sempre.
"Paola… voglio ringraziarti."
Ci fu una breve pausa dall’altra parte.
"So che per te non è semplice. So quanto ti facciano schifo gli uomini. E proprio per questo il tuo non è un gesto scontato. È un sacrificio."
Paola sospirò piano, senza rispondere subito.
"Non dimentico mai ciò che fai per me," continuò Marika. "E come sempre, sarai ricompensata. In modo adeguato."
Poi il tono cambiò, diventando più pratico.
"Prima che arrivi, assicurati di mettere in funzione le telecamere. Tutte. Fai una prova completa: audio, angolazioni, luci. Voglio che funzioni tutto alla perfezione."
Un accenno di sorriso le attraversò la voce.
"Non lasciamo nulla al caso. Questa sera è importante."
La chiamata si chiuse così, senza altre spiegazioni.
Paola rimase qualche secondo con il telefono in mano, poi si alzò. Era ora di preparare la scena.
Paola si presentò all’appuntamento impeccabile.
Aveva scelto con cura ogni dettaglio: l’abito elegante ma sobrio, il trucco preciso senza essere aggressivo, i capelli raccolti in un’acconciatura che lasciava il collo scoperto. Non era vanità, era disciplina. Non voleva deludere Marika, né nell’esecuzione né nello stile.
Il bar era già animato quando arrivò. Mauro la notò subito, con quel sorriso istintivo di chi riconosce qualcosa di desiderabile prima ancora di capirne il motivo. Bevvero un drink insieme, uno solo. Paola lo fece scorrere via in fretta, senza dargli il tempo di trasformarsi in abitudine. La conversazione fu leggera, più personale rispetto al giorno prima, fatta di mezze confidenze e sguardi che duravano un istante in più del necessario.
Fu lei, con naturalezza assoluta, a proporre di spostarsi.
“Qui è troppo rumoroso,” disse semplicemente. “A casa mia possiamo stare più tranquilli.”
Mauro accettò senza esitazioni, come se quella proposta fosse stata inevitabile fin dall’inizio. Uscirono dal bar fianco a fianco, immersi in quell’eccitazione sottile che nasce quando si ha l’impressione di aver appena imboccato una strada diversa dal solito.
L’auto si allontanò lentamente, diretta verso l’appartamento.
Paola guardava la strada davanti a sé, concentrata, perfettamente presente. La serata non era ancora cominciata davvero, ma ogni cosa stava andando esattamente come previsto.
L’attico era bellissimo, luminoso, sospeso sopra la città come un segreto ben custodito. Grandi vetrate, arredi essenziali ma costosi, il silenzio ovattato di chi può permettersi di stare lontano dal rumore. Paola osservò per un istante l’effetto che quello spazio faceva su Mauro, poi sorrise con naturalezza.
"È di mio padre," disse con leggerezza studiata. "È spesso all’estero. Non ama gli alberghi."
Un’altra bugia elegante, che scivolò senza attrito. Mauro annuì, già mezzo conquistato da quell’idea di ricchezza discreta, di privilegi mai ostentati. Versarono un altro drink, bevuto più lentamente del primo, con quella calma che nasce quando la distanza tra due corpi inizia a ridursi.
Le parole si fecero rade. Fu Mauro a baciarla per primo, con un gesto che voleva sembrare sicuro e invece tradiva una fretta nervosa. Paola ricambiò, lasciandosi guidare all’indietro fino al divano. Lì, quell’arredo minimale perse ogni rigidità e divenne un’alcova improvvisata, intima, carica di promesse.
Dentro di sé, però, Paola si allontanò. Per trovare il calore giusto, per sentire davvero il corpo rispondere, dovette pensare a Marika. Al modo in cui sapeva toccarla senza fretta, allo sguardo che non chiedeva nulla ma prendeva tutto. A come, con una sola parola sussurrata, riusciva a farle dimenticare il disgusto e trasformarlo in obbedienza, in piacere silenzioso.
Fu quel pensiero a farle sciogliere le spalle, a rendere credibile ogni sospiro. Mauro non se ne accorse, ovviamente. Ma da qualche parte, invisibili e attente, le telecamere iniziavano a fare il loro lavoro.
Le mani di Mauro erano ovunque, impazienti, pesanti, guidate più dall’istinto che dall’ascolto. Paola lo sentì addosso come una forza bruta, quasi animale, e capì che quella foga giocava a suo favore. Più lui accelerava, più lei poteva abbreviare il tempo, controllare l’esito.
Si lasciò guidare, con una partecipazione studiata, abbastanza credibile da non destare sospetti. Ogni gesto era calibrato per condurlo dove voleva lei, senza oltrepassare il limite che si era imposta. Il divano scricchiolava piano, complice silenzioso di una scena che non le apparteneva davvero.
Dentro, però, Paola era altrove. Ancora una volta pensò a Marika: al suo sguardo fermo, al modo in cui sapeva comandare e sottometterla senza alzare la voce. Quel pensiero le diede il distacco necessario per sopportare il contatto, per trasformare il disgusto in freddezza operativa.
Mauro era ormai completamente preso da sé stesso, ignaro di tutto il resto. E Paola lo sapeva: mancava poco. Bastava resistere ancora un istante, recitare fino in fondo la parte, mentre gli occhi invisibili continuavano a osservare, a registrare, a custodire un altro segreto destinato a diventare utile.
Le prese il cazzo, duro come un pezzo di marmo, ed iniziò a menarlo lentamente. Ad ogni colpo un gemito da parte di Mauro che arrivò all’orgasmo con un’eiaculazione precoce ed un suono gutturale che a Paola sembrò il grugnito di un maiale.
Quando tutto finì, Paola rimise ordine con gesti rapidi e impersonali. Mauro se ne andò poco dopo, soddisfatto e inconsapevole, convinto di aver vissuto una serata fortunata. Lei restò sola nell’attico, il silenzio a ricoprire ogni cosa come una coperta pesante.
Spense le luci, controllò per l’ultima volta che tutto fosse stato registrato, poi inviò un messaggio essenziale a Marika: fatto. Nessun dettaglio, non serviva. Tra loro bastava così.
Più tardi, tornando a casa, Paola sentì addosso la stanchezza e una sottile forma di vuoto. Ma sapeva che il suo sacrificio aveva aperto una porta. E in quella città, quando Marika apriva una porta, qualcuno, da qualche parte, stava per cadere.
Marika aveva già escluso l’idea di usare il video. Sarebbe stato un potere rozzo, troppo diretto. Claudia non andava spezzata con una prova schiacciante, ma con qualcosa di più sottile, più umano: il dubbio che diventa certezza davanti agli occhi. Il video sarebbe stato usato solo in caso di estremo bisogno, anche perchè la coincidenza tra il tradimento e la seduzione messa in atto da Cassandra poteva non essere giudicata casuale. Quindi il video era importante ma stava in panchina.
Seduta nel suo salotto, Marika ricostruiva la scena come una regista. Un luogo pubblico, neutro, luminoso. Un bar frequentato, dove i baci non sono scandalo ma neppure invisibili. Paola e Mauro lì, insieme, abbastanza vicini da tradirsi da soli. Non clandestini, non nascosti: naturali. Ed è proprio questo che avrebbe fatto più male.
Per questo serviva Cassandra.
La chiamò nel primo pomeriggio, con quella voce calma che non ammetteva repliche. Le spiegò il piano senza fretta, come se stesse parlando di un aperitivo qualsiasi. Cassandra avrebbe scritto a Claudia, proponendole un drink dopo il lavoro, nello stesso bar. Un invito innocente, quasi spontaneo. Claudia non avrebbe sospettato nulla: Cassandra, ai suoi occhi, era ancora una presenza laterale, rassicurante.
Marika sapeva che il tempismo era tutto. Paola e Mauro sarebbero arrivati per primi, qualche minuto prima. Avrebbero ordinato, si sarebbero rilassati. Poi, quando Claudia fosse entrata, non sarebbe successo nulla di immediato. Nessuna scena. Solo un bacio rubato, magari una risata troppo intima, un gesto che non lasciava spazio a interpretazioni.
“Deve sembrare un caso”, spiegò Marika a Cassandra. “Tu non devi indicare nulla. Lascia che sia lei a vedere. Quando una donna scopre da sola, il colpo è più profondo.”
Cassandra ascoltava in silenzio, sentendo dentro di sé una tensione nuova: paura, eccitazione, ambizione. Capiva che quello era il primo vero passo. Non un gesto di seduzione, ma di strategia. Stava entrando nel gioco sul serio.
Marika concluse con poche parole, precise come sempre. “Da quel momento, Claudia sarà vulnerabile. E quando una persona è vulnerabile, cerca appigli. Tu sarai lì.”
La trappola era pronta. E nessuno, tranne loro, ne vedeva ancora i fili.
Il bar era pieno del solito rumore di fine giornata: bicchieri che tintinnavano, risate leggere, musica bassa. Cassandra arrivò per prima, come d’accordo, e scelse un tavolino defilato ma con una visuale ampia sulla sala. Pochi minuti dopo vide entrare Paola e Mauro.
Erano naturali. Troppo.
Si sedettero vicini, parlarono, risero. Nulla che potesse sembrare una prova, nulla che gridasse colpa. E proprio per questo funzionava. Cassandra sentì un brivido attraversarle la schiena quando, quasi distrattamente, Mauro si chinò verso Paola e la baciò. Un gesto breve, spontaneo, da coppia che non ha nulla da nascondere.
In quell’istante Claudia varcò la soglia del locale.
Cassandra la vide fermarsi, come se il pavimento le si fosse improvvisamente inclinato sotto i piedi. Il suo sguardo si fissò su quel tavolino, su quel bacio che si stava già sciogliendo, su quella confidenza che non lasciava appigli alla speranza. Il volto di Claudia perse colore, le labbra si schiusero appena, ma non disse nulla. Nessuna scena. Nessun grido.
Si voltò di scatto e uscì.
Cassandra si alzò subito, il cuore che batteva forte, e la seguì fuori. La trovò a pochi metri dall’ingresso, ferma sul marciapiede, le braccia strette attorno al corpo come a proteggersi dal freddo che non c’era.
“Claudia…” la chiamò piano.
Lei si voltò, gli occhi lucidi ma asciutti. “Lo hai visto anche tu, vero?” disse, con una voce che non tremava quanto avrebbe dovuto. “Dimmi che non me lo sono immaginata.”
Cassandra scosse lentamente la testa e le si avvicinò. “No. L’ho visto.”
Fu allora che la diga cedette. Non in lacrime isteriche, ma in parole che uscivano una dopo l’altra, spezzate. Claudia raccontò di quanto si sentisse stupida, di come avesse sempre difeso Mauro con le amiche, di quel presentimento vago che aveva ignorato. Parlava guardando il vuoto, come se stesse ricostruendo i pezzi di qualcosa che fino a un’ora prima chiamava vita.
Cassandra ascoltava, presente, attenta, senza interrompere. Ogni tanto annuiva, ogni tanto sfiorava appena il suo braccio, un contatto leggero ma costante. Non c’era fretta. Non c’era seduzione, non ancora. C’era solo spazio.
“Non so cosa fare adesso,” concluse Claudia, la voce finalmente incrinata.
Cassandra le sorrise con dolcezza, un sorriso che non prometteva soluzioni ma comprensione. “Adesso non devi fare nulla. Solo non restare sola.”
Claudia la guardò, e in quello sguardo c’era già qualcosa che si era spostato. Un vuoto nuovo, sì. Ma anche un varco.
E Cassandra, dentro di sé, capì che Marika aveva avuto ragione: non c’era ricompensa senza attesa. E quella sera, senza che Claudia se ne rendesse conto, il primo passo era stato fatto.
Uscimmo da lì senza parlare troppo. Claudia aveva gli occhi bassi, come se ogni parola in più potesse farle crollare addosso qualcosa che stava tenendo in piedi solo per forza di volontà. Le aprii la portiera del SUV nero e lei mi guardò sorpresa.
“Bella macchina…” mormorò.
“Sì,” sorrisi appena, “è comoda. Andiamo da me, ok? Non ho voglia di lasciarti sola stasera.”
Non fece domande. Si limitò ad annuire e si sedette, stringendosi la cintura come se fosse un gesto automatico, un’ancora. Durante il tragitto parlai io, con leggerezza studiata, raccontandole piccole cose inutili, cercando di tenerla agganciata alla superficie. Ogni tanto la guardavo di sbieco: il suo profilo era teso, bellissimo nella sua fragilità improvvisa.
Quando arrivammo, il palazzo la colpì subito. Luci soffuse, silenzio, quell’eleganza discreta che mette soggezione senza ostentare.
“Vivi qui?” chiese.
“È di mio padre,” mentii con naturalezza, come se lo avessi detto mille volte. “Ma lo uso quasi sempre io. Lui viaggia molto.”
L’appartamento la accolse con il suo respiro ampio, i soffitti alti, le grandi vetrate sulla città. Claudia si fermò all’ingresso, guardandosi intorno come se avesse bisogno di tempo per adattarsi a un luogo così lontano dal caos che aveva dentro.
“È… bellissimo,” disse piano.
“Puoi toglierti le scarpe, se vuoi. Qui sei al sicuro,” risposi, appoggiando le chiavi sul tavolo con un gesto lento, calmo.
Le versai da bere, qualcosa di leggero. Ci sedemmo sul divano, non troppo vicine, ma nemmeno distanti. Sentivo la sua presenza come un campo elettrico irregolare, fatto di dolore, delusione e bisogno di essere vista.
“Scusa se ti ho trascinata qui,” disse a un certo punto. “Non volevo rovinarti la serata.”
La guardai finalmente negli occhi. “Non l’hai rovinata. Hai fatto bene a scappare. E hai fatto bene a venire con me.”
Il silenzio che seguì non era imbarazzante. Era denso, carico di possibilità non ancora nominate. Dentro di me sapevo di stare camminando su una linea sottile, ma anche che quella sera Claudia non aveva bisogno di verità assolute.
Aveva bisogno di un rifugio.
E io ero lì per offrirglielo.
Sedute lì, con i bicchieri quasi intatti tra le mani, ebbi la sensazione chiarissima che quello fosse un momento delicato. Non da forzare. Non da rovinare con parole sbagliate. Claudia era ferita, ma non chiusa. E io avevo bisogno di qualcosa che non suonasse come una consolazione, né come un’avance.
Fu allora che l’idea prese forma, semplice e luminosa.
La guardai sorridendo piano.
“Posso farti una proposta un po’ folle?”
Lei sollevò lo sguardo, incuriosita. “Dipende da quanto folle.”
“Un regalo,” dissi. “O meglio… un’esperienza. Una di quelle che non ti fai mai da sola, soprattutto quando ti senti a pezzi.”
Si appoggiò allo schienale del divano, sospesa tra diffidenza e curiosità. Io continuai, con naturalezza studiata.
“Domani potrei portarti da uno dei parrucchieri più famosi della città. Uno di quelli che di solito vedi solo sulle riviste. Taglio, piega, coccole. Un pomeriggio per te. Senza dover pensare a niente.”
Claudia rise appena, una risata incredula. “Stai scherzando?”
Scossi la testa. “No. Mi farebbe piacere. Davvero.”
La vidi esitare. Lo faceva sempre prima di accettare qualcosa di bello, come se non fosse abituata a prenderselo senza pagare un prezzo. Ed era proprio lì che volevo arrivare.
“Non posso permettermelo,” disse.
“Non devi permetterti nulla,” risposi subito. “È un mio invito. E poi… conosco le persone giuste.”
Era vero solo a metà. Ma sapevo già che Marika avrebbe appoggiato l’idea senza esitazioni. Anzi, l’avrebbe trovata deliziosa. Un gesto elegante, innocente in apparenza, eppure capace di scavare più a fondo di mille parole.
“Se vuoi,” aggiunsi con tono leggero, “domani le scrivo e organizzo tutto io. Tu devi solo presentarti.”
Claudia mi guardò più a lungo, come se stesse cercando un secondo fine. Non lo trovò. O forse decise di non volerlo vedere.
“Mi piacerebbe,” disse infine. “Davvero.”
In quel momento sentii qualcosa assestarsi. Non era trionfo. Era la consapevolezza di aver posato un mattone solido, elegante, nella costruzione lenta di qualcosa di più profondo.
Avrei scritto a Marika.
E sapevo già che avrebbe sorriso leggendo il messaggio.
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