Cassandra e le due donne - 9
di
Stemmy
genere
saffico
Quella notte Claudia rimase a dormire da me.
La casa era silenziosa, avvolta da una quiete ovattata che sembrava appartenere a un’altra dimensione rispetto a ciò che avevamo vissuto poche ore prima. Le avevo preparato la stanza degli ospiti, lenzuola chiare, luce soffusa, un gesto semplice e rispettoso. Nessuna fretta. Nessuna invasione.
Quando mi ritirai nella mia stanza, il sonno tardò ad arrivare.
Rimasi a lungo distesa, a fissare il soffitto, ascoltando i rumori minimi dell’appartamento: un assestamento lontano, il respiro profondo della casa stessa. E soprattutto, la presenza di Claudia dall’altra parte del corridoio. Non come un corpo, ma come un pensiero costante.
Mi colpì quanto fosse diverso da quella prima sera al bar, quando avevo recitato, mentito, costruito una fragilità finta per attirarla. Allora i rimorsi mi avevano accompagnata come un’ombra: il fastidio sottile di stare usando una creatura gentile per un fine che non le apparteneva.
Ora no.
Ora mi sentivo leggera. Inaspettatamente leggera.
Ripensai a Mauro, al modo in cui si era lasciato andare al tradimento con una facilità quasi banale. E senza provare pietà, mi accorsi che una parte di me era quasi sollevata. Claudia meritava di più. Meritava attenzione, profondità, qualcuno capace di guardarla davvero. Se quella sera l’avevo “sottratta” a un uomo, non mi sembrava più un furto.
Mi sembrava un atto necessario.
Forse era presunzione. Forse era solo il modo che avevo trovato per giustificarmi. Ma sentivo, con una chiarezza nuova, che non stavo più agendo contro di lei. Stavo agendo verso di lei.
Chiusi gli occhi con questa consapevolezza addosso, lasciandomi attraversare da un senso di calma rara. Qualunque cosa sarebbe successa, non mi sentivo più divisa.
E per la prima volta, questo pensiero non mi spaventò.
La mattina dopo fu sorprendentemente semplice.
Una colazione veloce, quasi improvvisata, caffè bevuto in piedi e qualche sorriso che non aveva bisogno di essere spiegato. Claudia era di buon umore, più leggera, come se il dolore della sera prima si fosse trasformato in qualcosa di meno acuto, più gestibile. Vederla così mi diede una soddisfazione silenziosa.
“Non mi sentivo così da giorni,” disse mentre infilava il cappotto. “È strano.”
“Sono le mattine nuove,” risposi. “A volte fanno miracoli.”
In macchina controllai il telefono. Il messaggio di Marika era arrivato presto, puntuale, come sempre.
Tutto organizzato. Vi aspettano. Sala privata.
Sorrisi. Non c’erano firme, non ce n’era bisogno.
La parrucchiera era una di quelle che in città tutti conoscono di nome, anche senza esserci mai stati. Una vetrina elegante, discreta, nessuna ostentazione. All’interno, però, lo spazio si divideva chiaramente: il salone principale, luminoso e animato, e un ingresso laterale più riservato.
Appena ci presentammo, una ragazza ci accolse con un sorriso professionale e uno sguardo che cambiò impercettibilmente quando disse il mio nome.
“Vi accompagno.”
Attraversammo un corridoio ovattato e arrivammo nel locale VIP. Un altro mondo. Silenzio, poltrone ampie, specchi senza cornici, luce calda studiata per valorizzare ogni dettaglio. Un tè già pronto, asciugamani morbidi, attenzione totale.
Claudia si fermò un attimo, guardandosi intorno.
“Ma… sei sicura che possiamo stare qui?”
“Assolutamente sì,” dissi con naturalezza. “Oggi sei tu la protagonista.”
La vidi rilassarsi, lentamente. Le spalle che si abbassavano, lo sguardo che si addolciva. Si sedette sulla poltrona come se stesse accettando un invito importante, non solo estetico ma intimo.
Mentre la consulente iniziava a parlarle, osservai la scena con un senso di compiacimento sottile. Non c’era nulla di esplicitamente seduttivo in quel momento, eppure sapevo che quello era uno dei passaggi più delicati.
Prendersi cura di qualcuno è una forma di potere.
E io, quella mattina, stavo imparando a usarlo con grazia.
Claudia me lo disse quasi sottovoce, come se avesse paura di rompere l’equilibrio di quel momento.
“Non so come ringraziarti,” mormorò, incrociando il mio sguardo nello specchio. “Davvero… mi sento incredibilmente fortunata ad averti incontrata.”
Quelle parole mi attraversarono più di quanto avrei immaginato.
La osservai mentre le mani esperte iniziavano a prendersi cura di lei, mentre il suo riflesso cambiava postura, si apriva, si lasciava andare. Non era solo una questione di capelli o di bellezza: era il modo in cui si sentiva vista, protetta, accompagnata.
“Non devi ringraziarmi,” risposi con un sorriso lieve. “Mi fa piacere farlo. Tutto qui.”
Ma dentro di me sapevo che non era tutto qui.
Claudia continuò a parlare, sempre più a suo agio. Mi raccontò di quanto la sua vita fosse sempre stata semplice, misurata, di come certi luoghi, certe attenzioni, fossero cose che aveva solo immaginato guardando da fuori.
“Non avrei mai pensato di trovarmi qui,” disse ridendo piano. “È come vivere una parentesi che non mi appartiene.”
La guardai, e pensai l’esatto contrario.
Quel mondo le stava addosso in modo sorprendentemente naturale. Forse aveva solo bisogno che qualcuno glielo mostrasse.
Provai una sensazione nuova, sottile e pericolosa: non più il morso del rimorso, non più l’ansia di stare ingannando qualcuno. Ma la consapevolezza di essere diventata, per lei, un punto fermo. Un rifugio. Un riferimento.
E mentre Claudia si abbandonava a quelle cure che non avrebbe mai osato concedersi da sola, io capii che il legame tra noi stava cambiando forma.
Non era più solo un’amicizia nata dal caso.
Era qualcosa che stavo costruendo, con pazienza, con attenzione.
E, per la prima volta, mi accorsi che mi piaceva profondamente essere io quella che apriva le porte.
Quando finalmente la sistemazione terminò, quasi quattro ore dopo, Claudia era semplicemente… splendida.
I suoi capelli castani avevano assunto una tonalità più chiara, calda, attraversata da riflessi biondi che catturavano la luce a ogni minimo movimento. Le incorniciavano il viso in modo nuovo, più adulto, più sicuro. Quando si guardò allo specchio sorrise, sorpresa di sé stessa, e io rimasi letteralmente senza fiato.
Fu un attimo. Uno di quelli in cui il pensiero si ferma e resta solo una certezza limpida: era bellissima.
E non era solo una questione estetica. Era come se quel cambiamento esterno avesse liberato qualcosa che già esisteva dentro di lei.
Uscimmo dalla parrucchiera che era ormai primo pomeriggio. La città scorreva lenta, elegante, e Claudia sembrava camminare con una consapevolezza nuova.
“Ho fame,” disse ridendo. “Una fame seria.”
“Perfetto,” risposi. “Conosco il posto giusto.”
La condussi in uno dei ristoranti migliori della città. Nessuna insegna vistosa, solo un ingresso discreto e un’atmosfera ovattata, raffinata. Quando fummo accompagnate al tavolo, Claudia mi guardò con un misto di incredulità e divertimento.
“Cassandra… ma tu… chi sei davvero?” scherzò.
Sorrisi, evitando la risposta. “Qualcuno che oggi vuole viziarti.”
Durante il pranzo parlai poco, più del solito. La osservavo mentre mangiava, mentre raccontava episodi leggeri della sua vita, mentre rideva. Era rilassata, luminosa. E sentii che se non avessi parlato in quel momento, avrei perso qualcosa di importante.
“Claudia,” dissi a un certo punto, abbassando la voce. “C’è una cosa che devo dirti.”
Lei mi guardò, improvvisamente attenta.
“Mi piaci,” dissi semplicemente. “Mi piaci davvero. E non solo per quello che è successo tra noi. Mi piaci per come sei.”
Non c’era strategia in quel momento. Solo verità.
Claudia rimase in silenzio per qualche secondo. Nei suoi occhi vidi passare un’ombra, il ricordo di quel messaggio che mi aveva scritto, delle parole misurate, della decisione di tenere tutto in una zona sicura.
“Cassandra…” iniziò, poi si fermò. Inspirò lentamente. “Non pensavo che… cioè, non volevo creare aspettative.”
“Non te ne sto chiedendo,” risposi con calma. “Volevo solo essere onesta.”
Quel gesto, quella dichiarazione pacata, aprì qualcosa. Una piccola crepa, sottile ma reale. Lo sentii dal modo in cui le sue spalle si rilassarono, dal modo in cui non distolse lo sguardo.
“Forse,” disse piano, “non è tutto così semplice come pensavo.”
Sorrisi.
Non serviva altro.
La seduzione, capii in quel momento, non era spingere.
Era restare.
Claudia abbassò lo sguardo per un istante, poi tornò a cercarmi con gli occhi. La sua voce era più lenta, più intima.
“Quella notte…” disse piano. “È stata così spontanea. Non me l’aspettavo. E forse proprio per questo mi ha colpita così tanto.”
La lasciai parlare, senza interromperla, come se ogni parola fosse fragile.
“Mi è piaciuto,” continuò, con una sincerità che mi fece tremare. “Il modo in cui non mi hai mai forzata. Come mi hai guidata senza farmi sentire inesperta, senza farmi sentire sbagliata.”
Fece un mezzo sorriso. “Eri… delicata. Attenta. Come se sapessi esattamente quando fermarti e quando no.”
Sentii un nodo stringermi la gola. Senza pensarci, allungai le mani verso le sue. Le presi piano, come se potessero spezzarsi, e lei non si ritrasse. Anzi, intrecciò le dita alle mie con naturalezza, come se fosse il gesto più ovvio del mondo.
“Quando mi hai accompagnata in quel momento,” aggiunse, quasi sussurrando, “mi sono sentita al sicuro. Ed è una cosa rara.”
Le sue parole mi commossero più di quanto avrei voluto mostrare. Strinsi leggermente le sue mani, sentendo il calore della sua pelle, la fiducia che passava silenziosa da un dito all’altro.
Non c’era fretta, non c’era tensione. Solo quell’intesa quieta, profonda.
In quel gesto semplice, le mani intrecciate sul tavolo, capii che qualcosa tra noi si stava spostando ancora.
Non più solo attrazione.
Non ancora promessa.
Ma una connessione vera, che chiedeva di essere ascoltata.
Il ritorno a casa fu naturale, inevitabile, come se fosse già stato deciso da entrambe senza bisogno di dirlo ad alta voce.
Camminammo fianco a fianco, le mani che si cercavano e si trovavano con una sicurezza nuova. Nessuna esitazione, nessuna fretta. Solo quella tensione dolce che cresce quando sai che stai andando incontro a qualcosa che desideri davvero.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, Claudia si voltò verso di me. Non ci fu nemmeno il tempo di appoggiare le borse. Le sue labbra trovarono le mie con una delicatezza che conoscevo già, ma che ora era diversa: più consapevole, più presente. Un bacio lento, profondo, fatto di respiri che si intrecciavano e di mani che imparavano di nuovo il corpo dell’altra.
Le sfiorai il viso, i capelli appena sistemati, ancora profumati. Lei sorrise contro la mia bocca, come se si stesse concedendo qualcosa che aveva cercato di negarsi.
“Vieni,” le sussurrai.
La presi per mano e la condussi verso la camera da letto. Ogni passo era carico di significato, ogni gesto misurato, rispettoso. Non c’era conquista, non c’era urgenza. Solo la scelta reciproca di proseguire.
Quando entrammo, la luce del pomeriggio filtrava morbida dalle tende. Ci fermammo un istante, ancora mano nella mano, a guardarci. In quello sguardo c’era tutto: il passato recente, il dolore, il desiderio, e quella possibilità nuova che nessuna delle due aveva il coraggio di definire.
Chiusi la porta alle nostre spalle.
E lasciai che fosse il silenzio a parlare per noi.
Distese sul letto, il tempo sembrava essersi rarefatto.
Giocavo con i capelli di Claudia, morbidissimi, setosi sotto le dita, seguendone il profilo come se stessi imparando una lingua nuova. Ogni tanto li portavo alle labbra, li sfioravo appena, e lei chiudeva gli occhi con un sorriso quieto, abbandonato.
I baci arrivavano spontanei, senza schema. Prima leggeri, quasi timidi, poi più pieni, più lenti. Non c’era fame, non c’era urgenza. Solo il piacere di restare lì, di riconoscersi. Le mie labbra scivolavano dalle sue alle guance, alla fronte, mentre la sentivo respirare contro di me, presente, reale.
Claudia mi cercava con piccoli movimenti, avvicinandosi, come se volesse ridurre ogni distanza possibile. Le sue mani si posavano su di me con una naturalezza nuova, non più esitante. Era un dialogo silenzioso, fatto di pelle, di sospiri trattenuti, di sorrisi che nascevano tra un bacio e l’altro.
In quel momento non c’era strategia, non c’era un piano.
Solo due corpi distesi, intrecciati dalla stessa calma intensa.
E io pensai che, qualunque cosa sarebbe venuta dopo, quella dolcezza era già una forma di verità.
Le presi le mani con dolcezza, guidandole senza fretta, come avevo fatto quella prima volta. Le portai contro di me, sentendo il suo respiro cambiare quando le sue dita si posarono sul mio petto ancora coperto dalla camicetta. Restai così, lasciandole il tempo di sentire, di capire, di scegliere.
Poi, con lo stesso gesto lento, accompagnai le sue mani più giù, sotto la linea della gonna. Non c’era imbarazzo, solo una curiosità che cresceva, un’intimità che si faceva più profonda. Quando le lasciai andare, Claudia non si fermò.
Le sue dita iniziarono a muoversi da sole, timide all’inizio, poi sempre più sicure, come se stesse ascoltando il mio corpo invece di cercare una tecnica. Sentii un brivido attraversarmi, non tanto per il contatto in sé, quanto per il fatto che fosse lei, per come lo faceva, per l’attenzione che metteva in ogni gesto.
Chiusi gli occhi un istante, lasciandomi andare. In quel momento non stavo guidando, non stavo conducendo nulla.
Stavo semplicemente accogliendo.
La strinsi a me, avvicinandola ancora di più, come se volessi proteggerla e allo stesso tempo perdermi dentro quel contatto. Il suo corpo aderiva al mio con una naturalezza che mi fece tremare. Sentivo il ritmo del suo respiro contro il mio collo, il calore della sua presenza che mi avvolgeva.
I suoi gesti continuarono, sempre più sicuri, e io mi lasciai andare. Non c’era più nulla da controllare, nulla da guidare. Solo una sensazione che cresceva, lenta ma inesorabile, come un’onda che sai già ti travolgerà.
Chiusi gli occhi, affondando il viso tra i suoi capelli, respirandola. Ogni fibra di me era tesa verso quel punto di non ritorno. La sentivo, la volevo, e allo stesso tempo sentivo me stessa perdere i confini, sciogliermi in qualcosa di più grande, più intenso.
L’orgasmo montò con forza, portandosi dietro un’emozione quasi struggente. Non fu solo piacere: fu abbandono, fiducia, una resa dolce e potente insieme. La strinsi ancora, come se potessi ancorarmi a lei mentre tutto il resto svaniva.
Quando tornai a respirare davvero, rimasi lì, con il cuore che batteva forte e una calma profonda che mi attraversava. E seppi, con una chiarezza quasi spaventosa, che quel momento mi aveva toccata molto più in profondità di quanto avessi previsto.
Ci guardammo per un attimo, silenziose, e poi entrambe iniziammo a spogliarci. Non c’era fretta, solo una naturalezza sorprendente, come se quel gesto fosse inevitabile e dovuto. Ogni indumento che cadeva lasciava spazio a una vulnerabilità condivisa, a una fiducia sottile che cresceva tra noi.
Quando entrambe fummo nude, ci restammo a osservare per un istante, sorridendo nervosamente, come se fossimo complici di qualcosa di prezioso e segreto. Non c’era imbarazzo, solo una nuova intimità che si faceva spazio tra le nostre mani, i nostri sguardi, il respiro che iniziava a farsi più profondo.
Ci sdraiammo sul letto, fianco a fianco, e sentii il calore del suo corpo avvicinarsi al mio, mentre i nostri movimenti diventavano più sincronizzati, più consapevoli. I baci si fecero profondi, le mani leggere, esplorative, e ogni contatto alimentava una tensione dolce e intensa.
Ormai non c’era più nulla intorno a noi: solo io, Claudia, e quel momento sospeso, delicato e carico di desiderio.
Mi portai sopra Claudia, iniziando a baciarla intensamente, mentre le mie mani scendevano sulle sue parti intime. Con le dita le accarezzai le labbra della fica, sentendole bagnarsi. Mi feci largo in mezzo ai suoi umori fino a raggiungere il suo clitoride nell’attimo in cui si staccò dal bacio per emettere un gemito strozzato.
Claudia stava godendo del mio tocco, cercando convulsamente il contatto sempre più profondo e deciso. Usai entrambe le mani, penetrandola prima con un dito mentre con l’altra mano continuavo senza tregua a toccarla sul clitoride.
Le mie labbra le baciavano la pancia mentre continuavo con la mia azione, dandole piacere e facendola godere.
Claudia si abbandonò completamente, lasciando che ogni tensione scivolasse via. Il respiro si fece irregolare, il corpo tremante e caldo, e in quel momento capii quanto profondamente stesse vivendo tutto.
Un’ondata la attraversò, intensa e travolgente, e la vidi chiudere gli occhi, piegarsi leggermente, come se stesse cadendo in un abisso di piacere da cui non voleva uscire. Ogni gesto, ogni carezza, ogni sussurro si amplificava nella sua percezione, fino a farle vibrare ogni fibra del corpo.
Io la strinsi a me, le mani intrecciate alle mie, e sentii quanto fosse potente il momento: un misto di abbandono, fiducia e intensità che la lasciava senza fiato, completamente persa nella sensazione. Ogni respiro che tornava lento portava con sé un senso di leggerezza, di liberazione, e un sorriso che parlava più di mille parole.
Quando l’onda si placò, rimanemmo così, vicine, mani intrecciate, respiri che lentamente tornavano normali, e io percepii una connessione ancora più profonda, silenziosa ma innegabile, tra noi due.
stemmy75@gmail.com
La casa era silenziosa, avvolta da una quiete ovattata che sembrava appartenere a un’altra dimensione rispetto a ciò che avevamo vissuto poche ore prima. Le avevo preparato la stanza degli ospiti, lenzuola chiare, luce soffusa, un gesto semplice e rispettoso. Nessuna fretta. Nessuna invasione.
Quando mi ritirai nella mia stanza, il sonno tardò ad arrivare.
Rimasi a lungo distesa, a fissare il soffitto, ascoltando i rumori minimi dell’appartamento: un assestamento lontano, il respiro profondo della casa stessa. E soprattutto, la presenza di Claudia dall’altra parte del corridoio. Non come un corpo, ma come un pensiero costante.
Mi colpì quanto fosse diverso da quella prima sera al bar, quando avevo recitato, mentito, costruito una fragilità finta per attirarla. Allora i rimorsi mi avevano accompagnata come un’ombra: il fastidio sottile di stare usando una creatura gentile per un fine che non le apparteneva.
Ora no.
Ora mi sentivo leggera. Inaspettatamente leggera.
Ripensai a Mauro, al modo in cui si era lasciato andare al tradimento con una facilità quasi banale. E senza provare pietà, mi accorsi che una parte di me era quasi sollevata. Claudia meritava di più. Meritava attenzione, profondità, qualcuno capace di guardarla davvero. Se quella sera l’avevo “sottratta” a un uomo, non mi sembrava più un furto.
Mi sembrava un atto necessario.
Forse era presunzione. Forse era solo il modo che avevo trovato per giustificarmi. Ma sentivo, con una chiarezza nuova, che non stavo più agendo contro di lei. Stavo agendo verso di lei.
Chiusi gli occhi con questa consapevolezza addosso, lasciandomi attraversare da un senso di calma rara. Qualunque cosa sarebbe successa, non mi sentivo più divisa.
E per la prima volta, questo pensiero non mi spaventò.
La mattina dopo fu sorprendentemente semplice.
Una colazione veloce, quasi improvvisata, caffè bevuto in piedi e qualche sorriso che non aveva bisogno di essere spiegato. Claudia era di buon umore, più leggera, come se il dolore della sera prima si fosse trasformato in qualcosa di meno acuto, più gestibile. Vederla così mi diede una soddisfazione silenziosa.
“Non mi sentivo così da giorni,” disse mentre infilava il cappotto. “È strano.”
“Sono le mattine nuove,” risposi. “A volte fanno miracoli.”
In macchina controllai il telefono. Il messaggio di Marika era arrivato presto, puntuale, come sempre.
Tutto organizzato. Vi aspettano. Sala privata.
Sorrisi. Non c’erano firme, non ce n’era bisogno.
La parrucchiera era una di quelle che in città tutti conoscono di nome, anche senza esserci mai stati. Una vetrina elegante, discreta, nessuna ostentazione. All’interno, però, lo spazio si divideva chiaramente: il salone principale, luminoso e animato, e un ingresso laterale più riservato.
Appena ci presentammo, una ragazza ci accolse con un sorriso professionale e uno sguardo che cambiò impercettibilmente quando disse il mio nome.
“Vi accompagno.”
Attraversammo un corridoio ovattato e arrivammo nel locale VIP. Un altro mondo. Silenzio, poltrone ampie, specchi senza cornici, luce calda studiata per valorizzare ogni dettaglio. Un tè già pronto, asciugamani morbidi, attenzione totale.
Claudia si fermò un attimo, guardandosi intorno.
“Ma… sei sicura che possiamo stare qui?”
“Assolutamente sì,” dissi con naturalezza. “Oggi sei tu la protagonista.”
La vidi rilassarsi, lentamente. Le spalle che si abbassavano, lo sguardo che si addolciva. Si sedette sulla poltrona come se stesse accettando un invito importante, non solo estetico ma intimo.
Mentre la consulente iniziava a parlarle, osservai la scena con un senso di compiacimento sottile. Non c’era nulla di esplicitamente seduttivo in quel momento, eppure sapevo che quello era uno dei passaggi più delicati.
Prendersi cura di qualcuno è una forma di potere.
E io, quella mattina, stavo imparando a usarlo con grazia.
Claudia me lo disse quasi sottovoce, come se avesse paura di rompere l’equilibrio di quel momento.
“Non so come ringraziarti,” mormorò, incrociando il mio sguardo nello specchio. “Davvero… mi sento incredibilmente fortunata ad averti incontrata.”
Quelle parole mi attraversarono più di quanto avrei immaginato.
La osservai mentre le mani esperte iniziavano a prendersi cura di lei, mentre il suo riflesso cambiava postura, si apriva, si lasciava andare. Non era solo una questione di capelli o di bellezza: era il modo in cui si sentiva vista, protetta, accompagnata.
“Non devi ringraziarmi,” risposi con un sorriso lieve. “Mi fa piacere farlo. Tutto qui.”
Ma dentro di me sapevo che non era tutto qui.
Claudia continuò a parlare, sempre più a suo agio. Mi raccontò di quanto la sua vita fosse sempre stata semplice, misurata, di come certi luoghi, certe attenzioni, fossero cose che aveva solo immaginato guardando da fuori.
“Non avrei mai pensato di trovarmi qui,” disse ridendo piano. “È come vivere una parentesi che non mi appartiene.”
La guardai, e pensai l’esatto contrario.
Quel mondo le stava addosso in modo sorprendentemente naturale. Forse aveva solo bisogno che qualcuno glielo mostrasse.
Provai una sensazione nuova, sottile e pericolosa: non più il morso del rimorso, non più l’ansia di stare ingannando qualcuno. Ma la consapevolezza di essere diventata, per lei, un punto fermo. Un rifugio. Un riferimento.
E mentre Claudia si abbandonava a quelle cure che non avrebbe mai osato concedersi da sola, io capii che il legame tra noi stava cambiando forma.
Non era più solo un’amicizia nata dal caso.
Era qualcosa che stavo costruendo, con pazienza, con attenzione.
E, per la prima volta, mi accorsi che mi piaceva profondamente essere io quella che apriva le porte.
Quando finalmente la sistemazione terminò, quasi quattro ore dopo, Claudia era semplicemente… splendida.
I suoi capelli castani avevano assunto una tonalità più chiara, calda, attraversata da riflessi biondi che catturavano la luce a ogni minimo movimento. Le incorniciavano il viso in modo nuovo, più adulto, più sicuro. Quando si guardò allo specchio sorrise, sorpresa di sé stessa, e io rimasi letteralmente senza fiato.
Fu un attimo. Uno di quelli in cui il pensiero si ferma e resta solo una certezza limpida: era bellissima.
E non era solo una questione estetica. Era come se quel cambiamento esterno avesse liberato qualcosa che già esisteva dentro di lei.
Uscimmo dalla parrucchiera che era ormai primo pomeriggio. La città scorreva lenta, elegante, e Claudia sembrava camminare con una consapevolezza nuova.
“Ho fame,” disse ridendo. “Una fame seria.”
“Perfetto,” risposi. “Conosco il posto giusto.”
La condussi in uno dei ristoranti migliori della città. Nessuna insegna vistosa, solo un ingresso discreto e un’atmosfera ovattata, raffinata. Quando fummo accompagnate al tavolo, Claudia mi guardò con un misto di incredulità e divertimento.
“Cassandra… ma tu… chi sei davvero?” scherzò.
Sorrisi, evitando la risposta. “Qualcuno che oggi vuole viziarti.”
Durante il pranzo parlai poco, più del solito. La osservavo mentre mangiava, mentre raccontava episodi leggeri della sua vita, mentre rideva. Era rilassata, luminosa. E sentii che se non avessi parlato in quel momento, avrei perso qualcosa di importante.
“Claudia,” dissi a un certo punto, abbassando la voce. “C’è una cosa che devo dirti.”
Lei mi guardò, improvvisamente attenta.
“Mi piaci,” dissi semplicemente. “Mi piaci davvero. E non solo per quello che è successo tra noi. Mi piaci per come sei.”
Non c’era strategia in quel momento. Solo verità.
Claudia rimase in silenzio per qualche secondo. Nei suoi occhi vidi passare un’ombra, il ricordo di quel messaggio che mi aveva scritto, delle parole misurate, della decisione di tenere tutto in una zona sicura.
“Cassandra…” iniziò, poi si fermò. Inspirò lentamente. “Non pensavo che… cioè, non volevo creare aspettative.”
“Non te ne sto chiedendo,” risposi con calma. “Volevo solo essere onesta.”
Quel gesto, quella dichiarazione pacata, aprì qualcosa. Una piccola crepa, sottile ma reale. Lo sentii dal modo in cui le sue spalle si rilassarono, dal modo in cui non distolse lo sguardo.
“Forse,” disse piano, “non è tutto così semplice come pensavo.”
Sorrisi.
Non serviva altro.
La seduzione, capii in quel momento, non era spingere.
Era restare.
Claudia abbassò lo sguardo per un istante, poi tornò a cercarmi con gli occhi. La sua voce era più lenta, più intima.
“Quella notte…” disse piano. “È stata così spontanea. Non me l’aspettavo. E forse proprio per questo mi ha colpita così tanto.”
La lasciai parlare, senza interromperla, come se ogni parola fosse fragile.
“Mi è piaciuto,” continuò, con una sincerità che mi fece tremare. “Il modo in cui non mi hai mai forzata. Come mi hai guidata senza farmi sentire inesperta, senza farmi sentire sbagliata.”
Fece un mezzo sorriso. “Eri… delicata. Attenta. Come se sapessi esattamente quando fermarti e quando no.”
Sentii un nodo stringermi la gola. Senza pensarci, allungai le mani verso le sue. Le presi piano, come se potessero spezzarsi, e lei non si ritrasse. Anzi, intrecciò le dita alle mie con naturalezza, come se fosse il gesto più ovvio del mondo.
“Quando mi hai accompagnata in quel momento,” aggiunse, quasi sussurrando, “mi sono sentita al sicuro. Ed è una cosa rara.”
Le sue parole mi commossero più di quanto avrei voluto mostrare. Strinsi leggermente le sue mani, sentendo il calore della sua pelle, la fiducia che passava silenziosa da un dito all’altro.
Non c’era fretta, non c’era tensione. Solo quell’intesa quieta, profonda.
In quel gesto semplice, le mani intrecciate sul tavolo, capii che qualcosa tra noi si stava spostando ancora.
Non più solo attrazione.
Non ancora promessa.
Ma una connessione vera, che chiedeva di essere ascoltata.
Il ritorno a casa fu naturale, inevitabile, come se fosse già stato deciso da entrambe senza bisogno di dirlo ad alta voce.
Camminammo fianco a fianco, le mani che si cercavano e si trovavano con una sicurezza nuova. Nessuna esitazione, nessuna fretta. Solo quella tensione dolce che cresce quando sai che stai andando incontro a qualcosa che desideri davvero.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, Claudia si voltò verso di me. Non ci fu nemmeno il tempo di appoggiare le borse. Le sue labbra trovarono le mie con una delicatezza che conoscevo già, ma che ora era diversa: più consapevole, più presente. Un bacio lento, profondo, fatto di respiri che si intrecciavano e di mani che imparavano di nuovo il corpo dell’altra.
Le sfiorai il viso, i capelli appena sistemati, ancora profumati. Lei sorrise contro la mia bocca, come se si stesse concedendo qualcosa che aveva cercato di negarsi.
“Vieni,” le sussurrai.
La presi per mano e la condussi verso la camera da letto. Ogni passo era carico di significato, ogni gesto misurato, rispettoso. Non c’era conquista, non c’era urgenza. Solo la scelta reciproca di proseguire.
Quando entrammo, la luce del pomeriggio filtrava morbida dalle tende. Ci fermammo un istante, ancora mano nella mano, a guardarci. In quello sguardo c’era tutto: il passato recente, il dolore, il desiderio, e quella possibilità nuova che nessuna delle due aveva il coraggio di definire.
Chiusi la porta alle nostre spalle.
E lasciai che fosse il silenzio a parlare per noi.
Distese sul letto, il tempo sembrava essersi rarefatto.
Giocavo con i capelli di Claudia, morbidissimi, setosi sotto le dita, seguendone il profilo come se stessi imparando una lingua nuova. Ogni tanto li portavo alle labbra, li sfioravo appena, e lei chiudeva gli occhi con un sorriso quieto, abbandonato.
I baci arrivavano spontanei, senza schema. Prima leggeri, quasi timidi, poi più pieni, più lenti. Non c’era fame, non c’era urgenza. Solo il piacere di restare lì, di riconoscersi. Le mie labbra scivolavano dalle sue alle guance, alla fronte, mentre la sentivo respirare contro di me, presente, reale.
Claudia mi cercava con piccoli movimenti, avvicinandosi, come se volesse ridurre ogni distanza possibile. Le sue mani si posavano su di me con una naturalezza nuova, non più esitante. Era un dialogo silenzioso, fatto di pelle, di sospiri trattenuti, di sorrisi che nascevano tra un bacio e l’altro.
In quel momento non c’era strategia, non c’era un piano.
Solo due corpi distesi, intrecciati dalla stessa calma intensa.
E io pensai che, qualunque cosa sarebbe venuta dopo, quella dolcezza era già una forma di verità.
Le presi le mani con dolcezza, guidandole senza fretta, come avevo fatto quella prima volta. Le portai contro di me, sentendo il suo respiro cambiare quando le sue dita si posarono sul mio petto ancora coperto dalla camicetta. Restai così, lasciandole il tempo di sentire, di capire, di scegliere.
Poi, con lo stesso gesto lento, accompagnai le sue mani più giù, sotto la linea della gonna. Non c’era imbarazzo, solo una curiosità che cresceva, un’intimità che si faceva più profonda. Quando le lasciai andare, Claudia non si fermò.
Le sue dita iniziarono a muoversi da sole, timide all’inizio, poi sempre più sicure, come se stesse ascoltando il mio corpo invece di cercare una tecnica. Sentii un brivido attraversarmi, non tanto per il contatto in sé, quanto per il fatto che fosse lei, per come lo faceva, per l’attenzione che metteva in ogni gesto.
Chiusi gli occhi un istante, lasciandomi andare. In quel momento non stavo guidando, non stavo conducendo nulla.
Stavo semplicemente accogliendo.
La strinsi a me, avvicinandola ancora di più, come se volessi proteggerla e allo stesso tempo perdermi dentro quel contatto. Il suo corpo aderiva al mio con una naturalezza che mi fece tremare. Sentivo il ritmo del suo respiro contro il mio collo, il calore della sua presenza che mi avvolgeva.
I suoi gesti continuarono, sempre più sicuri, e io mi lasciai andare. Non c’era più nulla da controllare, nulla da guidare. Solo una sensazione che cresceva, lenta ma inesorabile, come un’onda che sai già ti travolgerà.
Chiusi gli occhi, affondando il viso tra i suoi capelli, respirandola. Ogni fibra di me era tesa verso quel punto di non ritorno. La sentivo, la volevo, e allo stesso tempo sentivo me stessa perdere i confini, sciogliermi in qualcosa di più grande, più intenso.
L’orgasmo montò con forza, portandosi dietro un’emozione quasi struggente. Non fu solo piacere: fu abbandono, fiducia, una resa dolce e potente insieme. La strinsi ancora, come se potessi ancorarmi a lei mentre tutto il resto svaniva.
Quando tornai a respirare davvero, rimasi lì, con il cuore che batteva forte e una calma profonda che mi attraversava. E seppi, con una chiarezza quasi spaventosa, che quel momento mi aveva toccata molto più in profondità di quanto avessi previsto.
Ci guardammo per un attimo, silenziose, e poi entrambe iniziammo a spogliarci. Non c’era fretta, solo una naturalezza sorprendente, come se quel gesto fosse inevitabile e dovuto. Ogni indumento che cadeva lasciava spazio a una vulnerabilità condivisa, a una fiducia sottile che cresceva tra noi.
Quando entrambe fummo nude, ci restammo a osservare per un istante, sorridendo nervosamente, come se fossimo complici di qualcosa di prezioso e segreto. Non c’era imbarazzo, solo una nuova intimità che si faceva spazio tra le nostre mani, i nostri sguardi, il respiro che iniziava a farsi più profondo.
Ci sdraiammo sul letto, fianco a fianco, e sentii il calore del suo corpo avvicinarsi al mio, mentre i nostri movimenti diventavano più sincronizzati, più consapevoli. I baci si fecero profondi, le mani leggere, esplorative, e ogni contatto alimentava una tensione dolce e intensa.
Ormai non c’era più nulla intorno a noi: solo io, Claudia, e quel momento sospeso, delicato e carico di desiderio.
Mi portai sopra Claudia, iniziando a baciarla intensamente, mentre le mie mani scendevano sulle sue parti intime. Con le dita le accarezzai le labbra della fica, sentendole bagnarsi. Mi feci largo in mezzo ai suoi umori fino a raggiungere il suo clitoride nell’attimo in cui si staccò dal bacio per emettere un gemito strozzato.
Claudia stava godendo del mio tocco, cercando convulsamente il contatto sempre più profondo e deciso. Usai entrambe le mani, penetrandola prima con un dito mentre con l’altra mano continuavo senza tregua a toccarla sul clitoride.
Le mie labbra le baciavano la pancia mentre continuavo con la mia azione, dandole piacere e facendola godere.
Claudia si abbandonò completamente, lasciando che ogni tensione scivolasse via. Il respiro si fece irregolare, il corpo tremante e caldo, e in quel momento capii quanto profondamente stesse vivendo tutto.
Un’ondata la attraversò, intensa e travolgente, e la vidi chiudere gli occhi, piegarsi leggermente, come se stesse cadendo in un abisso di piacere da cui non voleva uscire. Ogni gesto, ogni carezza, ogni sussurro si amplificava nella sua percezione, fino a farle vibrare ogni fibra del corpo.
Io la strinsi a me, le mani intrecciate alle mie, e sentii quanto fosse potente il momento: un misto di abbandono, fiducia e intensità che la lasciava senza fiato, completamente persa nella sensazione. Ogni respiro che tornava lento portava con sé un senso di leggerezza, di liberazione, e un sorriso che parlava più di mille parole.
Quando l’onda si placò, rimanemmo così, vicine, mani intrecciate, respiri che lentamente tornavano normali, e io percepii una connessione ancora più profonda, silenziosa ma innegabile, tra noi due.
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