Cassandra e le due donne - 4
di
Stemmy
genere
sadomaso
Marika si è allontanata per un momento, e ho sentito un cassetto aprirsi. Quando è tornata, teneva in mano qualcosa che ha fatto accelerare il mio cuore, un paio di forbici grandi, affilate, che brillavano alla luce soffusa della stanza.
"Questo vestito," ha detto con voce calma ma decisa, "non ti serve più."
Prima che potessi anche solo processare le sue parole, ho sentito il metallo freddo delle forbici contro la mia pelle. Il suono dello sforbiciare ha riempito la stanza, netto, definitivo, irreversibile.
Ha cominciato dalla camicetta del vestito, tagliando lungo il centro dal basso verso l'alto. Il tessuto si è aperto facilmente sotto le lame affilate, esponendo progressivamente la mia pelle nuda. Ogni taglio era lento, deliberato, Marika che si prendeva il suo tempo per godersi questo momento di totale controllo.
Quando ha raggiunto il reggiseno, non si è fermata. Le forbici hanno tagliato attraverso il tessuto tra le coppe, poi le spalline, fino a quando il reggiseno è caduto a terra come un brandello inutile.
"Così è meglio," ha mormorato, gli occhi che studiavano il mio corpo ora completamente esposto dalla vita in su.
Ma non aveva finito.
Si è inginocchiata davanti a me e ha iniziato a tagliare la gonna, partendo da un lato e risalendo lungo la cucitura. Il vestito che avevo scelto con tanta cura quella mattina, pensando di apparire bella e desiderabile, veniva ridotto a brandelli.
L'altro lato della gonna ha seguito lo stesso destino. Poi Marika ha tirato via i lembi di tessuto che ancora pendevano dal mio corpo, lasciandoli cadere in un mucchio ai miei piedi già nudi, avevo perso i tacchi ad un certo punto senza nemmeno accorgermene.
Ero completamente nuda ora. Ogni centimetro della mia pelle esposto al suo sguardo, alla sua valutazione, al suo piacere.
Marika si è alzata, facendo un passo indietro per ammirarmi nella mia totale vulnerabilità. Le forbici ancora in mano, mi ha guardata con un'intensità che mi ha fatto tremare.
"Perfetta," ha dichiarato. "Nulla che ti nasconda, nulla che ti protegga. Solo tu, appesa qui, completamente mia."
La distruzione del mio vestito non era stata solo un atto pratico, era stata una dichiarazione. Un modo per mostrarmi che tutto ciò che avevo portato con me, tutto ciò che ero prima di entrare in quella villa, non contava più.
Ora c'ero solo io. Nuda. Vulnerabile. Sua.
Marika ha posato le forbici e si è avvicinata di nuovo al mio viso. Con movimenti lenti e deliberati, ha slacciato le cinghie della gag ball dietro la mia testa. La sfera è scivolata fuori dalla mia bocca, finalmente liberandola dopo quello che sembravano ore.
Ho inspirato profondamente attraverso la bocca, la mascella dolorante che si rilassava. La saliva colava ancora dal mio mento, ma ora potevo almeno deglutire, parlare.
"Gra…" ho cominciato a dire, ma Marika ha messo un dito sulle mie labbra umide, silenziandomi.
"Non ti ho dato il permesso di parlare," ha detto con voce ferma.
Poi si è avvicinata ancora di più, il suo viso a millimetri dal mio. Ho sentito il suo respiro sulle mie labbra, caldo e promettente. Le sue labbra hanno sfiorato le mie, appena, leggerissimamente, senza pressione, senza bacio vero.
Era una tortura peggiore di qualsiasi altra. Dopo tutto quello che avevo subito, dopo essere stata toccata ovunque, ora che finalmente la mia bocca era libera, lei mi negava anche questo.
Istintivamente mi sono mossa in avanti, cercando di catturare le sue labbra, di trasformare quello sfioramento in un bacio vero. Ma Marika si è ritirata immediatamente, sorridendo.
"Impaziente," ha mormorato. "Devi ancora imparare molto."
Poi, senza preavviso, mi ha spinta. Il mio corpo ha cominciato a oscillare, appesa alle catene. Avanti e indietro, completamente fuori controllo, nuda e indifesa. Ogni movimento faceva tintinnare le catene, faceva tirare dolorosamente i miei polsi.
Mentre ancora oscillavo, ho visto Marika dirigersi verso la parete dove erano appesi vari strumenti. Quando si è girata, teneva in mano una frusta, sottile, flessibile, che prometteva dolore.
Il mio cuore si è fermato.
"Ora," ha detto con voce calma ma autoritaria, "imparerai cosa significa davvero la sottomissione."
Si è posizionata davanti a me mentre il mio corpo ancora dondolava leggermente. Poi ha alzato la frusta.
Il primo colpo è arrivato tra le mie gambe, secco, bruciante, devastante. Ho urlato, il corpo che si è contratto violentemente contro le catene.
"Conta," ha ordinato Marika. "E ringraziami."
"U-uno," sono riuscita a biascicare attraverso le lacrime che già mi riempivano gli occhi. "Grazie, Mistress."
Il secondo colpo è atterrato sul mio seno sinistro. Il dolore era acuto, lancinante, completamente diverso dal piacere che avevo provato prima. Questo era solo sofferenza pura.
"Due," ho singhiozzato. "Grazie, Mistress."
Un altro colpo tra le gambe. Un altro sul seno destro. Ogni frustata lasciava tracce rosse sulla mia pelle, ogni impatto mi faceva tremare e gemere.
Non c'era piacere in questo, solo dolore, umiliazione, e il disperato desiderio di compiacere Marika, di dimostrarle che potevo sopportare qualsiasi cosa lei decidesse di infliggermi.
"Cinque," ho contato, la voce rotta. "Grazie, Mistress."
Marika si è fermata, studiando il mio corpo tremante segnato dalle sue frustate. "Perché ti sottoponi a questo, Cassandra?" ha chiesto, la voce improvvisamente più dolce.
"Per... per compiacerla, Mistress," ho sussurrato. "Perché voglio essere degna di lei."
Marika ha lasciato cadere la frusta a terra. Il suono del suo impatto sul pavimento ha risuonato nella stanza come la fine di una sentenza. Si è avvicinata lentamente, i suoi passi misurati mentre mi studiava—il mio corpo segnato, tremante, lucido di sudore.
"Brava ragazza," ha mormorato, e c'era qualcosa di diverso nella sua voce ora. Qualcosa di più caldo.
Si è fermata proprio davanti a me, il suo corpo vestito di pelle nera che contrastava con la mia nudità totale. Era assolutamente magnifica, i capelli biondi che le cadevano morbidi sulle spalle, incorniciando il suo viso perfetto. La pelle chiara e luminosa, gli occhi che brillavano con un'intensità che mi ipnotizzava. L'abito di pelle le aderiva come fosse stato disegnato su di lei, ogni curva enfatizzata, ogni movimento fluido ed elegante.
C'era qualcosa di quasi soprannaturale nella sua bellezza, non era solo l'aspetto fisico, ma il potere che emanava, la forza assoluta nella sua presenza. Stare davanti a lei, appesa e vulnerabile, mi faceva sentire piccola e allo stesso tempo incredibilmente fortunata ad essere oggetto della sua attenzione.
Poi, senza preavviso, mi ha baciata.
Non come prima, non uno sfioramento crudele, non una promessa negata. Questa volta le sue labbra hanno catturato le mie con una passione che mi ha lasciata senza fiato. Era un bacio profondo, consumante, che parlava di possesso e desiderio in egual misura.
La sua lingua ha esplorato la mia bocca con la stessa sicurezza con cui aveva esplorato il mio corpo. Le sue mani sono salite a tenermi il viso, le dita che si intrecciavano nei miei capelli mentre mi baciava sempre più intensamente.
Ho risposto con tutto ciò che mi era rimasto, aprendo la bocca, lasciandola prendere quello che voleva. Il sapore delle sue labbra era dolce e perfetto, un contrasto stridente con il dolore che ancora pulsava sulla mia pelle.
Il bacio è durato un'eternità e un istante insieme. Quando finalmente si è staccata, ero ancora più persa di prima.
Sono persa, ho pensato mentre la guardavo. Completamente, irrevocabilmente persa per questa donna.
Non era solo attrazione fisica, anche se quella c'era in abbondanza. Era il modo in cui mi dominava, non con brutalità, ma con un controllo assoluto che mi faceva sentire vista, compresa, posseduta nel modo più profondo possibile.
Era il potere che emanava da ogni poro, quella forza tranquilla e implacabile che mi faceva voler inginocchiarmi ai suoi piedi e offrirle tutto ciò che ero.
Non avevo mai provato niente del genere per nessuno. E sapevo, in quel momento, appesa lì con il suo sapore ancora sulle labbra, che non sarei mai più stata la stessa.
"Sei mia ora," ha sussurrato Marika, come se avesse letto i miei pensieri. "Completamente e irrevocabilmente mia."
"Sì, Mistress," ho risposto senza esitazione. "Sono vostra."
E lo intendevo con ogni fibra del mio essere.
Marika si è staccata da me, accarezzandomi una volta il viso con tenerezza inaspettata. Poi, senza dire altro, è uscita dalla stanza.
Sono rimasta lì, appesa, confusa dal suo improvviso allontanamento. Ma non ho dovuto aspettare molto.
La porta si è riaperta e Paola è entrata. I suoi occhi mi hanno studiata, il mio corpo segnato dalle frustate, tremante per lo sforzo, lucido di sudore. C'era comprensione nel suo sguardo, come se sapesse esattamente cosa avevo appena passato.
"È ora di spostarti," ha detto con dolcezza, avvicinandosi all'argano.
Ho sentito le catene allentarsi, le mie braccia che finalmente potevano abbassarsi. Il sollievo è stato immediato e quasi doloroso, i muscoli che protestavano per il movimento dopo essere stati tesi così a lungo. Le mie gambe hanno ceduto immediatamente, ma Paola mi ha sostenuta, le sue braccia forti che mi impedivano di crollare.
"Ce la fai a camminare?" ha chiesto.
Ho annuito debolmente, anche se non ero sicura fosse vero. Con il suo aiuto, ho attraversato il corridoio fino a un'altra stanza.
Questa era diversa dalla precedente. Al centro c'era una struttura che non avevo mai visto prima, una pedana a semicerchio, curva come un arco, con cinghie e ganci posizionati strategicamente lungo i bordi.
"Sdraiati sulla schiena," ha ordinato Paola gentilmente.
L'ho fatto, il mio corpo che si è adagiato sulla superficie curva. La mia schiena si è inarcata naturalmente seguendo la forma del semicerchio, il petto spinto verso l'alto, la testa che pendeva all'indietro.
Paola ha iniziato a legarmi con efficienza esperta. Prima i polsi, tirati sopra la mia testa e fissati ai lati. Poi le caviglie, separate e legate alle estremità opposte della struttura. Le mie gambe erano completamente divaricate, esponendo ogni parte di me. Le mie braccia pure, tese e immobilizzate.
Ero completamente aperta, vulnerabile in un modo nuovo e terrificante.
"Ultima cosa," ha detto Paola, e ho visto un panno nero nelle sue mani.
Mi ha bendata, togliendomi anche il senso della vista. Il mondo è diventato oscurità totale.
"Marika verrà quando sarà pronta," ha sussurrato Paola, prima di uscire dalla stanza, chiudendo la porta dietro di sé.
E io sono rimasta sola.
Il tempo ha perso significato nell'oscurità. Non sapevo se fossero passati minuti o ore. La posizione era brutale, la schiena arcuata sulla struttura curva, le gambe e le braccia tirate ai limiti, ogni muscolo teso dolorosamente.
Non potevo muovermi. Non potevo vedere. Non potevo fare nulla se non aspettare.
Ogni suono era amplificato, il mio respiro affannoso, il battito del mio cuore che rimbombava nelle orecchie. Ero vigile a ogni minimo rumore, anticipando qualcosa, qualsiasi cosa.
Il mio corpo era esposto all'aria fresca della stanza, ogni parte di me accessibile, indifesa. L'umiliazione di questa posizione, combinata con l'impossibilità di vedere cosa sarebbe successo dopo, mi faceva tremare.
Poi, finalmente, l'ho sentito.
Click. Click. Click.
Tacchi sul pavimento di legno. Passi lenti, misurati, che si avvicinavano. Marika.
Ho trattenuto il respiro, ogni senso concentrato su quei suoni. Non potevo vederla, non sapevo cosa avrebbe fatto. Potevo solo aspettare, legata e cieca, completamente alla sua mercé.
I passi si sono fermati accanto a me. Ho sentito la sua presenza, il leggero spostamento d'aria, il suo profumo familiare.
Il silenzio che è seguito è stato assordante.
stemmy75@gmail.com
"Questo vestito," ha detto con voce calma ma decisa, "non ti serve più."
Prima che potessi anche solo processare le sue parole, ho sentito il metallo freddo delle forbici contro la mia pelle. Il suono dello sforbiciare ha riempito la stanza, netto, definitivo, irreversibile.
Ha cominciato dalla camicetta del vestito, tagliando lungo il centro dal basso verso l'alto. Il tessuto si è aperto facilmente sotto le lame affilate, esponendo progressivamente la mia pelle nuda. Ogni taglio era lento, deliberato, Marika che si prendeva il suo tempo per godersi questo momento di totale controllo.
Quando ha raggiunto il reggiseno, non si è fermata. Le forbici hanno tagliato attraverso il tessuto tra le coppe, poi le spalline, fino a quando il reggiseno è caduto a terra come un brandello inutile.
"Così è meglio," ha mormorato, gli occhi che studiavano il mio corpo ora completamente esposto dalla vita in su.
Ma non aveva finito.
Si è inginocchiata davanti a me e ha iniziato a tagliare la gonna, partendo da un lato e risalendo lungo la cucitura. Il vestito che avevo scelto con tanta cura quella mattina, pensando di apparire bella e desiderabile, veniva ridotto a brandelli.
L'altro lato della gonna ha seguito lo stesso destino. Poi Marika ha tirato via i lembi di tessuto che ancora pendevano dal mio corpo, lasciandoli cadere in un mucchio ai miei piedi già nudi, avevo perso i tacchi ad un certo punto senza nemmeno accorgermene.
Ero completamente nuda ora. Ogni centimetro della mia pelle esposto al suo sguardo, alla sua valutazione, al suo piacere.
Marika si è alzata, facendo un passo indietro per ammirarmi nella mia totale vulnerabilità. Le forbici ancora in mano, mi ha guardata con un'intensità che mi ha fatto tremare.
"Perfetta," ha dichiarato. "Nulla che ti nasconda, nulla che ti protegga. Solo tu, appesa qui, completamente mia."
La distruzione del mio vestito non era stata solo un atto pratico, era stata una dichiarazione. Un modo per mostrarmi che tutto ciò che avevo portato con me, tutto ciò che ero prima di entrare in quella villa, non contava più.
Ora c'ero solo io. Nuda. Vulnerabile. Sua.
Marika ha posato le forbici e si è avvicinata di nuovo al mio viso. Con movimenti lenti e deliberati, ha slacciato le cinghie della gag ball dietro la mia testa. La sfera è scivolata fuori dalla mia bocca, finalmente liberandola dopo quello che sembravano ore.
Ho inspirato profondamente attraverso la bocca, la mascella dolorante che si rilassava. La saliva colava ancora dal mio mento, ma ora potevo almeno deglutire, parlare.
"Gra…" ho cominciato a dire, ma Marika ha messo un dito sulle mie labbra umide, silenziandomi.
"Non ti ho dato il permesso di parlare," ha detto con voce ferma.
Poi si è avvicinata ancora di più, il suo viso a millimetri dal mio. Ho sentito il suo respiro sulle mie labbra, caldo e promettente. Le sue labbra hanno sfiorato le mie, appena, leggerissimamente, senza pressione, senza bacio vero.
Era una tortura peggiore di qualsiasi altra. Dopo tutto quello che avevo subito, dopo essere stata toccata ovunque, ora che finalmente la mia bocca era libera, lei mi negava anche questo.
Istintivamente mi sono mossa in avanti, cercando di catturare le sue labbra, di trasformare quello sfioramento in un bacio vero. Ma Marika si è ritirata immediatamente, sorridendo.
"Impaziente," ha mormorato. "Devi ancora imparare molto."
Poi, senza preavviso, mi ha spinta. Il mio corpo ha cominciato a oscillare, appesa alle catene. Avanti e indietro, completamente fuori controllo, nuda e indifesa. Ogni movimento faceva tintinnare le catene, faceva tirare dolorosamente i miei polsi.
Mentre ancora oscillavo, ho visto Marika dirigersi verso la parete dove erano appesi vari strumenti. Quando si è girata, teneva in mano una frusta, sottile, flessibile, che prometteva dolore.
Il mio cuore si è fermato.
"Ora," ha detto con voce calma ma autoritaria, "imparerai cosa significa davvero la sottomissione."
Si è posizionata davanti a me mentre il mio corpo ancora dondolava leggermente. Poi ha alzato la frusta.
Il primo colpo è arrivato tra le mie gambe, secco, bruciante, devastante. Ho urlato, il corpo che si è contratto violentemente contro le catene.
"Conta," ha ordinato Marika. "E ringraziami."
"U-uno," sono riuscita a biascicare attraverso le lacrime che già mi riempivano gli occhi. "Grazie, Mistress."
Il secondo colpo è atterrato sul mio seno sinistro. Il dolore era acuto, lancinante, completamente diverso dal piacere che avevo provato prima. Questo era solo sofferenza pura.
"Due," ho singhiozzato. "Grazie, Mistress."
Un altro colpo tra le gambe. Un altro sul seno destro. Ogni frustata lasciava tracce rosse sulla mia pelle, ogni impatto mi faceva tremare e gemere.
Non c'era piacere in questo, solo dolore, umiliazione, e il disperato desiderio di compiacere Marika, di dimostrarle che potevo sopportare qualsiasi cosa lei decidesse di infliggermi.
"Cinque," ho contato, la voce rotta. "Grazie, Mistress."
Marika si è fermata, studiando il mio corpo tremante segnato dalle sue frustate. "Perché ti sottoponi a questo, Cassandra?" ha chiesto, la voce improvvisamente più dolce.
"Per... per compiacerla, Mistress," ho sussurrato. "Perché voglio essere degna di lei."
Marika ha lasciato cadere la frusta a terra. Il suono del suo impatto sul pavimento ha risuonato nella stanza come la fine di una sentenza. Si è avvicinata lentamente, i suoi passi misurati mentre mi studiava—il mio corpo segnato, tremante, lucido di sudore.
"Brava ragazza," ha mormorato, e c'era qualcosa di diverso nella sua voce ora. Qualcosa di più caldo.
Si è fermata proprio davanti a me, il suo corpo vestito di pelle nera che contrastava con la mia nudità totale. Era assolutamente magnifica, i capelli biondi che le cadevano morbidi sulle spalle, incorniciando il suo viso perfetto. La pelle chiara e luminosa, gli occhi che brillavano con un'intensità che mi ipnotizzava. L'abito di pelle le aderiva come fosse stato disegnato su di lei, ogni curva enfatizzata, ogni movimento fluido ed elegante.
C'era qualcosa di quasi soprannaturale nella sua bellezza, non era solo l'aspetto fisico, ma il potere che emanava, la forza assoluta nella sua presenza. Stare davanti a lei, appesa e vulnerabile, mi faceva sentire piccola e allo stesso tempo incredibilmente fortunata ad essere oggetto della sua attenzione.
Poi, senza preavviso, mi ha baciata.
Non come prima, non uno sfioramento crudele, non una promessa negata. Questa volta le sue labbra hanno catturato le mie con una passione che mi ha lasciata senza fiato. Era un bacio profondo, consumante, che parlava di possesso e desiderio in egual misura.
La sua lingua ha esplorato la mia bocca con la stessa sicurezza con cui aveva esplorato il mio corpo. Le sue mani sono salite a tenermi il viso, le dita che si intrecciavano nei miei capelli mentre mi baciava sempre più intensamente.
Ho risposto con tutto ciò che mi era rimasto, aprendo la bocca, lasciandola prendere quello che voleva. Il sapore delle sue labbra era dolce e perfetto, un contrasto stridente con il dolore che ancora pulsava sulla mia pelle.
Il bacio è durato un'eternità e un istante insieme. Quando finalmente si è staccata, ero ancora più persa di prima.
Sono persa, ho pensato mentre la guardavo. Completamente, irrevocabilmente persa per questa donna.
Non era solo attrazione fisica, anche se quella c'era in abbondanza. Era il modo in cui mi dominava, non con brutalità, ma con un controllo assoluto che mi faceva sentire vista, compresa, posseduta nel modo più profondo possibile.
Era il potere che emanava da ogni poro, quella forza tranquilla e implacabile che mi faceva voler inginocchiarmi ai suoi piedi e offrirle tutto ciò che ero.
Non avevo mai provato niente del genere per nessuno. E sapevo, in quel momento, appesa lì con il suo sapore ancora sulle labbra, che non sarei mai più stata la stessa.
"Sei mia ora," ha sussurrato Marika, come se avesse letto i miei pensieri. "Completamente e irrevocabilmente mia."
"Sì, Mistress," ho risposto senza esitazione. "Sono vostra."
E lo intendevo con ogni fibra del mio essere.
Marika si è staccata da me, accarezzandomi una volta il viso con tenerezza inaspettata. Poi, senza dire altro, è uscita dalla stanza.
Sono rimasta lì, appesa, confusa dal suo improvviso allontanamento. Ma non ho dovuto aspettare molto.
La porta si è riaperta e Paola è entrata. I suoi occhi mi hanno studiata, il mio corpo segnato dalle frustate, tremante per lo sforzo, lucido di sudore. C'era comprensione nel suo sguardo, come se sapesse esattamente cosa avevo appena passato.
"È ora di spostarti," ha detto con dolcezza, avvicinandosi all'argano.
Ho sentito le catene allentarsi, le mie braccia che finalmente potevano abbassarsi. Il sollievo è stato immediato e quasi doloroso, i muscoli che protestavano per il movimento dopo essere stati tesi così a lungo. Le mie gambe hanno ceduto immediatamente, ma Paola mi ha sostenuta, le sue braccia forti che mi impedivano di crollare.
"Ce la fai a camminare?" ha chiesto.
Ho annuito debolmente, anche se non ero sicura fosse vero. Con il suo aiuto, ho attraversato il corridoio fino a un'altra stanza.
Questa era diversa dalla precedente. Al centro c'era una struttura che non avevo mai visto prima, una pedana a semicerchio, curva come un arco, con cinghie e ganci posizionati strategicamente lungo i bordi.
"Sdraiati sulla schiena," ha ordinato Paola gentilmente.
L'ho fatto, il mio corpo che si è adagiato sulla superficie curva. La mia schiena si è inarcata naturalmente seguendo la forma del semicerchio, il petto spinto verso l'alto, la testa che pendeva all'indietro.
Paola ha iniziato a legarmi con efficienza esperta. Prima i polsi, tirati sopra la mia testa e fissati ai lati. Poi le caviglie, separate e legate alle estremità opposte della struttura. Le mie gambe erano completamente divaricate, esponendo ogni parte di me. Le mie braccia pure, tese e immobilizzate.
Ero completamente aperta, vulnerabile in un modo nuovo e terrificante.
"Ultima cosa," ha detto Paola, e ho visto un panno nero nelle sue mani.
Mi ha bendata, togliendomi anche il senso della vista. Il mondo è diventato oscurità totale.
"Marika verrà quando sarà pronta," ha sussurrato Paola, prima di uscire dalla stanza, chiudendo la porta dietro di sé.
E io sono rimasta sola.
Il tempo ha perso significato nell'oscurità. Non sapevo se fossero passati minuti o ore. La posizione era brutale, la schiena arcuata sulla struttura curva, le gambe e le braccia tirate ai limiti, ogni muscolo teso dolorosamente.
Non potevo muovermi. Non potevo vedere. Non potevo fare nulla se non aspettare.
Ogni suono era amplificato, il mio respiro affannoso, il battito del mio cuore che rimbombava nelle orecchie. Ero vigile a ogni minimo rumore, anticipando qualcosa, qualsiasi cosa.
Il mio corpo era esposto all'aria fresca della stanza, ogni parte di me accessibile, indifesa. L'umiliazione di questa posizione, combinata con l'impossibilità di vedere cosa sarebbe successo dopo, mi faceva tremare.
Poi, finalmente, l'ho sentito.
Click. Click. Click.
Tacchi sul pavimento di legno. Passi lenti, misurati, che si avvicinavano. Marika.
Ho trattenuto il respiro, ogni senso concentrato su quei suoni. Non potevo vederla, non sapevo cosa avrebbe fatto. Potevo solo aspettare, legata e cieca, completamente alla sua mercé.
I passi si sono fermati accanto a me. Ho sentito la sua presenza, il leggero spostamento d'aria, il suo profumo familiare.
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