Professionale 2
di
Stemmy
genere
sadomaso
----PER CHI L'AVESSE GIA' LETTO, QUESTA E' LA VERSIONE COMPLETA E CORRETTA, L'ALTRA CHE HO CANCELLATO ERA SOLO LA PARTE FINALE ----
Quando Melissa, la mia agente, mi ha chiamato dicendomi che una cliente voleva espressamente me per un secondo incontro, ho subito capito di chi si trattava. Non facevo il suo nome nemmeno con Melissa, le regole della privacy erano sacre in questo lavoro, soprattutto quando si trattava di volti noti della televisione.
"Vuole qualcosa di diverso questa volta," mi aveva informato Melissa con il suo tono professionale. "Ha chiesto specificamente un'esperienza BDSM leggera. Ho già verificato i suoi limiti e le sue aspettative. Sei disponibile giovedì sera?"
Avevo sorriso. Ricordavo perfettamente il nostro primo incontro due settimane prima. Lei era arrivata nell’albergo con enormi occhiali da sole che le coprivano metà del viso, nervosa e titubante nonostante la sicurezza che ostentava davanti alle telecamere. Le mani le tremavano leggermente quando le avevo versato il vino. Era stata un'esperienza intensa ma delicata, esattamente ciò di cui aveva bisogno dopo mesi di pressioni professionali e una vita personale complicata.
Ora voleva spingersi oltre. Era una progressione naturale che vedevo spesso: il primo incontro rompeva il ghiaccio, dissolveva le inibizioni, e spesso apriva porte che erano rimaste chiuse per anni.
"Melissa mi ha detto che hai capito cosa voglio," aveva specificato lei stessa in una breve chiamata di conferma, usando un numero privato. "Voglio... lasciar andare il controllo. Affidarmi completamente. Puoi organizzare qualcosa?"
"Conosco il posto perfetto," le avevo assicurato.
Ed è così che ci siamo ritrovati qui, in questo dungeon privato che un mio collega mi affitta occasionalmente. Un ex magazzino industriale trasformato in uno spazio dedicato all'esplorazione dei sensi e del potere. Le pareti di mattoni grezzi, le catene che pendono dal soffitto, le attrezzature che riposano negli angoli in ombra, tutto contribuisce a creare un'atmosfera che è insieme intimidatoria e liberatoria.
Lei è arrivata puntuale, come sempre. Indossava un completo casual ma femminile, una gonna plissettata chiara e una camicetta con fantasie floreali che contrastava volutamente con l'ambiente circostante. Ai piedi, sandali con tacco che accentuavano la linea delle sue gambe. I capelli legati in una coda bassa, il trucco leggero ma curato. Niente occhiali da sole questa volta, tra di noi non c'era più bisogno di quella barriera.
"Sei pronta?" le ho chiesto, guardandola negli occhi mentre chiudevo la porta alle nostre spalle.
Lei ha annuito, ma ho visto il suo petto sollevarsi con un respiro profondo. L'eccitazione mista all'apprensione. Perfetto.
"Ricordi la parola di sicurezza che abbiamo concordato con Melissa?"
"Rosso," ha sussurrato.
"Bene. E sai che puoi usarla in qualsiasi momento, senza conseguenze, senza giudizi."
Un altro cenno. Le sue dita giocherellavano con l'orlo della gonna.
L'ho guidata al centro dello spazio, dove due colonne di metallo si ergevano verticali, distanziate di circa due metri. Le ho fatto cenno di posizionarsi tra di esse, e lei ha obbedito con un'esitazione che trovavo adorabile. Ogni suo movimento era carico di anticipazione.
"Braccia aperte," ho ordinato con voce ferma ma gentile, il tono che avevo perfezionato negli anni per trasmettere autorità senza durezza.
Lei ha allargato le braccia, assumendo quasi la forma di una croce. Il suo respiro si era fatto più veloce. Ho preso i polsini di pelle morbida che avevo preparato in anticipo allacciandoli ai polsi con gesti lenti e metodici, assicurandomi che fossero comodi ma sicuri. Poi ho fissato ciascun polsino alle colonne laterali con moschettoni di acciaio, mettendo in tensione le braccia.
"Troppo stretto?" ho chiesto, facendole scorrere un dito sotto il polsino.
"No... va bene."
Per ultimo, ho preso il bavaglio a morso. Un accessorio semplice, una barra di silicone morbido che si sarebbe posizionata tra i suoi denti, impedendole di parlare ma permettendole comunque di respirare liberamente e di emettere suoni se necessario.
"Questo è opzionale," le ho detto mostrandoglielo. "Ma ti aiuterà a lasciarti andare. A smettere di pensare e semplicemente... sentire."
Lei ha guardato il bavaglio, poi me, poi di nuovo il bavaglio. Ho visto un lampo di vulnerabilità attraversarle il volto, così diverso dall'immagine impeccabile che trasmetteva in video. Infine ha aperto lievemente la bocca in un gesto di consenso che mi ha fatto accelerare il battito.
Le ho posizionato delicatamente il bavaglio tra i denti allacciando i lacci dietro la sua testa, sopra la coda. Un filo di saliva le brillava già all'angolo delle labbra.
Mi sono allontanato di qualche passo per osservarla nella sua interezza. Era lì, spalancata e vulnerabile, la gonna corta che lasciava scoperte le gambe tornite, la camicetta che si tendeva sul seno a ogni respiro accelerato, gli occhi che mi fissavano carichi di una miscela inebriante di paura e desiderio. La donna così professionale, ora era completamente alla mia mercé. Fra le mutande il mio cazzo era già duro, lei si accorse del rigonfiamento ed i suoi occhi trasmettevano voglia e desiderio di essere posseduta.
Mi sono avvicinato di nuovo, abbastanza da sentire il calore che emanava il suo corpo, ma senza toccarla. Ho lasciato che l'anticipazione crescesse, che lei si chiedesse cosa sarebbe successo dopo. La sfioravo con il cazzo duro, appoggiandolo alle sue gambe.
"Sai perché ti ho legata così?" ho sussurrato vicino al suo orecchio. "Perché per le prossime ore non devi prendere nessuna decisione. Non devi essere forte, non devi essere perfetta e professionale, non devi controllare nulla. L'unica cosa che devi fare è fidarti di me. Puoi farlo?"
Lei ha annuito vigorosamente, emettendo un piccolo suono soffocato dal bavaglio che mi ha fatto sorridere.
"Perfetto," ho mormorato, facendo scorrere un dito lungo il suo braccio teso, dal polso fino alla spalla, godendomi il brivido che l'ha attraversata. "Allora cominciamo."
Mi sono allontanato per un momento, dirigendomi verso l'angolo del dungeon dove avevo preparato gli strumenti per la serata. Ho preso la frusta leggera, non uno di quegli arnesi pesanti e intimidatori, ma un modello adatto ai principianti, con strisce di pelle morbida che potevano accarezzare tanto quanto punire. L'ho appoggiata sulla spalla con un gesto studiato, sentendo il peso familiare del manico contro il palmo.
Quando mi sono girato verso di lei, ho visto i suoi occhi allargarsi leggermente. Il bavaglio le impediva di parlare, ma il suo corpo parlava per lei: un impercettibile irrigidimento dei muscoli, un respiro che si faceva ancora più affrettato, le dita che si chiudevano istintivamente anche se non c'era nulla da afferrare.
"Tranquilla," ho mormorato avvicinandomi con passi lenti e misurati. "Ricorda: puoi fermare tutto in qualsiasi momento."
Mi sono fermato davanti a lei, così vicino che potevo sentire il calore del suo corpo, vedere le goccioline di sudore che cominciavano a formarsi alla base del collo. Con la mano libera, ho iniziato ad accarezzarla. Un tocco leggero, quasi reverente, che è scivolato lungo il suo braccio teso, dalla spalla al gomito, esplorando la morbidezza della sua pelle.
Le sue palpebre si sono abbassate a metà, il respiro è diventato più profondo. Ho continuato, lasciando che le dita tracciassero percorsi lenti e tortuosi. Sono sceso lungo il fianco, sentendo il tessuto della camicetta sotto i polpastrelli, poi ho raggiunto la vita, dove la stoffa incontrava la gonna.
Ho fatto scorrere la mano sul tessuto leggero della camicetta, risalendo lentamente verso l'alto. Le mie dita hanno sfiorato il profilo del suo seno attraverso la stoffa, un contatto delicato ma deliberato. Lei ha emesso un suono soffocato dal bavaglio, qualcosa a metà tra un gemito e un sospiro.
"Stai reagendo bene," ho sussurrato, continuando l'esplorazione. La mia mano è scesa di nuovo, questa volta lungo la curva del fianco, fino al bordo della gonna. Ho lasciato che le dita indugiassero lì, sulla pelle nuda delle sue cosce, sentendola tremare sotto il mio tocco.
Sono passato dall'altra parte, specchiando i movimenti, assicurandomi che ogni centimetro del suo corpo ricevesse attenzione. Le mie carezze erano un contrasto studiato con la presenza minacciosa della frusta sulla mia spalla, la promessa del piacere mista all'anticipazione del dolore. Il mo cazzo cercava l’uscita, lo contenevo nei pantaloni a stento.
Ho fatto scorrere la mano sulla sua pancia piatta, sentendo i muscoli contrarsi sotto la stoffa, poi sono risalito di nuovo verso l'alto. Questa volta il mio tocco si è fatto più deciso, più possessivo. Le ho accarezzato il seno con maggiore pressione, il pollice che tracciava cerchi lenti attraverso il tessuto della camicetta.
Lei ha inarcato la schiena quanto le catene le permettevano, spingendosi contro la mia mano, cercando più contatto. Un piccolo rivolo di saliva le scivolava dall'angolo della bocca attorno al bavaglio.
"Pazienza," ho mormorato, ma ho continuato, lasciando che le mie mani esplorassero, stuzzicassero, promettessero. Sono sceso di nuovo, questa volta permettendo alle dita di sfiorare l'interno delle sue cosce, risalendo lentamente, deliberatamente, senza mai raggiungere la destinazione che il suo corpo implorava.
Per diversi minuti ho continuato così, alternando tocchi leggeri a tocchi più decisi fra le sue parti intime, facendola oscillare tra anticipazione e frustrazione. Il suo corpo era teso come una corda di violino, ogni muscolo contratto, il respiro che usciva in piccoli sbuffi affannosi attraverso il naso.
Le sue anche hanno cominciato a muoversi, cercando istintivamente più contatto, più pressione, più di tutto. Ho sorriso, godendomi il modo in cui si stava abbandonando all'esperienza, dimenticando chi era fuori da queste mura, lasciando che il suo corpo parlasse senza filtri. Ed io mi sentivo privilegiado, sapendo che l’avrei scopata e sottomessa di brutto.
"Brava," ho sussurrato vicino al suo orecchio, lasciando che il mio respiro le accarezzasse la pelle. "Adesso stai davvero cominciando a lasciarti andare."
Ho lasciato cadere la frusta a terra con un rumore sordo che ha riecheggiato nel dungeon. Le mie mani sono scese lungo i suoi fianchi, scivolando sotto l'orlo della gonna fino a raggiungere l'elastico della sua biancheria intima.
Ho fatto una pausa, lasciando che le mie dita indugiassero lì, sentendo il tessuto delicato sotto i polpastrelli. Lei ha trattenuto il respiro, ogni muscolo del suo corpo teso in anticipazione.
Poi, con un movimento deciso, ho afferrato il tessuto e l'ho strappato. Il suono dello strappo è stato netto, definitivo, seguito immediatamente da un gemito soffocato dal bavaglio. Non era un suono di protesta, era pura anticipazione, desiderio allo stato puro.
"Ecco," ho mormorato, lasciando che i brandelli di tessuto cadessero a terra. "Adesso non c'è più nulla tra te e quello che desideri."
Le mie mani sono risalite lentamente lungo l'interno delle sue cosce, sentendo i suoi muscoli tremare sotto il tocco. Lei ha allargato istintivamente le gambe quanto le catene le permettevano, un invito silenzioso ma eloquente.
Ho preso il mio tempo, lasciando che le dita esplorassero, stuzzicassero, scoprissero quanto fosse pronta. Era bagnata, il suo corpo parlava più chiaro di qualsiasi parola. Un altro gemito è sfuggito dal bavaglio quando finalmente l'ho toccata dove desiderava.
"Così impaziente," ho sussurrato, ma ho assecondato il suo bisogno. Le mie dita hanno cominciato a muoversi con ritmo sicuro, penetrandola mentre il pollice trovava il suo clitoride e iniziava a tracciare cerchi lenti e deliberati.
Il suo corpo ha reagito immediatamente, le anche che si muovevano contro la mia mano, cercando più pressione, più velocità, più tutto. Ma io controllavo il ritmo, alternando movimenti lenti e profondi a stimolazioni più rapide del clitoride, mantenendola sul filo del rasoio tra frustrazione e piacere.
"Non ancora," ho mormorato quando ho sentito i suoi muscoli cominciare a contrarsi. "Non finché non te lo permetto io."
Ho rallentato deliberatamente, ignorando i suoi gemiti di protesta soffocati dal bavaglio. Volevo che si rendesse conto di quanto poco controllo avesse, di quanto dipendesse completamente da me in quel momento.
Poi ho ripreso, questa volta con maggiore intensità. Le mie dita si muovevano dentro di lei con un ritmo costante mentre il pollice lavorava il clitoride con precisione chirurgica. Ho osservato attentamente le sue reazioni, il modo in cui il suo respiro diventava sempre più irregolare, come i suoi muscoli si tendevano, il rossore che le saliva dal petto al collo.
"Adesso," ho sussurrato vicino al suo orecchio. "Adesso puoi venire per me."
E come se quelle parole fossero state l'ultima goccia, il suo corpo si è abbandonato completamente. L'orgasmo l'ha attraversata come un'onda, i suoi muscoli che si contraevano intorno alle mie dita, un grido soffocato che usciva dal bavaglio, le gambe che tremavano violentemente mentre le catene tintinnavano contro le colonne metalliche.
Ho continuato a muovere le mie dita, accompagnandola attraverso ogni spasmo, ogni ondata di piacere, fino a quando non si è afflosciata contro le catene, il corpo madido di sudore, il respiro che usciva in piccoli sbuffi affannosi.
"Brava ragazza," ho mormorato, ritirando lentamente la mano e lasciando che le mie dita accarezzassero delicatamente l'interno della sua coscia. "Hai fatto benissimo."
Lei pendeva dalle catene, gli occhi chiusi, completamente esausta. Piccoli tremiti post-orgasmici attraversavano ancora il suo corpo. Un rivolo di saliva le colava dal bavaglio, mescolandosi al sudore sulla sua pelle.
Mi sono allontanato per un momento, osservandola nella sua vulnerabilità post-climax. Era bellissima così – completamente disfatta, ogni maschera caduta, ogni difesa abbattuta.
"E questa," ho detto con un sorriso, "era solo la prima parte della serata."
Dopo quei momenti di intensità assoluta, ho lasciato che il silenzio riempisse lo spazio tra noi. Solo il suono del suo respiro affannoso, gradualmente più regolare, e il tintinnio occasionale delle catene quando il suo corpo veniva attraversato da piccoli tremori residui.
Mi sono avvicinato di nuovo, questa volta con movimenti lenti e deliberati. Le mie mani hanno raggiunto i lacci del bavaglio dietro la sua testa, sciogliendoli con cura. Quando ho rimosso il morso dalla sua bocca, lei ha inspirato profondamente, muovendo la mascella per alleviare la tensione.
"Come ti senti?" ho chiesto, la mia voce più morbida ora, quasi protettiva.
"Io..." ha sussurrato con voce rauca, "non so nemmeno come descriverlo."
Ho sorriso, riconoscendo quella confusione post-esperienza che molti clienti provavano la prima volta che esploravano questo lato di sé. Era un mix di vulnerabilità, liberazione, e una strana forma di pace interiore.
"È normale," ho risposto, accarezzandole delicatamente la guancia. "Hai fatto un viaggio dentro te stessa. Ci vuole tempo per elaborare."
Ho raggiunto i moschettoni che tenevano i polsini fissati alle colonne metalliche. Uno dopo l'altro, li ho aperti con click metallici che risuonavano nel dungeon. Lei ha lasciato cadere le braccia lentamente, i muscoli probabilmente indolenziti dalla posizione mantenuta così a lungo.
"Aspetta," ho detto quando ha fatto per girarsi verso di me. "Resta così."
Con delicatezza ma fermezza, l'ho guidata a girarsi, ora con la schiena verso di me e il viso rivolto verso la parete di mattoni grezzi. I suoi capelli, liberati dalla coda durante l'intensità del momento, le cadevano morbidi sulle spalle nude, creando un contrasto affascinante con la pelle ancora arrossata.
Ho riposizionato le sue braccia, sollevandole di nuovo verso l'alto, fissando i polsini alle catene che pendevano dal soffitto. Questa volta la posizione era diversa - meno aperta, ma più esposta, più vulnerabile se possibile.
"Perfetto," ho mormorato, facendo un passo indietro per osservare la scena.
Lei era completamente nuda ora, la gonna e la camicetta abbandonate in un angolo. Il suo corpo si stagliava contro il grigio industriale del dungeon, la curva della schiena, la linea delle spalle, le gambe leggermente divaricate per mantenere l'equilibrio. I capelli che le scivolavano lungo la schiena creavano un effetto quasi pittorico.
"Sai perché ti ho girata?" ho chiesto, avvicinandomi di nuovo, lasciando che il mio respiro le sfiorasse la nuca.
Lei ha scosso leggermente la testa, un brivido che l'ha attraversata dall'alto in basso.
"Perché volevo che vedessi solo il muro davanti a te. Nient'altro. Nessuna distrazione. Solo la consapevolezza del tuo corpo, del tuo respiro, di ciò che stai provando in questo preciso momento."
Le mie mani hanno cominciato a percorrere la sua schiena, dalle spalle fino alla base della colonna vertebrale, con tocchi lenti e meditativi. Non c'era più l'urgenza di prima, questo era un momento diverso, più intimo in un modo strano.
"Questo è ciò che cercavi, vero?" ho continuato, la voce bassa. "Non solo il piacere fisico. Ma la possibilità di spogliarti di tutto, non solo dei vestiti, ma di tutte le maschere che indossi ogni giorno. La professionista impeccabile, la donna sempre sotto controllo."
Lei ha emesso un piccolo suono, qualcosa tra un singhiozzo e un sospiro.
"Qui dentro, in questo spazio, con me, non sei nessuna di quelle cose. Sei solo... te stessa. Vulnerabile, vera, umana."
Le mie mani hanno continuato la loro esplorazione, scendendo lungo i fianchi, accarezzando le curve del suo corpo con una reverenza quasi spirituale. Non era più solo desiderio fisico, era un riconoscimento della sua totale resa, della fiducia che aveva riposto in me.
"E io," ho sussurrato vicino al suo orecchio, "ho il privilegio di essere qui con te in questo momento. Di tenerti al sicuro mentre esplori questi lati di te che normalmente tieni nascosti."
Ho sentito i suoi muscoli rilassarsi sotto le mie mani, la tensione che finalmente abbandonava completamente il suo corpo. Non era più una battaglia tra controllo e resa, era semplicemente accettazione.
"Respira," le ho detto dolcemente. "Senti il tuo corpo. Senti dove sei. Senti che sei al sicuro."
E lei ha obbedito, il suo respiro che si faceva più profondo, più calmo. Le sue spalle si sono abbassate, la testa si è inclinata leggermente in avanti, i capelli che le scivolavano come una tenda dorata.
In quel momento, non ero più Max il gigolò, e lei non era più la professionista. Eravamo semplicemente due esseri umani condividendo un'esperienza di profonda vulnerabilità e fiducia.
Il momento si è sospeso tra noi come una promessa non ancora pronunciata. Lei, esposta e vulnerabile contro il muro di mattoni, io alle sue spalle, abbastanza vicino da sentire il calore che emanava il suo corpo.
"Dimmi," ho sussurrato, le mie mani che si posavano sui suoi fianchi. "È questo che desideri?"
"Sì," ha risposto con un filo di voce, quasi un gemito. "Ti prego."
Non c'era più bisogno di parole. Mi sono posizionato dietro di lei, le mie mani che le allargavano le labbra e la punta della mia cappella appoggiata e pronta a sfondarla. Lei ha allargato leggermente le gambe, offrendosi completamente, ogni residuo di esitazione ormai dissolto.
Quando finalmente l'ho presa, il suo corpo ha reagito con un'intensità che ha superato tutto ciò che era venuto prima. Il cazzo l’aveva già provato e lo voleva ancora con ogni fibra del suo essere, un grido è sfuggito dalle sue labbra, non più soffocato dal bavaglio, libero di risuonare contro le pareti del dungeon.
Ho stabilito un ritmo lento all'inizio, profondo e deliberato, lasciando che sentisse ogni movimento, ogni centimetro. Le mie mani tenevano saldi i suoi fianchi, controllandola, possedendola, mentre lei poteva solo abbandonarsi, le braccia tese verso l'alto dalle catene.
"Guarda dove sei," ho mormorato, aumentando gradualmente l'intensità. "Guarda cosa ti sto facendo. E guarda come ti piace."
Lei ha gemuto in risposta, la testa che cadeva all'indietro, i capelli biondi che ondeggiavano al ritmo dei nostri movimenti. Il suo corpo si muoveva in perfetta sintonia con il mio, come se fossimo sempre stati destinati a questa danza
Ho variato il ritmo, alternando spinte profonde e lente a movimenti più rapidi e decisi, leggendo le sue reazioni, ascoltando i suoi gemiti che diventavano sempre più intensi. Una delle mie mani è scivolata in avanti, trovando di nuovo il suo clitoride, aggiungendo un'altra dimensione di piacere.
"Max," ha gridato il mio nome, qualcosa che raramente i clienti facevano, una rottura del protocollo professionale che in quel momento sembrava perfettamente naturale. "Max, io... non posso... è troppo..."
"Sì che puoi," ho risposto, la voce roca. "Lasciati andare. Completamente."
E così ha fatto. Il suo secondo orgasmo è stato diverso dal primo, carne contro carne, più profondo, più viscerale, più devastante. Il suo intero corpo si è contratto, le gambe che tremavano violentemente, un grido prolungato che è uscito dalle sue labbra mentre ondate di piacere la attraversavano.
Io l'ho tenuta stretta, sostenendola mentre il suo corpo veniva scosso da spasmi incontrollabili, continuando a muovermi dentro di lei fino a quando anche io ho raggiunto il mio culmine svuotandomi dentro di lei, un momento di totale abbandono che raramente mi permettevo con i clienti.
Per alcuni istanti siamo rimasti così, io appoggiato contro la sua schiena sudata, lei che pendeva dalle catene, entrambi senza fiato, i cuori che battevano all'unisono.
Poi, lentamente, mi sono ritirato. Ho raggiunto i moschettoni e ho liberato i suoi polsi. Lei è praticamente crollata e io l'ho presa tra le braccia, sostenendo tutto il suo peso mentre la guidavo verso la prossima e più umiliante posizione.
"Vieni," ho detto, guidandola al centro del dungeon dove avevo preparato una configurazione diversa. Un tappetino nero sul pavimento, con delle barre di metallo fissate strategicamente intorno.
Lei mi ha seguito docilmente, i passi ancora leggermente incerti, il corpo ancora tremante per l'intensità di ciò che aveva appena vissuto.
"Inginocchiati," ho ordinato, indicando il centro del tappetino.
Ha obbedito, abbassandosi in ginocchio con grazia, anche se potevo vedere la leggera esitazione nei suoi movimenti. Era stanca, il suo corpo aveva già attraversato tanto, ma nei suoi occhi brillava ancora quel desiderio di spingersi oltre.
"Braccia dietro la schiena," ho continuato, prendendo una corda morbida di seta nera che avevo preparato in anticipo.
Lei ha portato le braccia dietro, e io le ho legate ai polsi con nodi esperti, stretti abbastanza da tenerla ferma, ed in modo da causare disagio. La posizione ha fatto sì che il suo petto si sporgesse in avanti, il suo corpo completamente esposto e vulnerabile.
Poi ho preso un'altra lunghezza di corda e le ho legato le caviglie, separandole leggermente e fissandole agli anelli sul pavimento. Lei era ora completamente immobilizzata, inginocchiata, le braccia legate dietro la schiena, incapace di muoversi o proteggersi in alcun modo.
"Perfetto," ho mormorato, facendo un passo indietro per ammirare il quadro. I suoi capelli biondi le cadevano disordinati sulle spalle, il suo petto si sollevava e abbassava con respiri rapidi, la sua pelle brillava di sudore sotto le luci soffuse del dungeon.
Ho preso il bavaglio - questa volta uno diverso, con una sfera più grande - e mi sono avvicinato a lei.
"Apri," ho ordinato.
Lei ha esitato per un momento, gli occhi che mi fissavano con un misto di timore e desiderio, poi ha aperto la bocca. Ho posizionato la sfera tra i suoi denti e ho allacciato i lacci dietro la sua testa.
"Ora," ho detto, circondandola lentamente, lasciando che i miei passi risuonassero sul pavimento di cemento, "voglio che tu rimanga esattamente in questa posizione. Voglio che tu senta ogni muscolo del tuo corpo, ogni tensione, ogni respiro."
Mi sono fermato davanti a lei, abbastanza vicino che doveva inclinare la testa all'indietro per guardarmi negli occhi.
"Questa posizione si chiama 'la supplica'," ho spiegato, la voce bassa e ipnotica. "È una posizione di totale sottomissione, di completa vulnerabilità. Non puoi coprirti, non puoi proteggerti, non puoi nemmeno parlare. Sei completamente alla mia mercé."
Un suono soffocato è uscito dal bavaglio, qualcosa tra un gemito e un singhiozzo.
"E sai qual è la parte più bella?" ho continuato, accarezzandole delicatamente la guancia. "Che tu hai scelto di essere qui. Che tutto questo sta accadendo perché tu lo vuoi. Perché hai bisogno di questa esperienza, di questa liberazione."
Mi sono allontanato di nuovo, lasciandola lì, esposta e tremante. Ho preso una sedia e mi sono seduto a qualche metro di distanza, semplicemente osservandola.
"Adesso," ho detto, "rimarrai così per dieci minuti. Voglio che tu faccia attenzione a ogni sensazione. L'indolenzimento che comincia nelle tue ginocchia. La tensione nelle tue spalle. Il modo in cui la gravità tira il tuo corpo verso il basso. E soprattutto, voglio che tu faccia attenzione a ciò che provi dentro."
I suoi occhi si sono allargati leggermente, dieci minuti dovevano sembrare un'eternità in quella posizione. Ma ha annuito, accettando la sfida.
E così abbiamo cominciato. Io seduto, lei inginocchiata e legata, il silenzio del dungeon rotto solo dal suono del suo respiro affannoso attraverso il naso. Di tanto in tanto, un piccolo gemito sfuggiva dal bavaglio quando un muscolo protestava o un crampo minacciava.
Era bellissima nella sua sofferenza controllata, nella sua determinazione a resistere anche quando le tormentavo i capezzoli o le schiaffeggiavo il seno.
Dopo circa cinque minuti, le lacrime hanno cominciato a scendere lungo le sue guance. Non erano lacrime di dolore fisico insopportabile, ma piuttosto di rilascio emotivo, tutte le tensioni, tutte le maschere, tutte le difese che finalmente crollavano.
"Stai andando benissimo," ho mormorato, la mia voce un'ancora nel mare della sua esperienza. "Solo pochi minuti ancora. Puoi farlo."
Prima che i minuti terminassero le tolsi il bavaglio dalla bocca ma solo per infilarle il mio cazzo, duro a sufficenza da farla trasalire tanto lo spinsi in fondo. Le penetravo la bocca e quando arrivavo in fondo lo lasciavo piantato nella sua bocca fino a quando il respiro si accorciava facendole mancare l’aria.
Prosegui con quel supplizio fino a quando il mio cazzo si indurì ed ingrossò in modo che quasi non le passava dalla bocca.
"Hai resistito magnificamente," ho detto, accarezzandole i capelli con delicatezza. "E adesso è il momento della tua ricompensa."
Mi sono diretto verso il mobile nell'angolo e ho preso il magic wand, quello strumento semplice ma incredibilmente potente. Il ronzio basso del motore quando l'ho acceso ha riempito il silenzio del dungeon, e ho visto i suoi occhi allargarsi leggermente.
Lei conosceva quello strumento, era evidente. Sapeva cosa poteva fare, quale intensità poteva creare. E nella posizione in cui si trovava, inginocchiata, immobilizzata, incapace di muoversi o proteggersi, sapeva che non avrebbe avuto alcun controllo su ciò che stava per accadere.
"Ricorda," ho sussurrato, posizionandomi davanti a lei, "non puoi allontanarti. Non puoi chiudere le gambe. Puoi solo ricevere ciò che ti do."
Ho abbassato lo strumento lentamente, lasciando che il ronzio si avvicinasse al suo corpo. Lei ha trattenuto il respiro, ogni muscolo teso in anticipazione.
Quando la testina vibrante ha finalmente toccato il suo clitoride, la reazione è stata immediata ed esplosiva. Il suo corpo si è inarcato quanto le corde le permettevano, un grido soffocato dal bavaglio che è uscito dalla sua gola. Le sue mani legate dietro la schiena si sono contratte in pugni stretti.
"Respirare," le ho ricordato, mantenendo lo strumento in posizione. "Non trattenere il respiro. Lascia che l'energia fluisca attraverso di te."
Ma respirare era difficile per lei in quel momento. Le sensazioni erano troppo intense, troppo concentrate, troppo implacabili. A differenza delle mie dita o della mia lingua, il magic wand non si fermava mai, non variava ritmo, non concedeva tregua.
Ho osservato il suo corpo reagire, la pelle che si copriva di brividi, i capezzoli che si indurivano ancora di più, le gambe che tremavano contro le corde che le tenevano aperte. Piccole gocce di sudore le scivolavano lungo la fronte, mescolandosi alle lacrime che continuavano a scendere.
"È troppo, vero?" ho mormorato, ma non ho allontanato lo strumento. "Troppo intenso, troppo diretto. Ma non puoi scappare. Puoi solo arrenderti."
E dopo qualche minuto di quella stimolazione inesorabile, l'ho vista arrendersi completamente. Il suo corpo ha smesso di lottare contro le sensazioni e ha cominciato invece ad accoglierle, a lasciarle costruire come un'onda sempre più alta.
Il suo respiro è diventato sempre più rapido, frammentato, quasi frenetico. I suoi gemiti fortissimi e liberatori riempivano il dungeon, i suoi occhi si sono chiusi, la testa è caduta all'indietro, esponendo la linea del collo tesa.
"Adesso," ho sussurrato. "Lasciati andare. Completamente."
E l'orgasmo l'ha colpita come un fulmine. Il suo intero corpo si è irrigidito, ogni muscolo contratto in un momento di tensione assoluta, poi è esplosa in spasmi incontrollabili. Le onde di piacere l'hanno attraversata ancora e ancora, così intense che sembravano quasi dolorose.
Non ho tolto lo strumento. L'ho tenuto lì, spingendola oltre il primo orgasmo verso un secondo, poi un terzo, fino a quando il suo corpo non è stato in grado di distinguere dove finiva un climax e dove ne cominciava un altro. Era diventata una sola lunga, continua ondata di sensazioni travolgenti.
Le sue lacrime scorrevano liberamente ora, miste a saliva che le colava dal bavaglio. Il suo corpo era scosso da tremiti violenti. Piccoli singhiozzi uscivano dalla sua gola.
Solo quando ho visto che stava davvero raggiungendo il suo limite, quando l'intensità minacciava di trasformarsi in sovraccarico sensoriale, ho finalmente spento lo strumento e l'ho allontanato.
Lei è collassata in avanti quanto le corde le permettevano, completamente esausta, il corpo che tremava con spasmi residui. Respirava in piccoli ansimare affannosi, gli occhi chiusi, apparentemente incapace di formulare un pensiero coerente.
Ho lavorato rapidamente per liberarla. Prima il bavaglio, che ho rimosso con delicatezza mentre lei muoveva la mascella dolorante. Poi le corde ai polsi, massaggiando delicatamente la pelle arrossata. Infine le caviglie.
Nel momento in cui l'ho liberata completamente, lei è crollata. L'ho presa tra le braccia prima che potesse cadere, sollevandola dal pavimento e portandola verso il divano. Era completamente flaccida, il suo corpo non rispondeva più ai comandi.
L'ho adagiata con cura, poi ho preso la coperta morbida e l'ho avvolta attorno a lei. Lei tremava ancora, piccoli brividi che la scuotevano dall'interno.
"Shh," ho sussurrato, accarezzandole i capelli umidi. "Sei al sicuro. Ce l'hai fatta. Sei stata incredibile."
Mi sono seduto accanto a lei, tenendola stretta mentre il suo corpo gradualmente si calmava. Le ho tolto i capelli dal viso, asciugato le lacrime con il pollice, sussurrato parole rassicuranti.
Dopo alcuni minuti, ha aperto gli occhi. Lo sguardo era distante, quasi vitreo, quella che nel mondo del BDSM chiamiamo "subspace", uno stato alterato di coscienza indotto dall'intensità dell'esperienza.
"Acqua," ho detto, più un ordine che una domanda, e le ho portato la bottiglia alle labbra. Lei ha bevuto docilmente, ancora incapace di coordinare i propri movimenti.
"Dove... dove sono?" ha sussurrato dopo qualche minuto, la voce piccola e confusa.
"Sei con me," ho risposto dolcemente. "Sei al sicuro. Stai tornando."
E lentamente, molto lentamente, l'ho vista ritornare nel suo corpo, nella sua mente. La lucidità che gradualmente riempiva di nuovo i suoi occhi, la consapevolezza che tornava nei suoi movimenti.
Ma ci sarebbero voluti ancora molti minuti, forse un'ora, prima che fosse completamente presente di nuovo. E io sarei rimasto lì con lei per tutto il tempo necessario, perché questa era la parte più importante di tutto.
L'aftercare. La cura dopo la tempesta.
stemmy75@gmail.com
Quando Melissa, la mia agente, mi ha chiamato dicendomi che una cliente voleva espressamente me per un secondo incontro, ho subito capito di chi si trattava. Non facevo il suo nome nemmeno con Melissa, le regole della privacy erano sacre in questo lavoro, soprattutto quando si trattava di volti noti della televisione.
"Vuole qualcosa di diverso questa volta," mi aveva informato Melissa con il suo tono professionale. "Ha chiesto specificamente un'esperienza BDSM leggera. Ho già verificato i suoi limiti e le sue aspettative. Sei disponibile giovedì sera?"
Avevo sorriso. Ricordavo perfettamente il nostro primo incontro due settimane prima. Lei era arrivata nell’albergo con enormi occhiali da sole che le coprivano metà del viso, nervosa e titubante nonostante la sicurezza che ostentava davanti alle telecamere. Le mani le tremavano leggermente quando le avevo versato il vino. Era stata un'esperienza intensa ma delicata, esattamente ciò di cui aveva bisogno dopo mesi di pressioni professionali e una vita personale complicata.
Ora voleva spingersi oltre. Era una progressione naturale che vedevo spesso: il primo incontro rompeva il ghiaccio, dissolveva le inibizioni, e spesso apriva porte che erano rimaste chiuse per anni.
"Melissa mi ha detto che hai capito cosa voglio," aveva specificato lei stessa in una breve chiamata di conferma, usando un numero privato. "Voglio... lasciar andare il controllo. Affidarmi completamente. Puoi organizzare qualcosa?"
"Conosco il posto perfetto," le avevo assicurato.
Ed è così che ci siamo ritrovati qui, in questo dungeon privato che un mio collega mi affitta occasionalmente. Un ex magazzino industriale trasformato in uno spazio dedicato all'esplorazione dei sensi e del potere. Le pareti di mattoni grezzi, le catene che pendono dal soffitto, le attrezzature che riposano negli angoli in ombra, tutto contribuisce a creare un'atmosfera che è insieme intimidatoria e liberatoria.
Lei è arrivata puntuale, come sempre. Indossava un completo casual ma femminile, una gonna plissettata chiara e una camicetta con fantasie floreali che contrastava volutamente con l'ambiente circostante. Ai piedi, sandali con tacco che accentuavano la linea delle sue gambe. I capelli legati in una coda bassa, il trucco leggero ma curato. Niente occhiali da sole questa volta, tra di noi non c'era più bisogno di quella barriera.
"Sei pronta?" le ho chiesto, guardandola negli occhi mentre chiudevo la porta alle nostre spalle.
Lei ha annuito, ma ho visto il suo petto sollevarsi con un respiro profondo. L'eccitazione mista all'apprensione. Perfetto.
"Ricordi la parola di sicurezza che abbiamo concordato con Melissa?"
"Rosso," ha sussurrato.
"Bene. E sai che puoi usarla in qualsiasi momento, senza conseguenze, senza giudizi."
Un altro cenno. Le sue dita giocherellavano con l'orlo della gonna.
L'ho guidata al centro dello spazio, dove due colonne di metallo si ergevano verticali, distanziate di circa due metri. Le ho fatto cenno di posizionarsi tra di esse, e lei ha obbedito con un'esitazione che trovavo adorabile. Ogni suo movimento era carico di anticipazione.
"Braccia aperte," ho ordinato con voce ferma ma gentile, il tono che avevo perfezionato negli anni per trasmettere autorità senza durezza.
Lei ha allargato le braccia, assumendo quasi la forma di una croce. Il suo respiro si era fatto più veloce. Ho preso i polsini di pelle morbida che avevo preparato in anticipo allacciandoli ai polsi con gesti lenti e metodici, assicurandomi che fossero comodi ma sicuri. Poi ho fissato ciascun polsino alle colonne laterali con moschettoni di acciaio, mettendo in tensione le braccia.
"Troppo stretto?" ho chiesto, facendole scorrere un dito sotto il polsino.
"No... va bene."
Per ultimo, ho preso il bavaglio a morso. Un accessorio semplice, una barra di silicone morbido che si sarebbe posizionata tra i suoi denti, impedendole di parlare ma permettendole comunque di respirare liberamente e di emettere suoni se necessario.
"Questo è opzionale," le ho detto mostrandoglielo. "Ma ti aiuterà a lasciarti andare. A smettere di pensare e semplicemente... sentire."
Lei ha guardato il bavaglio, poi me, poi di nuovo il bavaglio. Ho visto un lampo di vulnerabilità attraversarle il volto, così diverso dall'immagine impeccabile che trasmetteva in video. Infine ha aperto lievemente la bocca in un gesto di consenso che mi ha fatto accelerare il battito.
Le ho posizionato delicatamente il bavaglio tra i denti allacciando i lacci dietro la sua testa, sopra la coda. Un filo di saliva le brillava già all'angolo delle labbra.
Mi sono allontanato di qualche passo per osservarla nella sua interezza. Era lì, spalancata e vulnerabile, la gonna corta che lasciava scoperte le gambe tornite, la camicetta che si tendeva sul seno a ogni respiro accelerato, gli occhi che mi fissavano carichi di una miscela inebriante di paura e desiderio. La donna così professionale, ora era completamente alla mia mercé. Fra le mutande il mio cazzo era già duro, lei si accorse del rigonfiamento ed i suoi occhi trasmettevano voglia e desiderio di essere posseduta.
Mi sono avvicinato di nuovo, abbastanza da sentire il calore che emanava il suo corpo, ma senza toccarla. Ho lasciato che l'anticipazione crescesse, che lei si chiedesse cosa sarebbe successo dopo. La sfioravo con il cazzo duro, appoggiandolo alle sue gambe.
"Sai perché ti ho legata così?" ho sussurrato vicino al suo orecchio. "Perché per le prossime ore non devi prendere nessuna decisione. Non devi essere forte, non devi essere perfetta e professionale, non devi controllare nulla. L'unica cosa che devi fare è fidarti di me. Puoi farlo?"
Lei ha annuito vigorosamente, emettendo un piccolo suono soffocato dal bavaglio che mi ha fatto sorridere.
"Perfetto," ho mormorato, facendo scorrere un dito lungo il suo braccio teso, dal polso fino alla spalla, godendomi il brivido che l'ha attraversata. "Allora cominciamo."
Mi sono allontanato per un momento, dirigendomi verso l'angolo del dungeon dove avevo preparato gli strumenti per la serata. Ho preso la frusta leggera, non uno di quegli arnesi pesanti e intimidatori, ma un modello adatto ai principianti, con strisce di pelle morbida che potevano accarezzare tanto quanto punire. L'ho appoggiata sulla spalla con un gesto studiato, sentendo il peso familiare del manico contro il palmo.
Quando mi sono girato verso di lei, ho visto i suoi occhi allargarsi leggermente. Il bavaglio le impediva di parlare, ma il suo corpo parlava per lei: un impercettibile irrigidimento dei muscoli, un respiro che si faceva ancora più affrettato, le dita che si chiudevano istintivamente anche se non c'era nulla da afferrare.
"Tranquilla," ho mormorato avvicinandomi con passi lenti e misurati. "Ricorda: puoi fermare tutto in qualsiasi momento."
Mi sono fermato davanti a lei, così vicino che potevo sentire il calore del suo corpo, vedere le goccioline di sudore che cominciavano a formarsi alla base del collo. Con la mano libera, ho iniziato ad accarezzarla. Un tocco leggero, quasi reverente, che è scivolato lungo il suo braccio teso, dalla spalla al gomito, esplorando la morbidezza della sua pelle.
Le sue palpebre si sono abbassate a metà, il respiro è diventato più profondo. Ho continuato, lasciando che le dita tracciassero percorsi lenti e tortuosi. Sono sceso lungo il fianco, sentendo il tessuto della camicetta sotto i polpastrelli, poi ho raggiunto la vita, dove la stoffa incontrava la gonna.
Ho fatto scorrere la mano sul tessuto leggero della camicetta, risalendo lentamente verso l'alto. Le mie dita hanno sfiorato il profilo del suo seno attraverso la stoffa, un contatto delicato ma deliberato. Lei ha emesso un suono soffocato dal bavaglio, qualcosa a metà tra un gemito e un sospiro.
"Stai reagendo bene," ho sussurrato, continuando l'esplorazione. La mia mano è scesa di nuovo, questa volta lungo la curva del fianco, fino al bordo della gonna. Ho lasciato che le dita indugiassero lì, sulla pelle nuda delle sue cosce, sentendola tremare sotto il mio tocco.
Sono passato dall'altra parte, specchiando i movimenti, assicurandomi che ogni centimetro del suo corpo ricevesse attenzione. Le mie carezze erano un contrasto studiato con la presenza minacciosa della frusta sulla mia spalla, la promessa del piacere mista all'anticipazione del dolore. Il mo cazzo cercava l’uscita, lo contenevo nei pantaloni a stento.
Ho fatto scorrere la mano sulla sua pancia piatta, sentendo i muscoli contrarsi sotto la stoffa, poi sono risalito di nuovo verso l'alto. Questa volta il mio tocco si è fatto più deciso, più possessivo. Le ho accarezzato il seno con maggiore pressione, il pollice che tracciava cerchi lenti attraverso il tessuto della camicetta.
Lei ha inarcato la schiena quanto le catene le permettevano, spingendosi contro la mia mano, cercando più contatto. Un piccolo rivolo di saliva le scivolava dall'angolo della bocca attorno al bavaglio.
"Pazienza," ho mormorato, ma ho continuato, lasciando che le mie mani esplorassero, stuzzicassero, promettessero. Sono sceso di nuovo, questa volta permettendo alle dita di sfiorare l'interno delle sue cosce, risalendo lentamente, deliberatamente, senza mai raggiungere la destinazione che il suo corpo implorava.
Per diversi minuti ho continuato così, alternando tocchi leggeri a tocchi più decisi fra le sue parti intime, facendola oscillare tra anticipazione e frustrazione. Il suo corpo era teso come una corda di violino, ogni muscolo contratto, il respiro che usciva in piccoli sbuffi affannosi attraverso il naso.
Le sue anche hanno cominciato a muoversi, cercando istintivamente più contatto, più pressione, più di tutto. Ho sorriso, godendomi il modo in cui si stava abbandonando all'esperienza, dimenticando chi era fuori da queste mura, lasciando che il suo corpo parlasse senza filtri. Ed io mi sentivo privilegiado, sapendo che l’avrei scopata e sottomessa di brutto.
"Brava," ho sussurrato vicino al suo orecchio, lasciando che il mio respiro le accarezzasse la pelle. "Adesso stai davvero cominciando a lasciarti andare."
Ho lasciato cadere la frusta a terra con un rumore sordo che ha riecheggiato nel dungeon. Le mie mani sono scese lungo i suoi fianchi, scivolando sotto l'orlo della gonna fino a raggiungere l'elastico della sua biancheria intima.
Ho fatto una pausa, lasciando che le mie dita indugiassero lì, sentendo il tessuto delicato sotto i polpastrelli. Lei ha trattenuto il respiro, ogni muscolo del suo corpo teso in anticipazione.
Poi, con un movimento deciso, ho afferrato il tessuto e l'ho strappato. Il suono dello strappo è stato netto, definitivo, seguito immediatamente da un gemito soffocato dal bavaglio. Non era un suono di protesta, era pura anticipazione, desiderio allo stato puro.
"Ecco," ho mormorato, lasciando che i brandelli di tessuto cadessero a terra. "Adesso non c'è più nulla tra te e quello che desideri."
Le mie mani sono risalite lentamente lungo l'interno delle sue cosce, sentendo i suoi muscoli tremare sotto il tocco. Lei ha allargato istintivamente le gambe quanto le catene le permettevano, un invito silenzioso ma eloquente.
Ho preso il mio tempo, lasciando che le dita esplorassero, stuzzicassero, scoprissero quanto fosse pronta. Era bagnata, il suo corpo parlava più chiaro di qualsiasi parola. Un altro gemito è sfuggito dal bavaglio quando finalmente l'ho toccata dove desiderava.
"Così impaziente," ho sussurrato, ma ho assecondato il suo bisogno. Le mie dita hanno cominciato a muoversi con ritmo sicuro, penetrandola mentre il pollice trovava il suo clitoride e iniziava a tracciare cerchi lenti e deliberati.
Il suo corpo ha reagito immediatamente, le anche che si muovevano contro la mia mano, cercando più pressione, più velocità, più tutto. Ma io controllavo il ritmo, alternando movimenti lenti e profondi a stimolazioni più rapide del clitoride, mantenendola sul filo del rasoio tra frustrazione e piacere.
"Non ancora," ho mormorato quando ho sentito i suoi muscoli cominciare a contrarsi. "Non finché non te lo permetto io."
Ho rallentato deliberatamente, ignorando i suoi gemiti di protesta soffocati dal bavaglio. Volevo che si rendesse conto di quanto poco controllo avesse, di quanto dipendesse completamente da me in quel momento.
Poi ho ripreso, questa volta con maggiore intensità. Le mie dita si muovevano dentro di lei con un ritmo costante mentre il pollice lavorava il clitoride con precisione chirurgica. Ho osservato attentamente le sue reazioni, il modo in cui il suo respiro diventava sempre più irregolare, come i suoi muscoli si tendevano, il rossore che le saliva dal petto al collo.
"Adesso," ho sussurrato vicino al suo orecchio. "Adesso puoi venire per me."
E come se quelle parole fossero state l'ultima goccia, il suo corpo si è abbandonato completamente. L'orgasmo l'ha attraversata come un'onda, i suoi muscoli che si contraevano intorno alle mie dita, un grido soffocato che usciva dal bavaglio, le gambe che tremavano violentemente mentre le catene tintinnavano contro le colonne metalliche.
Ho continuato a muovere le mie dita, accompagnandola attraverso ogni spasmo, ogni ondata di piacere, fino a quando non si è afflosciata contro le catene, il corpo madido di sudore, il respiro che usciva in piccoli sbuffi affannosi.
"Brava ragazza," ho mormorato, ritirando lentamente la mano e lasciando che le mie dita accarezzassero delicatamente l'interno della sua coscia. "Hai fatto benissimo."
Lei pendeva dalle catene, gli occhi chiusi, completamente esausta. Piccoli tremiti post-orgasmici attraversavano ancora il suo corpo. Un rivolo di saliva le colava dal bavaglio, mescolandosi al sudore sulla sua pelle.
Mi sono allontanato per un momento, osservandola nella sua vulnerabilità post-climax. Era bellissima così – completamente disfatta, ogni maschera caduta, ogni difesa abbattuta.
"E questa," ho detto con un sorriso, "era solo la prima parte della serata."
Dopo quei momenti di intensità assoluta, ho lasciato che il silenzio riempisse lo spazio tra noi. Solo il suono del suo respiro affannoso, gradualmente più regolare, e il tintinnio occasionale delle catene quando il suo corpo veniva attraversato da piccoli tremori residui.
Mi sono avvicinato di nuovo, questa volta con movimenti lenti e deliberati. Le mie mani hanno raggiunto i lacci del bavaglio dietro la sua testa, sciogliendoli con cura. Quando ho rimosso il morso dalla sua bocca, lei ha inspirato profondamente, muovendo la mascella per alleviare la tensione.
"Come ti senti?" ho chiesto, la mia voce più morbida ora, quasi protettiva.
"Io..." ha sussurrato con voce rauca, "non so nemmeno come descriverlo."
Ho sorriso, riconoscendo quella confusione post-esperienza che molti clienti provavano la prima volta che esploravano questo lato di sé. Era un mix di vulnerabilità, liberazione, e una strana forma di pace interiore.
"È normale," ho risposto, accarezzandole delicatamente la guancia. "Hai fatto un viaggio dentro te stessa. Ci vuole tempo per elaborare."
Ho raggiunto i moschettoni che tenevano i polsini fissati alle colonne metalliche. Uno dopo l'altro, li ho aperti con click metallici che risuonavano nel dungeon. Lei ha lasciato cadere le braccia lentamente, i muscoli probabilmente indolenziti dalla posizione mantenuta così a lungo.
"Aspetta," ho detto quando ha fatto per girarsi verso di me. "Resta così."
Con delicatezza ma fermezza, l'ho guidata a girarsi, ora con la schiena verso di me e il viso rivolto verso la parete di mattoni grezzi. I suoi capelli, liberati dalla coda durante l'intensità del momento, le cadevano morbidi sulle spalle nude, creando un contrasto affascinante con la pelle ancora arrossata.
Ho riposizionato le sue braccia, sollevandole di nuovo verso l'alto, fissando i polsini alle catene che pendevano dal soffitto. Questa volta la posizione era diversa - meno aperta, ma più esposta, più vulnerabile se possibile.
"Perfetto," ho mormorato, facendo un passo indietro per osservare la scena.
Lei era completamente nuda ora, la gonna e la camicetta abbandonate in un angolo. Il suo corpo si stagliava contro il grigio industriale del dungeon, la curva della schiena, la linea delle spalle, le gambe leggermente divaricate per mantenere l'equilibrio. I capelli che le scivolavano lungo la schiena creavano un effetto quasi pittorico.
"Sai perché ti ho girata?" ho chiesto, avvicinandomi di nuovo, lasciando che il mio respiro le sfiorasse la nuca.
Lei ha scosso leggermente la testa, un brivido che l'ha attraversata dall'alto in basso.
"Perché volevo che vedessi solo il muro davanti a te. Nient'altro. Nessuna distrazione. Solo la consapevolezza del tuo corpo, del tuo respiro, di ciò che stai provando in questo preciso momento."
Le mie mani hanno cominciato a percorrere la sua schiena, dalle spalle fino alla base della colonna vertebrale, con tocchi lenti e meditativi. Non c'era più l'urgenza di prima, questo era un momento diverso, più intimo in un modo strano.
"Questo è ciò che cercavi, vero?" ho continuato, la voce bassa. "Non solo il piacere fisico. Ma la possibilità di spogliarti di tutto, non solo dei vestiti, ma di tutte le maschere che indossi ogni giorno. La professionista impeccabile, la donna sempre sotto controllo."
Lei ha emesso un piccolo suono, qualcosa tra un singhiozzo e un sospiro.
"Qui dentro, in questo spazio, con me, non sei nessuna di quelle cose. Sei solo... te stessa. Vulnerabile, vera, umana."
Le mie mani hanno continuato la loro esplorazione, scendendo lungo i fianchi, accarezzando le curve del suo corpo con una reverenza quasi spirituale. Non era più solo desiderio fisico, era un riconoscimento della sua totale resa, della fiducia che aveva riposto in me.
"E io," ho sussurrato vicino al suo orecchio, "ho il privilegio di essere qui con te in questo momento. Di tenerti al sicuro mentre esplori questi lati di te che normalmente tieni nascosti."
Ho sentito i suoi muscoli rilassarsi sotto le mie mani, la tensione che finalmente abbandonava completamente il suo corpo. Non era più una battaglia tra controllo e resa, era semplicemente accettazione.
"Respira," le ho detto dolcemente. "Senti il tuo corpo. Senti dove sei. Senti che sei al sicuro."
E lei ha obbedito, il suo respiro che si faceva più profondo, più calmo. Le sue spalle si sono abbassate, la testa si è inclinata leggermente in avanti, i capelli che le scivolavano come una tenda dorata.
In quel momento, non ero più Max il gigolò, e lei non era più la professionista. Eravamo semplicemente due esseri umani condividendo un'esperienza di profonda vulnerabilità e fiducia.
Il momento si è sospeso tra noi come una promessa non ancora pronunciata. Lei, esposta e vulnerabile contro il muro di mattoni, io alle sue spalle, abbastanza vicino da sentire il calore che emanava il suo corpo.
"Dimmi," ho sussurrato, le mie mani che si posavano sui suoi fianchi. "È questo che desideri?"
"Sì," ha risposto con un filo di voce, quasi un gemito. "Ti prego."
Non c'era più bisogno di parole. Mi sono posizionato dietro di lei, le mie mani che le allargavano le labbra e la punta della mia cappella appoggiata e pronta a sfondarla. Lei ha allargato leggermente le gambe, offrendosi completamente, ogni residuo di esitazione ormai dissolto.
Quando finalmente l'ho presa, il suo corpo ha reagito con un'intensità che ha superato tutto ciò che era venuto prima. Il cazzo l’aveva già provato e lo voleva ancora con ogni fibra del suo essere, un grido è sfuggito dalle sue labbra, non più soffocato dal bavaglio, libero di risuonare contro le pareti del dungeon.
Ho stabilito un ritmo lento all'inizio, profondo e deliberato, lasciando che sentisse ogni movimento, ogni centimetro. Le mie mani tenevano saldi i suoi fianchi, controllandola, possedendola, mentre lei poteva solo abbandonarsi, le braccia tese verso l'alto dalle catene.
"Guarda dove sei," ho mormorato, aumentando gradualmente l'intensità. "Guarda cosa ti sto facendo. E guarda come ti piace."
Lei ha gemuto in risposta, la testa che cadeva all'indietro, i capelli biondi che ondeggiavano al ritmo dei nostri movimenti. Il suo corpo si muoveva in perfetta sintonia con il mio, come se fossimo sempre stati destinati a questa danza
Ho variato il ritmo, alternando spinte profonde e lente a movimenti più rapidi e decisi, leggendo le sue reazioni, ascoltando i suoi gemiti che diventavano sempre più intensi. Una delle mie mani è scivolata in avanti, trovando di nuovo il suo clitoride, aggiungendo un'altra dimensione di piacere.
"Max," ha gridato il mio nome, qualcosa che raramente i clienti facevano, una rottura del protocollo professionale che in quel momento sembrava perfettamente naturale. "Max, io... non posso... è troppo..."
"Sì che puoi," ho risposto, la voce roca. "Lasciati andare. Completamente."
E così ha fatto. Il suo secondo orgasmo è stato diverso dal primo, carne contro carne, più profondo, più viscerale, più devastante. Il suo intero corpo si è contratto, le gambe che tremavano violentemente, un grido prolungato che è uscito dalle sue labbra mentre ondate di piacere la attraversavano.
Io l'ho tenuta stretta, sostenendola mentre il suo corpo veniva scosso da spasmi incontrollabili, continuando a muovermi dentro di lei fino a quando anche io ho raggiunto il mio culmine svuotandomi dentro di lei, un momento di totale abbandono che raramente mi permettevo con i clienti.
Per alcuni istanti siamo rimasti così, io appoggiato contro la sua schiena sudata, lei che pendeva dalle catene, entrambi senza fiato, i cuori che battevano all'unisono.
Poi, lentamente, mi sono ritirato. Ho raggiunto i moschettoni e ho liberato i suoi polsi. Lei è praticamente crollata e io l'ho presa tra le braccia, sostenendo tutto il suo peso mentre la guidavo verso la prossima e più umiliante posizione.
"Vieni," ho detto, guidandola al centro del dungeon dove avevo preparato una configurazione diversa. Un tappetino nero sul pavimento, con delle barre di metallo fissate strategicamente intorno.
Lei mi ha seguito docilmente, i passi ancora leggermente incerti, il corpo ancora tremante per l'intensità di ciò che aveva appena vissuto.
"Inginocchiati," ho ordinato, indicando il centro del tappetino.
Ha obbedito, abbassandosi in ginocchio con grazia, anche se potevo vedere la leggera esitazione nei suoi movimenti. Era stanca, il suo corpo aveva già attraversato tanto, ma nei suoi occhi brillava ancora quel desiderio di spingersi oltre.
"Braccia dietro la schiena," ho continuato, prendendo una corda morbida di seta nera che avevo preparato in anticipo.
Lei ha portato le braccia dietro, e io le ho legate ai polsi con nodi esperti, stretti abbastanza da tenerla ferma, ed in modo da causare disagio. La posizione ha fatto sì che il suo petto si sporgesse in avanti, il suo corpo completamente esposto e vulnerabile.
Poi ho preso un'altra lunghezza di corda e le ho legato le caviglie, separandole leggermente e fissandole agli anelli sul pavimento. Lei era ora completamente immobilizzata, inginocchiata, le braccia legate dietro la schiena, incapace di muoversi o proteggersi in alcun modo.
"Perfetto," ho mormorato, facendo un passo indietro per ammirare il quadro. I suoi capelli biondi le cadevano disordinati sulle spalle, il suo petto si sollevava e abbassava con respiri rapidi, la sua pelle brillava di sudore sotto le luci soffuse del dungeon.
Ho preso il bavaglio - questa volta uno diverso, con una sfera più grande - e mi sono avvicinato a lei.
"Apri," ho ordinato.
Lei ha esitato per un momento, gli occhi che mi fissavano con un misto di timore e desiderio, poi ha aperto la bocca. Ho posizionato la sfera tra i suoi denti e ho allacciato i lacci dietro la sua testa.
"Ora," ho detto, circondandola lentamente, lasciando che i miei passi risuonassero sul pavimento di cemento, "voglio che tu rimanga esattamente in questa posizione. Voglio che tu senta ogni muscolo del tuo corpo, ogni tensione, ogni respiro."
Mi sono fermato davanti a lei, abbastanza vicino che doveva inclinare la testa all'indietro per guardarmi negli occhi.
"Questa posizione si chiama 'la supplica'," ho spiegato, la voce bassa e ipnotica. "È una posizione di totale sottomissione, di completa vulnerabilità. Non puoi coprirti, non puoi proteggerti, non puoi nemmeno parlare. Sei completamente alla mia mercé."
Un suono soffocato è uscito dal bavaglio, qualcosa tra un gemito e un singhiozzo.
"E sai qual è la parte più bella?" ho continuato, accarezzandole delicatamente la guancia. "Che tu hai scelto di essere qui. Che tutto questo sta accadendo perché tu lo vuoi. Perché hai bisogno di questa esperienza, di questa liberazione."
Mi sono allontanato di nuovo, lasciandola lì, esposta e tremante. Ho preso una sedia e mi sono seduto a qualche metro di distanza, semplicemente osservandola.
"Adesso," ho detto, "rimarrai così per dieci minuti. Voglio che tu faccia attenzione a ogni sensazione. L'indolenzimento che comincia nelle tue ginocchia. La tensione nelle tue spalle. Il modo in cui la gravità tira il tuo corpo verso il basso. E soprattutto, voglio che tu faccia attenzione a ciò che provi dentro."
I suoi occhi si sono allargati leggermente, dieci minuti dovevano sembrare un'eternità in quella posizione. Ma ha annuito, accettando la sfida.
E così abbiamo cominciato. Io seduto, lei inginocchiata e legata, il silenzio del dungeon rotto solo dal suono del suo respiro affannoso attraverso il naso. Di tanto in tanto, un piccolo gemito sfuggiva dal bavaglio quando un muscolo protestava o un crampo minacciava.
Era bellissima nella sua sofferenza controllata, nella sua determinazione a resistere anche quando le tormentavo i capezzoli o le schiaffeggiavo il seno.
Dopo circa cinque minuti, le lacrime hanno cominciato a scendere lungo le sue guance. Non erano lacrime di dolore fisico insopportabile, ma piuttosto di rilascio emotivo, tutte le tensioni, tutte le maschere, tutte le difese che finalmente crollavano.
"Stai andando benissimo," ho mormorato, la mia voce un'ancora nel mare della sua esperienza. "Solo pochi minuti ancora. Puoi farlo."
Prima che i minuti terminassero le tolsi il bavaglio dalla bocca ma solo per infilarle il mio cazzo, duro a sufficenza da farla trasalire tanto lo spinsi in fondo. Le penetravo la bocca e quando arrivavo in fondo lo lasciavo piantato nella sua bocca fino a quando il respiro si accorciava facendole mancare l’aria.
Prosegui con quel supplizio fino a quando il mio cazzo si indurì ed ingrossò in modo che quasi non le passava dalla bocca.
"Hai resistito magnificamente," ho detto, accarezzandole i capelli con delicatezza. "E adesso è il momento della tua ricompensa."
Mi sono diretto verso il mobile nell'angolo e ho preso il magic wand, quello strumento semplice ma incredibilmente potente. Il ronzio basso del motore quando l'ho acceso ha riempito il silenzio del dungeon, e ho visto i suoi occhi allargarsi leggermente.
Lei conosceva quello strumento, era evidente. Sapeva cosa poteva fare, quale intensità poteva creare. E nella posizione in cui si trovava, inginocchiata, immobilizzata, incapace di muoversi o proteggersi, sapeva che non avrebbe avuto alcun controllo su ciò che stava per accadere.
"Ricorda," ho sussurrato, posizionandomi davanti a lei, "non puoi allontanarti. Non puoi chiudere le gambe. Puoi solo ricevere ciò che ti do."
Ho abbassato lo strumento lentamente, lasciando che il ronzio si avvicinasse al suo corpo. Lei ha trattenuto il respiro, ogni muscolo teso in anticipazione.
Quando la testina vibrante ha finalmente toccato il suo clitoride, la reazione è stata immediata ed esplosiva. Il suo corpo si è inarcato quanto le corde le permettevano, un grido soffocato dal bavaglio che è uscito dalla sua gola. Le sue mani legate dietro la schiena si sono contratte in pugni stretti.
"Respirare," le ho ricordato, mantenendo lo strumento in posizione. "Non trattenere il respiro. Lascia che l'energia fluisca attraverso di te."
Ma respirare era difficile per lei in quel momento. Le sensazioni erano troppo intense, troppo concentrate, troppo implacabili. A differenza delle mie dita o della mia lingua, il magic wand non si fermava mai, non variava ritmo, non concedeva tregua.
Ho osservato il suo corpo reagire, la pelle che si copriva di brividi, i capezzoli che si indurivano ancora di più, le gambe che tremavano contro le corde che le tenevano aperte. Piccole gocce di sudore le scivolavano lungo la fronte, mescolandosi alle lacrime che continuavano a scendere.
"È troppo, vero?" ho mormorato, ma non ho allontanato lo strumento. "Troppo intenso, troppo diretto. Ma non puoi scappare. Puoi solo arrenderti."
E dopo qualche minuto di quella stimolazione inesorabile, l'ho vista arrendersi completamente. Il suo corpo ha smesso di lottare contro le sensazioni e ha cominciato invece ad accoglierle, a lasciarle costruire come un'onda sempre più alta.
Il suo respiro è diventato sempre più rapido, frammentato, quasi frenetico. I suoi gemiti fortissimi e liberatori riempivano il dungeon, i suoi occhi si sono chiusi, la testa è caduta all'indietro, esponendo la linea del collo tesa.
"Adesso," ho sussurrato. "Lasciati andare. Completamente."
E l'orgasmo l'ha colpita come un fulmine. Il suo intero corpo si è irrigidito, ogni muscolo contratto in un momento di tensione assoluta, poi è esplosa in spasmi incontrollabili. Le onde di piacere l'hanno attraversata ancora e ancora, così intense che sembravano quasi dolorose.
Non ho tolto lo strumento. L'ho tenuto lì, spingendola oltre il primo orgasmo verso un secondo, poi un terzo, fino a quando il suo corpo non è stato in grado di distinguere dove finiva un climax e dove ne cominciava un altro. Era diventata una sola lunga, continua ondata di sensazioni travolgenti.
Le sue lacrime scorrevano liberamente ora, miste a saliva che le colava dal bavaglio. Il suo corpo era scosso da tremiti violenti. Piccoli singhiozzi uscivano dalla sua gola.
Solo quando ho visto che stava davvero raggiungendo il suo limite, quando l'intensità minacciava di trasformarsi in sovraccarico sensoriale, ho finalmente spento lo strumento e l'ho allontanato.
Lei è collassata in avanti quanto le corde le permettevano, completamente esausta, il corpo che tremava con spasmi residui. Respirava in piccoli ansimare affannosi, gli occhi chiusi, apparentemente incapace di formulare un pensiero coerente.
Ho lavorato rapidamente per liberarla. Prima il bavaglio, che ho rimosso con delicatezza mentre lei muoveva la mascella dolorante. Poi le corde ai polsi, massaggiando delicatamente la pelle arrossata. Infine le caviglie.
Nel momento in cui l'ho liberata completamente, lei è crollata. L'ho presa tra le braccia prima che potesse cadere, sollevandola dal pavimento e portandola verso il divano. Era completamente flaccida, il suo corpo non rispondeva più ai comandi.
L'ho adagiata con cura, poi ho preso la coperta morbida e l'ho avvolta attorno a lei. Lei tremava ancora, piccoli brividi che la scuotevano dall'interno.
"Shh," ho sussurrato, accarezzandole i capelli umidi. "Sei al sicuro. Ce l'hai fatta. Sei stata incredibile."
Mi sono seduto accanto a lei, tenendola stretta mentre il suo corpo gradualmente si calmava. Le ho tolto i capelli dal viso, asciugato le lacrime con il pollice, sussurrato parole rassicuranti.
Dopo alcuni minuti, ha aperto gli occhi. Lo sguardo era distante, quasi vitreo, quella che nel mondo del BDSM chiamiamo "subspace", uno stato alterato di coscienza indotto dall'intensità dell'esperienza.
"Acqua," ho detto, più un ordine che una domanda, e le ho portato la bottiglia alle labbra. Lei ha bevuto docilmente, ancora incapace di coordinare i propri movimenti.
"Dove... dove sono?" ha sussurrato dopo qualche minuto, la voce piccola e confusa.
"Sei con me," ho risposto dolcemente. "Sei al sicuro. Stai tornando."
E lentamente, molto lentamente, l'ho vista ritornare nel suo corpo, nella sua mente. La lucidità che gradualmente riempiva di nuovo i suoi occhi, la consapevolezza che tornava nei suoi movimenti.
Ma ci sarebbero voluti ancora molti minuti, forse un'ora, prima che fosse completamente presente di nuovo. E io sarei rimasto lì con lei per tutto il tempo necessario, perché questa era la parte più importante di tutto.
L'aftercare. La cura dopo la tempesta.
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