Cassandra e le due donne - 5

di
genere
sadomaso

Poi, senza preavviso, il dolore.
La frusta è atterrata esattamente tra le mie gambe divaricate, colpendo le mie parti intime più sensibili con precisione chirurgica. Il dolore è esploso attraverso il mio corpo come un fulmine, acuto, bruciante, devastante.
Ho emesso un suono strozzato, un grido che è rimasto intrappolato in gola, il mio corpo che si è contratto violentemente contro le corde che mi tenevano immobilizzata. Ma non c'era scampo, non c'era modo di chiudersi, di proteggersi.
Il secondo colpo è arrivato sul mio seno sinistro. Poi sul destro. Poi sulla pancia. Le frustate piovevano su di me senza sosta, senza uno schema prevedibile. Non sapevo dove sarebbe caduto il colpo successivo, poteva essere ovunque, e questo rendeva tutto peggio.
Senza la vista, ogni sensazione era amplificata mille volte. Non vedevo la frusta alzarsi, non potevo prepararmi. Ogni colpo era una sorpresa dolorosa che mi faceva sussultare e gridare.
Le mie cosce. Il mio ventre. Di nuovo tra le gambe, quella zona già torturata che ora bruciava come se fosse in fiamme. La pelle era ipersensibile, ogni nuovo colpo sullo stesso punto era un'agonia rinnovata.
"Ah!" Gridavo ogni volta, la voce roca, disperata. "Per favore, Mistress!"
Ma Marika non rispondeva. Sentivo solo il fischio della frusta nell'aria un attimo prima che atterrasse, poi il suono schioccante del cuoio contro la mia pelle nuda, seguito dal mio urlo.
La mia pelle bruciava ovunque, ma soprattutto tra le gambe, dove i colpi erano stati più numerosi, più crudeli. Sentivo quella parte di me pulsare con un dolore lancinante che si mescolava, in modo perverso, con qualcosa d'altro. Non piacere, non ancora, ma una consapevolezza acuta di ogni terminazione nervosa, di ogni sensazione.
Le lacrime colavano da sotto la benda, bagnando il panno nero. Il mio corpo tremava incontrollabilmente, tirato tra il desiderio di fuggire e l'impossibilità di muovermi anche solo di un centimetro.
"Quindici," ho sentito finalmente la voce di Marika, calma e controllata come sempre. "Hai contato quindici frustate, Cassandra. E non hai usato la tua safe word."
Aveva ragione. Nonostante tutto, non avevo nemmeno pensato di fermarla.
"Sei magnifica quando soffri per me," ha continuato, e ho sentito le sue dita, fresche contro la mia pelle infuocata, tracciare delicatamente le linee rosse lasciate dalla frusta sul mio corpo arcuato.
Le sue mani sono risalite lentamente lungo il mio ventre, verso il mio petto. I miei capezzoli erano già duri, parte per l'eccitazione, parte per il dolore, parte per l'aria fresca della stanza.
"Ora," ha mormorato Marika, "vediamo quanto puoi sopportare."
Ho sentito qualcosa di freddo e metallico sfiorare il mio capezzolo sinistro. Un attimo dopo, il morso.
Il morsetto si è chiuso intorno al mio capezzolo con una pressione inesorabile. Il dolore è stato immediato e acuto, non come le frustate che erano rapide e brucianti, ma costante, pulsante, che non dava tregua.
Ho stretto i denti, un gemito soffocato che è uscito dalla mia bocca mentre il mio corpo si tendeva ancora di più contro le corde.
"Respira," ha ordinato Marika, la sua voce ferma ma non priva di calore.
Ho cercato di obbedire, inspirando profondamente attraverso il naso mentre il dolore si stabilizzava in un'agonia costante.
Poi il secondo morsetto. Sul capezzolo destro, che si è chiuso con la stessa pressione spietata del primo.
Questa volta non sono riuscita a trattenere il grido. Il dolore era troppo, troppo concentrato, troppo intenso. Sentivo il metallo mordere la mia carne sensibile, i miei capezzoli compressi in modo innaturale.
"Brava ragazza," ha mormorato Marika, e ho sentito qualcosa tintinnare, una catenella che collegava i due morsetti. Quando l'ha tirata leggermente, il dolore si è intensificato, facendomi sussultare.
La posizione sulla pedana curva rendeva tutto peggio. Con il petto spinto verso l'alto dall'arco della struttura, i morsetti tiravano verso il basso per gravità, aggiungendo una tensione costante che non potevo alleviare in alcun modo.
"Questo è per insegnarti," ha detto Marika, la sua voce che sembrava venire da lontano attraverso la nebbia del dolore, "che ogni parte del tuo corpo mi appartiene. Anche il dolore che senti è un dono che mi stai facendo."
Ho stretto i denti più forte, le lacrime che continuavano a colare da sotto la benda. Ogni respiro faceva muovere leggermente il mio petto, e ogni movimento tirava i morsetti, rinnovando il dolore.
Ma non ho chiesto pietà. Non ho usato la safe word.
Volevo soffrire per lei. Volevo dimostrarle che potevo sopportare tutto ciò che decideva di infliggermi. Perché in qualche modo perverso, questo dolore mi avvicinava a lei più di qualsiasi altra cosa.
Poi ho sentito un nuovo suono, un ronzio basso, vibrante, inconfondibile.
Il mio respiro si è bloccato. Sapevo cosa fosse anche senza vederlo.
Ho sentito Marika muoversi, i suoi passi che si spostavano verso il basso del mio corpo. Poi il fruscio di vestiti mentre si inginocchiava tra le mie gambe divaricate.
"Ora," ha detto con voce carica di promesse, "vediamo come gestisci questo."
Ho sentito qualcosa di freddo e metallico sfiorare il mio capezzolo sinistro. Un attimo dopo, il morso.
Il morsetto si è chiuso intorno al mio capezzolo con una pressione inesorabile. Il dolore è stato immediato e acuto—non come le frustate che erano rapide e brucianti, ma costante, pulsante, che non dava tregua.
Ho stretto i denti, un gemito soffocato che è uscito dalla mia bocca mentre il mio corpo si tendeva ancora di più contro le corde.
"Respira," ha ordinato Marika, la sua voce ferma ma non priva di calore.
Ho cercato di obbedire, inspirando profondamente attraverso il naso mentre il dolore si stabilizzava in un'agonia costante.
Poi il secondo morsetto. Sul capezzolo destro, che si è chiuso con la stessa pressione spietata del primo.
Questa volta non sono riuscita a trattenere il grido. Il dolore era troppo, troppo concentrato, troppo intenso. Sentivo il metallo mordere la mia carne sensibile, i miei capezzoli compressi in modo innaturale.
"Brava ragazza," ha mormorato Marika, e ho sentito qualcosa tintinnare—una catenella che collegava i due morsetti. Quando l'ha tirata leggermente, il dolore si è intensificato, facendomi sussultare.
La posizione sulla pedana curva rendeva tutto peggio. Con il petto spinto verso l'alto dall'arco della struttura, i morsetti tiravano verso il basso per gravità, aggiungendo una tensione costante che non potevo alleviare in alcun modo.
"Questo è per insegnarti," ha detto Marika, la sua voce che sembrava venire da lontano attraverso la nebbia del dolore, "che ogni parte del tuo corpo mi appartiene. Anche il dolore che senti è un dono che mi stai facendo."
Ho stretto i denti più forte, le lacrime che continuavano a colare da sotto la benda. Ogni respiro faceva muovere leggermente il mio petto, e ogni movimento tirava i morsetti, rinnovando il dolore.
Ma non ho chiesto pietà. Non ho usato la safe word.
Volevo soffrire per lei. Volevo dimostrarle che potevo sopportare tutto ciò che decideva di infliggermi. Perché in qualche modo perverso, questo dolore mi avvicinava a lei più di qualsiasi altra cosa.
Poi ho sentito un nuovo suono—un ronzio basso, vibrante, inconfondibile.
Il mio respiro si è bloccato. Sapevo cosa fosse anche senza vederlo.
Ho sentito Marika muoversi, i suoi passi che si spostavano verso il basso del mio corpo. Poi il fruscio di vestiti mentre si inginocchiava tra le mie gambe divaricate.
"Ora," ha detto con voce carica di promesse, "vediamo come gestisci questo."
Ho sentito qualcosa di freddo e metallico sfiorare il mio capezzolo sinistro. Un attimo dopo, il morso.
Il morsetto si è chiuso intorno al mio capezzolo con una pressione inesorabile. Il dolore è stato immediato e acuto—non come le frustate che erano rapide e brucianti, ma costante, pulsante, che non dava tregua.
Ho stretto i denti, un gemito soffocato che è uscito dalla mia bocca mentre il mio corpo si tendeva ancora di più contro le corde.
"Respira," ha ordinato Marika, la sua voce ferma ma non priva di calore.
Ho cercato di obbedire, inspirando profondamente attraverso il naso mentre il dolore si stabilizzava in un'agonia costante.
Poi il secondo morsetto. Sul capezzolo destro, che si è chiuso con la stessa pressione spietata del primo.
Questa volta non sono riuscita a trattenere il grido. Il dolore era troppo, troppo concentrato, troppo intenso. Sentivo il metallo mordere la mia carne sensibile, i miei capezzoli compressi in modo innaturale.
"Brava ragazza," ha mormorato Marika, e ho sentito qualcosa tintinnare—una catenella che collegava i due morsetti. Quando l'ha tirata leggermente, il dolore si è intensificato, facendomi sussultare.
La posizione sulla pedana curva rendeva tutto peggio. Con il petto spinto verso l'alto dall'arco della struttura, i morsetti tiravano verso il basso per gravità, aggiungendo una tensione costante che non potevo alleviare in alcun modo.
"Questo è per insegnarti," ha detto Marika, la sua voce che sembrava venire da lontano attraverso la nebbia del dolore, "che ogni parte del tuo corpo mi appartiene. Anche il dolore che senti è un dono che mi stai facendo."
Ho stretto i denti più forte, le lacrime che continuavano a colare da sotto la benda. Ogni respiro faceva muovere leggermente il mio petto, e ogni movimento tirava i morsetti, rinnovando il dolore.
Ma non ho chiesto pietà. Non ho usato la safe word.
Volevo soffrire per lei. Volevo dimostrarle che potevo sopportare tutto ciò che decideva di infliggermi. Perché in qualche modo perverso, questo dolore mi avvicinava a lei più di qualsiasi altra cosa.
Poi ho sentito un nuovo suono—un ronzio basso, vibrante, inconfondibile.
Il mio respiro si è bloccato. Sapevo cosa fosse anche senza vederlo.
Ho sentito Marika muoversi, i suoi passi che si spostavano verso il basso del mio corpo. Poi il fruscio di vestiti mentre si inginocchiava tra le mie gambe divaricate.
"Ora," ha detto con voce carica di promesse, "vediamo come gestisci questo."
Ho sentito qualcosa di freddo e metallico sfiorare il mio capezzolo sinistro. Un attimo dopo, il morso.
Il morsetto si è chiuso intorno al mio capezzolo con una pressione inesorabile. Il dolore è stato immediato e acuto—non come le frustate che erano rapide e brucianti, ma costante, pulsante, che non dava tregua.
Ho stretto i denti, un gemito soffocato che è uscito dalla mia bocca mentre il mio corpo si tendeva ancora di più contro le corde.
"Respira," ha ordinato Marika, la sua voce ferma ma non priva di calore.
Ho cercato di obbedire, inspirando profondamente attraverso il naso mentre il dolore si stabilizzava in un'agonia costante.
Poi il secondo morsetto. Sul capezzolo destro, che si è chiuso con la stessa pressione spietata del primo.
Questa volta non sono riuscita a trattenere il grido. Il dolore era troppo, troppo concentrato, troppo intenso. Sentivo il metallo mordere la mia carne sensibile, i miei capezzoli compressi in modo innaturale.
"Brava ragazza," ha mormorato Marika, e ho sentito qualcosa tintinnare—una catenella che collegava i due morsetti. Quando l'ha tirata leggermente, il dolore si è intensificato, facendomi sussultare.
La posizione sulla pedana curva rendeva tutto peggio. Con il petto spinto verso l'alto dall'arco della struttura, i morsetti tiravano verso il basso per gravità, aggiungendo una tensione costante che non potevo alleviare in alcun modo.
"Questo è per insegnarti," ha detto Marika, la sua voce che sembrava venire da lontano attraverso la nebbia del dolore, "che ogni parte del tuo corpo mi appartiene. Anche il dolore che senti è un dono che mi stai facendo."
Ho stretto i denti più forte, le lacrime che continuavano a colare da sotto la benda. Ogni respiro faceva muovere leggermente il mio petto, e ogni movimento tirava i morsetti, rinnovando il dolore.
Ma non ho chiesto pietà. Non ho usato la safe word.
Volevo soffrire per lei. Volevo dimostrarle che potevo sopportare tutto ciò che decideva di infliggermi. Perché in qualche modo perverso, questo dolore mi avvicinava a lei più di qualsiasi altra cosa.
Poi ho sentito un nuovo suono, un ronzio basso, vibrante, inconfondibile.
Il mio respiro si è bloccato. Sapevo cosa fosse anche senza vederlo.
Ho sentito Marika muoversi, i suoi passi che si spostavano verso il basso del mio corpo. Poi il fruscio di vestiti mentre si inginocchiava tra le mie gambe divaricate.
"Ora," ha detto con voce carica di promesse, "vediamo come gestisci questo."
La testa del magic wand ha toccato il mio clitoride senza preavviso.
Ho sussultato violentemente, il corpo che si è arcuato ancora di più contro la struttura curva. Le vibrazioni erano intense, potenti, inesorabili, completamente diverse da qualsiasi tocco umano. Era troppo, troppo diretto, troppo intenso.
"Oh Dio!" ho gridato, la voce rotta.
Marika ha premuto più forte, tenendo il vibratore esattamente dove voleva. Le vibrazioni attraversavano ogni terminazione nervosa, mandando ondate di piacere attraverso il mio corpo già torturato.
Ma i morsetti ai capezzoli non si erano mossi. Il dolore costante e pulsante continuava, mescolandosi in modo impossibile con il piacere crescente tra le mie gambe.
Era un contrasto devastante, dolore sopra, piacere sotto. La mia mente non riusciva a processare entrambe le sensazioni contemporaneamente. Ogni ondata di piacere era punteggiata dal dolore acuto ai capezzoli. Ogni pulsazione dolorosa era intervallata dalle vibrazioni che mi stavano portando rapidamente verso l'orgasmo.
"Sento come tremi," ha mormorato Marika, la sua mano libera che accarezzava l'interno della mia coscia. "Sento quanto ti piace questo contrasto. Dolore e piacere insieme, inseparabili."
Aveva ragione. Non riuscivo a separare le due sensazioni, erano intrecciate, una che amplificava l'altra. Il dolore rendeva il piacere più acuto, più disperato. Il piacere rendeva il dolore più sopportabile, quasi desiderabile.
Le mie gambe tremavano contro le corde. I miei fianchi cercavano di muoversi, di premere più forte contro il vibratore, ma ero troppo ben legata. Potevo solo subire, accettare tutto ciò che Marika decideva di darmi.
Il piacere cresceva, si accumulava, saliva come un'onda inarrestabile. Ma ero terrorizzata, cosa sarebbe successo quando fossi venuta? Il movimento del mio corpo avrebbe tirato i morsetti, avrebbe intensificato il dolore proprio nel momento del piacere estremo.
"Mistress," ho gemuto disperatamente, "per favore, io.."
"Vieni per me," ha ordinato Marika, aumentando la pressione del vibratore. "Vieni con i morsetti ai capezzoli. Voglio che tu associ per sempre il dolore al piacere più intenso che hai mai provato."
"Magnifico," ho sentito la sua voce attraverso la nebbia nel mio cervello. "Hai fatto tremare l'intera struttura, piccola mia. Sei stata assolutamente magnifica."
Con movimenti delicati, ha rimosso i morsetti dai miei capezzoli. Il ritorno del flusso sanguigno ha portato una nuova fitta di dolore, ma dopo quello che avevo appena vissuto era quasi niente, solo un'eco lontana.
Marika non mi ha slegata subito. Invece, ha lasciato che il mio corpo smaltisse lentamente l'orgasmo devastante, dandomi il tempo di ritrovare un qualche senso di me stessa.
Le sue mani hanno iniziato ad accarezzarmi. Movimenti lenti, delicati, che tracciavano ogni curva del mio corpo nudo e teso dalle corde. Partivano dalle mie braccia allungate sopra la testa, scivolando lungo i miei fianchi, accarezzando la mia pancia, le mie cosce tremanti. Era una carezza quasi reverenziale, come se stesse apprezzando un'opera d'arte.
"Così bella," mormorava mentre le sue dita esploravano la mia pelle sudata, segnata dalle frustate. "Così perfettamente sottomessa."
Ogni tocco era come balsamo dopo la tempesta. Sentivo il mio respiro rallentare gradualmente, il battito cardiaco che tornava a qualcosa di più normale. Ma il mio corpo continuava a tremare leggermente, scosso da sussulti occasionali, gli ultimi echi dell'orgasmo che mi aveva devastata.
Le sue mani sono salite al mio viso, sfiorando delicatamente la benda bagnata di lacrime. Con movimenti lenti, l'ha sciolta, liberando finalmente i miei occhi.
La luce della stanza, anche se soffusa, mi ha fatto strizzare gli occhi dopo tanto tempo al buio. Quando la mia vista si è adattata, ho visto Marika sopra di me, i suoi capelli biondi che le cadevano intorno al viso come una cascata dorata, i suoi occhi che mi guardavano con un misto di orgoglio e affetto.
Era bellissima. Assolutamente, devastantemente bellissima.
Si è chinata su di me, e le sue labbra hanno sfiorato le mie in un bacio delicato, quasi casto. Non c'era la passione bruciante di prima, solo tenerezza. Le sue labbra si sono posate sulle mie con dolcezza, senza la lingua, senza pressione. Solo un tocco leggero che parlava di approvazione e cura.
Quando si è staccata, mi ha guardata negli occhi e ha detto una sola parola: "Brava."
Quel semplice elogio mi ha riempita di un calore che nessun orgasmo avrebbe potuto eguagliare. Avevo fatto bene. L'avevo compiaciuta. Ero stata degna.
Poi si è alzata e, senza dire altro, è uscita dalla stanza.
Ho avuto appena il tempo di accorgermi della sua assenza quando la porta si è riaperta. Questa volta era Paola.
"Ciao, bella," ha detto con un sorriso gentile, avvicinandosi alla struttura. "È ora di spostarti."
Ha iniziato a slegarmi con movimenti esperti. Prima i polsi, poi le caviglie. Quando le corde sono cadute, il mio corpo è rimasto nella stessa posizione per un momento, i muscoli così abituati alla tensione che non sapevano più come rilassarsi.
Paola mi ha aiutata a scendere dalla pedana curva, sostenendomi mentre le mie gambe tremanti cercavano di ricordarsi come reggermi. Ogni movimento era doloroso, i muscoli protestavano dopo essere stati tesi così a lungo.
"Ce la fai?" ha chiesto, il braccio forte intorno alla mia vita.
Ho annuito debolmente, anche se non ero sicura fosse vero.
Mi ha guidata fuori dalla stanza, attraverso il corridoio, verso un'altra porta. Ogni passo era una sfida, ma Paola era paziente, lasciandomi andare al mio ritmo.
Quando ha aperto la porta della nuova stanza, ho trattenuto il respiro, chiedendomi cosa mi aspettasse ora.
Al centro della stanza c'era una struttura che non avevo mai visto prima, una specie di tavolino di legno massiccio con supporti regolabili, e sopra di esso una cornice metallica con corde che pendevano dai quattro angoli.
"Sali," ha detto Paola gentilmente, aiutandomi a posizionarmi sul tavolino.
Poi ha iniziato a legarmi.
Le sue mani si muovevano con una maestria straordinaria, ogni nodo perfetto, ogni corda posizionata con precisione millimetrica. Non era come le legature semplici di prima. Questa era arte pura, shibari eseguito da una vera esperta.
Ha iniziato dal mio petto, creando un intricato harness di corde che circondava e comprimeva il mio seno, facendolo risaltare, rendendolo ancora più sensibile. Ogni nodo era stretto quanto bastava per essere sicuro ma non doloroso, Paola conosceva esattamente cosa stava facendo.
Poi ha legato le mie braccia dietro la schiena, i polsi incrociati e fissati con corde che si intrecciavano lungo gli avambracci. Ero completamente immobilizzata nella parte superiore del corpo.
Le gambe sono venute dopo. Paola le ha divaricate ampiamente, fissando le caviglie ai supporti laterali della struttura in una posizione che mi lasciava completamente esposta. Non potevo chiuderle nemmeno di un centimetro, ero aperta, vulnerabile, ogni parte di me accessibile.
Ha aggiunto corde che scendevano dalla cornice sopra di me, collegandole al harness sul mio petto per stabilizzarmi nella posizione. Ero seduta sul tavolino ma parte del mio peso era sostenuto dalle corde, creando una tensione costante che mi teneva perfettamente immobile.
La posizione era vergognosa. Completamente esposta, le gambe spalancate, il seno legato e spinto in fuori, le braccia impotenti dietro la schiena. Non potevo muovermi, non potevo coprirmi, non potevo fare nulla se non aspettare.
Paola ha fatto un passo indietro per ammirare il suo lavoro. "Perfetto," ha mormorato con soddisfazione. Poi, senza dire altro, è uscita dalla stanza.
Sono rimasta sola solo per pochi minuti prima che la porta si riaprisse.
Marika è entrata, e il mio respiro si è bloccato.
Era ancora più bella di prima, i capelli biondi perfettamente sistemati, il trucco impeccabile, il corpo avvolto in lingerie nera che lasciava poco all'immaginazione. Ma non era questo che aveva catturato la mia attenzione.
Era lo strap-on che indossava. Nero, lucido, di dimensioni considerevoli, che sporgeva dalle sue anche con un'autorità innegabile.
Si è avvicinata lentamente, i suoi tacchi che risuonavano sul pavimento di legno. I suoi occhi mi studiavano, legata, esposta, tremante.
"Cassandra," ha detto con voce dolce, fermandosi davanti a me. "Sei stata così brava finora. Hai sopportato il dolore, hai accettato il piacere, hai imparato a lasciare andare il controllo."
La sua mano ha accarezzato delicatamente il mio viso, poi è scesa lungo il mio collo, tra il seno legato dalle corde.
"Ora viene un’altra prova," ha continuato, la voce calma ma carica di promesse. "Voglio prenderti completamente. Voglio che tu ti arrenda a me in ogni modo possibile."
Ha fatto un passo più vicino, posizionandosi tra le mie gambe divaricate. La punta dello strap-on sfiorava appena la mia intimità, facendomi sussultare.
"Questa non sarà come le altre volte," ha mormorato, gli occhi fissi nei miei. "Questa volta ti prenderò lentamente, profondamente, finché non ci sarà più nessuna parte di te che non mi appartenga."
La sua mano ha accarezzato l'interno della mia coscia, risalendo lentamente.
"Sei pronta, piccola mia? Pronta a essere completamente, irrevocabilmente mia?
Cercavo di mettere ordine nei pensieri, ma Marika li aveva già scompigliati tutti. Io, che avevo sempre conosciuto il desiderio come qualcosa di circolare, chiuso, coerente con l’immagine che avevo di me stessa. Non mi ero mai lasciata penetrare davvero da nessuno, mai avevo sentito il bisogno di oltrepassare quel confine che avevo sempre chiamato identità, scelta, certezza.
Eppure ora quel limite mi appariva fragile. Non per curiosità, non per provocazione, ma per lei. Per quella presenza così ingombrante che aveva fra le gambe, per ciò che rappresentava prima ancora di ciò che era. L’idea di quel mostro, così diverso da tutto ciò che avevo accolto fino ad allora, mi aveva spaventata. Non lo nego: c’era stato un momento di rifiuto, quasi di ribellione interiore. Accettarlo significava accettare di non conoscermi fino in fondo.
Ma Marika non mi aveva chiesto spiegazioni, né giustificazioni. Aveva solo preteso verità. E io, davanti a lei, avevo scoperto quanto fosse dolce cedere, quanto fosse naturale smettere di difendermi. Non era il gesto in sé a travolgermi, ma l’abbandono. Il sentirmi vista, scelta, guidata senza essere annullata.
Non conoscevo ancora ogni sfumatura di quella donna, né i suoi abissi. Eppure sentivo, con una chiarezza che mi spaventava, il desiderio di assecondarla. Non per dovere, non per gioco. Perché in quel lasciarmi condurre c’era una versione di me più vera, più nuda di quanto fossi mai stata.
Era amore? Forse no, non ancora. O forse sì, ma in una forma che non avevo mai imparato a nominare. So solo che, per la prima volta, non avevo paura di perdere me stessa. Avevo paura solo di tornare indietro.
La sentii muoversi davanti a me, con una calma che mi spezzava. Ogni suo gesto era deliberato, misurato, come se volesse costringermi ad assistere, a comprendere fino in fondo ciò che stava per accadere. Non potevo fare nulla, se non guardare e respirare a fatica, mentre il mio corpo reagiva prima ancora che la mia mente potesse opporsi.
Quando mi ordinò di parlare, la voce mi si spezzò. Ripetei le sue parole come una preghiera che non sentivo mia, ma che sapevo di doverle offrire. Obbedire era diventato più semplice che resistere.
“Voglio che penetri questa mia fica stretta, ti prego fallo!”
Il contatto arrivò lento, inesorabile. Marika non aveva fretta. Mi prendeva centimetro dopo centimetro, come se volesse insegnarmi a sopportarla, a contenerla. Io fissavo in basso, incapace di cercare il suo sguardo, mentre il mio corpo veniva attraversato da qualcosa che non avevo mai conosciuto.
Le sue mani non mi lasciavano tregua, guidandomi, costringendomi a sentire ogni cosa. Ma il piacere non arrivava. C’era solo tensione, un dolore trattenuto, un fremito che stringevo tra i denti per non cedere, per non darle anche quel potere.
Poi il ritmo cambiò. Divenne più deciso, più profondo. Le corde erano l’unica cosa che mi impediva di crollare, di piegarmi sotto l’intensità di ciò che stavo subendo. Il mio corpo tremava, scosso, vulnerabile, completamente nelle sue mani.
E in quel tremore, in quella resa muta, capii che Marika non mi stava solo prendendo il corpo. Mi stava insegnando quanto lontano fossi disposta ad andare per lei. Persino facendomi penetrare con un cazzo finto.
Marika non aveva bisogno di affrettare nulla. Lo capii in quel momento: il suo vero potere non stava nei gesti, ma nell’attesa. Ogni secondo che lasciava scorrere era una pressione silenziosa, una mano invisibile che stringeva più di qualunque presa fisica. Sapeva esattamente quanto potevo reggere, e si fermava sempre un attimo prima… o un attimo dopo.
Non mi guardava come si guarda un corpo, ma come si osserva una reazione. Io ero una superficie sensibile, uno strumento accordato alle sue intenzioni. Ogni mio respiro le apparteneva. Ogni tremito era una risposta che lei aveva previsto.
“Respira per me”, disse a un certo punto. Non era un ordine urlato, non ne aveva bisogno. Era una constatazione. E io obbedii, sentendo quanto fosse profondo il legame che stava tessendo: mi stava insegnando a dipendere dal suo ritmo, dal suo tempo, dal suo giudizio.
Il piacere non era il suo obiettivo. Anzi, sembrava quasi negarlo con cura. Mi teneva sospesa in uno stato indefinito, dove il desiderio non trovava sfogo e il dolore non diventava mai abbastanza da liberarmi. Era lì che voleva tenermi: lucida, presente, consapevole di ogni istante.
Quando il mio corpo reagiva contro la mia volontà, lei lo sapeva prima di me. Un leggero cambiamento nella pressione, un respiro più vicino all’orecchio, una parola sussurrata nel momento esatto in cui stavo per cedere. Era così che mi guidava: non forzandomi, ma anticipandomi.
In quella sospensione compresi che Marika non cercava la mia resa immediata. Voleva qualcosa di più profondo. Voleva che fossi io a scegliere di restare lì, a denti stretti, vulnerabile, aperta non tanto nel corpo quanto nell’anima. E la cosa più sconvolgente era che, nonostante tutto, lo stavo facendo.
Non perché fossi debole.
Ma perché, nelle sue mani, sentivo di essere esattamente dove dovevo essere.
Lo volevo. Questa era la verità più scomoda, quella che mi ronzava nella testa mentre il tempo si dilatava fino a perdere forma. Lo volevo nonostante il rifiuto, nonostante quella sensazione estranea che non riconoscevo come mia. Il mio desiderio non era lì, non era mai stato lì. Io ero lesbica, lo ero sempre stata, e quel confine per me era stato sacro.
Eppure avevo scelto di attraversarlo.
Non per curiosità, non per piacere. Ma per lei.
C’era qualcosa di profondamente disturbante nel sentire il mio corpo coinvolto in un’esperienza che non sentivo mia, come se stessi prestando me stessa a una volontà più grande. Ogni istante mi ricordava ciò che non ero, e proprio per questo diventava umiliazione. Un’umiliazione lucida, consapevole, che accettavo senza potermi nascondere dietro l’istinto.
Marika lo sapeva. Sapeva quanto mi fosse estraneo, quanto mi stessi forzando non nel corpo, ma nell’identità. Ed era lì il suo vero controllo: nel costringermi a restare presente, a non fuggire mentalmente, a non trasformare tutto in un gioco.
I minuti scorrevano lenti, interminabili. Mi sembrarono ore. Il mio corpo reagiva per inerzia, non per desiderio, e io stringevo i denti, ancorata solo alla certezza che resistere fosse il mio modo di compiacerla. Non cercavo sollievo, cercavo approvazione.
Quando finalmente sentii che tutto stava finendo, non provai liberazione immediata. Provai qualcosa di più complesso: un vuoto caldo, stanco, e una vergogna che mi colava addosso come un sudore freddo. Marika si fermò. Senza enfasi. Senza trionfo.
Aveva ottenuto ciò che voleva.
E io rimasi lì, sospesa, consapevole di aver attraversato qualcosa che non mi apparteneva, ma che avevo scelto di concederle. Non per amore, forse. O forse sì, in quella forma distorta e silenziosa che nasce solo quando si accetta di essere visti anche nel proprio rifiuto.
E lei mi aveva vista.
Marika non disse nulla. Si limitò a sciogliere la distanza con un ultimo sguardo, poi si voltò e lasciò la stanza. Il silenzio che rimase dopo di lei era quasi più pesante di tutto ciò che avevo attraversato.
Fu Paola a entrare poco dopo. La sua presenza era diversa, più morbida, quasi quotidiana. Senza fretta, senza domande, si avvicinò a me e iniziò a liberarmi dalle corde. Le sue mani erano pratiche, rispettose. Non cercavano reazioni, non pretendevano nulla. Quando finalmente fui in piedi, le gambe mi tremavano ancora, ma lei era lì, solida, pronta a sostenermi se necessario.
“Vieni” disse semplicemente.
Mi accompagnò nella mia camera. Uno spazio intimo, essenziale, che ora sentivo stranamente mio. Mi lasciò il tempo di lavarmi, di sistemarmi, di ricompormi non solo nel corpo ma anche nello sguardo che avrei portato con me. Quando scelsi cosa indossare per la cena, capii che non stavo più cercando di nascondermi. Non del tutto, almeno.
Era sabato sera. Fuori, il mondo probabilmente rideva, beveva, viveva una normalità che mi sembrava lontanissima. Noi tre ci ritrovammo a tavola con una naturalezza quasi disarmante. Nessun accenno a ciò che era successo. Il cibo, il vino, qualche frase di circostanza. Paola parlava con leggerezza, come se stesse costruendo un ponte, tenendoci tutte ancorate a quel momento.
Marika mi osservava. Non con durezza, non con compiacimento. Con attenzione.
A un certo punto posò il bicchiere e parlò, finalmente.
“Hai superato l’iniziazione, Cassandra.”
La sua voce era calma, definitiva. Non c’era enfasi, né teatralità. Solo una constatazione.
“Da stasera sei una di noi.”
Quelle parole mi attraversarono più profondamente di quanto avrei immaginato. Non provai euforia, né trionfo. Provai appartenenza. Una sensazione nuova, complessa, costruita su qualcosa che avevo scelto di attraversare fino in fondo.
Alzai lo sguardo verso di lei e annuii.
Non perché mi fosse richiesto.
Ma perché, per la prima volta, sentivo di aver trovato un posto che mi avrebbe cambiata per sempre.


stemmy75@gmail.com
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2026-01-04
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