Cassandra e le due donne - 6

di
genere
sadomaso

Erano passati cinque giorni da quando ero tornata dalla villa di Marika.
Cinque giorni in cui avevo cercato di riprendere la mia vita normale, andare al lavoro, vedere amici, occuparmi delle solite faccende quotidiane. Ma niente sembrava più normale. Niente sembrava più reale quanto quel weekend.
Seduta alla mia scrivania in ufficio, mi ritrovavo a perdere il filo di quello che stavo facendo, la mente che vagava sempre nello stesso posto. Vedevo i capelli biondi di Marika che brillavano alla luce soffusa. Sentivo ancora il suo tocco sulla mia pelle, il suo profumo, la sua voce che mi chiamava "piccola mia". Ricordavo ogni momento, il dolore, il piacere, la sottomissione totale.
Di notte, nel mio letto troppo grande e troppo vuoto, ripassavo ogni dettaglio. Come mi aveva legata. Come mi aveva guardata. Come mi aveva presa, lentamente, profondamente, fino a quando non ero rimasta altro che puro sentimento.
Sono innamorata di lei, mi ero detta una sera, fissando il soffitto al buio. La realizzazione era arrivata con la forza di un pugno allo stomaco.
Non era solo desiderio fisico, anche se quello c'era in abbondanza. Non era solo la dinamica di potere che mi eccitava oltre ogni limite. Era qualcosa di più profondo, più pericoloso.
Ero innamorata di Marika. Della sua forza, della sua sicurezza, del modo in cui mi vedeva, davvero mi vedeva, quando mi guardava. Del contrasto tra la sua crudeltà calcolata e la tenerezza inaspettata che mostrava dopo.
Ma mi ero anche resa conto di qualcos'altro, mentre giacevo sveglia in quelle notti solitarie. Non sapevo praticamente niente di lei.
Conoscevo il suo corpo, conoscevo i suoi desideri, sapevo come mi faceva sentire. Ma della sua vita, della persona dietro la Mistress, non sapevo nulla. Cosa faceva quando non era nella villa? Aveva una famiglia? Amici? Un lavoro? Come aveva incontrato Paola? Da quanto tempo erano insieme? Ma erano insieme ?
Il mio telefono ha squillato mentre ero persa in questi pensieri, strappandomi dalle mie fantasie.
Il nome sullo schermo mi ha fatto sobbalzare: Marika.
Con mani tremanti, ho risposto. "Pronto?"
"Cassandra." La sua voce, anche attraverso il telefono, aveva lo stesso effetto devastante di sempre. "Come stai, piccola?"
"Io... bene. Pensavo a te," ho ammesso, incapace di mentire.
"Lo so," ha risposto, e ho potuto sentire il sorriso nella sua voce. "Ti piacerebbe vedermi? Ho pensato che potremmo prendere un aperitivo insieme. Niente di... intenso. Solo due donne che si conoscono meglio."
Il mio cuore ha accelerato. "Sì, mi piacerebbe molto."
"Perfetto. C'è un locale nel centro, il Velvet Lounge. Appena finisci di lavorare, diciamo verso le 19? Ti aspetto lì."
"Ci sarò," ho promesso.
"Brava ragazza. A dopo."
Ha riattaccato, lasciandomi con il telefono in mano e il cuore che batteva all'impazzata.
Un aperitivo. Una serata normale, aveva detto. L'occasione perfetta per scoprire chi era davvero la donna che aveva completamente conquistato il mio cuore e il mio corpo.
Ho guardato l'orologio. Mancavano ancora quattro ore. Sarebbero state le quattro ore più lunghe della mia vita.
Sono arrivata al Velvet Lounge con dieci minuti di anticipo, troppo nervosa per aspettare ancora a casa. Il locale era elegante ma informale—luci soffuse, musica jazz in sottofondo, un'atmosfera perfetta per un aperitivo dopo il lavoro.
Mi ero vestita con cura, scegliendo un abito semplice ma che sapevo mi stava bene, trucco discreto, capelli sistemati. Volevo essere bella per lei, anche in un contesto normale.
Alle 19 precise, ho visto un SUV nero parcheggiare davanti al locale. Marika ne è scesa con quella grazia naturale che la caratterizzava, jeans scuri, camicetta color crema, capelli biondi sciolti sulle spalle. Anche vestita casual era assolutamente magnetica.
Il mio cuore ha fatto un salto quando i nostri occhi si sono incrociati. Si è avvicinata con un sorriso, e per un momento ho pensato che mi avrebbe baciata, ma si è limitata a sfiorarmi la guancia con le labbra in un saluto educato.
"Cassandra, che piacere vederti," ha detto, indicando un tavolo nell'angolo. "Siediti, ho già ordinato per entrambe."
Ci siamo sedute e appena ci siamo accomodate, non sono riuscita a trattenermi. Le domande che avevo accumulato per giorni sono uscite in un fiume inarrestabile.
"Marika, voglio sapere tutto di te. Dove vivi esattamente? Che lavoro fai? Come hai conosciuto Paola? Da quanto tempo…”
"Stop." Ha alzato una mano, fermandomi con un gesto dolce ma fermo. I suoi occhi mi studiavano con quell'intensità che conoscevo bene. "Capisco che tu abbia domande, piccola. E mi fa piacere che tu voglia conoscermi meglio."
Ha fatto una pausa, sorseggiando il cocktail che era appena arrivato.
"Ma le risposte che cerchi... non sono gratuite. Non ancora."
Il mio cuore è affondato. "Cosa vuoi dire?"
"Voglio dire che mi piaci, Cassandra. Mi piaci davvero. Ma se vuoi accedere al livello successivo, se vuoi conoscere la persona dietro la Mistress, devi dimostrarmi qualcosa."
Si è sporta leggermente in avanti, abbassando la voce. "Devi dimostrarmi che sei disposta a uscire dalla tua zona di comfort per me. Che il tuo desiderio di conoscermi è abbastanza forte da superare le tue insicurezze."
"Non capisco," ho mormorato, confusa e già un po' delusa.
Marika ha fatto un cenno discreto verso il bancone. "Vedi quella cameriera? Quella con i capelli castani?"
Ho seguito il suo sguardo. C'era una ragazza che si muoveva agilmente tra i tavoli, non particolarmente bella nel senso tradizionale, ma c'era qualcosa di appariscente in lei. Il suo corpo era sinuoso, i movimenti fluidi, e i capelli castani le cadevano morbidi e soffici sulle spalle.
"Sì, la vedo," ho risposto, ancora più confusa.
"Ecco il tuo compito," ha detto Marika, gli occhi fissi nei miei. "Voglio che tu la conosca. Che la seduci, anche se dovesse essere eterosessuale. E una volta che l'avrai conquistata, voglio che la convinci a giocare con noi, con te e con me. Proprio come hai fatto tu quel primo weekend."
Sono rimasta senza parole, la bocca aperta per lo shock.
"Io... Marika, io non so se sono capace di fare una cosa del genere," ho balbettato, la delusione che mi stringeva il petto. "Non sono brava a sedurre le persone, non so come"
"Cassandra," ha interrotto, prendendo la mia mano attraverso il tavolo. "Sei una ragazza bellissima. Hai un fascino naturale che probabilmente nemmeno realizzi. Quella cameriera è assolutamente alla tua portata, credimi."
"Ma se fosse etero? Se non fosse interessata?"
"Allora la conquisterai comunque," ha detto con sicurezza. "Le persone sono più fluide di quanto pensino. E tu hai qualcosa di speciale, piccola. Lo so perché l'ho visto io stessa."
Ho scosso la testa, ancora incerta. "Non so se ci riuscirò."
Marika ha stretto la mia mano. "Prova. Per me. E se ci riuscirai..." ha fatto una pausa significativa, "la ricompensa sarà tutto ciò che stai cercando. Le risposte che vuoi. L'intimità che desideri. Tutto."
I suoi occhi promettevano molto più delle semplici parole.
"Ma devi dimostrami che sei davvero mia. Che sei disposta a fare questo per me."
Ho guardato di nuovo la cameriera, poi Marika. L'amore e il desiderio che provavo per lei combattevano contro le mie insicurezze.
"E se fallisco?" ho chiesto piano.
"Non fallirai," ha risposto con quella sicurezza assoluta che aveva sempre. "Io credo in te, Cassandra. Ora devi crederci anche tu."
Marika ha lasciato scivolare lentamente la mia mano, ma non si è alzata subito. È rimasta lì, a guardarmi, come se volesse imprimermi addosso la sua presenza un’ultima volta. Poi si è avvicinata, aggirando il tavolo con naturalezza, e si è fermata davanti a me.
Mi ha preso il viso tra le mani, con una dolcezza che contrastava con tutto il controllo che emanava. Il bacio è arrivato senza fretta, profondo, caldo. Le sue labbra si sono posate sulle mie con decisione, aprendomi, reclamandomi, come se volesse lasciarmi addosso una traccia invisibile ma indelebile. Per un istante il mondo intorno è scomparso: c’era solo il suo profumo, il calore del suo corpo vicino, la certezza di essere desiderata.
Quando si è staccata, ha appoggiato la fronte alla mia e ha sussurrato, abbastanza piano da essere solo per me:
“Qualunque cosa succeda, Cassandra, io sono qui. Non sei sola. Usa questo pensiero, se ti tremeranno le gambe.”
Si è raddrizzata, mi ha sorriso con quella sicurezza disarmante e ha aggiunto:
“Vai. Dimostrami quello che sai fare. E ricordati che ogni passo che farai… lo farai anche per me.”
Poi si è voltata e se n’è andata, i tacchi che scandivano pochi passi eleganti verso l’uscita, lasciandomi sola al tavolo. Con il cuore che batteva troppo forte, le labbra ancora calde del suo bacio e una strana miscela di paura ed eccitazione che mi scorreva dentro, ho capito che non potevo più tirarmi indietro.
Sono rimasta al tavolo più a lungo del necessario, lasciando che il locale si svuotasse lentamente. Il jazz si era fatto più sommesso, le luci ancora più calde, e il tempo sembrava scorrere con una lentezza studiata. Ogni tanto incrociavo lo sguardo della cameriera, poi lo abbassavo subito, come se fossi sorpresa a guardare. Ho iniziato a giocare con il bordo del bicchiere, le spalle leggermente incurvate, il respiro più corto di quanto fosse davvero.
Quando ho sentito gli occhi inumidirsi, non del tutto finti, perché l’emozione era reale, ho lasciato che una lacrima restasse sospesa, senza cadere. Abbastanza da farsi notare.
È stato allora che lei si è avvicinata.
“Ehi… va tutto bene?” ha chiesto a bassa voce, chinandosi leggermente verso di me. Da vicino aveva un viso più dolce di quanto avessi immaginato, e occhi attenti, sinceri. “Se hai bisogno di qualcosa, dimmelo.”
Ho sollevato lo sguardo lentamente, come se mi costasse uno sforzo enorme. Ho accennato un sorriso fragile, di quelli che chiedono comprensione senza dirlo apertamente.
“Scusa,” ho mormorato. “Non volevo… è solo una serata un po’ complicata.”
Lei ha esitato un istante, poi ha appoggiato una mano sul tavolo, restando lì. “Se vuoi parlarne… io ascolto.”
Ho sentito il cuore accelerare. Era il momento. Ho inspirato piano, come per raccogliere i pezzi.
“La donna che era qui con me,” ho detto, abbassando di nuovo gli occhi, “era la mia compagna. O almeno… lo era fino a stasera.”
La parola è rimasta sospesa tra noi.
“Mi ha lasciata,” ho continuato, con un filo di voce. “Così, senza preavviso. Dice che ha bisogno di altro. Di qualcosa che io non so darle.” Ho stretto le dita intorno al bicchiere, come se tremassi. “E io sono rimasta qui a chiedermi cosa ci fosse di sbagliato in me.”
Il suo sguardo è cambiato, si è fatto più morbido. Ha tirato una sedia con il piede e si è seduta di fronte a me, incurante del lavoro che l’aspettava.
“Non c’è niente di sbagliato in te,” ha detto con decisione. “A volte le persone scappano perché hanno paura, non perché chi hanno davanti non è abbastanza.”
Quelle parole mi hanno colpita più di quanto avessi previsto. Ho annuito piano, lasciando che il silenzio ci avvolgesse per un attimo.
“Grazie,” ho sussurrato. “Non pensavo che qualcuno… si sarebbe fermato.”
Lei ha sorriso appena. “A volte fermarsi è la cosa più semplice. E anche la più giusta.”
I nostri occhi si sono cercati, trattenuti un secondo di troppo. In quel momento ho sentito chiaramente la presenza di Marika, come un’eco calda sulla pelle, e ho capito che il primo passo era riuscito. Non avevo ancora sedotto nessuno. Ma avevo aperto una porta.
La cameriera si è alzata solo per un istante, ma prima di allontanarsi mi ha rivolto uno sguardo che non era più soltanto professionale.
“Aspettami qui,” ha detto piano. “Torno subito.”
Quando è rientrata, aveva tra le mani una tazza fumante. L’ha posata davanti a me con un gesto attento, quasi premuroso.
“È tè caldo,” ha spiegato. “Rilassa un po’. E… aiuta.”
Ho sollevato lo sguardo verso di lei, sorpresa da quella cura non richiesta. “Grazie,” ho sussurrato, stringendo la tazza tra le mani come se fosse qualcosa di prezioso.
Lei ha esitato un istante, poi si è seduta di nuovo, più vicino di prima.
“Io sono Claudia,” ha detto. “Scusa se sono stata invadente prima, ma… si vedeva che non stavi bene.”
“Cassandra,” ho risposto. Il mio nome è uscito più dolce di quanto volessi.
Claudia ha annuito, osservandomi con attenzione mentre prendevo un piccolo sorso di tè.
“Se può consolarti,” ha aggiunto, “alle dieci stacco. Tra poco, insomma. Se ti va… potremmo fare due passi. Qui intorno è tranquillo la sera. Parlare un po’, senza fretta.”
Il cuore mi ha dato un colpo secco. Non era più solo compassione: era un invito vero, semplice, umano. Ho sentito riaffiorare l’insicurezza, ma subito dopo il ricordo del bacio di Marika, delle sue parole, della fiducia che aveva riposto in me.
Ho inspirato lentamente e ho annuito.
“Mi farebbe piacere,” ho detto, con un sorriso timido ma sincero. “Davvero. E… grazie. Per esserti fermata.”
Claudia ha sorriso a sua volta, un sorriso caldo, autentico.
“Allora è deciso,” ha detto, alzandosi. “Io finisco qui, tu prenditi il tuo tempo. Non scappo.”
Mentre tornava al bancone, ho chiuso per un attimo gli occhi, stringendo la tazza tra le mani. Dentro di me, paura ed eccitazione si intrecciavano ormai senza più distinguersi.
La passeggiata non era ancora iniziata, ma sapevo già che quella sera stava prendendo una direzione precisa.
Rimasta sola al tavolo, con il tè ormai tiepido tra le mani, il silenzio ha iniziato a pesarmi addosso. Il locale era quasi vuoto, le sedie capovolte sui tavoli, i gesti lenti di chi stava chiudendo un altro turno. E io, immobile, intrappolata nei miei pensieri.
Claudia.
La sua gentilezza non aveva nulla di studiato. Nessuna malizia, nessun secondo fine evidente. Si era fermata perché aveva visto il mio disagio, perché aveva scelto di farlo. Questo pensiero mi ha punto più di quanto avessi previsto.
Mi sono chiesta quando, esattamente, la “missione” avesse smesso di sembrarmi un gioco eccitante per trasformarsi in qualcosa di più scomodo. Ingannarla. Usare la sua empatia come leva. Era davvero questo che volevo essere per Marika?
Ho abbassato lo sguardo sulle mie mani. Tremavano appena.
Eppure, insieme al rimorso, c’era altro. Il desiderio profondo di non deludere Marika. La voglia quasi dolorosa di meritare quello sguardo fiero, quella promessa di intimità totale. Sapevo che lei mi stava mettendo alla prova non solo per ottenere qualcosa, ma per capire chi fossi davvero. Fino a dove ero disposta a spingermi.
“Sto facendo male a qualcuno che non lo merita,” mi sono detta.
“Oppure sto solo esplorando una parte di me che ho sempre tenuto nascosta?”
Le due voci si sovrapponevano, senza che nessuna riuscisse a zittire l’altra.
Ho pensato a Claudia che mi aspettava fuori, ignara del groviglio che avevo dentro. Alla sua proposta semplice, quasi innocente. E poi a Marika, alla sua presenza magnetica, alla sicurezza con cui mi aveva affidato quel compito come se sapesse già che, in qualche modo, ne sarei uscita diversa.
Ho chiuso gli occhi un istante, respirando a fondo.
Forse non era solo una scelta tra sincerità e inganno. Forse era una scelta tra restare ferma dove mi sentivo al sicuro… o accettare di camminare su un confine sottile, rischioso, dove desiderio e colpa si sfioravano.
Quando li ho riaperti, ho visto Claudia avvicinarsi al bancone, togliersi il grembiule, cercarmi con lo sguardo.
Il momento di decidere stava arrivando.
Siamo uscite insieme nel fresco della sera, il rumore della città attenuato da un viale alberato che correva parallelo al locale. I lampioni disegnavano cerchi di luce sull’asfalto, le foglie muovevano ombre lente sopra le nostre teste. Camminavamo fianco a fianco, senza sfiorarci, ma abbastanza vicine da sentire il calore reciproco.
Ho iniziato a parlare piano, scegliendo con cura ogni parola. Ho raccontato di una relazione che si era logorata, di silenzi sempre più lunghi, di una donna che aveva smesso di guardarmi davvero. Era una storia costruita, sì, ma le emozioni che evocava erano fin troppo reali. La voce mi si è incrinata nel punto giusto, ho lasciato che il respiro tradisse una stanchezza profonda.
Claudia mi ascoltava con attenzione, lo sguardo rivolto a me più che alla strada.
“Dev’essere terribile sentirsi lasciati così,” ha detto a un certo punto. “Senza avere il tempo di prepararsi.”
Ho annuito. “Ti fa dubitare di tutto. Anche di ciò che pensavi di valere.”
Si è fermata un istante, costringendomi a fermarmi con lei. “No,” ha detto con una dolcezza ferma. “Quello che valiamo non lo decide chi se ne va.”
Quelle parole, semplici e sincere, hanno scalfito qualcosa. Non facevano parte del gioco. Non erano previste. Eppure mi hanno colpita dritta al petto.
Abbiamo ripreso a camminare, più lentamente. Le ho raccontato di quanto mi sentissi fuori posto, di come avessi paura di chiedere troppo. Claudia mi ha risposto parlando di sé, del lavoro, delle serate infinite al bancone, della sensazione di prendersi cura degli altri senza che quasi nessuno se ne accorga.
A un certo punto le nostre mani si sono sfiorate, per caso. Nessuna delle due si è scostata subito.
È stato lì che ho sentito qualcosa cambiare. Non era più solo finzione, non solo un ruolo recitato per compiacere Marika. C’era una tenerezza inattesa, un’attrazione silenziosa che nasceva proprio da quella vulnerabilità condivisa. E nel modo in cui Claudia mi guardava, con curiosità, con una cauta apertura, ho avuto la netta impressione che anche lei lo sentisse.
Il viale sembrava non finire mai. E per la prima volta da quando avevo accettato quella “missione”, non ero più sicura di voler arrivare in fondo seguendo il copione che mi era stato dato.
Sulla via del ritorno l’atmosfera si era alleggerita, quasi senza che me ne accorgessi. Le parole scorrevano più veloci, meno controllate. Ridevamo per dettagli sciocchi, un cliente strano del bar, una canzone passata alla radio, una battuta detta male, e ogni risata scioglieva un po’ della tensione che mi aveva accompagnata per tutta la sera.
Claudia aveva parcheggiato poco distante dal locale. Quando siamo arrivate alla sua macchina, ha fatto tintinnare le chiavi tra le dita e mi ha guardata con un’espressione esitante ma luminosa.
“Se vuoi… ti accompagno a casa. È tardi, e non mi va l’idea che tu torni da sola.”
Ho accettato, sentendo un calore gentile aprirsi nel petto. Durante il tragitto la città scorreva fuori dai finestrini come un fondale ovattato, e io mi sono sorpresa a sentirmi… bene. Non protetta, non guidata. Solo ascoltata.
Quando siamo arrivate sotto casa mia, ho indugiato un istante prima di slacciare la cintura.
“Ti andrebbe di salire?” ho chiesto, cercando di mantenere un tono leggero. “Solo per bere qualcosa. Per ringraziarti.”
Claudia ha sorriso. “Volentieri.”
Stavamo scendendo dall’auto quando un SUV nero ha rallentato proprio davanti al portone. L’ho riconosciuto subito. Il cuore mi è balzato in gola.
Dentro, illuminate per un attimo dalla luce del lampione, c’erano Marika e Paola. Eleganti, sicure, perfettamente a loro agio. Marika ha alzato lo sguardo verso di me, i suoi occhi hanno incrociato i miei per un secondo appena, abbastanza per farmi sentire nuda, vista, compresa.
Poi si è voltata verso Paola. Si sono baciate con naturalezza, un gesto intimo e tranquillo, come se il mondo intorno non esistesse. Il SUV è ripartito subito dopo, inghiottito dalla strada.
Sono rimasta immobile per un istante, con il respiro sospeso.
Siamo salite in silenzio, ma dentro di me tutto era cambiato di nuovo. Il gioco, il desiderio, il senso di colpa, tutto si intrecciava. E mentre aprivo la porta di casa, con Claudia accanto a me, ho capito che la serata non aveva ancora deciso da che parte andare.
Sedute sul divano, con il calice di vino bianco che rifletteva la luce morbida della lampada, il silenzio non era imbarazzante. Era carico. Denso di ciò che non avevamo ancora detto.
Claudia parlava a bassa voce, raccontandomi qualcosa di leggero, ma io la ascoltavo solo a metà. Ero troppo consapevole della sua vicinanza, del modo in cui le sue ginocchia sfioravano le mie, del profumo pulito della sua pelle. A un certo punto si è interrotta, come se avesse percepito lo stesso scarto invisibile.
I nostri sguardi si sono incontrati. Nessuna domanda. Nessuna fretta.
Il bacio è arrivato così, naturale, quasi inevitabile. Morbido. Le sue labbra sulle mie non chiedevano nulla, non prendevano. Si limitavano a esserci. A riconoscermi. Ho risposto con la stessa delicatezza, sentendo un calore lento diffondersi, molto diverso da quello a cui ero abituata con Marika.
La volevo. Non con urgenza, ma con una chiarezza che mi ha sorpresa.
Le mie dita hanno cercato le sue, intrecciandosi appena. Uno sfioramento, poi un altro. La sua mano ha trovato il mio fianco sopra il tessuto dell’abito, fermandosi lì, come in attesa di un permesso che non serviva dire ad alta voce. Ogni contatto era leggero, quasi timido, e proprio per questo infinitamente più intenso.
Non c’era controllo, né prove da superare. Solo una dolcezza travolgente che mi eccitava in modo sottile, profondo, facendomi sentire vista non per ciò che potevo dare, ma per ciò che ero in quel momento.
Mentre le nostre fronti si sfioravano, ho capito che stavo camminando su un terreno nuovo. Più fragile, forse. Ma terribilmente vero.
Il desiderio mi ha attraversata all’improvviso, più deciso, più oscuro. Non era più solo dolcezza: era il bisogno di sentirla mia, di percepire una risposta chiara, consapevole. Ho lasciato che la mano scivolasse lentamente lungo il suo fianco, seguendo la curva dell’anca, fermandomi appena al limite, dove il tessuto dei pantaloni diventava una promessa.
Claudia ha trattenuto il respiro. Non si è sottratta. Anzi.
Si è aperta verso di me con un gesto istintivo, le gambe che si allargavano appena, come a creare spazio, come a dire sono qui. I suoi occhi hanno cercato i miei, lucidi, presenti, senza paura. In quello sguardo non c’era esitazione, ma una fiducia che mi ha colpita più di qualsiasi gesto più audace.
Mi sono fermata lì, sul confine. La mano calda, il contatto ancora mediato dal tessuto, il tempo che sembrava dilatarsi. Era un contrasto netto con Marika: nessun comando, nessuna prova da superare. Solo un invito silenzioso, condiviso.
Ho appoggiato la fronte alla sua, respirando con lei, sentendo il suo corpo rispondere al mio. E in quell’attimo sospeso ho capito che il vero possesso non stava nel prendere, ma nel riconoscere che entrambe stavamo scegliendo di andare avanti. Insieme.
Ci siamo alzate quasi nello stesso momento, come se il corpo avesse deciso prima della mente. Le ho preso la mano e l’ho guidata verso la camera da letto senza dire una parola. Claudia mi seguiva con fiducia, lo sguardo acceso, il passo leggermente incerto.
Una volta dentro, ho chiuso la porta piano, come a sigillare il mondo fuori. Le ho sfiorato il viso, poi ho iniziato a spogliarla lentamente, con gesti attenti, rispettosi. Ogni capo che cadeva non era strappato via, ma accompagnato, come se stessi scoprendo qualcosa di prezioso. Lei si lasciava fare, respirando più a fondo, gli occhi che a tratti si chiudevano.
L’ho condotta sul letto e l’ho fatta stendere, seguendo il ritmo del suo respiro. Le mie mani hanno imparato il suo corpo poco a poco, cercando le sue reazioni, fermandosi quando sentivo che ne aveva bisogno, riprendendo quando era lei stessa a chiederlo con un movimento, un sospiro.
Claudia ha iniziato a gemere piano, non per eccesso, ma per abbandono. Era un suono fragile, vero, che mi ha attraversata più di qualsiasi gesto più audace. Io ero lì per lei, completamente presente, concentrata solo su ciò che sentivo sotto le dita, su come il suo corpo rispondeva con fiducia crescente.
In quel momento non c’erano giochi, né prove, né ruoli. Solo due donne che si stavano incontrando davvero, nel modo più delicato e intenso possibile. E io ho capito che quel tipo di piacere, lento e condiviso, mi stava cambiando più di quanto avessi previsto.
Il respiro di Claudia si è spezzato, poi si è disteso, lasciandola abbandonata contro i cuscini, gli occhi chiusi, il corpo ancora percorso da lievi brividi. Quando li ha riaperti, c’era qualcosa di nuovo nel suo sguardo: un desiderio timido ma determinato, la voglia di ricambiare quella cura ricevuta.
Si è avvicinata a me con un’attenzione quasi reverenziale, cercando di leggermi, di capire come toccarmi, come restituirmi ciò che le avevo dato. I suoi gesti erano sinceri, forse imperfetti, ma carichi di intenzione. E proprio quella sua inesperienza tenera mi ha fatto sorridere, spingendomi a guidarla senza parole, lei non riusciva a darmi piacere con la sua lingua era chiaramente inesperta.
L’ho attirata verso di me, intrecciando i nostri corpi in modo più stretto, più diretto. Ho cercato il suo ritmo, l’ho aiutata a trovarlo, finché il movimento è diventato comune, clitoride contro clitoride in modo naturale, come se i nostri corpi stessero finalmente parlando la stessa lingua. Dalla sua espressione capii che iniziava a godere così come stavo facendo io. Riusciva a mantenere il ritmo che avevo impostato così il piacere è cresciuto, condiviso, senza fretta né pretesa, fino a diventare qualcosa che non apparteneva più a una sola di noi. Ci siamo trovate insieme, nello stesso istante sospeso, strette l’una all’altra, respirando lo stesso respiro. Gemendo all’unisono siamo arrivate entrambe all’orgasmo.
Quando tutto si è placato, siamo rimaste così, vicine, con la sensazione chiara di aver oltrepassato un confine che non era solo fisico.
E per la prima volta, non stavo pensando a nessuna “missione”. Solo a Claudia.


stemmy75@gmail.com
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scritto il
2026-01-05
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