Max e Cassandra - 1

di
genere
scambio di coppia

L’ascensore saliva lento, silenzioso, come se volesse concederci il tempo di ascoltare ogni battito di quell’attesa. Le pareti specchiate moltiplicavano le immagini, e fu lì che la vidi davvero. Barbara era accanto a me, il verde profondo del suo vestito le accarezzava il corpo con un’eleganza che non aveva bisogno di conferme. I capelli biondi, morbidi e acconciati con cura, incorniciavano il suo volto con una naturalezza disarmante.
Nel riflesso dello specchio mi colpì la sua bellezza piena, sicura, e insieme a essa la consapevolezza improvvisa di quanto fossi fortunato. Non solo per averla al mio fianco, ma per il modo in cui aveva scelto di esserci: con fiducia, con desiderio, assecondando anche quella parte di me che voleva esplorare, condividere, spingersi oltre i confini consueti della coppia.
Non resistetti all’impulso. Le posai una mano sul fianco e la baciai, un bacio breve ma intenso, carico di tutto ciò che non avevamo bisogno di dirci. Lei sorrise appena, ricambiando senza sorpresa, come se lo stesse aspettando. In quel gesto c’era la nostra intesa, la nostra storia, e la promessa silenziosa di ciò che stava per accadere.
Io, pelato, massiccio, sentivo il contrasto tra il mio fisico compatto e la tensione sottile che mi attraversava. Avevamo scambiato foto, parole, telefonate cariche di mezze frasi e silenzi eloquenti, ma ora tutto si sarebbe fatto reale. Le porte dell’ascensore si aprirono direttamente sull’attico, senza corridoi né filtri.
Un ingresso ampio, luminoso, con vetrate che lasciavano intravedere la città distesa sotto di noi come un gioiello notturno.
Will ci accolse per primo. Minuto, quasi fragile nel fisico, ma impeccabile nei modi. C’era in lui qualcosa di controllato, un’eleganza che non nasceva dal corpo ma dal portamento e dallo sguardo. Si muoveva con la sicurezza di chi è abituato al bello e al costoso, eppure nei suoi occhi lessi subito un’attenzione particolare, quasi deferente, soprattutto verso Barbara. La casa parlava di ricchezza senza bisogno di urlarla: spazi enormi, arredi essenziali, opere d’arte scelte con gusto.
Cassandra comparve pochi istanti dopo, e per un attimo ebbi la sensazione che la stanza si fosse riorientata attorno a lei. I capelli castani, lunghissimi fino a metà della schiena, incorniciavano un viso armonioso. Indossava una gonna nera a tubino che ne seguiva le linee con sobrietà, e una camicia bianca che le dava un’aria quasi professionale, spezzata però da un sorriso timido, autentico. Il suo seno, naturale e proporzionato, non cercava attenzione, ma la otteneva comunque.
Le presentazioni furono semplici, forse volutamente. Ci stringemmo la mano, poi le guance, con quella lieve esitazione che rende ogni gesto più carico di significato. Barbara e Cassandra si studiarono per un istante di troppo, uno di quegli istanti che non sono mai casuali. Io mi sedetti, lasciando che fossero i dettagli a parlarmi: il modo in cui Will osservava più che partecipare; la postura composta di Cassandra; la calma sicura di mia moglie.
I drink arrivarono subito dopo. Bicchieri di cristallo, ghiaccio che tintinnava piano. Ci accomodammo tutti sul grande divano, troppo grande per costringerci a stare distanti. Le conversazioni iniziarono leggere, quasi banali, ma sotto ogni parola sentivo scorrere un filo invisibile, una corrente fatta di curiosità, aspettativa e di quel rispetto attento che precede le scelte importanti.
Sorseggiando il mio drink, mi concessi di respirare a fondo. Eravamo lì. Tutto il resto, per il momento, poteva aspettare.
Seduti sul divano, con i bicchieri tra le mani, la differenza tra noi e loro divenne evidente senza bisogno di essere nominata. Io e Barbara avevamo una decina d’anni in più, ma non c’era alcuna sensazione di distanza: piuttosto, una calma diversa. La nostra era una sicurezza costruita nel tempo, fatta di esperienze condivise, di desideri confessati e metabolizzati insieme. Non avevamo fretta, né bisogno di dimostrare qualcosa.
Will e Cassandra, invece, erano attraversati da una tensione gentile, quasi tenera. Si muovevano con cautela, come se ogni gesto dovesse essere prima approvato mentalmente. Cassandra teneva le gambe accavallate in modo composto, le mani strette attorno al bicchiere, e parlava un po’ troppo velocemente quando prendeva la parola. Will sorrideva spesso, annuiva, ma sembrava più attento alle nostre reazioni che alle proprie parole. In lui c’era quell’aria di chi osserva, di chi cerca segnali, permessi non detti.
Mi resi conto che aspettavano qualcosa da noi. Non un’azione precisa, ma una guida implicita. Era la loro prima volta, lo avevano detto al telefono con una sincerità quasi disarmante, e ora quella novità si rifletteva in ogni esitazione. Non sapevano bene come “rompere il ghiaccio”, e il ghiaccio, in realtà, non era imbarazzo: era rispetto, timore di sbagliare, paura di rovinare un momento che avevano immaginato a lungo.
Barbara lo percepì prima di me. La vidi inclinare leggermente il busto verso Cassandra, accorciare le distanze con naturalezza, come solo lei sapeva fare. Parlava con voce calma, rassicurante, raccontando un aneddoto leggero, nulla di esplicito, ma sufficiente a distendere l’aria. Cassandra la ascoltava con attenzione, e piano piano le spalle le si rilassarono.
Io osservavo Will. Notai come il suo sguardo tornasse spesso su Barbara, poi su di me, come a cercare conferma che tutto fosse sotto controllo. C’era in lui una curiosità mista a una forma di abbandono, come se desiderasse che qualcun altro prendesse l’iniziativa al posto suo. Non era debolezza: era il modo in cui stava scegliendo di vivere quel momento.
Sorrisi, sollevando il bicchiere in un brindisi informale, rompendo quella sospensione con un gesto semplice. Le nostre mani non si toccarono, non ancora, ma qualcosa si allentò. Le parole cominciarono a fluire con più naturalezza, le pause divennero meno cariche.
Eravamo diversi, sì. Più grandi, più navigati. Ma proprio per questo potevamo permetterci di aspettare, di lasciare spazio, di trasformare quell’impaccio in una tensione lenta e promettente.
E mentre la città brillava dietro le vetrate dell’attico, ebbi la chiara sensazione che il vero inizio non fosse un gesto, ma quella fragile, preziosa sospensione che stavamo imparando a condividere.
La osservavo mentre parlava con Barbara, e più la guardavo più sentivo nascere qualcosa di profondo, quasi primitivo. Cassandra aveva una fragilità che non era debolezza, ma apertura. Quella era la sua prima volta, e si vedeva: nei piccoli silenzi, nel modo in cui ascoltava più di quanto parlasse, in quella leggera tensione che le attraversava il corpo come una corrente trattenuta.
Era proprio questo ad accendere il mio desiderio. Non l’inesperienza in sé, ma ciò che rappresentava: una porta ancora socchiusa, un territorio non ancora esplorato. Sentivo crescere dentro di me un impulso lento, caldo, come un fuoco che prende aria senza fretta. La differenza d’età, l’esperienza che portavo addosso, tutto contribuiva a quella sensazione di possesso immaginato, non violento, ma intenso, quasi inevitabile.
I miei occhi scesero sulle sue gambe. La gonna a tubino le teneva raccolte, ordinate, e proprio per questo ogni piccolo movimento diventava eloquente. Un accavallarsi appena accennato, il piede che oscillava piano. Immaginai cosa sarebbe successo quando quella compostezza si sarebbe sciolta, quando il controllo avrebbe lasciato spazio all’abbandono.
Mi vidi avvicinarmi senza fretta, come si fa con qualcosa di prezioso. Le prime carezze non come un assalto, ma come una scoperta, un modo per dirle che poteva fidarsi. Pensai alla sua pelle che reagisce, al respiro che cambia ritmo, a quel momento sottile in cui una donna smette di chiedersi cosa sia giusto e comincia semplicemente a sentire.
“Farla mia” non aveva, in quel pensiero, nulla di brutale. Era un desiderio fatto di presenza, di guida, di attenzione. Di essere colui che accompagna quel passaggio, che trasforma l’impaccio in desiderio consapevole. E mentre sorseggiavo il mio drink, fingendo di ascoltare la conversazione, capii che quel fuoco non aveva bisogno di correre.
Stava già bruciando. Piano. Inesorabile.
Barbara fu lei a sentire il momento. Non con impeto, ma con quella naturalezza che le apparteneva, come se stesse semplicemente seguendo un ritmo già scritto nell’aria. Si avvicinò a Cassandra, le sfiorò il viso con una delicatezza che non lasciava spazio all’equivoco, e la baciò sulle labbra. Un bacio a stampo, breve, rispettoso. Non c’era volontà di prendere, solo di aprire una porta.
Cassandra rimase immobile per un istante, sorpresa più che turbata. Poi sorrise, un sorriso arrossato, quasi incredulo. Barbara le prese le mani, intrecciando le dita alle sue con un gesto lento, rassicurante, e la invitò ad alzarsi. Non disse nulla: non ce n’era bisogno. Cassandra si lasciò guidare, come se quel contatto le avesse appena dato il permesso di smettere di pensare.
La vidi avvicinarsi a me, il corpo leggermente rigido, il passo incerto. Barbara la accompagnò fino a me, con una naturalezza disarmante, la fece sedere sulle mie gambe. Cassandra arrossì di nuovo, sentii il suo corpo tendersi per un attimo, poi cedere. Il suo peso era leggero, il suo respiro vicino, caldo. Non si oppose. Si adattò.
Le passai una mano tra i capelli, lentamente, sentendone la lunghezza scivolarmi tra le dita. Era un gesto semplice, intimo, più rassicurante che possessivo. Con l’altra mano cercai le sue braccia, le accarezzai. Cassandra abbassò lo sguardo, poi lo rialzò, e in quel movimento lessi tutta la sua emozione: timore, desiderio, curiosità.
Will osservava la scena senza distogliere gli occhi. Il suo respiro era cambiato, lo notai dal modo in cui si sporgeva leggermente in avanti, dalle mani strette sul bicchiere. C’era in lui un’eccitazione evidente, quasi orgogliosa, come se assistere a quella vicinanza fosse parte essenziale del suo piacere. Non interveniva, non parlava. Guardava. E sembrava voler guardare ancora.
Io rimasi fermo, presente. Sentivo Cassandra sulle mie ginocchia, il battito accelerato sotto la pelle, e capii che il ghiaccio non si era rotto con un gesto audace, ma con una guida silenziosa, condivisa. Barbara ci osservava con un sorriso appena accennato.
Tutto stava accadendo esattamente come doveva. Lentamente. Senza forzature. E proprio per questo, con una intensità che prometteva molto di più.
La mia mano, quasi senza che me ne rendessi conto, scivolò sulla coscia di Cassandra. La stoffa della gonna era liscia sotto le dita, e sentii il suo corpo reagire a quel contatto lento, studiato. Non c’era fretta nel gesto: solo la volontà di farle capire che era al sicuro, che poteva lasciarsi andare. La mia carezza risalì appena, fermandosi sul confine sottile tra ciò che era ancora concesso e ciò che prometteva di diventarlo.
Lei sollevò il viso verso il mio, e il bacio arrivò naturale, inevitabile. Le nostre labbra si incontrarono con una dolcezza sorprendente, un primo bacio che non cercava di prendere, ma di ascoltare. Cassandra esitò solo un istante, poi rispose, timida ma presente, come se stesse imparando il suono del proprio desiderio proprio in quell’istante.
Avvertii il suo respiro cambiare mentre restava seduta sulle mie ginocchia, il corpo che piano piano smetteva di essere rigido e trovava una nuova posizione, più intima, più vera.
Dalla mia prospettiva vidi Will alzarsi leggermente, togliersi la giacca con un gesto nervoso, poi slacciarsi i primi bottoni della camicia. Il suo sguardo era fisso su di noi, acceso, affamato di ogni dettaglio. Non c’era gelosia nei suoi occhi, ma un’eccitazione evidente, quasi crescente, come se ciò che stava accadendo davanti a lui lo coinvolgesse in un modo profondo e personale.
Barbara osservava la scena in silenzio, consapevole di aver dato il primo impulso, lasciando ora che le dinamiche si sviluppassero da sole. Io continuai a baciare Cassandra con lentezza, sentendo sotto la mano il calore della sua pelle, e capii che quel confine che stavo sfiorando non era solo fisico.
Era l’inizio di un abbandono.
E tutti noi, in modi diversi, ne stavamo già sentendo l’effetto.
Il contatto con Cassandra aveva acceso qualcosa di profondo, impossibile da ignorare. La sentii irrigidirsi appena sulle mie gambe, aveva sentito il mio cazzo irrigidirsi ancora priam di vederelo. Il suo corpo reagì con un lieve sussulto, e per un attimo interruppe il bacio, sorpresa, gli occhi grandi, scuri, colmi di una consapevolezza nuova. Non si scostò. Rimase lì, più vicina. La mia mano aveva ormai raggiunto la sua fica nel momento in cui la sentii bagnarsi.
Barbara colse tutto con uno sguardo. Si voltò verso Will e, con un sorriso lento, lo invitò a sedersi sul divano. Lui obbedì quasi automaticamente, come se le gambe gli avessero improvvisamente ceduto. Barbara gli si accomodò accanto, abbastanza vicino da fargli sentire il profumo dei suoi capelli, il calore del suo corpo. Una mano scese con naturalezza, sfiorandolo appena, un gesto leggero ma carico di significato, che non lasciava spazio a dubbi.
Will sembrava inchiodato. Il suo sguardo tornava continuamente su di me e Cassandra, incapace di distaccarsene. Respirava più in fretta, il petto che si alzava e si abbassava in modo evidente, come se assistere a quella scena lo stesse attraversando da dentro, più intensamente di qualsiasi contatto diretto.
Cassandra, ancora sulle mie ginocchia, abbassò lo sguardo per un istante, poi lo rialzò. Non c’era più solo timidezza nei suoi occhi, ma una curiosità vibrante, quasi febbrile. Le passai di nuovo la mano tra i capelli, lentamente, e lei si lasciò andare contro di me, accettando quella vicinanza senza più opporre resistenza. Mi alzia, adagiando Cassandra seduta sul divano davanti a me tirandole il viso lentamente verso il mio cazzo duro ma costretto ancora nei pantaloni. La ragazza si lasciò fare e divenne evidente come avremo proseguito quell’azione.
Barbara osservava Will mentre lui osservava noi. Un gioco di riflessi, di desideri che si alimentavano a vicenda, senza bisogno di parole. Tutti eravamo consapevoli che qualcosa si era definitivamente spostato, che non si trattava più di immaginare. La mano di Barbara iniziò a palpeggiare il cazzo di Will, che non sembrava molto grosso. Con movimenti lenti ma decisi le slacciò la cintura abbassadogli i pantaloni. I due ragazzi sembravano entrambi impacciati e passivi. Il cazzo di Will era effettivamente piccolo ma Barbara lo prese in mano e facendolo sedere sul divano iniziò a menarlo-
Erano i corpi a parlare adesso.
E nessuno di noi li voleva fermare.
Il movimento fu lento, quasi studiato. Mi allontanai appena da Cassandra, quel tanto che bastava a cambiare la prospettiva tra noi, e lei mi seguì con lo sguardo, visibilmente emozionata. IL mio cazzo enorme e completamente in tiro. C’era nei suoi occhi una miscela di sorpresa e curiosità, come se stesse per affacciarsi su qualcosa che non aveva mai davvero immaginato fino a quel momento. Forse non aveva mai visto un cazzo così grosso.
Quando tornò a guardarmi, lo fece dall’alto verso il basso, con un respiro più corto, più consapevole. Si fermò un istante, esitante, poi si avvicinò di nuovo. Il suo gesto fu impacciato ma sincero, guidato più dall’istinto che dall’esperienza. Sentii tutta la sua inesperienza, non come un limite, ma come una tensione pura, quasi preziosa che mi eccitava a dismisura. Il pensiero di dare piacere a Cassandra in un modo che, forse, non aveva mai provato prima era un carburante potentissimo per la mia eccitazione.
Cassandra reagì con un lieve fremito, come se ciò che stava accadendo superasse di colpo le sue aspettative. Le sue mani cercarono un appiglio, le mie ginocchia, la stoffa dei miei pantaloni, mentre prendeva confidenza con una presenza che non aveva mai conosciuto prima, per intensità e per forza. Non c’era fretta nei suoi movimenti, solo una scoperta lenta, rispettosa, carica di stupore.
La guidai piano fino alla punta della mia cappella. Allargò la bocca, ma quasi non bastava. Mi aiutai con un dito, ma riuscii a infilarlo in bocca, un pezzettino alla volta. Era in difficoltà quasi non riusciva a prenderlo tutto.
Barbara osservava in silenzio, consapevole di stare assistendo a un passaggio importante. Will, invece, sembrava completamente rapito. Non parlava, non si muoveva quasi. Il suo sguardo era fisso, bruciante, come se quella scena lo stesse attraversando più profondamente di qualsiasi contatto diretto. Era evidente quanto ciò che stava accadendo tra me e Cassandra lo eccitasse, quanto quell’abbandono altrui fosse parte integrante del suo desiderio.
Io rimasi presente, fermo, lasciando che fosse lei a trovare il proprio ritmo, la propria misura. La sua inesperienza non spegneva il momento: lo rendeva più intenso, più vero. E mentre sentivo il suo respiro cambiare, capii che non si trattava solo di piacere, ma di fiducia.
Una fiducia che stava nascendo, fragile e luminosa, proprio lì, sotto gli sguardi attenti di chi stava imparando a desiderare in modi nuovi.

stemmy75@gmail.com
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scritto il
2026-01-14
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