Cassandra e le due donne - 7
di
Stemmy
genere
sadomaso
Il messaggio è arrivato la mattina dopo, lungo, denso, scritto con quella cura che avevo già imparato a riconoscere in lei. L’ho letto seduta sul letto, le lenzuola ancora impregnate di ricordi troppo vicini per essere ignorati.
Claudia mi scriveva con sincerità, senza difese. Mi raccontava che stava vivendo un rapporto sentimentale con un uomo, qualcosa che non aveva ancora il nome dell’amore ma che sentiva crescere giorno dopo giorno, con una forza tranquilla e rassicurante. Diceva che la sera prima era stata bella, intensa, spontanea, condivisa fino in fondo — e proprio per questo andava custodita come un momento prezioso, non come una promessa.
“Non è una strada che sento mia,” ammetteva, senza ferirmi.
“Ma non me ne pento. Per niente.”
Poi arrivavano le parole che non mi aspettavo e che, paradossalmente, mi hanno dato più sollievo di quanto avrei immaginato. Mi offriva un’amicizia vera, presente. Mi diceva che potevo chiamarla quando volevo, per qualunque motivo. Che le avrebbe fatto piacere rivedermi, magari per un aperitivo, una passeggiata, qualcosa di semplice. Qualcosa di pulito.
Ho appoggiato il telefono sul petto e ho chiuso gli occhi.
Mi sentivo leggera. Sollevata. Non avrei dovuto continuare a mentirle, né a me stessa. Claudia aveva rimesso ogni cosa al proprio posto con una maturità disarmante, lasciandomi solo gratitudine e una dolce nostalgia.
E inevitabilmente, il pensiero è tornato a Marika.
Alla sua presenza magnetica. Al modo in cui mi aveva scelta, guidata, messa alla prova. Al desiderio ancora vivo, intenso, quasi viscerale che provavo per lei. Ma accanto a quel desiderio, ora, si insinuava qualcosa di nuovo. Un dubbio sottile. La domanda se ciò che stavo vivendo con lei fosse davvero uno spazio in cui potevo restare intera, o solo un ruolo che mi stava lentamente modellando.
Claudia, con la sua chiarezza gentile, aveva acceso una luce inattesa.
E mentre ripensavo a Marika,splendida, affascinante, irresistibile, ho capito che l’attrazione era ancora lì. Fortissima. Ma non più cieca.
Il messaggio di Marika è arrivato nel primo pomeriggio, molto diretto.
“Allora? Voglio sapere com’è andata davvero ieri sera.”
Ho esitato solo un attimo, poi le ho risposto con una sincerità forse ingenua. Le ho raccontato di Claudia, del messaggio ricevuto, delle sue parole pacate, della scelta di fermarmi. Le ho scritto che non volevo proseguire quella seduzione, che avevo percepito in lei una gentilezza rara, un’empatia autentica, e che l’idea di ferirla mi stava addosso come un peso.
Ho premuto invio con una strana sensazione di sollievo, come se stessi finalmente affermando un confine.
La risposta di Marika non è arrivata subito.
Quando il telefono ha vibrato di nuovo, qualche minuto dopo, il tono era cambiato. Più lento. Più denso.
“Interessante.”
“Molto più di quanto pensassi.”
Ho sentito un brivido scendermi lungo la schiena, pur senza capire perché.
“Il fatto che tu abbia scelto di fermarti,” continuava, “che tu abbia visto qualcosa di così… puro, in lei… dice molto sia di te che di Claudia.”
Una pausa. Poi l’affondo.
“E ora mi incuriosisce ancora di più.”
Ho deglutito.
Il messaggio successivo è arrivato subito dopo, senza lasciarmi il tempo di rispondere.
“Vieni da me stasera, Cassandra.”
“Devo parlarti. Con calma.”
“E forse aiutarti a vedere questa situazione da una prospettiva diversa.”
Conoscevo quel forse. Conoscevo quel tono.
Ho fissato lo schermo a lungo, sentendo riaffiorare l’attrazione potente che Marika esercitava su di me, insieme a un filo sottile di inquietudine. Sapevo che non sarebbe stata una semplice conversazione. Marika non convinceva mai solo con le parole. Lo faceva con la presenza, con il corpo, con il modo in cui sapeva insinuarsi nei punti più fragili.
Ho risposto solo con un “Va bene.”
E mentre appoggiavo il telefono, ho avuto la chiara sensazione che quella sera non avrebbe rimesso ordine nei miei dubbi.
Li avrebbe messi alla prova.
Quando avevo incontrato Marika e Paola, ero affamata. Non solo di sesso, ma di qualcosa che somigliasse a una scossa, a una rottura netta con la vita ordinata e prevedibile che stavo conducendo. Avevo un bisogno quasi disperato di sentire, di essere travolta, di perdere per un attimo il controllo che avevo sempre esercitato su tutto e di lasciarmi alle spalle due anni di rapporto con Francesca.
Marika era arrivata in quel momento preciso come una forza inevitabile. Magnetica, carismatica, bellissima nel modo in cui lo sono le donne che non chiedono permesso. Mi aveva preso per mano, letteralmente e simbolicamente, e mi aveva condotta in un mondo fatto di corpi che parlano, di desideri che non hanno bisogno di essere giustificati, di regole non scritte ma ferree. Un mondo di sesso, dominazione, orgasmi che non erano solo fisici, ma mentali, emotivi, identitari.
In quella fase della mia vita, io volevo tutto questo. Volevo farne parte senza riserve. Volevo prendere, assorbire, lasciarmi plasmare. Non mi chiedevo troppo spesso perché, né a che prezzo. Mi bastava sentirmi viva, desiderata, scelta. E Marika sapeva esattamente come offrirmi tutto questo, come farmelo sembrare non solo eccitante, ma necessario.
Ora però, dopo Claudia, dopo quella dolcezza inattesa e quell’intimità senza ruoli, qualcosa aveva iniziato a muoversi sotto la superficie. Non aveva cancellato il desiderio per Marika, quello era ancora lì, potente, quasi doloroso, ma lo aveva complicato. Come se avessi intravisto un’altra possibilità di contatto, meno vertiginosa forse, ma più gentile.
Eppure una parte di me, quella più affamata, sapeva che quella sera, andando da Marika, non stavo cercando risposte, volevo godere, godere di brutto.
Stavo ancora cercando di prendere tutto quello che potevo. Anche se cominciavo a intuire che ogni mondo, per quanto intrigante, chiede sempre qualcosa in cambio.
Mi sentivo pronta…
Marika sapeva come incantare, e io lo capii nel momento stesso in cui aprì la porta. Quella sera era bellissima, di una bellezza calma e sicura, studiata ma mai ostentata. L’abito le cadeva addosso con eleganza naturale, i capelli raccolti lasciavano scoperto il collo, e il suo sguardo mi attraversò senza fretta, come se stesse già leggendo dentro di me.
Mi fermai un istante sulla soglia. Mi aspettavo Paola. Me l’ero immaginata ad accogliermi, con il suo modo più controllato, quasi protettivo. Invece c’era Marika. Solo Marika. E la delusione che avrei dovuto provare non arrivò mai: fu immediatamente sostituita da un calore improvviso, da quella sensazione sottile di essere finita esattamente dove dovevo essere.
Mi sorrise, un sorriso che non chiedeva permesso. Mi baciò sulle guance con una confidenza che mi fece vacillare appena, e la sua mano sfiorò il mio braccio più a lungo del necessario. Quel contatto leggero fu sufficiente a farmi capire che non ero un’ospite qualsiasi.
Entrai. La casa era immersa in una luce morbida, accogliente, il profumo del vino e di qualcosa di speziato mi avvolse subito. Paola non c’era, o almeno non si vedeva, e Marika non la nominò. Mi guidò dentro con naturalezza, parlando a bassa voce, scegliendo le parole come se ogni frase avesse un peso preciso. Io ascoltavo, ma soprattutto sentivo: il mio corpo, teso e affamato, reagiva a ogni sua pausa, a ogni sguardo trattenuto un secondo di più.
Avevo bisogno di sesso, sì, ma non solo. Avevo bisogno di sentirmi scelta, condotta, riconosciuta. Marika lo capì senza che io dovessi dirlo. Nei suoi occhi non c’era giudizio, solo una calma consapevolezza che mi fece abbassare le difese una dopo l’altra.
In quel momento compresi che non stavo semplicemente entrando in una casa. Stavo entrando di nuovo in quel mondo che mi aveva già sfiorata e che ora mi reclamava con più decisione. E io, senza più fingere prudenza, ero pronta a prendere tutto ciò che mi avrebbe offerto.
Marika mi ascoltò senza interrompermi, seduta di fronte a me, le gambe accavallate con una naturalezza che sapeva essere una forma di potere. Quando parlò, lo fece con quel tono basso e sicuro che aveva l’effetto di mettere ordine anche nei miei pensieri più confusi.
“Non chiamarlo un fallimento”, disse. “Hai quasi fatto centro.”
Sorrise appena, come se stesse assaporando l’idea. Mi fece notare ciò che io stessa avevo cercato di minimizzare: avevo condiviso l’intimità con una donna che non aveva mai sfiorato, né lasciato che una donna la sfiorasse. Non era poco. Anzi, era moltissimo.
“Le resistenze non sono muri”, continuò. “Sono crepe. Basta sapere dove appoggiare le dita.”
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. Non stava parlando solo di Claudia. Stava parlando di me. Del modo in cui osservava, capiva, aspettava. Io ero lì, seduta davanti a lei, con il corpo teso e la mente già in resa.
Si alzò lentamente e si avvicinò. Non c’era fretta nei suoi gesti, solo una sicurezza assoluta. Mi disse che avevo meritato un premio, per il coraggio, per l’iniziativa, per essermi spinta oltre ciò che credevo possibile. Un premio, però, scelto da lei.
Non mi toccò subito. Mi fece aspettare. La sua presenza era così vicina da essere quasi insostenibile, eppure controllata, calibrata. Sapeva, me lo disse apertamente, che stava per offrirmi qualcosa che non avevo mai provato prima. Non entrò nei dettagli. Non ce n’era bisogno.
In quel momento capii che il vero dono non era ciò che sarebbe venuto dopo, ma l’abbandono stesso. Il lasciare che fosse lei a guidare, a decidere, a mostrarmi fino a che punto ero disposta a spingermi pur di sentirmi viva, desiderata, scelta.
E io, senza più opporre resistenza, ero pronta.
Segui Marika fino a quando aprì una porta, mi sono trovata in uno spazio più ampio delle altre sale. Paola era già lì, intenta a sistemare qualcosa al centro della stanza, un attrezzo che non avevo mai visto prima.
Sembrava una sella montata su una base solida, ma al centro c'era un'appendice che vibrava leggermente e da quell’appendice si ergeva un grosso fallo. Era collegata a fili e controlli, e anche senza sapere esattamente cos'era, il mio corpo ha reagito immediatamente con un brivido di anticipazione.
"Questo," ha detto Marika, avvicinandosi all'attrezzo con un sorriso, "è un Sybian. E sarà il tuo premio per i progressi che hai fatto con Claudia."
Ha accarezzato la superficie della macchina quasi con affetto. "Ti farà godere per un'ora intera, piccola. Un orgasmo dopo l'altro, senza sosta, senza pietà. Paola e io saremo qui a guardarti, ad assicurarci che tu prenda tutto il piacere che meriti."
Il mio respiro si è fatto più veloce solo all'idea.
"Spogliati," ha ordinato dolcemente.
Con mani tremanti ho obbedito, togliendomi i vestiti uno ad uno sotto i loro sguardi attenti. Quando sono rimasta completamente nuda, Marika mi ha guidata verso l'attrezzo.
"Siediti sopra, e infila dentro il fallo" ha detto spargendomi del lubrificante che serviva a ricevere quel grosso fallo, aiutandomi a posizionarmi sulla sella. Ho chiuso gli occhi mentre sentivo il fallo penetrarmi, sembrava infinito e l'appendice vibrante premeva direttamente contro la mia intimità, e anche spenta mi faceva già tremare.
Paola si è avvicinata con delle corde. "Dobbiamo assicurarci che tu rimanga lì per tutta l'ora," ha spiegato con un sorriso complice.
Ha iniziato a legarmi, prima le caviglie alle basi della macchina, poi le cosce, creando un harness intorno al mio petto che mi teneva in posizione eretta ma mi impediva di sollevarmi. Le corde erano strette, sicure, belle.
Quando ha finito, ero completamente immobilizzata sulla macchina. Non potevo scendere, non potevo sollevarmi nemmeno di un centimetro dall'appendice vibrante. Ero tirata verso il basso e alla sua completa mercé.
Marika si è posizionata davanti a me, accarezzandomi il viso. "Sei pronta per il tuo premio, piccola mia?"
Ho annuito, incapace di parlare.
Ha sorriso e si è girata verso i controlli. "Allora cominciamo."
Il ronzio è iniziato basso, quasi impercettibile. Ma anche a quella potenza minima, le vibrazioni che attraversavano le mie parti intime erano elettriche. Ho sussultato, le mani che si sono aggrappate istintivamente alle corde che mi tenevano.
"Questo è solo l'inizio," ha detto Marika, osservandomi con quegli occhi penetranti. "Piano piano aumenterò l'intensità. Voglio che tu senta ogni singolo livello."
Paola si è posizionata di lato, anche lei a guardare, un sorriso soddisfatto sulle labbra. Erano entrambe completamente vestite, eleganti e composte, mentre io ero nuda, legata, esposta.
Marika ha girato leggermente la manopola. Le vibrazioni sono aumentate e ho gemuto, il mio corpo che già rispondeva con un'urgenza imbarazzante. L'appendice premeva esattamente nel punto giusto, impossibile da ignorare, impossibile da sfuggire.
"Così sensibile," ha mormorato Marika, avvicinandosi per accarezzarmi i capelli. "Guardati, piccola. Stai già tremando e non abbiamo nemmeno iniziato veramente."
Aveva ragione. Il mio corpo era già in tensione, i muscoli tesi, il respiro affannoso. E le vibrazioni continuavano, costanti, inesorabili.
Un altro giro della manopola. L'intensità è salita ancora e ho gettato la testa all'indietro, un grido che mi è sfuggito dalle labbra. Era troppo, era perfetto, era devastante.
"Primo orgasmo tra... quanto, secondo te, Paola?" ha chiesto Marika con tono quasi accademico.
"Due minuti, massimo," ha risposto Paola. "Guarda come si contorce già."
Cercavo di resistere, di prolungare, ma era impossibile. Le vibrazioni non si fermavano mai, non davano tregua. Ogni secondo che passava mi spingeva più vicino al limite, e non c'era nulla che potessi fare per rallentarlo.
"Vieni, Cassandra," ha ordinato Marika, aumentando ancora l'intensità. "Voglio vedere il primo di molti."
E il mio corpo ha obbedito. Il primo orgasmo mi ha colpito con una forza brutale, improvviso, acuto, che mi ha fatto gridare e tirare contro le corde. Ogni muscolo si è contratto mentre le onde di piacere mi attraversavano.
Ma il Sybian non si è fermato. Le vibrazioni hanno continuato, implacabili, anche mentre ancora tremavo per l'orgasmo appena passato.
"Uno," ha contato Marika con un sorriso. "Ne mancano molti altri. Vediamo quanti riesci a sopportare."
La mia ipersensibilità post-orgasmo rendeva le vibrazioni quasi dolorose. Ho gemuto, cercando di sollevarmi, ma le corde mi tenevano perfettamente in posizione. Non c'era scampo.
"Per favore," ho sussurrato, non sapendo nemmeno cosa stessi chiedendo.
"Per favore cosa, piccola?" ha chiesto Marika, accarezzandomi il seno. "Per favore fermati? O per favore continua?"
Non sapevo la risposta. Il mio corpo era già sulla strada verso il secondo orgasmo, le sensazioni che si accumulavano di nuovo nonostante fossi appena venuta.
Marika ha girato ancora la manopola. Le vibrazioni sono diventate più intense, più veloci.
"Abbiamo ancora cinquantacinque minuti," ha sussurrato contro il mio orecchio. "E io intendo godere di ogni singolo secondo guardandoti scioglierti sulla mia macchina."
Persi la percezione del tempo.
Un’ora poteva essere un minuto o un’eternità. So solo che smisi di contare gli orgasmi, perché non erano più eventi separati, ma uno stato continuo, una condizione in cui ero immersa senza appigli.
Marika si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò che stavo andando benissimo. Quella frase, così semplice, fu la resa definitiva. Non c’era più Cassandra che osservava, giudicava, decideva. C’era solo un corpo che sentiva, che riceveva, che imparava qualcosa di nuovo su di sé.
Quando tutto si placò, lentamente, rimasi lì, svuotata e colma allo stesso tempo.
Marika sfiorò un pulsante senza dire una parola.
Lo capii solo quando avvertii il movimento lento, solenne, come una conclusione studiata nei minimi dettagli. La sella iniziò a scendere, portandomi con sé, e io mi lasciai andare a quel ritorno alla realtà con il corpo ancora attraversato da scosse residue.
Quando i miei piedi nudi toccarono il pavimento, fu come riappropriarmi del peso, della gravità. Il supporto continuò la sua discesa, liberandomi del tutto, e il vuoto che ne seguì non fu una mancanza, ma un’eco. Un’onda che continuava a vibrare dentro di me.
Paola fu subito lì. Le sue mani erano esperte, rassicuranti, si presero cura di me con una delicatezza quasi inattesa dopo tanta intensità. Sentii una crema fresca sulla pelle, un gesto lenitivo, pensato per riportarmi lentamente a me stessa. Intanto scioglieva i lacci uno a uno, come se ogni nodo fosse un frammento di controllo restituito.
Marika si avvicinò mentre ero ancora sospesa tra due stati.
Non mi parlò. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò profondamente. Non era un bacio affamato, ma pieno, denso di significato. Dentro quel contatto c’era approvazione, possesso, complicità.
Risposi al bacio con tutto ciò che mi restava addosso: il tremore, la gratitudine, la consapevolezza di essere stata condotta oltre un limite e riportata indietro con cura.
In quel momento capii che, per Marika, il vero potere non stava solo nel condurre qualcuno al piacere, ma nel saperlo accompagnare anche dopo.
Paola lavorava con calma, sciogliendo i lacci uno ad uno, e io osservavo le sue mani esperte mentre mi liberavano dai vincoli. Ogni nodo caduto lasciava un segno lieve sulla pelle, quasi un promemoria tangibile di quanto mi fossi abbandonata.
Mentre i lacci si allentavano, la mia mente vagava e un pensiero tornava insistentemente: la vergogna. Non era solo per essermi lasciata andare, ma per quello che avevo fatto mentre lo facevo. Le urla di piacere che avevo emesso, così forti, così incontrollabili, avevano fatto sentire tutto ciò così esposto, così visibile. Peggio, molto peggio, che essere nuda in mezzo a una strada affollata, dove tutti avrebbero potuto vedermi: qui era stato dentro, dentro di me, ma così autentico e prorompente da farmi sentire incredibilmente vulnerabile.
Eppure, insieme alla vergogna, c’era anche un senso di pienezza, di liberazione che non avevo mai provato prima. Ogni nodo che cadeva sembrava segnare un piccolo passo di ritorno a me stessa, mentre il corpo ricordava ancora ogni onda, ogni vibrazione, ogni respiro spezzato.
Pensai a Marika e Paola, al modo in cui mi avevano guidata, osservata, accolta in quell’esperienza. La vergogna non era un peso insopportabile, ma il segno che avevo attraversato una soglia. Una soglia di piacere, abbandono e scoperta di me stessa che non conoscevo prima e che, ora, sentivo di poter esplorare ancora.
Rimasi lì, in piedi, il corpo ancora scosso dalle ultime vibrazioni e la pelle sensibile, mentre i lacci caduti ai miei piedi testimoniavano quello che avevo appena vissuto. La vergogna, le urla, la resa totale… tutto era ancora vivido dentro di me, eppure qualcosa iniziava a farsi chiaro.
Non potevo lasciarmi quell’esperienza come un caso isolato. Quella profondità di piacere, quella sensazione di abbandono totale e di intimità senza filtri, non era qualcosa da archiviare come un ricordo fugace. Era una ricompensa, e come tutte le ricompense — Marika me lo aveva insegnato più volte, andava guadagnata.
Il pensiero di Claudia tornò subito nella mia mente. La sua dolcezza, la sua empatia, la sua innocenza in quel piccolo gioco che avevo appena iniziato a esplorare… era chiaro che la prossima tappa era lei. Sedurla, con delicatezza ma anche con determinazione, non più per gioco, ma per guadagnare il diritto di provare ancora, di attraversare quei confini di piacere che avevo appena scoperto.
Respirai a fondo, sentendo un brivido diverso da quello appena lasciato dal sybian: non era più solo eccitazione fisica, ma una consapevolezza nuova. Una chiara missione da compiere. E sapevo che, se avessi fatto bene, non avrei solo guadagnato altro piacere: avrei continuato a esplorare quel mondo che Marika mi aveva aperto, un mondo in cui desiderio, gioco e controllo si intrecciavano in modi che non avevo mai osato immaginare.
Chissà, magari avrei potuto ammirare Claudia, legata sul sybian mentre il suo corpo e la sua mente si lasciano attraversare dalle scosse di piacere che quella macchina era in grado di farti provare.
Con un ultimo sguardo a Marika e Paola, capii che il prossimo passo era chiaro. Claudia non era più solo un incontro casuale: era la chiave per continuare quel percorso, e io ero pronta a giocare la mia carta.
stemmy75@gmail.com
Claudia mi scriveva con sincerità, senza difese. Mi raccontava che stava vivendo un rapporto sentimentale con un uomo, qualcosa che non aveva ancora il nome dell’amore ma che sentiva crescere giorno dopo giorno, con una forza tranquilla e rassicurante. Diceva che la sera prima era stata bella, intensa, spontanea, condivisa fino in fondo — e proprio per questo andava custodita come un momento prezioso, non come una promessa.
“Non è una strada che sento mia,” ammetteva, senza ferirmi.
“Ma non me ne pento. Per niente.”
Poi arrivavano le parole che non mi aspettavo e che, paradossalmente, mi hanno dato più sollievo di quanto avrei immaginato. Mi offriva un’amicizia vera, presente. Mi diceva che potevo chiamarla quando volevo, per qualunque motivo. Che le avrebbe fatto piacere rivedermi, magari per un aperitivo, una passeggiata, qualcosa di semplice. Qualcosa di pulito.
Ho appoggiato il telefono sul petto e ho chiuso gli occhi.
Mi sentivo leggera. Sollevata. Non avrei dovuto continuare a mentirle, né a me stessa. Claudia aveva rimesso ogni cosa al proprio posto con una maturità disarmante, lasciandomi solo gratitudine e una dolce nostalgia.
E inevitabilmente, il pensiero è tornato a Marika.
Alla sua presenza magnetica. Al modo in cui mi aveva scelta, guidata, messa alla prova. Al desiderio ancora vivo, intenso, quasi viscerale che provavo per lei. Ma accanto a quel desiderio, ora, si insinuava qualcosa di nuovo. Un dubbio sottile. La domanda se ciò che stavo vivendo con lei fosse davvero uno spazio in cui potevo restare intera, o solo un ruolo che mi stava lentamente modellando.
Claudia, con la sua chiarezza gentile, aveva acceso una luce inattesa.
E mentre ripensavo a Marika,splendida, affascinante, irresistibile, ho capito che l’attrazione era ancora lì. Fortissima. Ma non più cieca.
Il messaggio di Marika è arrivato nel primo pomeriggio, molto diretto.
“Allora? Voglio sapere com’è andata davvero ieri sera.”
Ho esitato solo un attimo, poi le ho risposto con una sincerità forse ingenua. Le ho raccontato di Claudia, del messaggio ricevuto, delle sue parole pacate, della scelta di fermarmi. Le ho scritto che non volevo proseguire quella seduzione, che avevo percepito in lei una gentilezza rara, un’empatia autentica, e che l’idea di ferirla mi stava addosso come un peso.
Ho premuto invio con una strana sensazione di sollievo, come se stessi finalmente affermando un confine.
La risposta di Marika non è arrivata subito.
Quando il telefono ha vibrato di nuovo, qualche minuto dopo, il tono era cambiato. Più lento. Più denso.
“Interessante.”
“Molto più di quanto pensassi.”
Ho sentito un brivido scendermi lungo la schiena, pur senza capire perché.
“Il fatto che tu abbia scelto di fermarti,” continuava, “che tu abbia visto qualcosa di così… puro, in lei… dice molto sia di te che di Claudia.”
Una pausa. Poi l’affondo.
“E ora mi incuriosisce ancora di più.”
Ho deglutito.
Il messaggio successivo è arrivato subito dopo, senza lasciarmi il tempo di rispondere.
“Vieni da me stasera, Cassandra.”
“Devo parlarti. Con calma.”
“E forse aiutarti a vedere questa situazione da una prospettiva diversa.”
Conoscevo quel forse. Conoscevo quel tono.
Ho fissato lo schermo a lungo, sentendo riaffiorare l’attrazione potente che Marika esercitava su di me, insieme a un filo sottile di inquietudine. Sapevo che non sarebbe stata una semplice conversazione. Marika non convinceva mai solo con le parole. Lo faceva con la presenza, con il corpo, con il modo in cui sapeva insinuarsi nei punti più fragili.
Ho risposto solo con un “Va bene.”
E mentre appoggiavo il telefono, ho avuto la chiara sensazione che quella sera non avrebbe rimesso ordine nei miei dubbi.
Li avrebbe messi alla prova.
Quando avevo incontrato Marika e Paola, ero affamata. Non solo di sesso, ma di qualcosa che somigliasse a una scossa, a una rottura netta con la vita ordinata e prevedibile che stavo conducendo. Avevo un bisogno quasi disperato di sentire, di essere travolta, di perdere per un attimo il controllo che avevo sempre esercitato su tutto e di lasciarmi alle spalle due anni di rapporto con Francesca.
Marika era arrivata in quel momento preciso come una forza inevitabile. Magnetica, carismatica, bellissima nel modo in cui lo sono le donne che non chiedono permesso. Mi aveva preso per mano, letteralmente e simbolicamente, e mi aveva condotta in un mondo fatto di corpi che parlano, di desideri che non hanno bisogno di essere giustificati, di regole non scritte ma ferree. Un mondo di sesso, dominazione, orgasmi che non erano solo fisici, ma mentali, emotivi, identitari.
In quella fase della mia vita, io volevo tutto questo. Volevo farne parte senza riserve. Volevo prendere, assorbire, lasciarmi plasmare. Non mi chiedevo troppo spesso perché, né a che prezzo. Mi bastava sentirmi viva, desiderata, scelta. E Marika sapeva esattamente come offrirmi tutto questo, come farmelo sembrare non solo eccitante, ma necessario.
Ora però, dopo Claudia, dopo quella dolcezza inattesa e quell’intimità senza ruoli, qualcosa aveva iniziato a muoversi sotto la superficie. Non aveva cancellato il desiderio per Marika, quello era ancora lì, potente, quasi doloroso, ma lo aveva complicato. Come se avessi intravisto un’altra possibilità di contatto, meno vertiginosa forse, ma più gentile.
Eppure una parte di me, quella più affamata, sapeva che quella sera, andando da Marika, non stavo cercando risposte, volevo godere, godere di brutto.
Stavo ancora cercando di prendere tutto quello che potevo. Anche se cominciavo a intuire che ogni mondo, per quanto intrigante, chiede sempre qualcosa in cambio.
Mi sentivo pronta…
Marika sapeva come incantare, e io lo capii nel momento stesso in cui aprì la porta. Quella sera era bellissima, di una bellezza calma e sicura, studiata ma mai ostentata. L’abito le cadeva addosso con eleganza naturale, i capelli raccolti lasciavano scoperto il collo, e il suo sguardo mi attraversò senza fretta, come se stesse già leggendo dentro di me.
Mi fermai un istante sulla soglia. Mi aspettavo Paola. Me l’ero immaginata ad accogliermi, con il suo modo più controllato, quasi protettivo. Invece c’era Marika. Solo Marika. E la delusione che avrei dovuto provare non arrivò mai: fu immediatamente sostituita da un calore improvviso, da quella sensazione sottile di essere finita esattamente dove dovevo essere.
Mi sorrise, un sorriso che non chiedeva permesso. Mi baciò sulle guance con una confidenza che mi fece vacillare appena, e la sua mano sfiorò il mio braccio più a lungo del necessario. Quel contatto leggero fu sufficiente a farmi capire che non ero un’ospite qualsiasi.
Entrai. La casa era immersa in una luce morbida, accogliente, il profumo del vino e di qualcosa di speziato mi avvolse subito. Paola non c’era, o almeno non si vedeva, e Marika non la nominò. Mi guidò dentro con naturalezza, parlando a bassa voce, scegliendo le parole come se ogni frase avesse un peso preciso. Io ascoltavo, ma soprattutto sentivo: il mio corpo, teso e affamato, reagiva a ogni sua pausa, a ogni sguardo trattenuto un secondo di più.
Avevo bisogno di sesso, sì, ma non solo. Avevo bisogno di sentirmi scelta, condotta, riconosciuta. Marika lo capì senza che io dovessi dirlo. Nei suoi occhi non c’era giudizio, solo una calma consapevolezza che mi fece abbassare le difese una dopo l’altra.
In quel momento compresi che non stavo semplicemente entrando in una casa. Stavo entrando di nuovo in quel mondo che mi aveva già sfiorata e che ora mi reclamava con più decisione. E io, senza più fingere prudenza, ero pronta a prendere tutto ciò che mi avrebbe offerto.
Marika mi ascoltò senza interrompermi, seduta di fronte a me, le gambe accavallate con una naturalezza che sapeva essere una forma di potere. Quando parlò, lo fece con quel tono basso e sicuro che aveva l’effetto di mettere ordine anche nei miei pensieri più confusi.
“Non chiamarlo un fallimento”, disse. “Hai quasi fatto centro.”
Sorrise appena, come se stesse assaporando l’idea. Mi fece notare ciò che io stessa avevo cercato di minimizzare: avevo condiviso l’intimità con una donna che non aveva mai sfiorato, né lasciato che una donna la sfiorasse. Non era poco. Anzi, era moltissimo.
“Le resistenze non sono muri”, continuò. “Sono crepe. Basta sapere dove appoggiare le dita.”
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. Non stava parlando solo di Claudia. Stava parlando di me. Del modo in cui osservava, capiva, aspettava. Io ero lì, seduta davanti a lei, con il corpo teso e la mente già in resa.
Si alzò lentamente e si avvicinò. Non c’era fretta nei suoi gesti, solo una sicurezza assoluta. Mi disse che avevo meritato un premio, per il coraggio, per l’iniziativa, per essermi spinta oltre ciò che credevo possibile. Un premio, però, scelto da lei.
Non mi toccò subito. Mi fece aspettare. La sua presenza era così vicina da essere quasi insostenibile, eppure controllata, calibrata. Sapeva, me lo disse apertamente, che stava per offrirmi qualcosa che non avevo mai provato prima. Non entrò nei dettagli. Non ce n’era bisogno.
In quel momento capii che il vero dono non era ciò che sarebbe venuto dopo, ma l’abbandono stesso. Il lasciare che fosse lei a guidare, a decidere, a mostrarmi fino a che punto ero disposta a spingermi pur di sentirmi viva, desiderata, scelta.
E io, senza più opporre resistenza, ero pronta.
Segui Marika fino a quando aprì una porta, mi sono trovata in uno spazio più ampio delle altre sale. Paola era già lì, intenta a sistemare qualcosa al centro della stanza, un attrezzo che non avevo mai visto prima.
Sembrava una sella montata su una base solida, ma al centro c'era un'appendice che vibrava leggermente e da quell’appendice si ergeva un grosso fallo. Era collegata a fili e controlli, e anche senza sapere esattamente cos'era, il mio corpo ha reagito immediatamente con un brivido di anticipazione.
"Questo," ha detto Marika, avvicinandosi all'attrezzo con un sorriso, "è un Sybian. E sarà il tuo premio per i progressi che hai fatto con Claudia."
Ha accarezzato la superficie della macchina quasi con affetto. "Ti farà godere per un'ora intera, piccola. Un orgasmo dopo l'altro, senza sosta, senza pietà. Paola e io saremo qui a guardarti, ad assicurarci che tu prenda tutto il piacere che meriti."
Il mio respiro si è fatto più veloce solo all'idea.
"Spogliati," ha ordinato dolcemente.
Con mani tremanti ho obbedito, togliendomi i vestiti uno ad uno sotto i loro sguardi attenti. Quando sono rimasta completamente nuda, Marika mi ha guidata verso l'attrezzo.
"Siediti sopra, e infila dentro il fallo" ha detto spargendomi del lubrificante che serviva a ricevere quel grosso fallo, aiutandomi a posizionarmi sulla sella. Ho chiuso gli occhi mentre sentivo il fallo penetrarmi, sembrava infinito e l'appendice vibrante premeva direttamente contro la mia intimità, e anche spenta mi faceva già tremare.
Paola si è avvicinata con delle corde. "Dobbiamo assicurarci che tu rimanga lì per tutta l'ora," ha spiegato con un sorriso complice.
Ha iniziato a legarmi, prima le caviglie alle basi della macchina, poi le cosce, creando un harness intorno al mio petto che mi teneva in posizione eretta ma mi impediva di sollevarmi. Le corde erano strette, sicure, belle.
Quando ha finito, ero completamente immobilizzata sulla macchina. Non potevo scendere, non potevo sollevarmi nemmeno di un centimetro dall'appendice vibrante. Ero tirata verso il basso e alla sua completa mercé.
Marika si è posizionata davanti a me, accarezzandomi il viso. "Sei pronta per il tuo premio, piccola mia?"
Ho annuito, incapace di parlare.
Ha sorriso e si è girata verso i controlli. "Allora cominciamo."
Il ronzio è iniziato basso, quasi impercettibile. Ma anche a quella potenza minima, le vibrazioni che attraversavano le mie parti intime erano elettriche. Ho sussultato, le mani che si sono aggrappate istintivamente alle corde che mi tenevano.
"Questo è solo l'inizio," ha detto Marika, osservandomi con quegli occhi penetranti. "Piano piano aumenterò l'intensità. Voglio che tu senta ogni singolo livello."
Paola si è posizionata di lato, anche lei a guardare, un sorriso soddisfatto sulle labbra. Erano entrambe completamente vestite, eleganti e composte, mentre io ero nuda, legata, esposta.
Marika ha girato leggermente la manopola. Le vibrazioni sono aumentate e ho gemuto, il mio corpo che già rispondeva con un'urgenza imbarazzante. L'appendice premeva esattamente nel punto giusto, impossibile da ignorare, impossibile da sfuggire.
"Così sensibile," ha mormorato Marika, avvicinandosi per accarezzarmi i capelli. "Guardati, piccola. Stai già tremando e non abbiamo nemmeno iniziato veramente."
Aveva ragione. Il mio corpo era già in tensione, i muscoli tesi, il respiro affannoso. E le vibrazioni continuavano, costanti, inesorabili.
Un altro giro della manopola. L'intensità è salita ancora e ho gettato la testa all'indietro, un grido che mi è sfuggito dalle labbra. Era troppo, era perfetto, era devastante.
"Primo orgasmo tra... quanto, secondo te, Paola?" ha chiesto Marika con tono quasi accademico.
"Due minuti, massimo," ha risposto Paola. "Guarda come si contorce già."
Cercavo di resistere, di prolungare, ma era impossibile. Le vibrazioni non si fermavano mai, non davano tregua. Ogni secondo che passava mi spingeva più vicino al limite, e non c'era nulla che potessi fare per rallentarlo.
"Vieni, Cassandra," ha ordinato Marika, aumentando ancora l'intensità. "Voglio vedere il primo di molti."
E il mio corpo ha obbedito. Il primo orgasmo mi ha colpito con una forza brutale, improvviso, acuto, che mi ha fatto gridare e tirare contro le corde. Ogni muscolo si è contratto mentre le onde di piacere mi attraversavano.
Ma il Sybian non si è fermato. Le vibrazioni hanno continuato, implacabili, anche mentre ancora tremavo per l'orgasmo appena passato.
"Uno," ha contato Marika con un sorriso. "Ne mancano molti altri. Vediamo quanti riesci a sopportare."
La mia ipersensibilità post-orgasmo rendeva le vibrazioni quasi dolorose. Ho gemuto, cercando di sollevarmi, ma le corde mi tenevano perfettamente in posizione. Non c'era scampo.
"Per favore," ho sussurrato, non sapendo nemmeno cosa stessi chiedendo.
"Per favore cosa, piccola?" ha chiesto Marika, accarezzandomi il seno. "Per favore fermati? O per favore continua?"
Non sapevo la risposta. Il mio corpo era già sulla strada verso il secondo orgasmo, le sensazioni che si accumulavano di nuovo nonostante fossi appena venuta.
Marika ha girato ancora la manopola. Le vibrazioni sono diventate più intense, più veloci.
"Abbiamo ancora cinquantacinque minuti," ha sussurrato contro il mio orecchio. "E io intendo godere di ogni singolo secondo guardandoti scioglierti sulla mia macchina."
Persi la percezione del tempo.
Un’ora poteva essere un minuto o un’eternità. So solo che smisi di contare gli orgasmi, perché non erano più eventi separati, ma uno stato continuo, una condizione in cui ero immersa senza appigli.
Marika si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò che stavo andando benissimo. Quella frase, così semplice, fu la resa definitiva. Non c’era più Cassandra che osservava, giudicava, decideva. C’era solo un corpo che sentiva, che riceveva, che imparava qualcosa di nuovo su di sé.
Quando tutto si placò, lentamente, rimasi lì, svuotata e colma allo stesso tempo.
Marika sfiorò un pulsante senza dire una parola.
Lo capii solo quando avvertii il movimento lento, solenne, come una conclusione studiata nei minimi dettagli. La sella iniziò a scendere, portandomi con sé, e io mi lasciai andare a quel ritorno alla realtà con il corpo ancora attraversato da scosse residue.
Quando i miei piedi nudi toccarono il pavimento, fu come riappropriarmi del peso, della gravità. Il supporto continuò la sua discesa, liberandomi del tutto, e il vuoto che ne seguì non fu una mancanza, ma un’eco. Un’onda che continuava a vibrare dentro di me.
Paola fu subito lì. Le sue mani erano esperte, rassicuranti, si presero cura di me con una delicatezza quasi inattesa dopo tanta intensità. Sentii una crema fresca sulla pelle, un gesto lenitivo, pensato per riportarmi lentamente a me stessa. Intanto scioglieva i lacci uno a uno, come se ogni nodo fosse un frammento di controllo restituito.
Marika si avvicinò mentre ero ancora sospesa tra due stati.
Non mi parlò. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò profondamente. Non era un bacio affamato, ma pieno, denso di significato. Dentro quel contatto c’era approvazione, possesso, complicità.
Risposi al bacio con tutto ciò che mi restava addosso: il tremore, la gratitudine, la consapevolezza di essere stata condotta oltre un limite e riportata indietro con cura.
In quel momento capii che, per Marika, il vero potere non stava solo nel condurre qualcuno al piacere, ma nel saperlo accompagnare anche dopo.
Paola lavorava con calma, sciogliendo i lacci uno ad uno, e io osservavo le sue mani esperte mentre mi liberavano dai vincoli. Ogni nodo caduto lasciava un segno lieve sulla pelle, quasi un promemoria tangibile di quanto mi fossi abbandonata.
Mentre i lacci si allentavano, la mia mente vagava e un pensiero tornava insistentemente: la vergogna. Non era solo per essermi lasciata andare, ma per quello che avevo fatto mentre lo facevo. Le urla di piacere che avevo emesso, così forti, così incontrollabili, avevano fatto sentire tutto ciò così esposto, così visibile. Peggio, molto peggio, che essere nuda in mezzo a una strada affollata, dove tutti avrebbero potuto vedermi: qui era stato dentro, dentro di me, ma così autentico e prorompente da farmi sentire incredibilmente vulnerabile.
Eppure, insieme alla vergogna, c’era anche un senso di pienezza, di liberazione che non avevo mai provato prima. Ogni nodo che cadeva sembrava segnare un piccolo passo di ritorno a me stessa, mentre il corpo ricordava ancora ogni onda, ogni vibrazione, ogni respiro spezzato.
Pensai a Marika e Paola, al modo in cui mi avevano guidata, osservata, accolta in quell’esperienza. La vergogna non era un peso insopportabile, ma il segno che avevo attraversato una soglia. Una soglia di piacere, abbandono e scoperta di me stessa che non conoscevo prima e che, ora, sentivo di poter esplorare ancora.
Rimasi lì, in piedi, il corpo ancora scosso dalle ultime vibrazioni e la pelle sensibile, mentre i lacci caduti ai miei piedi testimoniavano quello che avevo appena vissuto. La vergogna, le urla, la resa totale… tutto era ancora vivido dentro di me, eppure qualcosa iniziava a farsi chiaro.
Non potevo lasciarmi quell’esperienza come un caso isolato. Quella profondità di piacere, quella sensazione di abbandono totale e di intimità senza filtri, non era qualcosa da archiviare come un ricordo fugace. Era una ricompensa, e come tutte le ricompense — Marika me lo aveva insegnato più volte, andava guadagnata.
Il pensiero di Claudia tornò subito nella mia mente. La sua dolcezza, la sua empatia, la sua innocenza in quel piccolo gioco che avevo appena iniziato a esplorare… era chiaro che la prossima tappa era lei. Sedurla, con delicatezza ma anche con determinazione, non più per gioco, ma per guadagnare il diritto di provare ancora, di attraversare quei confini di piacere che avevo appena scoperto.
Respirai a fondo, sentendo un brivido diverso da quello appena lasciato dal sybian: non era più solo eccitazione fisica, ma una consapevolezza nuova. Una chiara missione da compiere. E sapevo che, se avessi fatto bene, non avrei solo guadagnato altro piacere: avrei continuato a esplorare quel mondo che Marika mi aveva aperto, un mondo in cui desiderio, gioco e controllo si intrecciavano in modi che non avevo mai osato immaginare.
Chissà, magari avrei potuto ammirare Claudia, legata sul sybian mentre il suo corpo e la sua mente si lasciano attraversare dalle scosse di piacere che quella macchina era in grado di farti provare.
Con un ultimo sguardo a Marika e Paola, capii che il prossimo passo era chiaro. Claudia non era più solo un incontro casuale: era la chiave per continuare quel percorso, e io ero pronta a giocare la mia carta.
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