In vacanza con paparino
di
Ripe (with decay)
genere
sadomaso
“È in arrivo l’aereo! Apri la boccuccia”.
La riottosa batte le palpebre, guardando chi si nasconde dietro il cucchiaio di pappa. Poi sputa in direzione della faccia.
“E–he”, la rimbrotta. “Non si fanno queste cose a paparino. Poi viene la punizione!”
Vola un ceffone. La testa rimbalza all’indietro. “Mangia, cagna bastarda”. Questa volta il tono di voce è quello di un treno in corsa. “Ti serviranno energie per quello che ho in mente per te. Molte energie”.
“Vai affanculo”, risponde lei cercando di divincolarsi dai nodi e dalle corregge che la immobilizzano.
Paparino è bravo a fare le cose, ha una manualità spiccata e si ingegna con le invenzioni. L’imbracatura è imperniata saldamente al soffitto e incatena collo, polsi, ginocchia e caviglie in modo che nessun movimento sia possibile che lui non voglia. Con semplici tiranti dispone del suo corpo come di una marionetta. E la marionetta è nuda, impotente, completamente in suo potere.
L'occhio gli cade sulla fica. È un organo del piacere che ha conosciuto tempi migliori. Ora un colletto rosso di irritazione dovuto agli stupri multipli risalta sulla bella pelle bianca. Sua moglie lo fissa con odio da occhi cerchiati. Lui reagisce dando uno strattone: gli arti si tendono, un rantolo soffocato si strozza nella gola della donna.
“Sei bella”, la riverisce. “Come la prima volta”
“Quando sarò libera io… io…”
“SE sarai libera”, ammonisce. “Non è detto che sia così”.
Aziona un’altra leva. I tiranti sui polsi e sul collo la costringono a piegarsi in avanti. Paparino si slaccia la patta e porta la cappella a contatto delle labbra arricciate in un’esclamazione di rabbia. Sfodera la pistola e la punta sulla tempia. “Fammi godere”, intima. Le spinge l’uccello in gola e ci dà dentro finché non la riempie di tutto quello che le sue palle contengono. “Questo è ciò che mangerai oggi, visto che non vuoi la minestra”.
“Io… io…”, prova a replicare mentre dalla bocca le cola la sborra di suo marito.
“Ingoia, troia”, torcendo un capezzolo come se volesse strappare una tetta.
“Te la faccio pagare, lurido bastardo… Ti ammazzo. Ti ammazzo!”
Sono trascorse tre settimane da quando ha reso sua moglie una schiava del sesso. Rinchiusi in un casolare trascorre il tempo stuprandola e abusando di lei. La nutre il minimo indispensabile. La scopa ovunque.
Ma quella fica non è una proprietà di usufrutto esclusivo. Dalla porta, ammessi con oculata segretezza sono entrati cani e porci: vecchi bavosi, amministratori pubblici e poliziotti, rappresentanti del ceto medio di provata onestà e giovani alle prime esperienze, immigrati clandestini in astinenza forzata.
Con questi ultimi il divertimento è assicurato. Non guardano in faccia nessuno e più la donna grida più loro si impegnano. I magrebini amano spaccare il culo. Sua moglie piangendo affonda il viso nel materasso implorando di farli smettere ma lui tra le loro risate risponde “lascia che si divertano”. Lo schiocco di uno schiaffo sulle natiche annuncia il trionfo del godimento. Allunga una tazza a raccogliere quella sborra straniera per farla bere a sua moglie. Da giorni è il suo unico cibo.
La bella fica certi nigeriani e senegalesi dal fisico atletico hanno fatto in modo di riempirla tutta coi loro cazzi enormi. Il bel corpo appare minuto stretto tra le ampie mani d’ebano di quelle statue bestiali. Con colpi da spezzare le reni la sventrano in un'agonia di lamenti e urla.
Il suo ruolo in quel parapiglia è di regista. Dispone della moglie nel modo migliore e più desiderato dagli ospiti. Tutti tornano e tutti vogliono sempre di più: stupri con cazzi infilati tutti insieme nel culo, nella fica e in bocca fino a farla svenire. Un giorno sono stati in venti a scoparsela a sangue. Uno dopo l’altro. Più e più volte.
Ragione per giustificare tutta quella violenza? Non c'è ragione. Lui ama sua moglie. La ama alla follia. E sa che è una troia, una fottuta grandissima troia. Per questo la getta in pasto a cani e porci.
“Non sono una troia, come credi tu”.
“Sì che lo sei. Tutte le donne sono troie e vorrebbero un marito che offra loro una vacanza del sesso come questa”.
Sua moglie lo guarda. Tiene a fatica gli occhi aperti. Ha un labbro lacerato. Sangue secco sul bordo del naso. Una lieve ecchimosi sotto l’occhio. Dopo tanto esercizio le costole affiorano sotto pelle.
“Mi ucciderai”.
Tira su le caviglie fin quasi a spezzarle la schiena e la scopa con foga. “Morirai godendo”.
La vacanza è quasi finita. Il rush finale non è nulla di eclatante. Ha reclutato 40 africani, tutti armati con verghe da venti centimetri e oltre. Cinque di loro sembra che abbiano un quotidiano arrotolato in mezzo alle gambe. Avranno libero accesso ad ogni orifizio. Inizieranno dalla mattina e si proseguirà ad oltranza fino a notte inoltrata.
Sua moglie protesta, piange, invoca aiuto. Niente da fare. Ogni tanto le somministra qualche schiaffo per farle capire quanto sia inutile scalpitare così. Intanto immensi cazzi neri la penetrano, la sfondano, le inondano il ventre e la gola di sperma. Le eiaculazioni raccolte col cucchiaio le vengono date da bere tra un pompino e l’altro. Le escoriazioni sui legacci in pelle si aprono. Il suo corpo è gettato nella tormenta, torturato dalla forza fisica dei partner vogliosi.
A notte inoltrata come aveva promesso a lei e ai barbari la festa finisce. Nella camera della lussuria ora vuota sua moglie giace ancora nella posizione dell’ultimo oltraggio a pecorina, inondata di sperma, lucida di sudore e secrezioni. Dalla fica e dal culo si rapprende del sangue.
Stavolta niente aggeggi: la strattona a mani nude per i capelli in modo che possano guardarsi dritti negli occhi. Una maschera di sborra le cola lentamente su tutta la faccia. Era svenuta. Mette a fuoco lo sguardo sul suo aguzzino.
“Dove ti trovi?”
Impiega un po' a comprendere la domanda. Si concentra per farla discendere verso i centri di elaborazione del cervello e offrire la sua risposta.
Ha gli occhi iniettati, la voce arrochita, più morta che viva. “In paradiso”, risponde. “Sono in paradiso”.
“Brava bambina”, conviene, baciandola in bocca.
La riottosa batte le palpebre, guardando chi si nasconde dietro il cucchiaio di pappa. Poi sputa in direzione della faccia.
“E–he”, la rimbrotta. “Non si fanno queste cose a paparino. Poi viene la punizione!”
Vola un ceffone. La testa rimbalza all’indietro. “Mangia, cagna bastarda”. Questa volta il tono di voce è quello di un treno in corsa. “Ti serviranno energie per quello che ho in mente per te. Molte energie”.
“Vai affanculo”, risponde lei cercando di divincolarsi dai nodi e dalle corregge che la immobilizzano.
Paparino è bravo a fare le cose, ha una manualità spiccata e si ingegna con le invenzioni. L’imbracatura è imperniata saldamente al soffitto e incatena collo, polsi, ginocchia e caviglie in modo che nessun movimento sia possibile che lui non voglia. Con semplici tiranti dispone del suo corpo come di una marionetta. E la marionetta è nuda, impotente, completamente in suo potere.
L'occhio gli cade sulla fica. È un organo del piacere che ha conosciuto tempi migliori. Ora un colletto rosso di irritazione dovuto agli stupri multipli risalta sulla bella pelle bianca. Sua moglie lo fissa con odio da occhi cerchiati. Lui reagisce dando uno strattone: gli arti si tendono, un rantolo soffocato si strozza nella gola della donna.
“Sei bella”, la riverisce. “Come la prima volta”
“Quando sarò libera io… io…”
“SE sarai libera”, ammonisce. “Non è detto che sia così”.
Aziona un’altra leva. I tiranti sui polsi e sul collo la costringono a piegarsi in avanti. Paparino si slaccia la patta e porta la cappella a contatto delle labbra arricciate in un’esclamazione di rabbia. Sfodera la pistola e la punta sulla tempia. “Fammi godere”, intima. Le spinge l’uccello in gola e ci dà dentro finché non la riempie di tutto quello che le sue palle contengono. “Questo è ciò che mangerai oggi, visto che non vuoi la minestra”.
“Io… io…”, prova a replicare mentre dalla bocca le cola la sborra di suo marito.
“Ingoia, troia”, torcendo un capezzolo come se volesse strappare una tetta.
“Te la faccio pagare, lurido bastardo… Ti ammazzo. Ti ammazzo!”
Sono trascorse tre settimane da quando ha reso sua moglie una schiava del sesso. Rinchiusi in un casolare trascorre il tempo stuprandola e abusando di lei. La nutre il minimo indispensabile. La scopa ovunque.
Ma quella fica non è una proprietà di usufrutto esclusivo. Dalla porta, ammessi con oculata segretezza sono entrati cani e porci: vecchi bavosi, amministratori pubblici e poliziotti, rappresentanti del ceto medio di provata onestà e giovani alle prime esperienze, immigrati clandestini in astinenza forzata.
Con questi ultimi il divertimento è assicurato. Non guardano in faccia nessuno e più la donna grida più loro si impegnano. I magrebini amano spaccare il culo. Sua moglie piangendo affonda il viso nel materasso implorando di farli smettere ma lui tra le loro risate risponde “lascia che si divertano”. Lo schiocco di uno schiaffo sulle natiche annuncia il trionfo del godimento. Allunga una tazza a raccogliere quella sborra straniera per farla bere a sua moglie. Da giorni è il suo unico cibo.
La bella fica certi nigeriani e senegalesi dal fisico atletico hanno fatto in modo di riempirla tutta coi loro cazzi enormi. Il bel corpo appare minuto stretto tra le ampie mani d’ebano di quelle statue bestiali. Con colpi da spezzare le reni la sventrano in un'agonia di lamenti e urla.
Il suo ruolo in quel parapiglia è di regista. Dispone della moglie nel modo migliore e più desiderato dagli ospiti. Tutti tornano e tutti vogliono sempre di più: stupri con cazzi infilati tutti insieme nel culo, nella fica e in bocca fino a farla svenire. Un giorno sono stati in venti a scoparsela a sangue. Uno dopo l’altro. Più e più volte.
Ragione per giustificare tutta quella violenza? Non c'è ragione. Lui ama sua moglie. La ama alla follia. E sa che è una troia, una fottuta grandissima troia. Per questo la getta in pasto a cani e porci.
“Non sono una troia, come credi tu”.
“Sì che lo sei. Tutte le donne sono troie e vorrebbero un marito che offra loro una vacanza del sesso come questa”.
Sua moglie lo guarda. Tiene a fatica gli occhi aperti. Ha un labbro lacerato. Sangue secco sul bordo del naso. Una lieve ecchimosi sotto l’occhio. Dopo tanto esercizio le costole affiorano sotto pelle.
“Mi ucciderai”.
Tira su le caviglie fin quasi a spezzarle la schiena e la scopa con foga. “Morirai godendo”.
La vacanza è quasi finita. Il rush finale non è nulla di eclatante. Ha reclutato 40 africani, tutti armati con verghe da venti centimetri e oltre. Cinque di loro sembra che abbiano un quotidiano arrotolato in mezzo alle gambe. Avranno libero accesso ad ogni orifizio. Inizieranno dalla mattina e si proseguirà ad oltranza fino a notte inoltrata.
Sua moglie protesta, piange, invoca aiuto. Niente da fare. Ogni tanto le somministra qualche schiaffo per farle capire quanto sia inutile scalpitare così. Intanto immensi cazzi neri la penetrano, la sfondano, le inondano il ventre e la gola di sperma. Le eiaculazioni raccolte col cucchiaio le vengono date da bere tra un pompino e l’altro. Le escoriazioni sui legacci in pelle si aprono. Il suo corpo è gettato nella tormenta, torturato dalla forza fisica dei partner vogliosi.
A notte inoltrata come aveva promesso a lei e ai barbari la festa finisce. Nella camera della lussuria ora vuota sua moglie giace ancora nella posizione dell’ultimo oltraggio a pecorina, inondata di sperma, lucida di sudore e secrezioni. Dalla fica e dal culo si rapprende del sangue.
Stavolta niente aggeggi: la strattona a mani nude per i capelli in modo che possano guardarsi dritti negli occhi. Una maschera di sborra le cola lentamente su tutta la faccia. Era svenuta. Mette a fuoco lo sguardo sul suo aguzzino.
“Dove ti trovi?”
Impiega un po' a comprendere la domanda. Si concentra per farla discendere verso i centri di elaborazione del cervello e offrire la sua risposta.
Ha gli occhi iniettati, la voce arrochita, più morta che viva. “In paradiso”, risponde. “Sono in paradiso”.
“Brava bambina”, conviene, baciandola in bocca.
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