Capodanno in ascensore - 4°: L'altra

di
genere
sentimentali

L’altra

La donna sola in casa cacciò un urlo. Quanti ne aveva tirati fino a quel momento? Questo era stato particolarmente stridulo. Stava perdendo la voce a furia di gridare.
Aprendo la porta del bagno aveva visto un’ombra davanti a sé. Vedeva ombre dappertutto. Col black-out era facile. Allungò la mano e tastò la spugna dell’accappatoio. Una presenza poco ostile nell’economia domestica. Mezz’ora prima, quando era iniziato tutto, aveva inciampato sul poggiapiedi della poltrona. Era in quell'identica posizione da quando avevano traslocato, eppure era riuscita a trasformarlo in un intralcio e finire per terra. Seduta sul divano, indecisa sul da farsi, mentre il torpore la invadeva, il gatto le era piombato addosso facendola schizzar via con il cuore che le rombava nel petto. Fuori dalla finestra, tra tutte quelle ombre che si animavano sotto gli alberi del viale e i lampioni morti, le pareva che ogni sorta di creature e di pericoli incombenti si aggirassero indisturbati.
Così aveva preso la palla al balzo e si era decisa: di restare sola in casa neanche a parlarne. Era fermamente intenzionata a raggiungere Paolo e a stare insieme a lui, anche se non era ben consapevole di ciò che questa scelta d'istinto comportava.
“Avanti Sté, inizia a fare qualcosa”, pronunciò nel buio, e la sua stessa voce le suonò strana. Era sua abitudine parlottare a voce alta, ma ora ritenne più opportuno rinunciarvi: le sembrava di attirare ogni sorta di sventura.
Si vestì alla rinfusa con quello che acchiappava per primo. Le sembrava che le temperature fossero calate in modo brusco e deciso. Non aveva mai posseduto la patente. Dubitò che un tassista potesse mai rispondere alla chiamata. Ma il grattacielo dove lavorava Paolo non era distante. Si trattava di percorrere quattro cinque chilometri a piedi. Non sarebbe stato impossibile raggiungerlo prima che scoccasse la mezzanotte. Lo pensò con tenerezza e altruismo, lui che si trovava a disagio negli spazi chiusi. Chissà che patimento! Per fortuna non era solo. La persona con cui condivideva la prigionia avrebbe alleviato la sua sofferenza. Una collega. Meglio che fosse una donna, perché Paolo era poco incline a relazionarsi con altri uomini senza confliggere.
Aperta la porta si trovò immersa in un buio ancora più buio. L’entusiasmo le passò del tutto. Ma tornare indietro non voleva. Glielo aveva scritto: 'ti raggiungo'. Aveva visualizzato senza rispondere. Avrebbe mantenuto l’impegno preso con lui, anche se lui non aveva mai confermato di accettarlo. Forse aveva altri impegni, ma quali che lo potessero trattenere mentre si ritrova prigioniero in un cubo di metallo?
Rammentò la diffidenza nei confronti degli ascensori, una specie di claustrofobia a comando che si manifestava solo in presenza di manufatti umani. Paolo sarebbe stato in grado di imbucarsi nella strettoia di una gola speleologica ma avrebbe varcato con titubanza le porte rotanti dei supermercati. Figuriamoci quel piccolo ambiente sospeso nel vuoto, sigillato dal buio, come una bara verticale pronta ad essere calata sul fondo.
Prese a camminare svelta svelta, facendosi precedere dal led del cellulare, che sembrava violentissimo, attraverso la mappa mentale che si era costruita. Se avesse concesso alle proprie impressioni di prendere il sopravvento sarebbe impazzita perché in nulla quella città spettrale e avvolta dalle tenebre somigliava a quella in cui avevo imparato a districarsi.
Eppure ebbe anche piacevoli sorprese: un gruppo di adulti radunati all’aperto a passare il tempo, già forniti del minimo occorrente per celebrare l’occasione, la salutò con entusiasmo. “Signorina, dove va?". Sembravano già un po' brilli. “Dal mio ragazzo”. “Ottima idea”, rispose dalla penombra uno di quelli. “Questa sera è doppiamente speciale”.
Le parole dettate dall’alcol dallo sconosciuto ebbero l’effetto di rincuorarla e galvanizzarla. E anche se è vero che dovette ogni tanto cercarsi un nascondiglio e soffocare un urlo quando percepiva davanti a sé presenze sconosciute di cui istintivamente diffidare, compì di volata tutto il restante percorso.
Sulle paratie di vetro dell’ingresso andò quasi a darci una facciata dentro. Cercò tentoni e si intrufolò. Un rumore alle spalle la raggelò e costrinse ad accucciarsi. Era alla mercé di qualsiasi malintenzionato ma non aveva tempo di cercare un rifugio più sicuro. Doveva aspettare e sperare.
Aspettare e sperare di non essere aggredita.
scritto il
2026-01-04
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