Capodanno in ascensore -2°: L'altro
di
Ripe (with decay)
genere
sentimentali
L’altro
“Ma smettila”.
Guardava l'amico con notevole carica cinica nello sguardo – prima il volto, poi la gamba che ballava sulla punta del piede a scaricare il nervosismo, come se fosse un batterista durante una jam. E tutto in lui era diventato snervante.
“Devo smetterla dici? Facile dirlo per te che sei frocio”. La voce era incrinata dalla rabbia. Lo conosceva troppo bene per stupirsi.
“Gay, grazie, preferisco. O se preferisci l'italiano, omosessuale. Ti rendi conto che quello che pensi è offensivo nei suoi confronti?”
Si pietrificò. Questo era anche peggio. “È chiusa da sola con un altro in ascensore”.
“Sei possessivo”.
“Non risponde ai messaggi”. Il ritmo nervoso riprese. “Perché non risponde ai messaggi?”
“Sei serio?”, lo redarguì per portarlo di nuovo sulla Terra. “Ci sono problemi di linea”.
“Beato te che sei gay, o omosessuale, come preferisci” lo apostrofò con malizia. L’amico pensò fosse un mix micidiale di rancore e stupidità, perciò lasciò correre. “I messaggi li legge”. E bofonchiò qualcosa di incomprensibile.
“Come dici scusa?” Aveva capito benissimo, non aveva bisogno di sentirlo ripetere. E infatti non rispose.
«Puttana». Ecco cosa pensava della «donna della sua vita» quando non compiaceva esattamente l'immagine preconcetta che si era fatto di lei nella fantasia. Per lui non aveva alcun significato, non apportava alcuna modifica di giudizio l’eccezionalità dell’avvenimento che li vedeva coinvolti come testimoni in quella grande città sprofondata in tenebre medievali.
Fremeva come un animale. Non reagì ad ulteriori sollecitazioni. Grugniva alle domande. Decise che era inutile insistere. Poi, nell’attesa che sbollisse, lo vide svignarsela. “Dove vai?”, gli gridò mentre cercava di tenere il passo. Temeva fosse in vena di follie. “Vado dove devo essere. Faremo il capodanno insieme”. “Non dire stronzate. Vuoi metterti in strada con questo buio?”
Era una domanda che aveva rivolto a nessuno.
Cercò a tentoni il luogo dove più o meno ricordava di aver parcheggiato. Il cielo era stellato, e la luna uno spicchio dorato sul punto di spegnersi dietro le colline. Fu attraversato da un brivido di freddo e da una sensazione a cui non avrebbe saputo dare un nome, ma era molto simile alla paura.
Quando accese e udì il familiare ruggito del motore un senso di pace e di potere prese il sopravvento. Il faro sparato nel cuore della notte in quel momento era l’unica fonte di luce visibile. Possibile che nessuno si avventurasse, che nessuno osasse sfidare le tenebre? Forse nessuno aveva l’obbligo di recuperare la propria donna prima che cadesse. Forse, nessuno possedeva altrettanto coraggio.
Un’immagine seducente si impadronì della sua volontà: quando le avesse messo le mani addosso l’avrebbe costretta a soddisfarlo. Lì, nell’ufficio buio e freddo, senza vie d’uscita. Era una fantasia eccitante, che lo spronò a gettarsi contro l'ignoto. Considerò se l’amico potesse avere ragione a sconsigliare di avventurarsi così, in condizioni che tutti avrebbero giudicato sfavorevoli.
Sì, lui avrebbe detto: sfavorevoli. Ma tra stare a cuocere nel proprio brodo, intrappolati come topi dentro una gabbia aperta e incustodita, e filare a razzo pure con il rischio concreto di rompersi l’osso del collo per fare ciò che andava fatto – lui avrebbe sempre scelto la seconda.
Cercare il grattacielo in quel frangente era davvero come cercare un ago nel pagliaio. Durante le ore notturne normalmente avrebbe sfavillato di mille serpentine multicolori create da un algoritmo. Ma ora, in quel cielo nero come la pece, non era che un’ombra tra le ombre. I punti di riferimento usuali si erano dissolti e la città si presentava aliena. Ai rettilinei si sovrapponevano svolte improvvise, la cartellonistica era spettrale, si rifletteva nei suoi occhi in barbagli accecanti. Dovette percorrere più volte tragitti già noti. Di sfuggita pensò – era una riflessione impropria e pensare non si delineava come una delle peculiarità principali del suo carattere – che in città le persone non avevano mai occasione di vivere l’esperienza dell’oscurità.
E poi alla fine ci andò quasi a sbattere contro. Stava ancora pensando, riflettendo, rimuginando. Levato lo sguardo al cielo assisteva allo spettacolo della notte. Intuì il buco nero dell’enorme monolite di vetro e cemento. «Bene», pensò. Ora iniziava la scalata. Sarebbe stata impervia e pericolosa come la conquista di una vetta. A che piano si trovava l’ufficio? E in quale ascensore si era infilata? Una volta si era perso là dentro. Aveva raggiunto l’angolo opposto ed era venuta lei a recuperarlo.
Batté le mani per farsi forza e scaldarsi: la temperatura nel frattempo era calata a picco. Intravide uno degli ingressi. Era spalancato. Varcò la soglia d’impeto. E si ritrovò subito disteso per terra.
“Ma smettila”.
Guardava l'amico con notevole carica cinica nello sguardo – prima il volto, poi la gamba che ballava sulla punta del piede a scaricare il nervosismo, come se fosse un batterista durante una jam. E tutto in lui era diventato snervante.
“Devo smetterla dici? Facile dirlo per te che sei frocio”. La voce era incrinata dalla rabbia. Lo conosceva troppo bene per stupirsi.
“Gay, grazie, preferisco. O se preferisci l'italiano, omosessuale. Ti rendi conto che quello che pensi è offensivo nei suoi confronti?”
Si pietrificò. Questo era anche peggio. “È chiusa da sola con un altro in ascensore”.
“Sei possessivo”.
“Non risponde ai messaggi”. Il ritmo nervoso riprese. “Perché non risponde ai messaggi?”
“Sei serio?”, lo redarguì per portarlo di nuovo sulla Terra. “Ci sono problemi di linea”.
“Beato te che sei gay, o omosessuale, come preferisci” lo apostrofò con malizia. L’amico pensò fosse un mix micidiale di rancore e stupidità, perciò lasciò correre. “I messaggi li legge”. E bofonchiò qualcosa di incomprensibile.
“Come dici scusa?” Aveva capito benissimo, non aveva bisogno di sentirlo ripetere. E infatti non rispose.
«Puttana». Ecco cosa pensava della «donna della sua vita» quando non compiaceva esattamente l'immagine preconcetta che si era fatto di lei nella fantasia. Per lui non aveva alcun significato, non apportava alcuna modifica di giudizio l’eccezionalità dell’avvenimento che li vedeva coinvolti come testimoni in quella grande città sprofondata in tenebre medievali.
Fremeva come un animale. Non reagì ad ulteriori sollecitazioni. Grugniva alle domande. Decise che era inutile insistere. Poi, nell’attesa che sbollisse, lo vide svignarsela. “Dove vai?”, gli gridò mentre cercava di tenere il passo. Temeva fosse in vena di follie. “Vado dove devo essere. Faremo il capodanno insieme”. “Non dire stronzate. Vuoi metterti in strada con questo buio?”
Era una domanda che aveva rivolto a nessuno.
Cercò a tentoni il luogo dove più o meno ricordava di aver parcheggiato. Il cielo era stellato, e la luna uno spicchio dorato sul punto di spegnersi dietro le colline. Fu attraversato da un brivido di freddo e da una sensazione a cui non avrebbe saputo dare un nome, ma era molto simile alla paura.
Quando accese e udì il familiare ruggito del motore un senso di pace e di potere prese il sopravvento. Il faro sparato nel cuore della notte in quel momento era l’unica fonte di luce visibile. Possibile che nessuno si avventurasse, che nessuno osasse sfidare le tenebre? Forse nessuno aveva l’obbligo di recuperare la propria donna prima che cadesse. Forse, nessuno possedeva altrettanto coraggio.
Un’immagine seducente si impadronì della sua volontà: quando le avesse messo le mani addosso l’avrebbe costretta a soddisfarlo. Lì, nell’ufficio buio e freddo, senza vie d’uscita. Era una fantasia eccitante, che lo spronò a gettarsi contro l'ignoto. Considerò se l’amico potesse avere ragione a sconsigliare di avventurarsi così, in condizioni che tutti avrebbero giudicato sfavorevoli.
Sì, lui avrebbe detto: sfavorevoli. Ma tra stare a cuocere nel proprio brodo, intrappolati come topi dentro una gabbia aperta e incustodita, e filare a razzo pure con il rischio concreto di rompersi l’osso del collo per fare ciò che andava fatto – lui avrebbe sempre scelto la seconda.
Cercare il grattacielo in quel frangente era davvero come cercare un ago nel pagliaio. Durante le ore notturne normalmente avrebbe sfavillato di mille serpentine multicolori create da un algoritmo. Ma ora, in quel cielo nero come la pece, non era che un’ombra tra le ombre. I punti di riferimento usuali si erano dissolti e la città si presentava aliena. Ai rettilinei si sovrapponevano svolte improvvise, la cartellonistica era spettrale, si rifletteva nei suoi occhi in barbagli accecanti. Dovette percorrere più volte tragitti già noti. Di sfuggita pensò – era una riflessione impropria e pensare non si delineava come una delle peculiarità principali del suo carattere – che in città le persone non avevano mai occasione di vivere l’esperienza dell’oscurità.
E poi alla fine ci andò quasi a sbattere contro. Stava ancora pensando, riflettendo, rimuginando. Levato lo sguardo al cielo assisteva allo spettacolo della notte. Intuì il buco nero dell’enorme monolite di vetro e cemento. «Bene», pensò. Ora iniziava la scalata. Sarebbe stata impervia e pericolosa come la conquista di una vetta. A che piano si trovava l’ufficio? E in quale ascensore si era infilata? Una volta si era perso là dentro. Aveva raggiunto l’angolo opposto ed era venuta lei a recuperarlo.
Batté le mani per farsi forza e scaldarsi: la temperatura nel frattempo era calata a picco. Intravide uno degli ingressi. Era spalancato. Varcò la soglia d’impeto. E si ritrovò subito disteso per terra.
3
voti
voti
valutazione
7.3
7.3
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Capodanno in ascensore -1°: Lororacconto sucessivo
Capodanno in ascensore - 3°: Loro
Commenti dei lettori al racconto erotico