Capodanno in ascensore - 6°: Gli altri
di
Ripe (with decay)
genere
sentimentali
Gli altri
“Vaffanculo!”, sbraitò Marco. Nel silenzio circostante parve un urlo di guerra. L’eco che tornò indietro fu ancora più impressionante e ne rimase intimorito. “Vaffanculo”, ripeté con maggior flemma.
In risposta Stefania si mise a gridare a squarciagola. Anche Marco reagì urlando, e più lui urlava più urlava Stefania. Il concerto durò mezzo minuto.
“Chi cazzo sei e cosa ci fai qua!”, la prese a muso duro Marco. Confusamente intravedeva che la sagoma incerta sotto di lui proteggeva il proprio volto. Una donna. Non poteva essere altrimenti.
“Ti prego non farmi del male!”, piagnucolò Stefania terrorizzata.
Marco ne imitò il piagnisteo. “Ma chi te ne vuole fare”, enfatizzò con tono virile. Illuminò la poveretta. Era un grissino tremante. Faceva persino tenerezza. Se l’avesse colpita com’era nelle sue intenzioni si sarebbe sbriciolata. “Che ci fa una sfigata come te in un posto come questo?”
“Grazie per la sfigata”, ribatté piccata mettendo il broncio. Diventava più carina con quell’espressione. Sfigata, ma carina. “Cerco un altro sfigato, ma non sei tu”.
“Uhlalà, permalosa eh? E anche lui è rimasto chiuso in trappola?”
Annuì. “Anche lui? Stai cercando qualcuno?”
“Secondo te cosa ci sono venuto a fare: chiudere il gas?” Poi sbollendo l'ira si osservò intorno. L'atrio del grattacielo era il ventre artificiale di un mostro tecnologico, ma immerso in quell'oscurità da fondale marino sembrava ancora più sconfinato. “Non saremo da soli. In questo posto viaggiano su e giù una dozzina di elevatori”.
“Bisogna cercare in quale”, ragionò Stefania, continuando a seguire la sua mappa mentale. Il led l’accecò.
“Il tuo lui è chiuso dentro un ascensore?” Sospettoso.
Lei ricambiò lo sguardo francamente stupita. “Certo. Solo chi era in ascensore non è riuscito a fuggire. Si calcola che ci siano almeno venti persone qua dentro a parte noi. Potresti allontanare quella torcia? Mi accechi”.
Obbedì. “Come mai non sono ancora intervenuti per tirarli fuori?”
“Pare che sia successo qualcosa di grave alla centrale elettrica. Forse un attacco terroristico”.
Non ne sapeva nulla e in parte si sentiva in difetto per questa sua ignoranza. “Vogliamo continuare a perdere tempo o ci mettiamo a cercare?”
Non era stato molto gentile. La tipa non aveva peli sulla lingua. “Ma che bel compagno di viaggio”.
Marco si era già incamminato. Si voltò a guardarla, stavolta senza spararle la luce in faccia. “Preferivi da sola?”
Stefania reclinò il capo per nascondere lo sguardo smarrito. “No”.
Avanzarono di alcuni passi. Le varie porte di uscita erano state manomesse ed erano tutte spalancate, così sembrava di aggirarsi in una ghiacciaia. Proiettò il led attorno a sé ma si perse nella vastità della hall. Presi da megalomania i progettisti avevano fatto le cose in grande. Complici il vuoto, il buio e il silenzio – elementi inusitati in quel luogo – non era neppure certo di essere dove sapeva per certo di essere. Lei notò la sua titubanza e lo affiancò per dargli maggiore sicurezza. Gliene fu grato.
“Ok, organizziamoci”, le disse. “Partiamo dalla mia lei, che sarà più spaventata del tuo lui”.
Avrebbe voluto obiettare che era un discorso sessista ma lasciò perdere. Era sicura che non avrebbe perso l'occasione di sbeffeggiare l’emotività di un assente che non poteva replicare.
“Dirigi”.
Stefania puntò il dito verso uno dei tanti nulla da cui erano circondati. “Di là”.
Mentre procedevano con cautela provò a intavolare conversazione. “Pensi che ci siano altri come noi che si aggirano alla ricerca di qualcuno?”
“Dipende dal livello di incoscienza”.
“O di coraggio”.
Fine.
Dopo aver attraversato quasi fino in fondo il corridoio centrale che tagliava in due le fondamenta si arrestò. “Dove lavora il tuo lui?” Disse il nome di un reparto. Marco si irrigidì. “Anche la mia lei” mormorò, e dopo una pausa in cui non aprì bocca e non si mosse gli sfuggì con impazienza: “E che tipo è?”
“È un tipo. Ma che razza di domanda è?”
“Barbara lavora nello stesso ufficio”.
L’informazione la rincuorò. “Almeno si saranno tenuti compagnia”.
“Già, già”, replicò con scarso entusiasmo.
Si soffermarono davanti a quattro porte di lucido acciaio. Altrettante si trovavano nei restanti punti cardinali. Il particolare sfuggì a Marco perché non aveva mai avuto bisogno di soffermarsi sui dettagli. Entrava, saliva, recuperava Barbara e andava. Stefania invece aveva tutto chiaro in mente. E ricordava altrettanto chiaramente dove iniziassero le scale di sicurezza. Vi si diresse ma l’assenza dei passi dell’estemporaneo compagno di avventura la trattenne. Lo scorse pigiare ripetutamente i pulsanti. “Perché lo stai facendo?”, domandò con irritazione. In quel frangente aveva bisogno al proprio fianco di una persona con la testa sulle spalle e non di un deficiente.
Gli fece strada. Poi, oltre la porta antipanico, l’uomo riacquisì lo stereotipato ruolo di cavaliere e si offrì di intraprendere la scalata davanti a lei, come se pericoli mortali si annidassero ad ogni angolo.
“Come facciamo a sapere dove sono?”
“Saliamo all’ultimo. Poi scendendo ad ogni piano ci mettiamo a chiamare a gran voce”.
Non era un gran che il piano ma poteva andare bene come punto di partenza.
Stefania, che non era propriamente una sportiva ed anzi aveva sofferto a più riprese di disturbi alimentari, arrancava già al decimo. La salita fu oltremodo penosa. Marco la guardava ogni tanto, aspettandola, e ad ogni rampa cresceva il disappunto. Non si faceva scrupoli a sbertucciarla, e neppure a rammaricarsi a viva voce di avere lei al suo fianco – che lo rallentava.
“Forse siamo più pazzi che coraggiosi a correre simili rischi”, meditò durante una delle pause. La sopravanzava, stimolato dall’inquietudine, e si vedeva costretto a mostrarsi cortese con lei anche se in realtà bruciava di impazienza.
“Siamo innamorati”.
Si girò a guardare la sua esile figura che affrontava l’ennesima rampa, tutta trafelata e aggrappata al corrimano. Immaginò il sentimento di protezione suscitato nel suo compagno.
“Com’è lui?”
Gli fu grata del momento prezioso di riposo. Tirò un sospirone. Non si capiva se per riprendere fiato o per riordinare le idee.
“È carino, e premuroso”. Poi, nonostante il buio appena rischiarato dal led, la vise rabbuiarsi.
“E...?”
Scosse il capo. “A volte sembra distratto, distante”. Era una breve confessione, cercava di frugare nelle sue emozioni, di fugare le paure. “Mi guarda come se fossi un’estranea”.
“Vive un po' sulle nuvole?”, cercò di sdrammatizzare.
“Ho paura di quello sguardo”.
Aveva cercato di indagare la personalità del suo rivale, aveva ottenuto invece qualche piccola informazione in più su quella ragazza indecifrabile. E il bello fu scoprire che era ciò a cui in realtà miravano le sue domande – dell'altro non gli interessava sapere.
Le porse la mano e arrivarono sull’ultimo pianerottolo insieme.
“Vaffanculo!”, sbraitò Marco. Nel silenzio circostante parve un urlo di guerra. L’eco che tornò indietro fu ancora più impressionante e ne rimase intimorito. “Vaffanculo”, ripeté con maggior flemma.
In risposta Stefania si mise a gridare a squarciagola. Anche Marco reagì urlando, e più lui urlava più urlava Stefania. Il concerto durò mezzo minuto.
“Chi cazzo sei e cosa ci fai qua!”, la prese a muso duro Marco. Confusamente intravedeva che la sagoma incerta sotto di lui proteggeva il proprio volto. Una donna. Non poteva essere altrimenti.
“Ti prego non farmi del male!”, piagnucolò Stefania terrorizzata.
Marco ne imitò il piagnisteo. “Ma chi te ne vuole fare”, enfatizzò con tono virile. Illuminò la poveretta. Era un grissino tremante. Faceva persino tenerezza. Se l’avesse colpita com’era nelle sue intenzioni si sarebbe sbriciolata. “Che ci fa una sfigata come te in un posto come questo?”
“Grazie per la sfigata”, ribatté piccata mettendo il broncio. Diventava più carina con quell’espressione. Sfigata, ma carina. “Cerco un altro sfigato, ma non sei tu”.
“Uhlalà, permalosa eh? E anche lui è rimasto chiuso in trappola?”
Annuì. “Anche lui? Stai cercando qualcuno?”
“Secondo te cosa ci sono venuto a fare: chiudere il gas?” Poi sbollendo l'ira si osservò intorno. L'atrio del grattacielo era il ventre artificiale di un mostro tecnologico, ma immerso in quell'oscurità da fondale marino sembrava ancora più sconfinato. “Non saremo da soli. In questo posto viaggiano su e giù una dozzina di elevatori”.
“Bisogna cercare in quale”, ragionò Stefania, continuando a seguire la sua mappa mentale. Il led l’accecò.
“Il tuo lui è chiuso dentro un ascensore?” Sospettoso.
Lei ricambiò lo sguardo francamente stupita. “Certo. Solo chi era in ascensore non è riuscito a fuggire. Si calcola che ci siano almeno venti persone qua dentro a parte noi. Potresti allontanare quella torcia? Mi accechi”.
Obbedì. “Come mai non sono ancora intervenuti per tirarli fuori?”
“Pare che sia successo qualcosa di grave alla centrale elettrica. Forse un attacco terroristico”.
Non ne sapeva nulla e in parte si sentiva in difetto per questa sua ignoranza. “Vogliamo continuare a perdere tempo o ci mettiamo a cercare?”
Non era stato molto gentile. La tipa non aveva peli sulla lingua. “Ma che bel compagno di viaggio”.
Marco si era già incamminato. Si voltò a guardarla, stavolta senza spararle la luce in faccia. “Preferivi da sola?”
Stefania reclinò il capo per nascondere lo sguardo smarrito. “No”.
Avanzarono di alcuni passi. Le varie porte di uscita erano state manomesse ed erano tutte spalancate, così sembrava di aggirarsi in una ghiacciaia. Proiettò il led attorno a sé ma si perse nella vastità della hall. Presi da megalomania i progettisti avevano fatto le cose in grande. Complici il vuoto, il buio e il silenzio – elementi inusitati in quel luogo – non era neppure certo di essere dove sapeva per certo di essere. Lei notò la sua titubanza e lo affiancò per dargli maggiore sicurezza. Gliene fu grato.
“Ok, organizziamoci”, le disse. “Partiamo dalla mia lei, che sarà più spaventata del tuo lui”.
Avrebbe voluto obiettare che era un discorso sessista ma lasciò perdere. Era sicura che non avrebbe perso l'occasione di sbeffeggiare l’emotività di un assente che non poteva replicare.
“Dirigi”.
Stefania puntò il dito verso uno dei tanti nulla da cui erano circondati. “Di là”.
Mentre procedevano con cautela provò a intavolare conversazione. “Pensi che ci siano altri come noi che si aggirano alla ricerca di qualcuno?”
“Dipende dal livello di incoscienza”.
“O di coraggio”.
Fine.
Dopo aver attraversato quasi fino in fondo il corridoio centrale che tagliava in due le fondamenta si arrestò. “Dove lavora il tuo lui?” Disse il nome di un reparto. Marco si irrigidì. “Anche la mia lei” mormorò, e dopo una pausa in cui non aprì bocca e non si mosse gli sfuggì con impazienza: “E che tipo è?”
“È un tipo. Ma che razza di domanda è?”
“Barbara lavora nello stesso ufficio”.
L’informazione la rincuorò. “Almeno si saranno tenuti compagnia”.
“Già, già”, replicò con scarso entusiasmo.
Si soffermarono davanti a quattro porte di lucido acciaio. Altrettante si trovavano nei restanti punti cardinali. Il particolare sfuggì a Marco perché non aveva mai avuto bisogno di soffermarsi sui dettagli. Entrava, saliva, recuperava Barbara e andava. Stefania invece aveva tutto chiaro in mente. E ricordava altrettanto chiaramente dove iniziassero le scale di sicurezza. Vi si diresse ma l’assenza dei passi dell’estemporaneo compagno di avventura la trattenne. Lo scorse pigiare ripetutamente i pulsanti. “Perché lo stai facendo?”, domandò con irritazione. In quel frangente aveva bisogno al proprio fianco di una persona con la testa sulle spalle e non di un deficiente.
Gli fece strada. Poi, oltre la porta antipanico, l’uomo riacquisì lo stereotipato ruolo di cavaliere e si offrì di intraprendere la scalata davanti a lei, come se pericoli mortali si annidassero ad ogni angolo.
“Come facciamo a sapere dove sono?”
“Saliamo all’ultimo. Poi scendendo ad ogni piano ci mettiamo a chiamare a gran voce”.
Non era un gran che il piano ma poteva andare bene come punto di partenza.
Stefania, che non era propriamente una sportiva ed anzi aveva sofferto a più riprese di disturbi alimentari, arrancava già al decimo. La salita fu oltremodo penosa. Marco la guardava ogni tanto, aspettandola, e ad ogni rampa cresceva il disappunto. Non si faceva scrupoli a sbertucciarla, e neppure a rammaricarsi a viva voce di avere lei al suo fianco – che lo rallentava.
“Forse siamo più pazzi che coraggiosi a correre simili rischi”, meditò durante una delle pause. La sopravanzava, stimolato dall’inquietudine, e si vedeva costretto a mostrarsi cortese con lei anche se in realtà bruciava di impazienza.
“Siamo innamorati”.
Si girò a guardare la sua esile figura che affrontava l’ennesima rampa, tutta trafelata e aggrappata al corrimano. Immaginò il sentimento di protezione suscitato nel suo compagno.
“Com’è lui?”
Gli fu grata del momento prezioso di riposo. Tirò un sospirone. Non si capiva se per riprendere fiato o per riordinare le idee.
“È carino, e premuroso”. Poi, nonostante il buio appena rischiarato dal led, la vise rabbuiarsi.
“E...?”
Scosse il capo. “A volte sembra distratto, distante”. Era una breve confessione, cercava di frugare nelle sue emozioni, di fugare le paure. “Mi guarda come se fossi un’estranea”.
“Vive un po' sulle nuvole?”, cercò di sdrammatizzare.
“Ho paura di quello sguardo”.
Aveva cercato di indagare la personalità del suo rivale, aveva ottenuto invece qualche piccola informazione in più su quella ragazza indecifrabile. E il bello fu scoprire che era ciò a cui in realtà miravano le sue domande – dell'altro non gli interessava sapere.
Le porse la mano e arrivarono sull’ultimo pianerottolo insieme.
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