La notte del giudizio

di
genere
pulp

“Ti prego cazzo! Non mi morire, non mi morire!”
La parola scritta non rende a dovere l’orgasmo della situazione. Anche perché ascoltando il tono rabbioso della voce ci si sarebbe stupiti della dissociazione tra invocazione e intenzione.
Il nostro antieroe aveva i suoi motivi per sperare che quella donna non schiattasse, ultimo dei quali l’umano senso di pietà. Era subissato da una tale quantità di problemi che aggiungerci anche l’omissione di soccorso sarebbe equivalso all’omicidio premeditato.
Avvertì un senso di gelo sulla faccia. Alzò lo sguardo sulle file di finestre buie e sbarrate a perdita d’occhio lungo la diga della facciata di una fabbrica abbandonata. Strizzò le palpebre alle prime gocce di pioggia. Dio quella sera non aveva niente di meglio da fare/ Dio quella sera non aveva ancora intenzione di mollare (la presa).
Udì un rantolo. Tornò a concentrarsi sulla sconosciuta che pochi istanti prima gli era piombata addosso con tutti i crismi del colpo apoplettico. Lo fissava con gli occhi spiritati dell'esperienza mistica. Provò a darle dei buffetti sulle guance. Ridicolo. Scappa, pensò. Ma gli sembrava brutto.
Cioè no, non era esattamente così. Gli sembrava brutto finire incastrato per una colpa che non aveva commesso e per una che non poteva evitare di commettere. La sua fedina penale era così sporca da risultare illeggibile. Già avrebbe dovuto trovarsi nell’ombra a righe delle porticine da cui i secondini ti studiano in attesa di un passo falso. A volte si rammaricava di non aver imparato a fare il ruffiano, ma c’era da leccare tanti di quei culi da farsi diventare marrone la lingua /ma avrebbe dovuto leccare tanti di quei culi da tingersi per sempre di marrone la lingua. E si era ritrovato lì, in quel luogo equivoco, per certi affari equivoci.
Probabilmente era l’unica cosa che lui e la moribonda condividevano. Da come vestiva riconosceva il gusto rabberciato della prostituta occasionale. Bel visino, ma emaciato da tossica.
“Non mi morire”, ripeté, sconfortato e disilluso.
Stava diventando una bambola di cera pitturata di blu sulle labbra, gli occhi screziati vitrei come biglie Cochise.
Si chinò ad auscultare il cuore: nessun battito. Tastò il polso: nessuna pulsazione. Si avvicinò al naso: non respirava. Niente di niente.
“E ora?”, chiese rivolto al cielo carico di nubi mentre la pioggia aumentava.
Rabbrividì. Vestiva come se si fosse a settembre, non a gennaio. Guardò la tipa. A parte la minigonna che non faceva al caso suo indossava un maglione di aspetto caldo e confortevole da infilare sotto la giacchetta. Tanto lei che se ne faceva?
Adocchiò la scaletta di uno scantinato. Conosceva quell’edificio da poterlo attraversare bendato. Trascinò il corpo. Era vero ciò che si diceva dei pesi morti. Non sarà stata più di cinquanta chili ma sembrava un bancale di mattoni. Fu una faticaccia raggiungere un piccolo andito dove era solito imbucarsi quando le cose prendevano una brutta piega. Soprattutto perché l’ultima opera di accoppiamento pranzo/cena non gli era riuscita. Dovette riprendersi dal giramento di testa.
*Allora, che facciamo?”
La domanda era rivolta ad entrambi.
Prese a svestire il corpo. Era ancora caldo. Stava commettendo l’ennesimo crimine? Come si configurava il vilipendio di cadavere in termini di pena da scontare? Sfilò gli stivaletti. Erano di pelle e abbastanza unisex da (non dare nell'occhio). Lui aveva il piede piccolo e scarpe zuppe e rovinate. Quando fece il cambio gli alluci si piegarono a compasso. Non sarebbe stata una passeggiata. Tolse alla donna il pellicciotto, poi quel maglione che gli faceva gola. Si sentì in paradiso.
L’attenzione si soffermò sul corpo. Com’era chiavare una morta? Gli affari negli ultimi mesi si erano rivelati così fallimentari da costringerlo a fare vita da randagio, e di donne manco a parlarne perché da uno come lui volevano soldi e lui soldi non ne aveva.
Ai vecchi tempi non avrebbe mai preso in considerazione un’idea del genere. Ma adesso i vecchi tempi erano finiti.
La spogliò del tutto. Non male. Un po' troppo magra, ma ben proporzionata e salvo certe lacune da sbandata che un occhio esperto come il suo coglieva al volo, un fisico quasi da modella.
In buona sostanza, gli stava tirando.
Palpò la fica. Era morbida. Allargò le gambe ed iniziò a leccarla.
Ma che stava facendo? A chi stava provando a dare piacere, a un ossobuco?
Doveva sbrigarsi. Non possedeva grandi cognizioni mediche, a parte che le overdose sono sconsigliate – e lei doveva essersi calata di tutto prima che le pigliasse un colpo – e che un proiettile dentro la spalla fa un male cane, ma sapeva che presto sarebbe subentrato il freddo, la rigidità, il rigor mortis. E quegli occhi… Chiusi per metà sembravano sbilenchi. Chissà a quali orrori stava assistendo. A suo giudizio la vita era una merda e non valeva la pena di viverla, ma di sicuro dopo li attendeva tutti l’inferno. Niente alternative. Glieli chiuse del tutto.
Calcolò avesse una quarta. Ci infilò il cazzo e si prese il sollazzo di una spagnoletta. Le spruzzò intorno al collo non una collana ma una catena di perle. Poi la tirò su, l’appoggiò al muro e le aprì la bocca. Un pompino senza partecipazione non sarebbe stato un granché. I denti di quella bocca di bambola raschiavano un po' troppo, ma cos’è il piacere senza dolore? Infilò e sfilò il cazzo dalle labbra senza parole fino a venire di nuovo a fiotti. Se non fosse già morta ci avrebbe pensato lui ad annegarla.
Decise che era giunto il momento del pezzo forte. Nonostante la fatica, la prostrazione della fame e del freddo, la situazione lo eccitava da morire.
Sputando e allargando con le dita la penetrò con forza. Non c’era niente di meglio. Era come uno stupro. Aveva il cazzo abbastanza lubrificato e tanto duro da vincere le ultime resistenze di quella fica morta. Stantuffò come non ci fosse un domani. Non aveva mai goduto così.
Al terzo orgasmo il cuore gli schizzò in mezzo alle tempie. Col fiato grosso riaprì gli occhi. La morta lo stava fissando.
Urlando piombò giù di lato. La vide inarcarsi come una molla e tossire tra conati di vomito il suo liquido seminale. Ma lo spavento si stava irradiando dentro il corpo: si sentiva irrigidire da una compressione terribile.
Sapeva di che si trattava. Aveva già avuto due infarti. Questo era il terzo. Sembrava peggiore degli altri.
Ricadde su un fianco. L’ultima cosa che vide fu la ragazza che sputava sulla mano e la ripuliva sulla sua faccia. Poi se ne andò dritto all'inferno.
scritto il
2026-01-29
5 6
visite
1
voti
valutazione
7
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Contrattempi

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.