Capodanno in ascensore - 5°: Loro
di
Ripe (with decay)
genere
sentimentali
Loro
Il cellulare di Barbara vibrava e si illuminava con sempre maggiore insistenza nonostante la pessima performance della rete. “È tuo marito?”
“Non sono sposata. Convivo”.
“E ora preferiresti essere del tutto irreperibile”.
Si guardarono negli occhi. C’era qualcosa che li univa nella comune disgrazia. Era come se il destino li avesse posti uno di fronte all’altra per specchiarsi a vicenda, e riconoscere di riflesso errori che non avevano mai voluto ammettere.
“È come se lo fossi”.
Il cellulare trilla per l’ennesima volta.
“Non sarebbe meglio rispondere?”.
“No, che cuocia nel suo brodo”.
Paolo emise un fischio. “Cattiveria pura, questa”.
“Pazienza esaurita”.
“Quanto?”
“Tutta”.
“Siamo in due. Qual è il problema con il tuo lui?”
“Possessivo, soffocante, geloso. Sa che sono chiusa qui con un altro uomo, e l’asse d’interesse si è spostato verso di te e quello che stai facendo o vorresti fare”.
Paolo arrossì. “Devi ammettere che in po' di ragioni per farsi quelle domande gliele ho offerte…”. Scivolò per terra.
Barbara annuì. “È gentile che tu lo ammetta. Altri non lo avrebbero fatto”.
Si chiusero nel silenzio, ognuno ragionando sulle aspettative mancate di quella sera. Era l’ultimo dell’anno, e il primo giorno di quello nuovo si sarebbe aperto con propositi posti al cospetto di un improvvisato compagno di viaggio quasi del tutto sconosciuto.
“Cosa c'è che non va nel vostro rapporto? Dici di amarla, ma una persona che si ama non la si abbandona”, chiese lei dopo una profonda riflessione.
“Amo anche mia madre, ma sono scappato da casa appena ho potuto”.
“La mamma è la mamma, non è certo come una fidanzata o una moglie. Non fare giochi di ruolo”.
“Hai ragione”, ammise lui, restando sovrappensiero. Il linguaggio del corpo comunicava reticenze e disagi che nessuna espressione diretta avrebbe potuto trasmettere più chiaramente. “Mi è difficile spiegare ciò che provo. Io amo Marina, ma non è più l’amore di prima. È diventato grigio come una vecchia foto. In quell’immagine c’è lei, lo so che è lei, ma nello stesso tempo non è più lei, o almeno non quella con cui mi era messo insieme e di cui mi ero innamorato. E ho paura che voler tenere vivo un rapporto finito sia come prolungare le sofferenza di un malato terminale”.
“Forse questo cambiamento non è avvenuto solo da una parte”, si azzardò a suggerire.
Paolo annuì. “Probabilmente hai ragione”. Poi la guardò. “Perché non riusciamo a cambiare, a voltare pagina, a mettere la parola fine? Per paura?”
Barbara scosse il capo. “Per non ferire chi ci ama?”
Era snervante restare così, impossibilitati a fare alcunché. E nell’attesa Paolo diventava sempre più consapevole di come il suo sguardo la bramasse, cercando di agire con cautela per non ferire i sentimenti della donna.
“Quanto manca?”
Avrebbe potuto consultare l’ora senza chiedere, ma desiderava ascoltare il calore della voce umana in quel fondo scuro che sapeva di galera.
“È già tre ore che siamo qui”.
“Davvero?” Barbara era stupefatta. “Tre ore alla scrivania durano un’eternità, queste sono volate”.
“Anche se non abbiamo fatto nulla sono capitate un mucchio di cose. Avresti mai pensato di fare la pipì sul tetto di un ascensore?”
Barbara sorrise, tirando dietro l’orecchio la ciocca ribelle di capelli che ogni tanto tormentava. “No”, e contrariamente a quanto pensato fino a quel momento aggiunse: “E forse non capiterà mai più nella vita. Chi può vantarsi di averlo fatto?”
Tornò il silenzio. Ma non quella carico di indugi e di ritrosia di estranei costretti a condividere il medesimo spazio vitale. Un’aura di complicità circondava il non detto, e loro restavano fianco a fianco come se non avessero bisogno di parlare.
“Un capodanno così se me l'avessero augurato avrei rotto un’amicizia”. Ma poi era davvero così importante festeggiare una ricorrenza tanto banale? In realtà non aveva alcuna predilezione per le festività obbligate della convivialità e della socialità. Con la famiglia i rapporti si erano deteriorati da tempo. Le feste fracassone lo annoiavano. Per vincere la noia beveva. E la noia la vinceva soltanto ubriacandosi. Poi lo aspettava un primo gennaio a gironzolare per casa come uno zombi. Così, potendo, evitava. Scosse il capo. “Brutta storia, eh?”
Barbara lo fissò a lungo prima di ribattere. “Perché? Quale storia volevi che fosse?”
“Qualcosa di più interessante. Adesso sembra uno di quei film introspettivi che dopo cinque minuti che ti sei accomodato in poltrona vien voglia di andar via: partono con le migliori intenzioni ma sono solo la fiera del kitsch”.
“Quasi tutte le storie sono così. La verità è che non siamo mai contenti. E comunque ricorda: non tutte le ciambelle vengono col buco, dicevano le nonne”, agitando il dito.
“Vero, ma anche senza buco le ciambelle sono ciambelle. È quando non sanno di niente o sono cattive che c'è qualcosa che non va”.
“Basta, non parliamone più”, tagliò corto Barbara.
“Ti annoio?”
“No. Fame”. Appoggiò la fronte sulle ginocchia, sfinita. Da quello scomodo cuscino gli indirizzò uno sguardo penetrante. “Odio il capodanno”, cambiò all'improvviso argomento, misurando le parole. E sembrava rivolgersi a sé stessa. “Una volta, di ritorno a casa da un veglione, mi ha picchiata”.
“Come dici?” Ecco, adesso avrebbe preferito essere teletrasportato via di lì. “E stai ancora con lui?” Nonostante il riflesso della luce d’emergenza disorientasse era sicuro che i suoi occhi fossero lucidi. “Perché lo ha fatto?”
“Non c'è un perché in casi come questi”, gli rispose con voce a malapena udibile. Rammemorare l’evento non costituiva un piacevole diversivo. “Per riuscire a rispondere bisogna prima arrivare a farsele, certe domande”.
“Non dirmi niente se non te la senti”, la rincuorò. “Ma magari vuotare il sacco fa bene”.
Annuì. “Avevo parlato con un ragazzo. Molto parlato. Lui l’ha presa male. Prende sempre male tutte le cose. Come se fosse in guerra con tutto e tutto. E in quei momenti non ha più limiti. Pensavo che le parole cattive che mi aveva detto potessero bastare. Invece a casa è andata peggio. Schiaffi. Mi ha buttato per terra. Poi si è chiuso in camera. Io lo so che quando fa così ha finito” .
“Finito?”, la interruppe. “Vuol dire che è successo più di una volta?”
“Mi ha portata a letto, mi ha costretta a farlo. Non mi sono opposta. Avevo paura della sua reazione. Dopo si è buttato sul materasso, ha iniziato a russare. Io non ho chiuso occhio nonostante la stanchezza. Ho iniziato a pensare. Più pensavo e più lasciarlo mi sembrava l'unica soluzione. Più mi sembrava la soluzione e più avevo paura, perché se l’avessi messa davvero in pratica sarei dovuta scappare”.
“È così difficile fare una scelta? Permettimi, ma in casi come questi io la farei”.
“Non lo so, ma non voglio scoprirlo”.
Paolo rimuginò a lungo prima di porre la domanda che lo assillava. “Hai paura di lui?”
“Intendi se è pericoloso? Non credo. E comunque stiamo ancora insieme: lo stalker emerge alla fine di una relazione”.
“Lo stalker esiste già prima della fine di una relazione. È la paura di finirla che non lo fa emergere”.
“È lo stesso”, replicò Barbara guardando altrove. Paolo aveva già intuito come per lei rifuggire lo sguardo diretto equivalesse a dire basta.
Il cellulare di Barbara vibrava e si illuminava con sempre maggiore insistenza nonostante la pessima performance della rete. “È tuo marito?”
“Non sono sposata. Convivo”.
“E ora preferiresti essere del tutto irreperibile”.
Si guardarono negli occhi. C’era qualcosa che li univa nella comune disgrazia. Era come se il destino li avesse posti uno di fronte all’altra per specchiarsi a vicenda, e riconoscere di riflesso errori che non avevano mai voluto ammettere.
“È come se lo fossi”.
Il cellulare trilla per l’ennesima volta.
“Non sarebbe meglio rispondere?”.
“No, che cuocia nel suo brodo”.
Paolo emise un fischio. “Cattiveria pura, questa”.
“Pazienza esaurita”.
“Quanto?”
“Tutta”.
“Siamo in due. Qual è il problema con il tuo lui?”
“Possessivo, soffocante, geloso. Sa che sono chiusa qui con un altro uomo, e l’asse d’interesse si è spostato verso di te e quello che stai facendo o vorresti fare”.
Paolo arrossì. “Devi ammettere che in po' di ragioni per farsi quelle domande gliele ho offerte…”. Scivolò per terra.
Barbara annuì. “È gentile che tu lo ammetta. Altri non lo avrebbero fatto”.
Si chiusero nel silenzio, ognuno ragionando sulle aspettative mancate di quella sera. Era l’ultimo dell’anno, e il primo giorno di quello nuovo si sarebbe aperto con propositi posti al cospetto di un improvvisato compagno di viaggio quasi del tutto sconosciuto.
“Cosa c'è che non va nel vostro rapporto? Dici di amarla, ma una persona che si ama non la si abbandona”, chiese lei dopo una profonda riflessione.
“Amo anche mia madre, ma sono scappato da casa appena ho potuto”.
“La mamma è la mamma, non è certo come una fidanzata o una moglie. Non fare giochi di ruolo”.
“Hai ragione”, ammise lui, restando sovrappensiero. Il linguaggio del corpo comunicava reticenze e disagi che nessuna espressione diretta avrebbe potuto trasmettere più chiaramente. “Mi è difficile spiegare ciò che provo. Io amo Marina, ma non è più l’amore di prima. È diventato grigio come una vecchia foto. In quell’immagine c’è lei, lo so che è lei, ma nello stesso tempo non è più lei, o almeno non quella con cui mi era messo insieme e di cui mi ero innamorato. E ho paura che voler tenere vivo un rapporto finito sia come prolungare le sofferenza di un malato terminale”.
“Forse questo cambiamento non è avvenuto solo da una parte”, si azzardò a suggerire.
Paolo annuì. “Probabilmente hai ragione”. Poi la guardò. “Perché non riusciamo a cambiare, a voltare pagina, a mettere la parola fine? Per paura?”
Barbara scosse il capo. “Per non ferire chi ci ama?”
Era snervante restare così, impossibilitati a fare alcunché. E nell’attesa Paolo diventava sempre più consapevole di come il suo sguardo la bramasse, cercando di agire con cautela per non ferire i sentimenti della donna.
“Quanto manca?”
Avrebbe potuto consultare l’ora senza chiedere, ma desiderava ascoltare il calore della voce umana in quel fondo scuro che sapeva di galera.
“È già tre ore che siamo qui”.
“Davvero?” Barbara era stupefatta. “Tre ore alla scrivania durano un’eternità, queste sono volate”.
“Anche se non abbiamo fatto nulla sono capitate un mucchio di cose. Avresti mai pensato di fare la pipì sul tetto di un ascensore?”
Barbara sorrise, tirando dietro l’orecchio la ciocca ribelle di capelli che ogni tanto tormentava. “No”, e contrariamente a quanto pensato fino a quel momento aggiunse: “E forse non capiterà mai più nella vita. Chi può vantarsi di averlo fatto?”
Tornò il silenzio. Ma non quella carico di indugi e di ritrosia di estranei costretti a condividere il medesimo spazio vitale. Un’aura di complicità circondava il non detto, e loro restavano fianco a fianco come se non avessero bisogno di parlare.
“Un capodanno così se me l'avessero augurato avrei rotto un’amicizia”. Ma poi era davvero così importante festeggiare una ricorrenza tanto banale? In realtà non aveva alcuna predilezione per le festività obbligate della convivialità e della socialità. Con la famiglia i rapporti si erano deteriorati da tempo. Le feste fracassone lo annoiavano. Per vincere la noia beveva. E la noia la vinceva soltanto ubriacandosi. Poi lo aspettava un primo gennaio a gironzolare per casa come uno zombi. Così, potendo, evitava. Scosse il capo. “Brutta storia, eh?”
Barbara lo fissò a lungo prima di ribattere. “Perché? Quale storia volevi che fosse?”
“Qualcosa di più interessante. Adesso sembra uno di quei film introspettivi che dopo cinque minuti che ti sei accomodato in poltrona vien voglia di andar via: partono con le migliori intenzioni ma sono solo la fiera del kitsch”.
“Quasi tutte le storie sono così. La verità è che non siamo mai contenti. E comunque ricorda: non tutte le ciambelle vengono col buco, dicevano le nonne”, agitando il dito.
“Vero, ma anche senza buco le ciambelle sono ciambelle. È quando non sanno di niente o sono cattive che c'è qualcosa che non va”.
“Basta, non parliamone più”, tagliò corto Barbara.
“Ti annoio?”
“No. Fame”. Appoggiò la fronte sulle ginocchia, sfinita. Da quello scomodo cuscino gli indirizzò uno sguardo penetrante. “Odio il capodanno”, cambiò all'improvviso argomento, misurando le parole. E sembrava rivolgersi a sé stessa. “Una volta, di ritorno a casa da un veglione, mi ha picchiata”.
“Come dici?” Ecco, adesso avrebbe preferito essere teletrasportato via di lì. “E stai ancora con lui?” Nonostante il riflesso della luce d’emergenza disorientasse era sicuro che i suoi occhi fossero lucidi. “Perché lo ha fatto?”
“Non c'è un perché in casi come questi”, gli rispose con voce a malapena udibile. Rammemorare l’evento non costituiva un piacevole diversivo. “Per riuscire a rispondere bisogna prima arrivare a farsele, certe domande”.
“Non dirmi niente se non te la senti”, la rincuorò. “Ma magari vuotare il sacco fa bene”.
Annuì. “Avevo parlato con un ragazzo. Molto parlato. Lui l’ha presa male. Prende sempre male tutte le cose. Come se fosse in guerra con tutto e tutto. E in quei momenti non ha più limiti. Pensavo che le parole cattive che mi aveva detto potessero bastare. Invece a casa è andata peggio. Schiaffi. Mi ha buttato per terra. Poi si è chiuso in camera. Io lo so che quando fa così ha finito” .
“Finito?”, la interruppe. “Vuol dire che è successo più di una volta?”
“Mi ha portata a letto, mi ha costretta a farlo. Non mi sono opposta. Avevo paura della sua reazione. Dopo si è buttato sul materasso, ha iniziato a russare. Io non ho chiuso occhio nonostante la stanchezza. Ho iniziato a pensare. Più pensavo e più lasciarlo mi sembrava l'unica soluzione. Più mi sembrava la soluzione e più avevo paura, perché se l’avessi messa davvero in pratica sarei dovuta scappare”.
“È così difficile fare una scelta? Permettimi, ma in casi come questi io la farei”.
“Non lo so, ma non voglio scoprirlo”.
Paolo rimuginò a lungo prima di porre la domanda che lo assillava. “Hai paura di lui?”
“Intendi se è pericoloso? Non credo. E comunque stiamo ancora insieme: lo stalker emerge alla fine di una relazione”.
“Lo stalker esiste già prima della fine di una relazione. È la paura di finirla che non lo fa emergere”.
“È lo stesso”, replicò Barbara guardando altrove. Paolo aveva già intuito come per lei rifuggire lo sguardo diretto equivalesse a dire basta.
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