Capodanno in ascensore -1°: Loro

di
genere
sentimentali

Loro

L’insistenza con cui il pugno batteva la lamiera di acciaio della porta sprangata qualcuno avrebbe potuto giudicarla lodevole, altri stupidità.
Barbara faceva parte di questi ultimi. E mentre fissava la nuca del suo accidentale compagno di sventura ammise con sé stessa che quella era proprio la parola che stava cercando. In quella situazione inaspettata il caso non avrebbe potuto scegliere peggio: era finita nei guai insieme ad uno stupido.
Normalmente il baccano avrebbe richiamato un nugolo di soccorritori ma ora, con il grattacielo sprofondato nel buio più assoluto, nella folla i folli gridavano impazziti spintonandosi a vicenda in una corsa confusa e spericolata verso l’uscita.
“Ehi, ehi!”, sbraitava Marco. “Qualcuno ci aiuti!”.
Chi sfrecciava davanti alle porte aveva ben altro a cui pensare che a loro. Tutti imploravano aiuto, e nessuno era disposto a darlo.
Certe allusioni sfuggite di bocca a chi scappava via veloce attraverso il corridoio degli elevatori lasciavano intendere un black-out generale piovuto sulla città. Di certo l’immagine a cui gli spettatori affacciati alle pareti di vetro del grattacielo avevano assistito, di tenebre che si spandevano come olio sulla distesa dei tetti, evocava un bignami ancestrale della notte eterna in cui sarebbe piombato alla fine il mondo.
“Ehi, maledizione, qualcuno mi sente?”. Il grido rimase di nuovo inascoltato, e infine si perse nell'eco della fuga disordinata che veniva risucchiato dalle scale d’emergenza, mentre anche le voci si spegnevano in un belato lontano.
“È inutile urlare”, disse qualcuno alle sue spalle.
Già, come se non bastasse, a corollario dell’esperienza il soggiorno nell’abitacolo non era gratificato dalla solitudine. Si strappò di dosso il suo inutile affanno per cercare nella penombra il volto dell'intrusa. Le rivolse uno sguardo quasi stizzito. Aveva gli occhi duri come gomme per cancellare. Che ci faceva quella lì con lui? La luce improbabile della lampada d’emergenza donava a tale volto una sfumatura spettrale, con le ombre che si allungavano in modo pauroso sui lineamenti. Sembrava sul punto di sciogliersi. Rabbrividì. Chi era? Meditò a lungo. Era una collega della sezione amministrativa. Si vedeva in giro di rado. Non usciva dal bozzolo della propria postazione. Difficilmente interagiva con gli altri o stringeva relazioni che andassero al di là della conversazione superficiale tra sconosciuti incrociati per caso nei vasti open space della multinazionale per cui erano impiegati.
Barbara.
Udì in un remoto angolo della mente lo schiocco delle dita. Era questo il suo nome. Una tipa abbastanza alta, ben fatta, un po' più in carne del necessario ma non da apparire informe. Si accorse che in anni di contiguità e appartenenza ai medesimi spazi avevano scambiato sì e no quattro frasi in croce e neppure di senso molto compiuto. Sospirò: la prospettiva non era allettante.
“Non ci sentirà nessuno”, proseguì, in apparenza un po' intimorita dal modo penetrante con cui i suoi occhi la indagavano. “Sono scappati via tutti”. E si strinse nelle spalle, la bocca contorta da una smorfia triste.
Se il volto della donna era colpito dall’alto da quello sgradevole bagliore sepolcrale, l’altro era incorniciato dall’oscurità. Barbara si scoprì a desiderare che venisse avanti, così da cadere nel potere della luce. Invece se ne restava nascosto nell’ombra. Poi cambiò idea, e preferì non si avvicinasse ancora. Aveva bisogno di inquadrarlo, e la sua presenza ora le provocava turbamento. Come si chiamava? Non lo rammentava. Quello che sapeva di lui lo sapevano tutti: uno sguaiato dal buon talento per fare chiasso e mettersi in mostra, non tanto e non solo con l’altro sesso ma con chiunque capitasse a tiro. I responsabili ogni qualvolta gli lanciavano frecciatine: «conteniamoci…» Paolo, ecco il suo nome. E aveva un cognome strano, di quelli impronunciabili. Incrociò le braccia alla vita. Iniziava a sentire freddo, e trovava spiacevole essere oggetto di un’attenzione così sconveniente. Poi, testardo, il suo compagno di sciagure tornò a chiamare soccorso.
Dovettero ammettere in silenzio che la faccenda si complicava. Dalle porte ermeticamente chiuse non proveniva più alcun suono, alcun eco di vita. Il grattacielo si era sgonfiato. Paolo ficcò le mani in tasca, abbassò il capo e sospirò in modo ostentato.
Erano in gabbia. E non si trattava di una gabbia di poco conto: un cubicolo di frigido acciaio sospeso nel vuoto a più di cento metri di altezza, cinque piani sotto la vetta sconvolta dal vento.
Paolo estrasse di tasca il cellulare e lo osservò. Il black-out per qualche motivo influiva negativamente sul segnale. Tentò ancora una volta – aveva provato prima di aggredire le ante a pugni – di chiamare casa. Niente da fare.
Immaginò gli altri ascensori, fermi ad altezze diverse e con altri sventurati intrappolati nel loro ventre metallico. La visione lo disturbò a tal punto da fargli battere il piede sul pavimento un paio di volte come se stesse scacciando qualche lugubre insetto.
La struttura cigolò appena. Sentì il respiro mozzo della donna alle spalle.
“Scusa”, si giustificò. La situazione lo rendeva nervoso.
“Non farlo più”, lo ammonì lei. Scopriva quindi che potenzialmente si trovava in compagnia di una persona claustrofobica la cui ossessione avrebbe potuto andare fuori controllo provocando una imprevedibile reazione a catena.
“Ti viene in mente qualcosa da fare? Devo schiarirmi le idee”, le chiese più che altro per rompere il ghiaccio.
“Che genere di lampade sono?”
Indicava in alto, sopra la testa. Si riferiva alla lampada di emergenza. Erano disseminate a migliaia per tutto il grattacielo. “Sono a batteria” gli uscì di bocca, pentendosi subito di aver sparso il seme di un ragguaglio così subdolo. Sperò in una sua eventuale mancanza di senso pratico.
“Vuol dire che se il black-out prosegue finiranno per scaricarsi?”
Sgranò gli occhi. Non aveva abboccato. “Bé, in effetti sì, è così”, dovette ammettere. “Ma credo che il black-out finirà prima”.
“Credi o speri?”
Brutta domanda. «Spero». Non fosse per altro perché condividere qualche metro quadro con una persona che passava per essere più glaciale del polo sud non prometteva una piacevole prosecuzione.
Il cellulare, che aveva riposto in tasca, vibrò contro la natica. Lesse. 'Quando arrivi?' Ah, santa donna, incapace di distinguere un black-out da un circuito aperto... Si chiese se avesse capito cosa stesse accadendo. 'Amore non lo so'. Ma la spunta di invio non apparve e l’icona di ricerca confermava le difficoltà di quella malaugurata sera.
“Prende?”
“Male”.
“Chiamate d’emergenza?”
“Chissà quante ne stanno ricevendo”, rispose con accento sconsolato.
Con la coda dell’occhio sbirciò la collega: non stava provando a mandare messaggi a nessuno. Chiaro indizio di una vita problematica, additata in ufficio quanto in casa. Chissà quali generi di difficoltà affrontava in privato quando si trovava a tu per tu con la solitudine.
Si appoggiò alle ante, provò a infilarci le dita, desistette. Non c’era modo di capire quanto a lungo sarebbe ancora durato. Era già un fenomeno inusitato, perché solitamente eventi del genere si verificavano in occorrenza di picchi di consumo, associati alle giornate più torride dell’estate, e si protraevano al massimo per una manciata di minuti. Si profilava un evento del tutto eccezionale. Quanto era passato da che erano rimasti bloccati in ascensore? Aveva già perso la cognizione del tempo. Picchiò debolmente la fronte sul freddo acciaio, in modo che lei non avesse a spaventarsi del suo strano comportamento.
Altro che strano! La spiò di sottecchi quel tanto che bastava per non essere scoperti. Aveva lo sguardo perso nel vuoto. Doveva rompere il ghiaccio. La sconcertante previsione di non ritrovare la libertà tanto presto lo costrinse a decisioni drastiche.
“Come ti trovi qua?”
Lui era un chiacchierone impenitente e non si faceva scrupoli ad attaccare bottone con perfetti sconosciuti, sostenuto da una calcolata incoscienza e dalla sua aria da guitto con la battuta sempre pronta, anche se a volte maldestra. Ma ciò accadeva sempre con il supporto disinteressato di qualcuno che gli facesse da spalla involontaria, da cuscinetto per eventuali brutte figure. E in quel momento lì non c’era nessuno a supportarlo: era da solo con la sua nemesi.
“Scomoda” borbottò.
«Ironica, la ragazza». “Intendevo in ufficio”.
“Lo avevo capito”, lo apostrofò. Sentì sulla nuca lo sguardo di lei che lo scavava come un punteruolo. Zero a uno. “Mi occupavo di tutt’altro rispetto a quello che faccio oggi. Poi ho perso i favori dei generali. Sono subentrate truppe di dubbia preparazione, e io sono stata progressivamente declassata. E ciò che faccio adesso non mi piace: è antitetico rispetto ai miei interessi e alle mie competenze. Tu invece, come ti trovi?”
Cazzo, aveva confessato tutto e subito. Aveva sperato in una risposta evasiva che gli consentisse di glissare sopra. Lo continuò a guardare, aspettando una reazione. Persisteva ad offrirgli la schiena e la situazione stava prendendo una piega ridicola. Era svalvolato? «Allegria!» Pregò che i tecnici mandati a riparare il guasto alla centrale elettrica fossero ormai sul punto di ripristinare il corretto funzionamento. Conosceva per fama l’individuo con cui si trovava costretta a condividere gli esigui spazi della cabina, e avesse potuto scegliere, costui avrebbe rappresentato il fondo del barile. Altro che portarlo su un’isola deserta! Meglio noci di cocco con le faccine stilizzate, e in assenza di inchiostro disegnate col sangue per giunta.
Raggiunse il lato opposto, mordendosi il labbro mentre scrutava tra le ombre. Era il distanziamento massimo possibile, e per quanto esiguo, le forniva un minimo conforto. Sulla targa d'acciaio lesse peso e numero massimi consentiti di passeggeri: quell'ascensore era grande quanto camera sua.
“Scomodo”.
La risposta giunse così inaspettata che Barbara sussultò per lo spavento, soffocando un’imprecazione. Bè, non era una risposta che si sarebbe aspettata da un tipo del genere, in apparenza calato nel ruolo e vezzeggiato dai piani più alti della gerarchia. “In ascensore?”, scherzò.
“No, a lavorare qui”.
«Dobbiamo lavorare di più sulle risorse umane».
Paolo continuava ad avvertire il peso del giudizio su di sé, sulle parole che avrebbe usato, sulle informazioni che si sarebbe lasciato sfuggire.
Apparteneva, e di diritto, al novero di quei collaboratori di dubbie capacità, come li definiva elegantemente lei, subentrati con nessun merito al seguito del potere dirigenziale aizzato da ghiotti appetiti per appaltare cariche amiche nel proprio cerchio magico. Sapeva per sentito dire che chi si era rifiutato di genuflettersi aveva pagato cara l’insubordinazione. Ma lui fino allora dalla silenziosa battaglia aveva tratto giovamento. Non si era mai trovato a condividere spazi di critica con chi la battaglia l’aveva combattuta e persa, sanguinosamente per giunta. Per questo trovava tanto difficile voltarsi a guardare negli occhi una vittima del sistema delle prebende abusive.
“Non saprei neppure definire il ruolo che occupo all’interno dell’organigramma”. Fece spallucce. “Quando serve una testa di ponte o un ariete per istituire una prima forma di relazione superficiale, eccomi qua. Faccio ridere i clienti, o lo staff di nuovi fornitori. Ma è come se avessero assoldato un giullare. Quando poi si deve fare sul serio il burattinaio tira i fili per trascinarmi via e farmi sparire, ma con attenzione, altrimenti si sporca la moquette”.
Barbara annuiva pensierosa. “Pensavo non ci fosse nulla di peggio del mobbing”.
Questa considerazione lo obbligò a guardarla. Un misto di gratitudine e sollievo gli sbocciava negli occhi.
“Fa schifo”, disse lei.
Corrugò la fronte. “Che cosa?”
“La moquette” rispose, ed era seria. “È sporca e di un colore terribile”.
Scrollò le spalle. “Bah, tutto è terribile qua dentro”.
“Soprattutto gli ascensori”.
Paolo assentì. Avvertì di nuovo la vibrazione. 'È pauroso' scriveva la sua compagna.
'Tutto uguale?'
'Sì.'
I tempi di invio e ricezione erano incerti. 'Si sa qualcosa?'
'No. Ho paura. Sembra che ci sia gente qua fuori.'
'Non sei la sola ad avere paura. Chiuditi per bene e non stare a guardare dalle finestre.'
L’ultima comunicazione fu il suo pollice alzato e un cuoricino. 'Non vedo l’ora che sia finita.'
'Anch'io.'
Istintivamente sbirciò in direzione della collega. Lei dovette avvedersene.
“Buone notizie?”
“Purtroppo no”.
Si udì un trillo strano. Guardò lo schermo. Era spento. La notifica non era per lui. Dunque la solitudine era un’impressione.
Barbara lesse:
'Ciao amore'
'tornato ora'
'un’odissea'
'le strade sono un inferno'
'Sono bloccata in ascensore'
'Mio dio, chiamo il pronto intervento'
'Va bene ma chissà quando arrivano'
'Come stai?'
'Bene. Non sono sola'
'Siete in tanti'
'Solo un collega'
'Ehi! Digli di tenere le mani a posto', sdrammatizzò.
scritto il
2026-01-04
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