Capodanno in ascensore - 8°: Gli altri

di
genere
sentimentali

Gli altri

“Come dici scusa?”
Marco sperava di aver frainteso.
“Dico che se ci sbagliassimo e per qualsiasi motivo avessero preso l’ascensore da un’altra parte saremmo costretti a salire di nuovo. E io non posso farcela”.
Questo era un contrattempo che avrebbe preferito evitare. Ma diede il suo assenso.
Il vasto open space interrotto da colonne, paratie centrali per i luoghi in comune e i cubicoli in calcestruzzo dei vani ascensore e scale sembrava un lago di tenebre. Ci si muoveva dentro come in apnea. Dovette ammettere di esserne sopraffatto. Attraverso i perimetri di vetro delle facciate l’occhio spaziava sopra un uguale distesa di oscurità. L’unico punto di riferimento era il fuoco di emergenza dell’ospedale.
“È la fine del mondo”.
“È come un’eclissi: non capita spesso di vederla”.
La guardò di sfuggita poi si concentrò sul panorama che dominavano da lassù. Era una prospettiva insolita a cui non era abituato e che ispirava un ingorgo di pensieri non riferito solo e soltanto alla situazione contingente.
Davanti alle porte degli ascensori gridò “Ehi, siete qua?”. Nessuna risposta. Potevano per davvero essere ovunque in quel labirinto verticale.
Fecero tutto il giro, scesero di un piano. La scena si ripeté, ma la terza volta Stefania denunciò un affaticamento improvviso, e dovette sedersi. Marco la fissò con astio. Era un intralcio. Sarebbe stato meglio non incontrarla. Quando si avviarono il suo passo era claudicante. E all’improvviso, mentre impegnavano un’altra rampa, avvertì il tocco delicato delle mani sulle spalle, poi il suo peso morto travolgerlo.

La prima sensazione percepita al risveglio furono gli schiaffi che gli stava somministrando con sospetta sollecitudine. La stretta al polso con cui gli impose di darci un taglio fu straordinariamente forte per una nel suo stato. Marco se ne stupì ma poi si concentrò di nuovo sulla compagna.
“Smettila, sono sveglia”, lo rimbrottò. “Mi stai facendo male”.
“Ti sto facendo male? Sei svenuta!”
“Ho la CHB”.
“Sarebbe?”
“Blocco cardiaco congenito”.
“BCC”.
“Sta per congenital heart block”.
“Fa più figo in inglese...”. Lei lo guardò come si fissa un babbuino allo zoo. “Che cosa sarebbe?”
“Una malformazione congenita della conduzione elettrica del cuore”.
“E ti è già capitato di svenire? Mi hai spaventato a morte”.
Marco appoggiò la mano sulla fronte sudata. Non sapeva in realtà quali conclusioni trarre. Poi d’istinto appoggiò le labbra, come faceva sua madre quando da piccolo aveva la febbre.
Stefania trattenne il fiato. Mise a fuoco lo sguardo sul volto di chi la stava esaminando con sincera preoccupazione. Ogni traccia di vanteria, alterigia e selvatichezza avevano abbandonato la sua maschera. Ora era nudo e, strano a pensarsi, indifeso. Ed era davvero pallido, non si trattava di un semplice scherzo di luce.
Solo in quel momento scoprì che l’aveva adagiata di schiena contro la parete di un pianerottolo mediano.
“Ce la fai a camminare?”
“Ci provo”. Ma al primo tentativo sentì la testa svuotarsi e ricadde all’indietro. “Non so se ce la faccio a fare nulla. Perché non gli abbiamo chiesto in quale ascensore si trovavano?”
Già, perché? Un abbozzo di risposta scavava un passaggio nella sua mente ma gli mancavano le parole per esprimerla.
L’aiutò a mettersi in piedi ma subito le ginocchia volarono via. La strinse a sé e poi con naturalezza la sollevò in braccio e la condusse fuori sul piano. Stefania lo guardava, la testa ciondoloni per un improvviso sopore, un assoluto senso di benessere. Lei era lieve come una piuma, ma la superficialità di sé che provava in quel momento non era morbosa. Si sentiva quasi euforica. «E io vi dichiaro…»
“Vuoi sdraiarti un po' per riprenderti?”
Stefania osservò con raccapriccio la moquette. “Qui?”
“No, hai ragione” convenne. “Non qui”.
E con delicatezza insospettabile, come se stesse maneggiando una finissima porcellana, un vetro di murano o una fragile gemma dal valore inestimabile, la depose sul ripiano di una lunga scrivania assicurandosi che nessuna parte di lei potesse ricevere scossoni o ingiurie. Dispose sotto il capo una risma di fogli. Poi si allontanò di un passo per contemplarla come un artista di fronte alla propria creazione. “Come ti senti?”, le chiese premuroso. “Meglio?”
Stefania annuì ma subito lo sguardo divenne di pietra. “Per favore, puoi smetterla di guardarmi così? Sembri invitato ad una veglia funebre”.
Marco impiegò parecchio a capire. Non possedeva una fervida immaginazione. In realtà la sua attenzione era catturata da un particolare su cui non aveva avuto tempo di soffermarsi: la tipa indossava la gonna. Non mini, ma sempre gonna. E il piacere di osservare una bella ragazza vestita in modo sbarazzino, con lunghe gambe da modella offerte al suo occhio, anche se forse un po' troppo magre, lo richiamarono dalla malinconia di non aver ancora assolto il voto di riprendersi Barbara.
“Che c’è?”
Stefania si era accorta dello sguardo complesso con cui l’ammirava. Il dolore al petto era quasi scomparso, mentre la strana euforia di prima stava di nuovo prendendo il sopravvento. Non si sentiva come chi sta per addormentarsi, ma come chi sta per svegliarsi nella pienezza dell’essere.
“Niente”, rispose, scrollando le spalle. “Sei bella”. Stefania sentì affluire il sangue al viso. “Sembri stupita… nessuno te lo dice mai?”
Ma nella domanda era inclusa una risposta silenziosa che accomunava entrambi, perché anche lui non ricordava quando era stata l’ultima volta in cui aveva rivolto un complimento disinteressato a Barbara. I suoi miravano sempre ad uno scopo diverso, e spesso quell'obiettivo era coinvolgere la sua compagna in un’orgia di sesso.
“Una volta anche Paolo me lo diceva”, confessò, più a sé stessa che a lui. Ma le guance non scolorivano. “Poi ha smesso. Forse non mi trova più bella”.
Intanto che lei parlava Marco aveva aggirato il tavolo ed ora si trovava ai suoi piedi. Indossava scarpe basse. Con noncuranza gliele sfilò. Le osservò distrattamente. Indossava delle ballerine. «Indossava delle ballerine!» L'ombra di un sorriso apparve fugacemente sulle sue labbra: quale cervello sconclusionato poteva suggerire di uscire nella notte gelida vestita in quel modo? Era proprio una stramba. La sfiorò con la punta delle dita. In quell'atmosfera sospesa era una diafana farfalla. Gli parve così leggera che provò paura potesse volar via come un palloncino.
“Che cosa fai?”
“Ti rendo più confortevole la posizione”. Ma la vista gli si era già annebbiata. Non aveva fretta. Quella notte non doveva concludersi mai. “Lo sai come si dice”.
Nelle intenzioni voleva essere faceto, ma le parole uscirono liquide dalla sua bocca. Stefania lo fissava con un’intensità spaventosa. “No. Come si dice?”
Trovò quel tono di voce arrendevole, e seducente, e assolutamente irresistibile. “Chi non lo fa a capodanno…”, e lasciò al suo arbitrio la conclusione.
“Sì”.
L’attirò a sé. Stefania provò a chiudersi a riccio, ma era senza nerbo. Lui si denudò, poi fece lo stesso con lei. Era ovunque pelle liscia come seta, come desiderava le donne. Non opponeva resistenza, ma sembrava atterrita: sgranava gli occhi, le mani contratte su fogli e fascicoli sparsi sulla scrivania. Accennò solo una volta a negare quello che stava per accadere, quindi si arrese non appena il vigore dell’uomo fu dentro di lei. Non si era mai sentita così pronta e disponibile a fare l’amore, e la prospettiva di avere un rapporto occasionale con un estraneo non la turbava. Le sembrava anzi, per quel fortuito scambio di coppia, che tra loro si fosse instaurata una conoscenza più approfondita di quella che sussiste tra persone che si frequentano da troppo tempo, e che una lei altrettanto profonda anelasse ad essere amata da quel ragazzo che vedeva torreggiare mentre si muoveva con grazia e dolcezza. Si chiese cosa stesse facendo in quel momento Paolo, ma fu una domanda senza risposta perché chiuse gli occhi, annullò la mente e si lasciò travolgere dal flusso delle sensazioni.
Si sentiva delicatissima porcellana, fragile cristallo, gemma preziosa. Ma il sangue scorreva furioso nelle sue vene.
scritto il
2026-01-05
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