Contrattempi
di
Ripe (with decay)
genere
fantascienza
La coda non finiva più. Certo non era come un tempo. Tutto più sbrigativo, e nessun timore di perdere coincidenze. Però, rifletté sulla natura umana, anche se avessero potuto viaggiare alla velocità della luce si sarebbero lamentati di non poter andare ancora più veloci.
Il piagnisteo del piccolo riprese. Sentì un brivido correre lungo la schiena. Nonostante i condizionatori il caldo man mano diventava asfissiante. La cabina Trasp si profilava finalmente davanti ai suoi occhi: una benedizione. I viaggiatori sparivano inghiottiti da un fiotto di luce e preceduti da una vampa di polarità inversa comparivano nel luogo di destinazione.
Solo i ricchi potevano permettersi una Trasp privata. Al popolino non restava che affidarsi alle migliaia di Trap sparse per il mondo. Così le chiamava la gente comune le cabine di teletrasporto ovvero delocalizzazione molecolare: Trap, come trappola. E di sicuro dietro la goliardata si nascondeva il gesto atavico dello scongiuro.
“Vai tu?”, chiese sua moglie.
La domanda era pleonastica. Era sempre andato lui per primo. Sua moglie non aveva mai fatto l’abitudine alle paturnie che precedono il viaggio. La paura gli stava appiccicata addosso come un pareo. Annuì.
il sudore gli colava dalle ascelle. Vestiva succinto come se fosse a casa, al limite dell'offesa al pubblico pudore. Anche lei, avvolta in un vero pareo di tessuto variopinto dalle cui trasparenze erompevano le forme del corpo. Bagagli non ne avevano quasi. Se si fossero accorti di aver davvero dimenticato qualcosa poteva fare una capatina a casa in un batter d'occhio. Basta auto, basta traghetti, basta voli.
In poco tempo la rivoluzione del trasporto aveva cancellato un’industria secolare. Ma quella che l'aveva sostituita ad assorbire nuove competenze. Intorno alle installazioni si muovevano con discrezione controllori e agenti; dietro le vetrate tecnici e manutentori; gli ingegneri, quei bastardi, restavano rinserrati nelle loro torri d'avorio.
Dopo l’ispezione rituale entrò in cabina. Presentò il codice di destinazione. Erano d’accordo che appena giunto avrebbe chiamato per informare che andava tutto bene. Anche quel gesto era pleonastico: e come avrebbe potuto andare? Ah, queste mogli misoneiste…
All’improvviso cadde il buio. Un calo di tensione. Durò un attimo. Ma qualcuno gridò. Fu certo di riconoscere nel coro la voce di sua moglie.
Lo scanner bippò. Come sempre ebbe un moto di trepidazione. Anche nel profondo di lui si radicava la paura atavica dell’ignoto. E se non avesse funzionato, per quell’unica irripetibile volta?
Un lampo. Il dolce sole della Sardegna lo aspettava al di là della porta stagna. E il camminamento di assi di legno sopra la palude, il salto di due metri con i gradini sconnessi, la lingua di sabbia a perdita d’occhio quasi sempre disertata dai turisti impegnati ad affollare le mete più celebrate…
Non vide niente di tutto questo. Davanti i suoi occhi si innalzavano grattacieli dai piedi di vetro e acciaio, e l’unica striscia da accarezzare coi piedi era il nastro d’asfalto intasato dal traffico.
A fianco a lui dal Trasp più vicino spuntò un uomo dai connotati spiccatamente orientali che osservava intorno a sé col medesimo corruccio. Si fissarono per un istante lanciandosi a vicenda una domanda muta. Girarono sui tacchi per infilarsi nella cabina. Possibile che si fosse veramente verificato un errore? Qualche viaggiatore in attesa protestò, ma i controllori restavano rigidi e attoniti. La procedura non era convenzionale ma l’assenza di reazione all’infrazione costituiva per regolamento un permesso implicito.
Presentò il codice al lettore. Un lampo, e via: sole, sabbia, mare.
E vide il sole, la sabbia, il mare. Ma le palme non erano quelle della Sardegna, e la sabbia e il sole e il mare per quanto bellissimi neppure lo erano. Nonostante il caldo spazzato da venti torridi sbiancò. Cercò freneticamente il codice di ritorno dove lo aspettavano moglie e figli. Doveva impedirgli di salire sulle cabine. Qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Provò a chiamare. Niente campo.
Mostrò il codice. Gli tremava la mano.
E se l’anomalia avesse persistito? Sapeva di località così estreme da risultare letali se affrontate con leggerezza. Sperdute oasi dei deserti polari in cui il calore della cabina appena sufficiente a preservare i circuiti non avrebbe impedito ad un cretino in infradito di congelare prima di mettersi in salvo…
Dentro la cabina insonorizzata l'ululato di un vento demoniaco. Come se il perfido dio dalla quantica natura atomica avesse letto le sue preoccupazioni la temperatura intorno a lui precipitò con la rapidità di un sommergibile. L'immediata goccia al naso immediatamente diventò candelotto. Con mani convulse da epilettico nel pieno di una crisi cercò la salvezza. Le dita stavano già diventando blu. Ti prego ti prego ti pre, pensò dando l'addio alla vita.
Di nuovo il codice fu letto dallo scanner. Lampo. Apertura delle porte stagne. Aveva quasi paura a voltarsi. Non sentiva alcun suono.
“Hai fatto presto, cherie”, pronunciò una voce femminile dal tono vivace e chiaro. “Sono appena uscita dalla doccia, mi devo ancora far bella, non ti voltare!”
Era la sua idea ma sarebbe stato difficile assecondare la sconosciuta.
La prima cosa che vide fu il corpo nudo e slanciato di una splendida bionda dagli occhi azzurri come zaffiri fusi dentro una pelle di ceramica. Sembrava un poster sul muro. L’ambiente in cui era capitato non era una stazione pubblica. L'opprimeva un soffitto basso. E le pareti, ampie e soffuse da una tinta pastello indecifrabile, erano prive di angoli. Un letto immenso divideva l’ospite dall'intruso. Era agghindato per un uso nell’immediato futuro.
“E lei chi è?”
La donna premeva al petto l’asciugamani. La sorpresa era mitigata dalla certezza di un sotterfugio ordito dall’amante.
“Dove siamo?”, chiese con la voce incrinata dalla disperazione.
Fu solo a quel punto che una curiosa espressione interrogativa, venata di arroganza e incertezza, scompose la classica compostezza del volto della Venere altezzosa. “Non la manda Hermes vero?”
Stava sudando sempre più copiosamente nonostante l’aria condizionata. “Hermes?” Che nome assurdo. Avanzando di qualche passo non smetteva di guardarsi in giro.
Un intero lato della stanza era un’unica paratia in vetro. Ai lati la punteggiavano speroni rocciosi. Ogni tanto gli spruzzi di un mare invisibile lambivano lo zoccolo del serramento. Non c’erano porte.
“Dove siamo?”
“Lei chi è!”, ribatté piccata come se fosse un gioco a chi alza di più la voce.
“Dove cazzo siamo!”
La candida bionda se possibile impallidì come una sindone. “La prego, non mi faccia del male”, piagnucolò. “Le darò tutto quello che ho”, frugando nei cassetti.
La stoppò con un deciso gesto della mano. “Non voglio niente”, ringhiò. "Voglio solo tornare da dove sono venuto”. E ciò detto si infilò nella cabina privata, ma lo scanner non riconosceva l'utente proprietario. “Dia il consenso”, ordinò.
“Non so come si fa”
Logico. Era lei la proprietaria, non aveva mai avuto bisogno di persuadere il suo scanner a riconoscerla.
“Dia il consenso” gridò. “Voglio tornare indietro!”
Diede un pugno alla strumentazione come un forsennato. Si sentiva impazzire. Non aveva mai vissuto un’esperienza così inverosimile. La donna cacciò uno strilletto flaccido e si precipitò dentro la cabina. Nella foga aveva lasciato cadere l'asciugamani. “Lei è pazzo, stia fermo!”
Ma quando la donna fu entrata e lo scanner la riconobbe seguì il solito lampo. Non andarono da nessuna parte. Le porte alle loro spalle erano chiuse e la cabina spenta.
“Perché non funziona?”, chiese con aria da ebete.
“È da un po' che non funziona, per sua informazione”.
Cercò un appiglio per le dita. Operazione impossibile. La chiusura stagna era al momento inespugnabile. La situazione stava diventando grottesca.
Mentre studiava una soluzione si accorse dal prurito alla nuca che un paio d'occhi incendiati lo stavano trapassando. “Perché quello sguardo?” Sembrava invasata.
“Ho appena preso il Rope”.
Sgranò gli occhi da invasato a sua volta. “Sono un uomo sposato” piagnucolò.
Ma quella non smetteva di guardarlo con la foga allucinata e lussuriosa dei tossici da droga del sesso.
“Non posso resistere”, sospirò. “Devo”.
E si accucciò allargando a forbice le lunghe gambe da modella stando in bilico come un piviere in quello spazio non progettato per due persone.. Sentì che gli tirava giù i bermuda e prendeva a lavorargli il glande con perizia da professionista. Gli sforzi di non lasciarsi coinvolgere furono vani. Lo sentì esplodere come una bomba. La sconosciuta lo tratteneva con la mano per lo scroto e ingoiava l’asta per tutta la lunghezza. La cappella tastava con sensibilità di cieco ogni angolo di quella bocca meravigliosa. “Oddio non smettere”, implorò. Non aveva mai dovuto subire un assalto così feroce.
Nessuno dei due vide la cabina illuminarsi. Nessuno dei due udì il timbro metallico che precedeva il lampo di luce prima della dislocazione molecolare.
Nella stazione di partenza per la Sardegna il tempo sembrava essersi fermato. Le persone in attesa lo erano ancora. E una famigliola trepidante occupava il prossimo turno, aspettando buone notizie dal congiunto sparito chissà dove.
“Mamma!”, gridò la figlia maggiore, “Ecco papà”.
Giusto allora stava eiaculando in gola alla fata bionda. Era avulso dal mondo ma presentiva che il mondo gli stava per presentare il conto.
E quando rivolse l’attenzione a sua moglie le uniche parole che gli uscirono di bocca a propria giustificazione furono: “Amore, ti posso spiegare”.
Il piagnisteo del piccolo riprese. Sentì un brivido correre lungo la schiena. Nonostante i condizionatori il caldo man mano diventava asfissiante. La cabina Trasp si profilava finalmente davanti ai suoi occhi: una benedizione. I viaggiatori sparivano inghiottiti da un fiotto di luce e preceduti da una vampa di polarità inversa comparivano nel luogo di destinazione.
Solo i ricchi potevano permettersi una Trasp privata. Al popolino non restava che affidarsi alle migliaia di Trap sparse per il mondo. Così le chiamava la gente comune le cabine di teletrasporto ovvero delocalizzazione molecolare: Trap, come trappola. E di sicuro dietro la goliardata si nascondeva il gesto atavico dello scongiuro.
“Vai tu?”, chiese sua moglie.
La domanda era pleonastica. Era sempre andato lui per primo. Sua moglie non aveva mai fatto l’abitudine alle paturnie che precedono il viaggio. La paura gli stava appiccicata addosso come un pareo. Annuì.
il sudore gli colava dalle ascelle. Vestiva succinto come se fosse a casa, al limite dell'offesa al pubblico pudore. Anche lei, avvolta in un vero pareo di tessuto variopinto dalle cui trasparenze erompevano le forme del corpo. Bagagli non ne avevano quasi. Se si fossero accorti di aver davvero dimenticato qualcosa poteva fare una capatina a casa in un batter d'occhio. Basta auto, basta traghetti, basta voli.
In poco tempo la rivoluzione del trasporto aveva cancellato un’industria secolare. Ma quella che l'aveva sostituita ad assorbire nuove competenze. Intorno alle installazioni si muovevano con discrezione controllori e agenti; dietro le vetrate tecnici e manutentori; gli ingegneri, quei bastardi, restavano rinserrati nelle loro torri d'avorio.
Dopo l’ispezione rituale entrò in cabina. Presentò il codice di destinazione. Erano d’accordo che appena giunto avrebbe chiamato per informare che andava tutto bene. Anche quel gesto era pleonastico: e come avrebbe potuto andare? Ah, queste mogli misoneiste…
All’improvviso cadde il buio. Un calo di tensione. Durò un attimo. Ma qualcuno gridò. Fu certo di riconoscere nel coro la voce di sua moglie.
Lo scanner bippò. Come sempre ebbe un moto di trepidazione. Anche nel profondo di lui si radicava la paura atavica dell’ignoto. E se non avesse funzionato, per quell’unica irripetibile volta?
Un lampo. Il dolce sole della Sardegna lo aspettava al di là della porta stagna. E il camminamento di assi di legno sopra la palude, il salto di due metri con i gradini sconnessi, la lingua di sabbia a perdita d’occhio quasi sempre disertata dai turisti impegnati ad affollare le mete più celebrate…
Non vide niente di tutto questo. Davanti i suoi occhi si innalzavano grattacieli dai piedi di vetro e acciaio, e l’unica striscia da accarezzare coi piedi era il nastro d’asfalto intasato dal traffico.
A fianco a lui dal Trasp più vicino spuntò un uomo dai connotati spiccatamente orientali che osservava intorno a sé col medesimo corruccio. Si fissarono per un istante lanciandosi a vicenda una domanda muta. Girarono sui tacchi per infilarsi nella cabina. Possibile che si fosse veramente verificato un errore? Qualche viaggiatore in attesa protestò, ma i controllori restavano rigidi e attoniti. La procedura non era convenzionale ma l’assenza di reazione all’infrazione costituiva per regolamento un permesso implicito.
Presentò il codice al lettore. Un lampo, e via: sole, sabbia, mare.
E vide il sole, la sabbia, il mare. Ma le palme non erano quelle della Sardegna, e la sabbia e il sole e il mare per quanto bellissimi neppure lo erano. Nonostante il caldo spazzato da venti torridi sbiancò. Cercò freneticamente il codice di ritorno dove lo aspettavano moglie e figli. Doveva impedirgli di salire sulle cabine. Qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Provò a chiamare. Niente campo.
Mostrò il codice. Gli tremava la mano.
E se l’anomalia avesse persistito? Sapeva di località così estreme da risultare letali se affrontate con leggerezza. Sperdute oasi dei deserti polari in cui il calore della cabina appena sufficiente a preservare i circuiti non avrebbe impedito ad un cretino in infradito di congelare prima di mettersi in salvo…
Dentro la cabina insonorizzata l'ululato di un vento demoniaco. Come se il perfido dio dalla quantica natura atomica avesse letto le sue preoccupazioni la temperatura intorno a lui precipitò con la rapidità di un sommergibile. L'immediata goccia al naso immediatamente diventò candelotto. Con mani convulse da epilettico nel pieno di una crisi cercò la salvezza. Le dita stavano già diventando blu. Ti prego ti prego ti pre, pensò dando l'addio alla vita.
Di nuovo il codice fu letto dallo scanner. Lampo. Apertura delle porte stagne. Aveva quasi paura a voltarsi. Non sentiva alcun suono.
“Hai fatto presto, cherie”, pronunciò una voce femminile dal tono vivace e chiaro. “Sono appena uscita dalla doccia, mi devo ancora far bella, non ti voltare!”
Era la sua idea ma sarebbe stato difficile assecondare la sconosciuta.
La prima cosa che vide fu il corpo nudo e slanciato di una splendida bionda dagli occhi azzurri come zaffiri fusi dentro una pelle di ceramica. Sembrava un poster sul muro. L’ambiente in cui era capitato non era una stazione pubblica. L'opprimeva un soffitto basso. E le pareti, ampie e soffuse da una tinta pastello indecifrabile, erano prive di angoli. Un letto immenso divideva l’ospite dall'intruso. Era agghindato per un uso nell’immediato futuro.
“E lei chi è?”
La donna premeva al petto l’asciugamani. La sorpresa era mitigata dalla certezza di un sotterfugio ordito dall’amante.
“Dove siamo?”, chiese con la voce incrinata dalla disperazione.
Fu solo a quel punto che una curiosa espressione interrogativa, venata di arroganza e incertezza, scompose la classica compostezza del volto della Venere altezzosa. “Non la manda Hermes vero?”
Stava sudando sempre più copiosamente nonostante l’aria condizionata. “Hermes?” Che nome assurdo. Avanzando di qualche passo non smetteva di guardarsi in giro.
Un intero lato della stanza era un’unica paratia in vetro. Ai lati la punteggiavano speroni rocciosi. Ogni tanto gli spruzzi di un mare invisibile lambivano lo zoccolo del serramento. Non c’erano porte.
“Dove siamo?”
“Lei chi è!”, ribatté piccata come se fosse un gioco a chi alza di più la voce.
“Dove cazzo siamo!”
La candida bionda se possibile impallidì come una sindone. “La prego, non mi faccia del male”, piagnucolò. “Le darò tutto quello che ho”, frugando nei cassetti.
La stoppò con un deciso gesto della mano. “Non voglio niente”, ringhiò. "Voglio solo tornare da dove sono venuto”. E ciò detto si infilò nella cabina privata, ma lo scanner non riconosceva l'utente proprietario. “Dia il consenso”, ordinò.
“Non so come si fa”
Logico. Era lei la proprietaria, non aveva mai avuto bisogno di persuadere il suo scanner a riconoscerla.
“Dia il consenso” gridò. “Voglio tornare indietro!”
Diede un pugno alla strumentazione come un forsennato. Si sentiva impazzire. Non aveva mai vissuto un’esperienza così inverosimile. La donna cacciò uno strilletto flaccido e si precipitò dentro la cabina. Nella foga aveva lasciato cadere l'asciugamani. “Lei è pazzo, stia fermo!”
Ma quando la donna fu entrata e lo scanner la riconobbe seguì il solito lampo. Non andarono da nessuna parte. Le porte alle loro spalle erano chiuse e la cabina spenta.
“Perché non funziona?”, chiese con aria da ebete.
“È da un po' che non funziona, per sua informazione”.
Cercò un appiglio per le dita. Operazione impossibile. La chiusura stagna era al momento inespugnabile. La situazione stava diventando grottesca.
Mentre studiava una soluzione si accorse dal prurito alla nuca che un paio d'occhi incendiati lo stavano trapassando. “Perché quello sguardo?” Sembrava invasata.
“Ho appena preso il Rope”.
Sgranò gli occhi da invasato a sua volta. “Sono un uomo sposato” piagnucolò.
Ma quella non smetteva di guardarlo con la foga allucinata e lussuriosa dei tossici da droga del sesso.
“Non posso resistere”, sospirò. “Devo”.
E si accucciò allargando a forbice le lunghe gambe da modella stando in bilico come un piviere in quello spazio non progettato per due persone.. Sentì che gli tirava giù i bermuda e prendeva a lavorargli il glande con perizia da professionista. Gli sforzi di non lasciarsi coinvolgere furono vani. Lo sentì esplodere come una bomba. La sconosciuta lo tratteneva con la mano per lo scroto e ingoiava l’asta per tutta la lunghezza. La cappella tastava con sensibilità di cieco ogni angolo di quella bocca meravigliosa. “Oddio non smettere”, implorò. Non aveva mai dovuto subire un assalto così feroce.
Nessuno dei due vide la cabina illuminarsi. Nessuno dei due udì il timbro metallico che precedeva il lampo di luce prima della dislocazione molecolare.
Nella stazione di partenza per la Sardegna il tempo sembrava essersi fermato. Le persone in attesa lo erano ancora. E una famigliola trepidante occupava il prossimo turno, aspettando buone notizie dal congiunto sparito chissà dove.
“Mamma!”, gridò la figlia maggiore, “Ecco papà”.
Giusto allora stava eiaculando in gola alla fata bionda. Era avulso dal mondo ma presentiva che il mondo gli stava per presentare il conto.
E quando rivolse l’attenzione a sua moglie le uniche parole che gli uscirono di bocca a propria giustificazione furono: “Amore, ti posso spiegare”.
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