Capodanno in ascensore - 3°: Loro
di
Ripe (with decay)
genere
sentimentali
Loro
Lo guardò. Senza farsi accorgere, era scivolato giù a sedere come un guru nell’ombra che stagnava sul pavimento. I loro occhi si incrociarono. Sorrise.
“Problemi?”
“Il mio fidanzato. Sembra che fuori non sia meglio”.
“Immagino. La mia compagna è un po' paurosa e secondo me preferirebbe stare qui che a casa da sola”.
“Meglio che lo faccia anch’io”.
“Che cosa?”.
“Sedermi”. Si accoccolò in un angolo. “Non so quanto resisterò ancora”.
“Mal di schiena?”
Scosse il capo. “Pipì”. E gli rivolse un timido sorriso pieno di imbarazzo.
Paolo annuì. Fino a quel momento non aveva considerato le impellenze fisiologiche come un’eventualità da affrontare. Aveva pensato al black-out in qualità di fenomeno passeggero, e quando la transitorietà supposta si era dissolta nel tumulto non aveva posto mente al calcolo del tempo trascorso. Al solo pensiero avvertì lo stimolo montare da lontano.
Si alzò e con l’ausilio della torcia del cellulare esplorò il soffitto sopra la sua testa. Da frammentarie conoscenze sapeva che quel tipo di elevatori possedeva a lato del gancio motore una botola di ispezione di sicurezza in caso – del tutto improbabile – che non fosse possibile raggiungere il tetto agendo attraverso le porte affacciate sul vano ascensore.
Dovette ammettere che la suddetta botola era nascosta con perizia. Dopo qualche maldestro tentativo, che lo rese consapevole dello sguardo partecipe della collega, intercettò il profilo rettangolare. Lo fece scorrere. Era una semplice copertura. La vera botola era semplicemente avvitata. Provò ad agire con la punta di una chiave di casa. Prese a sudare. Se non avesse avuto compagnia non avrebbe lesinato bestemmie.
“Cosa stai cercando di fare?”
“Io non so quanto a lungo rimarremo qua dentro, ma non penso che la cosa finirà tra poco. Abbiamo dei bisogni da soddisfare”.
Per non parlare di mangiare, bere, fare il capodanno fuori di lì.
“E a che serve quello che stai facendo?”
“Oddio, non vorremo mica trasformare questo spazio in una latrina”.
“Non crederai che io abbia intenzione di salire lassù!”
Intanto aveva alla fine rimosso l’ultima vite, aprendo quello squarcio sul buio superiore. Una folata di aria fredda e viziata lo investì, invadendo l’abitacolo. La prospettiva non era allettante.
“Non ti preoccupare. Ti aiuto io. Ci dovrebbe essere una scaletta telescopica”.
La udii bofonchiare, ma non aveva tempo per le recriminazioni. Purtroppo le chiavi di casa non bastavano. La serratura per sbloccare la scaletta era di quelle a tubo con inserto triangolare. Le fece cenno di avvicinarsi. “Vieni, ti spingo”.
Aveva un’espressione poco conciliante. “No no, prego, accomodati pure per primo”.
“Mi dovrai spingere tu però”, la rimbeccò.
“Nessun problema”, lo accontentò, scuotendo vigorosamente la testa come se avesse a che fare con uno svitato.
Barbara lo vide issarsi su e subito si pentì di averlo sfidato. Sembrava quasi che il vuoto lo stesse risucchiando. Se fosse rimasta sola?
La voce soffocata di lui la raggiunse come da una grande distanza. “Non riesco. Devi spingermi per i piedi”.
Barbara eseguì. Vide le suole diventare nere, poi sparire. «È morto. Non è mai esistito. Sono sola».
Paolo protese le mani, accucciato sul bordo. “Aggrappati, ti tiro su”.
“Ma come faccio? Non sono così magra. Pensi di riuscirci tutto da solo?”
“Assolutamente no. Puntellati con i piedi”.
Emise un sospiro di disperazione. Si appese, avvertì una dolorosa trazione ai polsi. Ma ancor più avvertiva una dolorosissima e allarmante pulsazione al basso ventre. Lo sforzo minacciava di farle fare una brutta figura e pantaloni bagnati. Non fu una bella esperienza, ma alla fine si trovò sul tetto dell'ascensore. «Bé, guarda il lato positivo: non l’hai mai fatto». Magra consolazione. Non rientrava nel novero delle cose da fare prima di morire.
“Puoi girarti?”, gli chiese mentre si sbottonava i pantaloni.
Paolo era perplesso. “Dove pensi di farla?”
Barbara gli scoccò un’occhiata omicida. “Vedi altri posti?”
“Dobbiamo fare in modo che vada giù e non che ci piova in testa”.
L’obiezione era pertinente. Cercò di capire quanta intercapedine dividesse la cabina dalla murata. La prospettiva di rimanere incastrata o peggio lenì l’urgenza del bisogno, ma fu un effetto di breve durata.
Si accorse di essere centro dell’interesse dell’altro. Con la zip aperta mostrava al suo sguardo le mutandine nere. “Ti spiace?”
“Mi spiace sì. Dammi di nuovo le mani, ti tengo”. E per pudicizia si voltò di lato a guardare il buio.
“Preferirei che prestassi maggiore attenzione a me. Non mi sento proprio sicura”.
Annuì con un sorriso. “Fidati”.
Lei finì di svestirsi poi gli affidò la sua incolumità. Paolo non poté trattenersi dall’osservarla dalla vita in giù. Aveva due splendide gambe tornite, a cui i jeans non rendevano giustizia. I fianchi erano prosperosi. Barbara si chinò. In alcun modo riuscì ad impedire ai suoi occhi di ammirare il sesso della donna. Non era depilata. Come piaceva a lui. Nel lucore che si spandeva attraverso la feritoia in un largo ventaglio sempre più incerto certi particolari era impossibile lasciarseli sfuggire.
Oltretutto, non si era mai accorto di quanto la postura accucciata assunta dalle donne durante la minzione somigliasse così tanto e così perfettamente alla posizione a smorzacandela di un rapporto. La immaginò sopra di sé, avvinghiati sulla moquette sporca e dal colore orribile, mentre si occupava del suo stato fisico e lo massaggiava in lento moto sussultorio…
Deglutì. «No, stai buono maledetto bastardo!»
Sì rivolgeva alla propria erezione, ma non c’era modo di controllarla. Nonostante il corollario grottesco della situazione tutto stava assumendo nella sua fantasia dimensioni erotiche inaspettate.
“Finito”, gli comunicò, ignara di quanto gli frullava per la testa ma consapevole dello sguardo smarrito con cui la guardava. L’occasione che li aveva resi partecipi era così stravagante che ne fu quasi lusingata. Era piacevole essere osservata senza infingimenti da qualcuno che manteneva il rispetto necessario. Avrebbe potuto essere molto più meschino. Si sentì arrossire per l’imbarazzo: pensieri simili non erano mai stati da lei.
Restarono immobili per un’eternità. “Non vai?”
“Devo anch’io…”.
“Oh, scusa”. Barbara gli diede le spalle.
“Non scendi?”
“Aspetto te. Mi è bastata l’esperienza di prima. Questa volta ti salgo sulle spalle se non ti spiace”.
“Figurati”.
In realtà gli dispiaceva eccome. L’erezione non cessava di infastidirlo. Se per pura casualità si fosse voltata nel momento sbagliato non avrebbe potuto fare a meno di notarla. Era incredibilmente su di giri. E avrebbe comunque avuto le sue brave difficoltà a portare a termine la missione.
“Non ci riesco”, si scusò.
“Vuoi dire… io l’ho fatto”.
“Io non ci riesco”.
Si infilò nella botola per scendere, offrì le spalle ai suoi piedi – si era tolta le scarpe e anche la pelle di seta fasciata dai collant contribuì a mantenerlo su di giri – e la depositò sul pavimento. Quando si era trovato circondato, anzi stretto nelle sue gambe aveva dovuto reprimere i'istinto di baciarle.
“Grazie”.
Soppesò quella parola. Sbaglio, o la sua voce si era abbassata di tono e di volume, come se celasse un mutamento imprevisto? E anche la sua voce, notò, possedeva una sfumatura di sensualità che non aveva colto prima. «Piedi per terra», si rimproverò.
Sul tetto soddisfece liberamente i propri bisogni, annaffiando con brio una parete che trovava antipatica in modo particolare. Il suo migliore amico non smetteva di pensare alla compagna di sventure, e lui con quello. Lo metteva a disagio l’idea che Barbara potesse udire. Non era molto carino.
Ridiscese, e nel farlo questa volta scontrò un punto nevralgico dei comandi perché la macchina diede uno strattone vigoroso, perdendo una spanna in direzione del baratro che si spalancava sotto di loro. Barbara cacciò un grido di morte. La vide smunta e pallida in un angolo che lo fissava con occhi da posseduta.
“Non farlo mai più”.
“Non è successo niente, non è successo niente”.
“Come no? Non farlo mai più!” Era autoritaria, e in modo stranamente piacevole. Aveva un’aria smarrita e indifesa che la rendeva ancora più stuzzicante.
“Forse ho sfiorato per sbaglio…”
Non finì la frase. Strattone – molla e prendi dei freni idraulici – una spanna verso il fondo – un anno di vita in meno.
Si sentì avvolgere dall’abbraccio della collega che si era catapultata su di lui come saltando dal ponte pericolante sulla sponda opposta. Lo strinse così forte che Paolo strabuzzò gli occhi. Il proprio stato d’animo non si era affatto modificato, e quella parte di lui sensibile alla presenza femminile avvinghiata in modo così energico al suo corpo, in cerca di difesa e protezione, reagì se già ne avesse avuto bisogno con immediatezza spavalda.
Barbara si raggelò, Andarono entrambi in apnea. Infine quando l’irritazione prevalse sullo spavento riuscì a divincolarsi. Paolo l’aveva afferrata alle spalle, e senza accorgersene non mollava la presa.
“Scusa scusa scusa” iniziò a ripetere a raffica sprofondando nella vergogna.
“Ok, ok”, provò a calmarlo. “Si è incantato il disco?”
Il silenzio si protrasse. L’ascensore non accelerò la caduta. Se ne stavano in disparte uno dall’altra. Barbara aveva davvero timore che la situazione degenerasse. Per sottrarsi dal disagio Paolo si issò sul tetto.
“Vuoi farci morire?”
“No, voglio farci uscire”.
Acceso il led esplorò il pozzo in cemento armato che li circondava. L'ascensore era una specie di bara e il condotto verticale la quantità/ volume fisico e ideale di ignoto che li circondava. Nessuno o quasi sapeva niente del loro destino. E anche così, i soccorsi avrebbero tardato ad arrivare. Dovevano arrangiarsi, oppure correvano il rischio di trascorrere il capodanno chiusi in quel sepolcro postmoderno. E da soli per giunta, circostanza che intendeva evitare.
Adocchiò giù in basso l'imboccatura del soffitto. Barbara andava avanti e indietro, scomparendo a tratti per poi rendersi di nuovo visibile, nervosa come le persone chiamate ad un colloquio e costrette a subire l'onta dell'attesa. O come una belva inferocita.
Tornò a concentrarsi sulle speranze residue. La porta del piano superiore si era inesorabilmente allontanata di alcune spanne di troppo. Intravedeva dei comandi manuali per forzare l’apertura, ma era impossibile raggiungerli senza appigli. Paventava l’idea di farsi male sul serio. Nel fallimento del tentativo immaginava di finire con la gamba incastrata, e naturalmente in quel momento la corrente elettrica ripristinata gliela avrebbe maciullata. Rabbrividì. Tornò giù.
“Non c'è verso di andarsene”.
Barbara si era seduta per terra e giocherellava con il cellulare. Ogni tanto lo schermo si illuminava. Riceveva notifiche alle quali non rispondeva. “Magari andarsene via del tutto”.
Interpretò l’affermazione. “C’è sempre una via d’uscita”.
“Non è così facile”.
“Quanti anni hai?”
“Trentacinque”.
“Appunto, non hai detto cinquantacinque. Hai tutto il tempo per cercarti qualcosa di meglio. Esistono situazioni peggiori”.
“Ad esempio?” Paolo mormorò qualcosa di inintelligibile. Capiva le sue difficoltà ad aprirsi. “Io odio questo ambiente”, spiegò. “Vorrei mandare tutto al diavolo e cambiare completamente vita. E tu?”, lo incoraggiò.
“Tutti giungono ad un punto di non ritorno in cui o cambiano vita o rimangono per sempre prigionieri delle scelte sbagliate”.
“E la tua non riguarda solo il lavoro”.
“No”, sospirò. “Ma non fraintendere: è una brava ragazza, e mi è cara da morire, ma ormai sono giunto alla conclusione che non siamo fatti per stare insieme”.
Lo guardò. Senza farsi accorgere, era scivolato giù a sedere come un guru nell’ombra che stagnava sul pavimento. I loro occhi si incrociarono. Sorrise.
“Problemi?”
“Il mio fidanzato. Sembra che fuori non sia meglio”.
“Immagino. La mia compagna è un po' paurosa e secondo me preferirebbe stare qui che a casa da sola”.
“Meglio che lo faccia anch’io”.
“Che cosa?”.
“Sedermi”. Si accoccolò in un angolo. “Non so quanto resisterò ancora”.
“Mal di schiena?”
Scosse il capo. “Pipì”. E gli rivolse un timido sorriso pieno di imbarazzo.
Paolo annuì. Fino a quel momento non aveva considerato le impellenze fisiologiche come un’eventualità da affrontare. Aveva pensato al black-out in qualità di fenomeno passeggero, e quando la transitorietà supposta si era dissolta nel tumulto non aveva posto mente al calcolo del tempo trascorso. Al solo pensiero avvertì lo stimolo montare da lontano.
Si alzò e con l’ausilio della torcia del cellulare esplorò il soffitto sopra la sua testa. Da frammentarie conoscenze sapeva che quel tipo di elevatori possedeva a lato del gancio motore una botola di ispezione di sicurezza in caso – del tutto improbabile – che non fosse possibile raggiungere il tetto agendo attraverso le porte affacciate sul vano ascensore.
Dovette ammettere che la suddetta botola era nascosta con perizia. Dopo qualche maldestro tentativo, che lo rese consapevole dello sguardo partecipe della collega, intercettò il profilo rettangolare. Lo fece scorrere. Era una semplice copertura. La vera botola era semplicemente avvitata. Provò ad agire con la punta di una chiave di casa. Prese a sudare. Se non avesse avuto compagnia non avrebbe lesinato bestemmie.
“Cosa stai cercando di fare?”
“Io non so quanto a lungo rimarremo qua dentro, ma non penso che la cosa finirà tra poco. Abbiamo dei bisogni da soddisfare”.
Per non parlare di mangiare, bere, fare il capodanno fuori di lì.
“E a che serve quello che stai facendo?”
“Oddio, non vorremo mica trasformare questo spazio in una latrina”.
“Non crederai che io abbia intenzione di salire lassù!”
Intanto aveva alla fine rimosso l’ultima vite, aprendo quello squarcio sul buio superiore. Una folata di aria fredda e viziata lo investì, invadendo l’abitacolo. La prospettiva non era allettante.
“Non ti preoccupare. Ti aiuto io. Ci dovrebbe essere una scaletta telescopica”.
La udii bofonchiare, ma non aveva tempo per le recriminazioni. Purtroppo le chiavi di casa non bastavano. La serratura per sbloccare la scaletta era di quelle a tubo con inserto triangolare. Le fece cenno di avvicinarsi. “Vieni, ti spingo”.
Aveva un’espressione poco conciliante. “No no, prego, accomodati pure per primo”.
“Mi dovrai spingere tu però”, la rimbeccò.
“Nessun problema”, lo accontentò, scuotendo vigorosamente la testa come se avesse a che fare con uno svitato.
Barbara lo vide issarsi su e subito si pentì di averlo sfidato. Sembrava quasi che il vuoto lo stesse risucchiando. Se fosse rimasta sola?
La voce soffocata di lui la raggiunse come da una grande distanza. “Non riesco. Devi spingermi per i piedi”.
Barbara eseguì. Vide le suole diventare nere, poi sparire. «È morto. Non è mai esistito. Sono sola».
Paolo protese le mani, accucciato sul bordo. “Aggrappati, ti tiro su”.
“Ma come faccio? Non sono così magra. Pensi di riuscirci tutto da solo?”
“Assolutamente no. Puntellati con i piedi”.
Emise un sospiro di disperazione. Si appese, avvertì una dolorosa trazione ai polsi. Ma ancor più avvertiva una dolorosissima e allarmante pulsazione al basso ventre. Lo sforzo minacciava di farle fare una brutta figura e pantaloni bagnati. Non fu una bella esperienza, ma alla fine si trovò sul tetto dell'ascensore. «Bé, guarda il lato positivo: non l’hai mai fatto». Magra consolazione. Non rientrava nel novero delle cose da fare prima di morire.
“Puoi girarti?”, gli chiese mentre si sbottonava i pantaloni.
Paolo era perplesso. “Dove pensi di farla?”
Barbara gli scoccò un’occhiata omicida. “Vedi altri posti?”
“Dobbiamo fare in modo che vada giù e non che ci piova in testa”.
L’obiezione era pertinente. Cercò di capire quanta intercapedine dividesse la cabina dalla murata. La prospettiva di rimanere incastrata o peggio lenì l’urgenza del bisogno, ma fu un effetto di breve durata.
Si accorse di essere centro dell’interesse dell’altro. Con la zip aperta mostrava al suo sguardo le mutandine nere. “Ti spiace?”
“Mi spiace sì. Dammi di nuovo le mani, ti tengo”. E per pudicizia si voltò di lato a guardare il buio.
“Preferirei che prestassi maggiore attenzione a me. Non mi sento proprio sicura”.
Annuì con un sorriso. “Fidati”.
Lei finì di svestirsi poi gli affidò la sua incolumità. Paolo non poté trattenersi dall’osservarla dalla vita in giù. Aveva due splendide gambe tornite, a cui i jeans non rendevano giustizia. I fianchi erano prosperosi. Barbara si chinò. In alcun modo riuscì ad impedire ai suoi occhi di ammirare il sesso della donna. Non era depilata. Come piaceva a lui. Nel lucore che si spandeva attraverso la feritoia in un largo ventaglio sempre più incerto certi particolari era impossibile lasciarseli sfuggire.
Oltretutto, non si era mai accorto di quanto la postura accucciata assunta dalle donne durante la minzione somigliasse così tanto e così perfettamente alla posizione a smorzacandela di un rapporto. La immaginò sopra di sé, avvinghiati sulla moquette sporca e dal colore orribile, mentre si occupava del suo stato fisico e lo massaggiava in lento moto sussultorio…
Deglutì. «No, stai buono maledetto bastardo!»
Sì rivolgeva alla propria erezione, ma non c’era modo di controllarla. Nonostante il corollario grottesco della situazione tutto stava assumendo nella sua fantasia dimensioni erotiche inaspettate.
“Finito”, gli comunicò, ignara di quanto gli frullava per la testa ma consapevole dello sguardo smarrito con cui la guardava. L’occasione che li aveva resi partecipi era così stravagante che ne fu quasi lusingata. Era piacevole essere osservata senza infingimenti da qualcuno che manteneva il rispetto necessario. Avrebbe potuto essere molto più meschino. Si sentì arrossire per l’imbarazzo: pensieri simili non erano mai stati da lei.
Restarono immobili per un’eternità. “Non vai?”
“Devo anch’io…”.
“Oh, scusa”. Barbara gli diede le spalle.
“Non scendi?”
“Aspetto te. Mi è bastata l’esperienza di prima. Questa volta ti salgo sulle spalle se non ti spiace”.
“Figurati”.
In realtà gli dispiaceva eccome. L’erezione non cessava di infastidirlo. Se per pura casualità si fosse voltata nel momento sbagliato non avrebbe potuto fare a meno di notarla. Era incredibilmente su di giri. E avrebbe comunque avuto le sue brave difficoltà a portare a termine la missione.
“Non ci riesco”, si scusò.
“Vuoi dire… io l’ho fatto”.
“Io non ci riesco”.
Si infilò nella botola per scendere, offrì le spalle ai suoi piedi – si era tolta le scarpe e anche la pelle di seta fasciata dai collant contribuì a mantenerlo su di giri – e la depositò sul pavimento. Quando si era trovato circondato, anzi stretto nelle sue gambe aveva dovuto reprimere i'istinto di baciarle.
“Grazie”.
Soppesò quella parola. Sbaglio, o la sua voce si era abbassata di tono e di volume, come se celasse un mutamento imprevisto? E anche la sua voce, notò, possedeva una sfumatura di sensualità che non aveva colto prima. «Piedi per terra», si rimproverò.
Sul tetto soddisfece liberamente i propri bisogni, annaffiando con brio una parete che trovava antipatica in modo particolare. Il suo migliore amico non smetteva di pensare alla compagna di sventure, e lui con quello. Lo metteva a disagio l’idea che Barbara potesse udire. Non era molto carino.
Ridiscese, e nel farlo questa volta scontrò un punto nevralgico dei comandi perché la macchina diede uno strattone vigoroso, perdendo una spanna in direzione del baratro che si spalancava sotto di loro. Barbara cacciò un grido di morte. La vide smunta e pallida in un angolo che lo fissava con occhi da posseduta.
“Non farlo mai più”.
“Non è successo niente, non è successo niente”.
“Come no? Non farlo mai più!” Era autoritaria, e in modo stranamente piacevole. Aveva un’aria smarrita e indifesa che la rendeva ancora più stuzzicante.
“Forse ho sfiorato per sbaglio…”
Non finì la frase. Strattone – molla e prendi dei freni idraulici – una spanna verso il fondo – un anno di vita in meno.
Si sentì avvolgere dall’abbraccio della collega che si era catapultata su di lui come saltando dal ponte pericolante sulla sponda opposta. Lo strinse così forte che Paolo strabuzzò gli occhi. Il proprio stato d’animo non si era affatto modificato, e quella parte di lui sensibile alla presenza femminile avvinghiata in modo così energico al suo corpo, in cerca di difesa e protezione, reagì se già ne avesse avuto bisogno con immediatezza spavalda.
Barbara si raggelò, Andarono entrambi in apnea. Infine quando l’irritazione prevalse sullo spavento riuscì a divincolarsi. Paolo l’aveva afferrata alle spalle, e senza accorgersene non mollava la presa.
“Scusa scusa scusa” iniziò a ripetere a raffica sprofondando nella vergogna.
“Ok, ok”, provò a calmarlo. “Si è incantato il disco?”
Il silenzio si protrasse. L’ascensore non accelerò la caduta. Se ne stavano in disparte uno dall’altra. Barbara aveva davvero timore che la situazione degenerasse. Per sottrarsi dal disagio Paolo si issò sul tetto.
“Vuoi farci morire?”
“No, voglio farci uscire”.
Acceso il led esplorò il pozzo in cemento armato che li circondava. L'ascensore era una specie di bara e il condotto verticale la quantità/ volume fisico e ideale di ignoto che li circondava. Nessuno o quasi sapeva niente del loro destino. E anche così, i soccorsi avrebbero tardato ad arrivare. Dovevano arrangiarsi, oppure correvano il rischio di trascorrere il capodanno chiusi in quel sepolcro postmoderno. E da soli per giunta, circostanza che intendeva evitare.
Adocchiò giù in basso l'imboccatura del soffitto. Barbara andava avanti e indietro, scomparendo a tratti per poi rendersi di nuovo visibile, nervosa come le persone chiamate ad un colloquio e costrette a subire l'onta dell'attesa. O come una belva inferocita.
Tornò a concentrarsi sulle speranze residue. La porta del piano superiore si era inesorabilmente allontanata di alcune spanne di troppo. Intravedeva dei comandi manuali per forzare l’apertura, ma era impossibile raggiungerli senza appigli. Paventava l’idea di farsi male sul serio. Nel fallimento del tentativo immaginava di finire con la gamba incastrata, e naturalmente in quel momento la corrente elettrica ripristinata gliela avrebbe maciullata. Rabbrividì. Tornò giù.
“Non c'è verso di andarsene”.
Barbara si era seduta per terra e giocherellava con il cellulare. Ogni tanto lo schermo si illuminava. Riceveva notifiche alle quali non rispondeva. “Magari andarsene via del tutto”.
Interpretò l’affermazione. “C’è sempre una via d’uscita”.
“Non è così facile”.
“Quanti anni hai?”
“Trentacinque”.
“Appunto, non hai detto cinquantacinque. Hai tutto il tempo per cercarti qualcosa di meglio. Esistono situazioni peggiori”.
“Ad esempio?” Paolo mormorò qualcosa di inintelligibile. Capiva le sue difficoltà ad aprirsi. “Io odio questo ambiente”, spiegò. “Vorrei mandare tutto al diavolo e cambiare completamente vita. E tu?”, lo incoraggiò.
“Tutti giungono ad un punto di non ritorno in cui o cambiano vita o rimangono per sempre prigionieri delle scelte sbagliate”.
“E la tua non riguarda solo il lavoro”.
“No”, sospirò. “Ma non fraintendere: è una brava ragazza, e mi è cara da morire, ma ormai sono giunto alla conclusione che non siamo fatti per stare insieme”.
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