Il nostro migliore amico

di
genere
trio

Il corpo di mia moglie è disteso davanti a me. Mentre facciamo l’amore affondo le dita nei fianchi, ammiro l’asta del cazzo entrare ed uscire dalla sua fica così tanto lubrificata e stremata da fremere alle prime contrazioni dell’orgasmo ormai prossimo. Ho l’acquolina in bocca. Inizio a spingere più forte: questa è la posizione che mi fa godere di più e dopo un poco non riesco a trattenermi e prendo a sbatterla come un uovo. Ma il suo corpo è bloccato. Gabriele le trattiene le spalle. Gli sta facendo un pompino e vedo dall’espressione che glielo sta facendo bene. Fatica a tenere aperti gli occhi ma non vuole perdere neppure un istante. Dice che mia moglie è bellissima e che gode solo a guardarla. Mia moglie non è bellissima, ma piace da morire a tutti e due.
Gabriele è il mio migliore amico. Non se la passa troppo bene. Ha troncato l’ennesima relazione. Non riesce a tenerle in piedi abbastanza a lungo da superare quello scoglio fatidico in cui dopo l’infatuazione i lati negativi che si iniziano a scoprire nel partner perdono di importanza.
Intendiamoci, Gabriele non fa nulla per nasconderli. Si è preso più vaffanculi lui di un arbitro di calcio. È che proprio sembra stare sui coglioni alle donne. Tranne mia moglie.
Frequentandolo ha superato lo scoglio e imparato ad apprezzarlo per quello che è. Non so quante volte in principio ho dovuto ammansirla: è fatto così, non farci caso, non trattarlo male… e via dicendo. Sembrava proprio di attizzare un incendio portare Gabriele al cospetto di mia moglie. “Emerito coglione” mi confidava lei; “Non capisce un cazzo” si lamentava lui. “Ti prego” iniziavo con entrambi, poi declinavo in maniera opportuna rispetto al genere che mi trovavo davanti.
Insomma, io non volevo frizioni con mia moglie ma non intendevo perdere il mio migliore amico: dovevano affrontarsi su un terreno neutro.
L’occasione gliela offrii dopo una litigata della madonna. Mia moglie raccolse baracca e burattini e se ne andò di casa. Era pura incinta di Elisabetta. Non voleva mettere in ansia i suoi vecchi e quindi cosa fece? Telefonò a Gabriele.
Era la prima volta che accadeva. Mai in vita sua avrebbe pensato di comporre quel numero. Non lo aveva neppure in rubrica! Lo recuperò da una chat vecchio di un anno da cui gli iscritti non si erano manco presi la briga di cancellarsi.
C’erano alcune amiche a cui mia moglie avrebbe potuto chiedere una spalla per piangere. Ma erano oberate di problemi e non riteneva opportuno mettere il suo fardello addosso a loro. E Gabriele era solo come un cane sparato.
Lo seppi dopo.
Mi ero riappacificato ma non riuscivo a togliermi il dente avvelenato e così mi era scappato di chiamarla lurida troia. “Ma non pensarlo neanche”, aveva obiettato con forza. “Tu non sai neppure la fortuna che hai”. E anche quella era una prima volta.
Da allora erano coppia fissa quei due. “Chiamiamo Gabriele?”, mi diceva. Se si usciva doveva esserci anche lui. Lui difendeva lei dalle mie angherie, lui ammansiva i miei bollenti spiriti contro di lei. Stavamo passando un periodo critico con l’avvicinarsi del parto. “Dovresti essere l’uomo più felice della terra”, mi rimbrottò. “È divina, e ti renderà padre”.
Non ci voleva molto per capire che Gabriele si era preso una cotta. Oltretutto la gravidanza l'aveva resa ancora più sexy. Le tette erano da urlo. Quando mi buttava in faccia quei capezzoli circondati da areole del diametro di un bicchiere venivo al volo. E il pancione, simbolo incarnato della vita trasfusa in lei attraverso il piacere…
Mi era scappato di rivelare questi piccoli segreti carnali al poveraccio. Che un giorno mi confessò di essersi masturbato guardando innocenti foto di lei. Non me lo avesse mai detto…
Gli procurai foto scattate durante le chiavate. Poi alcuni video. Lo stavo trasformando in un futuro ipovedente.
“La vuoi vedere dal vivo?”, gettai lì un giorno.
“Cioè?”
“Posso nasconderti. La faccio venire a casa dal lavoro. Non è ancora in maternità”.
Gli pareva brutto, ma si guardò bene dal rifiutare. Mentre mia moglie mi cavalcava, fui certo di aver sentito lo struscio delle sue seghe.
“Non esco questa sera”, dissi un bel giorno a mia moglie.
“Non ti senti?”
“È meglio che evito di prendermi un malanno”.
“Ti preparo un brodino, poi una camomilla e a nanna?”
“No, voglio che tu esca. Prendi una boccata d’aria. Vai con le amiche. Oppure con Gabriele. L'ho visto giù”.
“Parli sul serio?”
Li gettai praticamente uno nelle braccia dell’altra. Provavo una specie di gioia perversa. Volevo appurare fin dove osassero spingersi.
Al ritorno rimasi in parte deluso.
Senza che me ne fossi accorto mia moglie mi guardava dalla porta del soggiorno. Io sedevo davanti alla tv. Stavo da dio. Quando mi sentii solleticare la nuca girai gli occhi. Era assorta, lo sguardo preoccupato e assente. “Ciao! Ti sei divertita?”
Venne a sedersi sulle mie gambe. Le accarezzai il pancione e baciai mia figlia. Papà e mamma tra poco scopano, Betta. Ma non ci fare caso. Avevo già il cazzo duro. “Com'è andata?”
“Bene”, rispose evasiva. “Sono stanca morta. Vado a dormire”.
Questa non l’avevo preventivata. “Ok. Ti raggiungo”. Il fatto che non me l’avesse data non mi andava giù.
Cambiai canale. Misi su il video in cui la scopavo da dietro e mi sparai anch'io una bella sega.

Sono venuto nella sua fica e le infliggo gli ultimi affondi. Dio, come godo scopare come un animale! Mi ritraggo e ammiro il gran finale: finisce di masturbarsi in bocca il cazzo di Gabriele e ingoia il cocktail. Dice che la sua sborra ha un gusto diverso, più buono. Sarà per la dieta mezza vegana che fa, anche se a mio parere è più per darsi un tono: gli ho visto trangugiare hamburger alti tre piani. O forse la grande quantità di frutta. Fatto sta che il suo lo ingoia tutto e il mio lo rifiuta. Poi si sdraia accanto a lui sul tappeto e si fa masturbare a sua volta da Gabriele, che si concede molto volentieri ad armeggiare con la sua fica sborrata da me.

La prima volta che è accaduto eravamo usciti per festeggiare il compleanno di Gabriele.
Non ricordo per niente se il piano fosse già ben delineato nella mia testa. Ricordo che assicurai di voler guidare io e quindi astenermi dal bere. Poi non smisi di riempire il bicchiere a mia moglie finché non fu ubriaca.
Dovemmo portarla di peso fuori dal locale. Era frivola e incline al riso. Faceva voglia di chiavarla sul cofano di un'auto. Era al settimo mese ed era una rosa in boccio. Mi spiacque per Betta che si sarebbe fatta la sua prima sbronza. Li lasciai sul sedile posteriore e dallo specchietto vidi che lei lo cercava, lo baciava, gli sussurrava qualcosa all’orecchio, non smetteva di ridere.
A casa la misi di fronte al fatto compiuto: la buttai cavalcioni sul materasso e davanti al naso gli piazzai Gabriele nudo con la cappella che le baciava le labbra. Mia moglie ebbe pochi dubbi. Si lanciò per prenderselo tutto in bocca e prese a spompinarlo al ritmo dei colpi che le davo da dietro. Gabriele nonostante il dolore per quei dentini che lo graffiavano quasi piangeva per l’emozione. “Finalmente, finalmente”, continuava a ripetere. Quell’orgasmo nella bocca di mia moglie lo trasformò completamente.

Quando Gabriele usciva dal suo bozzolo non era per farci da stampella agli apericena o al cinema. Passava dritto filato dalla sua alla nostra casa. Si cenava dietro le quattro mura ermeticamente chiuse dove avvenivano i fattacci.
Era sempre più o meno così che funzionava: si stappava una bottiglia, si passava ai superalcolici, ubriacavamo mia moglie. Senza non avrebbe potuto acconsentire. Dopodiché io la mettevo a pecorina sul letto e lei si mangiava il cazzo di Gabriele finché non spuntava la panna.
Il problema della pecorina per mia moglie è la perdita del contatto visivo. Che assurdità! Ma si sa, le donne sono assurde. Lei vuole vedere l’uomo con cui fa l’amore.
Io invece non potevo più rinunciare al culo contro cui sbattevo come in tempesta, alla bella schiena perfetta, all’interno di cosce polpacci e piedi aperti intorno a me, alla sua sottomissione. Quando mi pigliava la frenesia cosa non usciva di insulti dalla mia bocca… troia era il più innocente.
I postumi del giorno dopo si ripetevano sempre uguali. Ma gradualmente si inseriva un livello di consapevolezza in più, un angolo in ombra prendeva luce di traverso, un tassello nascosto esponeva la sua piccola percentuale di disegno.
“Mi sento strana”, diceva. Una luce diversa le illuminava gli occhi. E sulla faccia aveva dipinta un’espressione dolente, come di una persona che ha commesso una colpa ma non ricorda quale, e si sente a disagio. Che tenerezza mi faceva! “Cosa ho combinato ieri?”
Io rispondevo con una verità: “Ieri sei stata fantastica”. E la baciavo sul collo, le infilavo la mano tra le cosce.
Si scostava infastidita. Non poteva esercitare alcun controllo sui suggerimenti inconsci che le inviava il cervello, e allora interpolava con elementi rassicuranti presi in prestito dalla vita di tutti i giorni.
Non aveva subito in stato di minorità un abuso di gruppo, soddisfacendo le voglie insane del marito e del miglior amico di questi divenuto per giunta il suo di miglior amico. Ma era giaciuta con un solo uomo, dandogli piacere prima con la bocca poi con la fica. E se sovrapponeva a tratti il volto dell’amico a quello del marito, il problema era tutto interno a lei. Quale moglie si sarebbe lasciata trasportare da simili fantasticherie? Quale avrebbe tradito con l’immaginazione l’uomo a cui un sacramento l’aveva legata sognando le fattezze di un amico intimo di entrambi? Una troia appunto.
Gabriele conveniva ma mai che si fosse fatto scrupolo di abbandonare. Se saltava una di quelle che tra noi chiamavamo serate di gruppo andava in fibrillazione.

Ci pensò il corso della natura.
Mia moglie entrò in travaglio, le si ruppero le acque, partorì Elisabetta. Per tre mesi fu completamente assorbita dalla sua creatura. In quei tre mesi di clausura io ripresi fiato, Gabriele uscì di testa. Alternava momenti mistici a furiose sessioni masturbatorie sui nuovi video del nostro ménage a trois.
Una sera che avevamo deciso di rendere disponibile la comune concubina a nuove sedute di sesso lei fece una cosa che ci sorprese: rifiutò il vino. “Allatto”. Ma aveva uno sguardo inquisitorio. Forse l’astinenza dall’alcol le aveva schiarito la mente.
“Non ce la faccio più, impazzisco”, mi confidò Gabriele. Mia moglie si era alzata per portare la neonata a letto.
“Scusa Gabriele” dissi ad alta voce, “puoi andare tu mentre io sparecchio?” E avvicinandomi a lui aggiunsi: “Veloce”.
Quando mi sporsi dalla camera le stava rimboccando le coperte mentre allattava. Aveva il seno scoperto e Gabriele ci sbavava sopra. Mia moglie aveva le occhiaie ed era un po' sballottata: faceva un sangue da morire.
“Saluta”, gli dissi. Gabriele baciò sulla fronte la madre e scosse appena appena il piedino ad Elisabetta. Che sorrise e poi si mise a piangere. Mia moglie invece gli strinse la mano e sembrava non volerlo lasciare andare. “Grazie”, disse soltanto. “Sono contenta che tu sia qui, che siamo diventati amici”.
Usciti lo informai dei miei piani. “La preparo io. Tu tieniti pronto”.
Quando spensi le luci – la piccola dormiva – bisbigliai al suo orecchio: “Vuoi rilassarti un po'?” Un lieve movimento: annuiva. La spogliai e mi concessi il primo assaggio. “Aspetta, torno subito”.
Gabriele era seduto in poltrona. Non stava più nella pelle. Gli sfiorai la guancia. Poteva andare. Eravamo anche molto simili come fisionomia e corporatura.
Era titubante. Lo spinsi con forza verso la porta. Lo incitai. Lui entrò. Nel buio lo udii zittire mia moglie. “Shhhhh”. Immaginai mentre si insinuava in mezzo alle sue cosce, infilava la lingua dove solo io avevo diritto, la portava al culmine. Udii il verso strozzato di mia moglie che sprofondava nell'orgasmo. Poi ci fu il secondo tempo, senza intervallo. Gabriele le offrì il cazzo e finalmente ebbe ciò che aveva tanto a lungo desiderato.
Quando dopo esserci di nuovo scambiati di ruolo la raggiunsi sotto le coperte nonostante le precauzioni si svegliò. “Grazie amore, sei stato fantastico. Non mi hai mai mangiato così bene”. Non risposi. “Ma la prossima volta lasciamene un po'”. Non risposi.

“Non possiamo continuare con la stessa frequenza”, lo informai. Sapevo di dargli un brutto colpo. “È stanca, la maternità le ha risucchiato le forze. Elisabetta ci fa fare le notti in bianco”.
Non era vero. Semplicemente, mi stavo stancando. Ora tutto mi sembrava ignobile.
Ma a togliermi il timone della situazione fu mia moglie.
Invitò Gabriele a mia insaputa. Mangiammo, bevendo acqua. Poi si denudò e andò a mettersi carponi sul tappeto. “Scopami amore mio” mi pregò. “Vieni, Gabriele”.
Ci guardammo, muti. Senza dire niente presi a scoparla, Gabriele le infilò tutto il cazzo in bocca.
Passarono altri mesi. Non accettavo di abituarmi. Volevo che il triangolo tornasse linea retta. Io e mia moglie, mia moglie e io.
Poi un giorno torno e ho la sorpresa. Sono uscito dal lavoro in anticipo. In casa trovo anche Gabriele. È seduto sul divano, mia moglie sopra di lui. Sono entrambi nudi. Anzi, lei indossa tutta la gioielleria. Lo fa quando è infoiata. Lo sta cavalcando e Gabriele apprezza: ha gli occhi fuori dalle orbite. E lo credo. Si muove come una pazza, ansima e rantola.
A questo non sono preparato. Finora si erano limitati al sesso orale. Ma quello che vedo è tradimento. Mia moglie mi sta mettendo le corna con il nostro migliore amico. Nel giochino dovevamo essere in tre. Gioco finito.
Si sente Elisabetta agitarsi. “È l’ora della pappa”, dico. “Vai a vedere cosa c’è”, dice. Senza neppure guardarmi. Non: vado subito, ma: vai a vedere cosa c’è. Gli butta quelle meravigliose tette di neomamma e se le fa succhiare. Il latte cola dalla bocca di Gabriele. Mia moglie viene e urla. La guarda in estasi. “È buonissimo il tuo latte mammina”, le dice quell'imbecille. “Ne vuoi ancora?” risponde la stupida. Gli rimette il capezzolo tra le labbra e torna a sgropparlo. Tocca a Gabriele venire e urlare. Betta si sveglia e sua madre finalmente riprende a fare il mestiere di madre. Lo sperma le cola dalla fica sulle gambe. Non è il mio.

Questo è quello che mi è venuto in testa di fare: mi riprendo moglie e vita.
Quando rientro a casa e ci trovo lui questa volta lo sbatto fuori. Così come gli ho dato le chiavi così gliele tolgo. È scritto sul libro degli stronzi. Fuori dalla nostra vita e basta amici. Non sono amico con nessuno.
“Amore?”, chiamo dall'ingresso. Non risponde. Sul divano non ci sono. Vado in camera. Il lettino di Betta non c’è. Non c'è neanche Betta. Mi sento male. Sul tavolo vedo il mio portatile.
Lo apro. Una pagina Word scritta da lei. Per me.
«Addio. Vado da Gabriele. Nostra figlia viene con me. Spero ci mostreremo abbastanza adulti da non far ricadere su di lei la fine del nostro rapporto. Vieni pure a trovarci. Gabriele è d’accordo. Se vuoi te lo posso prendere in bocca, così ti faccio i pompini con ingoio che hai sempre desiderato. Ma scopare no. Amo Gabriele e non intendo tradirlo».
scritto il
2026-01-11
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