Capodanno in ascensore - epilogo: Tutti, alla fine

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sentimentali

Tutti

La luce irruppe come un’esplosione silenziosa nella notte. Paolo, Barbara, Stefania, Marco, rimasero accecati da quella rivelazione che segnava la fine del loro breve sogno di fuga e smarrimento. La visione diretta e reale di ciò che era accaduto costituì il primo passo verso una sincera presa di coscienza. Fino a quel momento, una per l’altro le metà della coppia sbagliata erano state niente di più che pure visioni, anime erranti di un percorso annebbiato. Ora che si guardavano senza la pietosa cortina dell’ombra, senza la protezione dell’oscurità, si vedevano per la prima volta come realmente erano, e nel riflesso degli occhi di chi avevano davanti e dove avevano creduto di scoprire sé stessi li assillava adesso una domanda a cui temevano di rispondere.
La ragnatela delle strade si distese sui prati della notte. Le costellazioni dei lampeggianti tracciarono percorsi di comete nei quadranti dei quartieri.
“Scendiamo” disse semplicemente Marco.
Stefania annuì rivestendosi. “A piedi”.
“Va bene”, assentì. “Sei una noia. Te la senti?”
“Non voglio prendere ascensori”.
Gli ascensori funzionavano. Barbara e Paolo se ne accorsero quando con un lieve scossone la cabina riprese dove si era interrotta qualche ora prima. Quasi pudichi, imbarazzati, si rassettarono dandosi le spalle a vicenda.
Allo zero si erano radunati nel punto di raccolta gli incolumi sopravvissuti del grattacielo. Nessun inferno di cristallo per loro, solo paura, ansia, fastidio nell'attesa che tutto si risolvesse. Un uomo aveva dato in escandescenze nella sua permanenza solitaria. Non c'erano stati altri episodi spiacevoli. In quel luogo comune agli affari umani, momentaneamente trasformato in una cella senza sbocco e in un confessionale senza confessore, gli angoli in ombre dell’esistenza si erano affollati.
La situazione particolare in cui si trovavano Stefania e Marco ritardò la loro comparsa sulla scena. La loro presenza non era neppure prevista. Le unità di soccorso si premurarono soltanto di rintracciare quanti erano rimasti dentro gli ascensori. Al loro apparire furono subissati di interrogativi, perché aprivano questioni che nessuno si era preso la briga di immaginare. Si ipotizzarono altri dispersi, ma quando gli sguardi dei quattro si incrociarono all’esterno sulla strada affollata di giornalisti ghiotti di notizie, ancora brilli per i bagordi al buio, la verità venne a galla. E i quattro protagonisti della singolare storia di un ricongiungimento incrociato divennero loro malgrado protagonisti dei notiziari locali del primo dell’anno.
“Bambina!”, esclamò Marco attirando Barbara a sé per baciarla a favore di telecamere. “Non potevo stare senza di te. Festeggeremo di nuovo stasera”.
Barbara annuì, ma il suo sguardo era assente. “Come vuoi”.
“Perché lo hai fatto?”, chiese Paolo a Stefania. “Potevi sentirti male”. La accarezzava dolcemente. Era pallida, sconvolta.
“Non è successo niente, non ti preoccupare”.
E intanto, mentre dialogavano sommessamente, le coppie sbagliate si cercavano con lo sguardo. Poi anche quel fugace momento di gloria si concluse e tutti andarono verso casa.


Alla fine

Nei vasti spazi aperti dell’ufficio si erano evitati. In realtà non avevano occasioni per incontrarsi perché svolgevano incarichi diversi. Una volta furono sul punto di salire sullo stesso ascensore in cui avevano consumato la loro imprevista notte di amore, ma Paolo accorgendosene preferì evitare per non mettere entrambi in imbarazzo. In realtà, Paolo non aveva smesso di pensare a lei. Non aveva smesso di pensare a come era stato bello fare l’amore con quella quasi sconosciuta in quella situazione irripetibile.
Non se la passava bene. Gli avevano comunicato un mutamento di ruolo. Stefania era strana e taciturna, e dopo ciò che aveva scoperto di lei non sapeva davvero come comportarsi. Gli riusciva difficile accettare l’adattamento in una fase della vita così sconclusionata, ma fece buon viso. Il suo sconcerto fu quindi massimo quando si presentò alla nuova responsabile e scoprì ad attenderlo proprio lei.
Barbara lo accolse con un timido sorriso, indicandogli il posto accanto. Di fronte alla sua perplessità si limitò a confidargli: “Sapevo che volevi cambiare aria”.
Paolo era sempre perplesso. “Te lo sei ricordato”.
Lei annuì. “Pensi di accettare la mia proposta? Ho chiesto espressamente un collaboratore e ho fatto il tuo nome”.
“Non credo di saper fare ciò di cui hai bisogno, ma posso imparare. Sei veramente sicura di volermi qui con te?”
Rimasero così, senza aggiungere parola. Il suo volto pensoso illuminato dallo schermo della postazione era impenetrabile. Il profumo di lei, della sua pelle, lo inebriava. Poi, contro la sua volontà, si protese per darle un bacio sulla guancia. Avrebbe voluto che la porta dell’ufficio si bloccasse, che rimanessero chiusi per una seconda occasione. Invece di tutto questo lei disse: “Sono incinta”.
Il silenzio si prolungò a oltranza. Capiva come lei aspettasse una risposta, ma non sapeva cosa dire. Era sotto shock per tutte le conseguenze sottintese. “E tu pensi…”
I click del mouse segnavano il ritmo. “Io non penso niente”. Si girò a cercarne gli occhi. Paolo era intimorito. “La mattina del capodanno mi ha costretta a stare con lui”.
“E ti ha fatto del male?”
“No”, lo tranquillizzò. “Anzi, è stato dolcissimo”.
Le strinse una mano e la portò alle labbra. Poi emise un verso e sorrise amaro. “Ho scoperto che anche la mia compagna è incinta”.
“Davvero?” Barbara era stupita. “Sono felice per voi”.
“Tu non lo sei”. Poi aggiunse, enigmatico: “E neanche io credo di poter essere felice. L’ultima volta è stata sei mesi fa”.
“Di quanti mesi è?”
“A gennaio non ha avuto il ciclo.”
Annuì, e mentre tacevano cercò la sua mano.
Aveva gli occhi pieni di lacrime. Ma non sapeva se di gioia o di tristezza.
scritto il
2026-01-05
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