Capodanno in ascensore - 7°: Loro

di
genere
sentimentali

Loro

“Non avrei mai pensato di passare il capodanno con un estraneo in ascensore”.
“Bè, non sono più un estraneo”.
Barbara sorrise. “No, è vero. Anzi, forse sei l’unica persona qua dentro che mi sembra di conoscere”.
“L'unica? Cosa pensi degli altri?”
“Odio tutti”, sibilò con tono horror. Risero.
“Anche me?”
“No, non ti odio più, da oggi”.
A pensarci era una delle più belle dichiarazioni di affetto e amicizia che gli avessero mai confidato. E loro due non erano né amici né condividevano alcuna sfera affettiva reciproca.
“Cosa pensi di me?”, le domandò a bruciapelo.
“Pensavo fossi un idiota”.
Sbuffò. “Lo pensano in tanti”.
“Ma non lo sei”.
Fissò gli occhi sui suoi nel tentativo di cogliere la burla o la verità. “No?”
“Idiota appare chi si dimostra per quello che è”.
“Un idiota si dimostra un idiota”.
“Una persona che non finge di essere quello che non è può sembrare un idiota a chi finge senza essere davvero”.
“Ragionamento astruso, ma apprezzo”.
Il silenzio divenne carico di tensione.
“E tu”, mormorò con voce flebile Barbara, “cosa pensi di me?”
Ora riusciva a metterla a fuoco. Iniziava a ritagliarla dallo sfondo senza anima e senza emozioni degli asettici uffici in cui erano ammassati come bestie e che nonostante la spazialità quasi soverchiante non offrivano alcuna protezione al senso di accerchiamento e di assenza di privacy. Ricordava di averla notata poco a poco, mentre seduta davanti alla sua installazione non levava mai lo sguardo per concedere attenzione al trambusto che minacciava di trascinarla via dai suoi compiti, ed era rimasto colpito dalla riservatezza, dalla compostezza, dal classico decoro della sua figura – merci rare in quell'ambiente. E se sulle prime scambiò quella condotta per superbia guardandola con sospetto, ora che in un momento di cedimento gli era stato concesso di conoscerla comprendeva l'ansia della battaglia al cui esercito di sconfitti l'avevano costretta ad arruolarsi. Immaginò la durezza e la contesa, i mille sotterfugi tramati contro di lei, l'impossibilità di tessere alleanze, di sottrarsi ai colpi bassi di quella maggioranza dal sorriso finto e dal coltello vero che dalla caduta dei migliori non aveva che da trarne beneficio, perché se anche non potevano a loro volta migliorarsi emergevano nel generale appiattimento delle competenze e del giudizio etico naufragato in festa sguaiata. E considerò sé stesso come uno dei vincitori, anche se non impugnava il coltello ma non aveva mai cercato di impedire ad altri di farlo per opporsi a quel simbolico sacrificio di sangue. E considerò che nel grigiore omogeneo del conformismo impiegatizio tanto avvallato dalla dirigenza la figura di lei spiccava come una nota di colore – come se avessero appeso un quadro sopra un muro grigio in fondo a labirinti grigi abitati dalla mattina alla sera da spettri altrettanto grigi. E ricordò che aveva quasi imparato trucchi e trucchetti per deviare i propri percorsi abituali in quella giungla a pochi metri dal cielo per fare in modo che combaciassero con la sua postazione – e gettare uno sguardo, ammirarla perché lei lo ammaliava. Avrebbe volentieri gettato l'amo di uno spunto di conversazione, ma ogni volta non ci riusciva, si ritirava come un mollusco nel guscio protettivo della meschina paura di non mettersi in gioco. E allora perché tutta quella difficoltà a riconoscerla? L'aveva avuta di fronte a una spanna, a distanza di bacio per tutto questo tempo e aveva rifiutato di ammettere che era lei.
Perché era un codardo.
E solo allora capì di averla riconosciuta subito, e di aver fatto solo finta che non fosse vero, mentendo a sé stesso – per non doverla affrontare su un terreno così insidioso, per non dover affrontare i propri desideri.
scritto il
2026-01-05
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