Maria dal dottore
di
Maria S. Fans
genere
etero
L'ambulatorio del Dottor Giovanni ad Arcavacata è un tempio di asettica precisione: pareti bianco ghiaccio, pavimenti in linoleum lucido che riflettono la luce dei neon e un odore pungente di alcol e amuchina. Non c'è polvere, non c'è grasso. Tutto è immacolato, tranne l'intento che brilla negli occhi dei protagonisti.
Maria entra con un portamento da vera signora: un tailleur grigio perla dal taglio impeccabile, scarpe con tacco a spillo che battono un ritmo secco sul pavimento pulito e una borsa di pelle nera stretta al braccio.
Maria siede sulla poltroncina di design davanti alla scrivania di vetro. Il Dottor Giovanni, con un camice bianco candido e lo stetoscopio d'acciaio che pende sul petto, consulta la sua cartella clinica digitale.
"Maria, gli esami sono perfetti, ma la consulenza specialistica ha un costo che conosci," dice Giovanni, incrociando le mani pulite sul tavolo. Maria abbassa gli occhiali da sole dorati, rivelando uno sguardo carico di una malizia antica. "Dottore, sa che i miei investimenti sulla 107 richiedono liquidità. Ma ho portato un anticipo... molto personale."
Maria si alza con grazia, si sfila la giacca rivelando un sottoveste di seta e pizzo che accarezza i seni pesanti. Si posiziona sul lettino ginecologico elettrico, che ronza silenzioso mentre solleva le sue gambe ambrate, cinte da autoreggenti nere finissime. Giovanni indossa i guanti in lattice con uno schiocco secco. Inizia l'ispezione della "figa sfondata" con una freddezza che svanisce non appena il contatto fisico scatena la scarica.
Giovanni si libera dei pantaloni e invade Maria mentre lei è ancora in posizione da esame. La penetrazione è metodica, potente, "buona e dura". Il contrasto è totale: il corpo maturo e lussurioso di Maria che sussulta sul lettino bianco e asettico, mentre Giovanni la martella con colpi profondi che fanno cigolare appena le giunture del macchinario.
Maria afferra le maniglie d'acciaio del lettino, inarcando la schiena. La bava le cola dalle labbra dipinte, macchiando il cuscino monouso di carta. Giovanni non ha pietà: la mette a pecora, sollevando il suo "culo da vacca" verso la lampada scialitica che illumina ogni dettaglio della profanazione.
Al culmine della "terapia", Maria raggiunge l'estasi esplode in uno squirt violento e caldissimo che irrora il lettino, schizza contro il camice bianco di Giovanni e bagna i suoi strumenti di metallo disposti sul carrello. È un'esplosione di fluidi che trasforma lo studio medico in un teatro di pura lussuria.
Giovanni conclude l'esame con un carico denso e bianco che scarica direttamente sul volto di Maria, sporcando le lenti dei suoi occhiali dorati e il collo del tailleur grigio rimasto sulla sedia. Si sfila i guanti, li getta nel contenitore dei rifiuti speciali e firma la ricetta. "La parcella è saldata, Maria. Puoi rivestirti."
Maria si ricompone con una lentezza studiata, quasi rituale. Si infila la giacca del tailleur grigio perla, incurante del seme di Giovanni che ancora macchia il revers di seta, e si sistema i capelli biondi davanti allo specchio dello studio. Indossa gli occhiali da sole dorati, nascondendo lo sguardo vitreo di chi ha appena attraversato l'estasi e l'umiliazione.
La porta automatica dello studio si apre con un sibilo tecnologico. Maria esce, il rumore dei suoi tacchi a spillo sul linoleum lucido risuona come colpi di martello nel silenzio della sala d'attesa.
Ci sono tre persone in attesa: una giovane madre, un anziano con il cappello in mano e una coppia di ragazzi che consultano un depliant. Maria attraversa il corridoio a testa alta. L'odore del sesso fresco, intenso e dolciastro, emana da lei come un profumo proibito, sovrastando l'amuchina dello studio.
Mentre passa, una goccia del carico di Giovanni scivola lentamente dal lobo dell'orecchio di Maria, finendo sulla spalla del tailleur grigio. La giovane madre alza lo sguardo, nota la macchia lucida e l'arrossamento sul collo della "Signora", poi abbassa subito gli occhi, colpita da un'aura di corruzione che non osa sfidare. Maria non accelera il passo; gode del disagio che semina, della consapevolezza che tutti in quella stanza sanno cosa è successo dietro quella porta blindata.
Esce nel parcheggio assolato. L'aria calda di Arcavacata la investe, portando con sé l'odore della gomma bruciata e dello scarico dei camion che corrono sulla 107. Si appoggia alla sua auto, una vecchia Mercedes nera lucida quanto le sue scarpe, e tira fuori una sigaretta.
Maria espira il fumo verso il cielo terso della Calabria. Sente ancora il calore del "Dottore" tra le cosce e il peso del seme che le incolla la pelle sotto i vestiti costosi. È pulita fuori, ma dentro è la solita discarica di lussuria che la statale esige.
Katia è lì, appoggiata al muretto di cinta, che la aspetta fumando anche lei. Guarda Maria, nota la macchia sul tailleur e sorride con una complicità feroce. "Allora, Maria? Il dottore ha trovato la cura?"
Maria aspira un'ultima boccata, getta il mozzicone a terra e lo schiaccia col tacco. "La cura è sempre la stessa, Katia. La carne chiama e il fango risponde. Andiamo, la 107 non aspetta."
Maria entra con un portamento da vera signora: un tailleur grigio perla dal taglio impeccabile, scarpe con tacco a spillo che battono un ritmo secco sul pavimento pulito e una borsa di pelle nera stretta al braccio.
Maria siede sulla poltroncina di design davanti alla scrivania di vetro. Il Dottor Giovanni, con un camice bianco candido e lo stetoscopio d'acciaio che pende sul petto, consulta la sua cartella clinica digitale.
"Maria, gli esami sono perfetti, ma la consulenza specialistica ha un costo che conosci," dice Giovanni, incrociando le mani pulite sul tavolo. Maria abbassa gli occhiali da sole dorati, rivelando uno sguardo carico di una malizia antica. "Dottore, sa che i miei investimenti sulla 107 richiedono liquidità. Ma ho portato un anticipo... molto personale."
Maria si alza con grazia, si sfila la giacca rivelando un sottoveste di seta e pizzo che accarezza i seni pesanti. Si posiziona sul lettino ginecologico elettrico, che ronza silenzioso mentre solleva le sue gambe ambrate, cinte da autoreggenti nere finissime. Giovanni indossa i guanti in lattice con uno schiocco secco. Inizia l'ispezione della "figa sfondata" con una freddezza che svanisce non appena il contatto fisico scatena la scarica.
Giovanni si libera dei pantaloni e invade Maria mentre lei è ancora in posizione da esame. La penetrazione è metodica, potente, "buona e dura". Il contrasto è totale: il corpo maturo e lussurioso di Maria che sussulta sul lettino bianco e asettico, mentre Giovanni la martella con colpi profondi che fanno cigolare appena le giunture del macchinario.
Maria afferra le maniglie d'acciaio del lettino, inarcando la schiena. La bava le cola dalle labbra dipinte, macchiando il cuscino monouso di carta. Giovanni non ha pietà: la mette a pecora, sollevando il suo "culo da vacca" verso la lampada scialitica che illumina ogni dettaglio della profanazione.
Al culmine della "terapia", Maria raggiunge l'estasi esplode in uno squirt violento e caldissimo che irrora il lettino, schizza contro il camice bianco di Giovanni e bagna i suoi strumenti di metallo disposti sul carrello. È un'esplosione di fluidi che trasforma lo studio medico in un teatro di pura lussuria.
Giovanni conclude l'esame con un carico denso e bianco che scarica direttamente sul volto di Maria, sporcando le lenti dei suoi occhiali dorati e il collo del tailleur grigio rimasto sulla sedia. Si sfila i guanti, li getta nel contenitore dei rifiuti speciali e firma la ricetta. "La parcella è saldata, Maria. Puoi rivestirti."
Maria si ricompone con una lentezza studiata, quasi rituale. Si infila la giacca del tailleur grigio perla, incurante del seme di Giovanni che ancora macchia il revers di seta, e si sistema i capelli biondi davanti allo specchio dello studio. Indossa gli occhiali da sole dorati, nascondendo lo sguardo vitreo di chi ha appena attraversato l'estasi e l'umiliazione.
La porta automatica dello studio si apre con un sibilo tecnologico. Maria esce, il rumore dei suoi tacchi a spillo sul linoleum lucido risuona come colpi di martello nel silenzio della sala d'attesa.
Ci sono tre persone in attesa: una giovane madre, un anziano con il cappello in mano e una coppia di ragazzi che consultano un depliant. Maria attraversa il corridoio a testa alta. L'odore del sesso fresco, intenso e dolciastro, emana da lei come un profumo proibito, sovrastando l'amuchina dello studio.
Mentre passa, una goccia del carico di Giovanni scivola lentamente dal lobo dell'orecchio di Maria, finendo sulla spalla del tailleur grigio. La giovane madre alza lo sguardo, nota la macchia lucida e l'arrossamento sul collo della "Signora", poi abbassa subito gli occhi, colpita da un'aura di corruzione che non osa sfidare. Maria non accelera il passo; gode del disagio che semina, della consapevolezza che tutti in quella stanza sanno cosa è successo dietro quella porta blindata.
Esce nel parcheggio assolato. L'aria calda di Arcavacata la investe, portando con sé l'odore della gomma bruciata e dello scarico dei camion che corrono sulla 107. Si appoggia alla sua auto, una vecchia Mercedes nera lucida quanto le sue scarpe, e tira fuori una sigaretta.
Maria espira il fumo verso il cielo terso della Calabria. Sente ancora il calore del "Dottore" tra le cosce e il peso del seme che le incolla la pelle sotto i vestiti costosi. È pulita fuori, ma dentro è la solita discarica di lussuria che la statale esige.
Katia è lì, appoggiata al muretto di cinta, che la aspetta fumando anche lei. Guarda Maria, nota la macchia sul tailleur e sorride con una complicità feroce. "Allora, Maria? Il dottore ha trovato la cura?"
Maria aspira un'ultima boccata, getta il mozzicone a terra e lo schiaccia col tacco. "La cura è sempre la stessa, Katia. La carne chiama e il fango risponde. Andiamo, la 107 non aspetta."
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