Il pompino perfetto
di
Mauro Virgilio Marone
genere
etero
La luce del tardo pomeriggio filtrava attraverso le tende di lino della suite di Albert, creando lunghe ombre dorate sul pavimento di legno chiaro. L’aria era immobile, carica di un silenzio rispettoso, rotto solo dal leggero ticchettio di un orologio a muro e dal suono misurato del respiro di Helena.
Lei era inginocchiata sul tappeto persiano, proprio di fronte a lui. Albert sedeva sul bordo del divano basso, le gambe divaricate, la schiena dritta ma non rigida. Il suo corpo, atletico e possente, era un monumento di quieta virilità. La luce giocava sui muscoli pettorali definiti, scendeva lungo il ventre piatto, per fermarsi, come attratta, sull’imponente erezione che si ergeva maestosa tra le sue cosce. Era un’asta lunga, spessa, di un rosa intenso che sfumava in un viola scuro alla corona ampia e pulsante. Le vene si disegnavano in rilievo sotto la pelle tesa, raccontando di un potente flusso sanguigno.
Helena lo osservava. Non con l’avidità di chi ha fame, ma con la contemplazione di chi si trova di fronte a un’opera d’arte sacra. Le mani posate sulle sue nude cosce, i palmi rivolti verso l’alto in un gesto di offerta. La sua postura era perfetta, la schiena dritta, il collo lungo, i seni pieni e pesanti che sfioravano l’interno delle sue stesse cosce. I suoi occhi, di un azzurro intenso, erano fissi su di lui, ma non sul suo viso. Erano fissi lì. Assorbivano ogni dettaglio: la piega della pelle, la goccia di liquido pre-eiaculatorio che come una perla trasparente brillava sulla fessura dell’uretra, la forma dei testicoli pesanti e raccolti nello scroto.
Il respiro di Albert era calmo, ma profondo. Sentiva lo sguardo di lei come un tocco fisico, una carezza che lo preparava, lo purificava. Questa era la devozione che la sua Maestra le aveva insegnato, pensò. Non una sottomissione servile, ma un’adorazione attiva, consapevole, un rituale d’amore che elevava entrambi.
Con una lentezza che sembrava dilatare il tempo, Helena sollevò le mani. Le avvicinò alle sue cosce, ma non le toccò. Le fece scivolare nell’aria, a pochi millimetri dalla pelle, seguendo il profilo dei suoi potenti quadricipiti, fino a raggiungere l’interno delle cosce. Lì, finalmente, il primo contatto. Le sue dita, fredde all’inizio, sfiorarono la pelle sensibile. Un brivido percorse la schiena di Albert. Lei sentì quella contrazione muscolare e sorrise, un sorriso appena accennato, interiore.
Poi, con una precisione da chirurgo, posò i polpastrelli alla base del suo scroto. Era un massaggio che partiva dalle radici. Le sue dita premevano con dolce fermezza, facendo rotolare i testicoli nel palmo della sua mano, sentendone il peso, la consistenza, il calore. Albert emise un sospiro roco, la testa che si inclinò leggermente all’indietro. Le dita di Helena salirono, seguendo il cordone spermatico, accarezzando la pelle che ricopriva la base dell’asta. Era una mappatura, un’esplorazione reverente di quel territorio di potenza maschile.
Ora era il momento. Helena abbassò lo sguardo sul glande ancora coperto dal prepuzio. Con l’indice e il pollice della mano destra, afferrò delicatamente la pelle. La tirò giù, con una lentezza esasperante. Millimetro dopo millimetro, la corona del pene di Albert si scoprì, umida e lucida, come un fiore che sboccia al sole. L’aria fresca della stanza la toccò, e lui sussultò, un tremore involontario che fece oscillare l’asta. Helena trattenne il respiro, ammirando la rivelazione. Il frenulo, teso e sensibile. Il collo, marcato. La corona, un’ampia cupola violacea.
Abbandonò le mani, lasciandole riposare sulle sue cosce. Si chinò in avanti. Il suo viso era ora a pochi centimetri dalla punta. I suoi capelli castano chiaro, raccolti in una coda di cavallo, le cadevano su una spalla. Chiuse gli occhi per un istante, annusando. L’odore era maschile, terroso, misto al dolce aroma del suo liquido. Era l’essenza di lui.
Poi aprì gli occhi e protese le labbra.
Non le avvolse attorno all’asta. Non cercò di ingoiarlo. Si limitò ad accostarle al glande. Le sue labbra, morbide e piene, sfiorarono la punta, catturando la goccia di pre-eiaculato. Un lieve sibilo di piacere le uscì dal naso. Con la punta della lingua, un movimento a pennello, leccò via la perla, assaporandone il gusto salato e dolce. Albert gemette, un suono basso e profondo che sembrò vibrare nel petto di Helena.
Iniziò allora il massaggio con le labbra. Le posò sulla corona e, con una pressione variabile, le fece scivolare su e giù, per pochi centimetri. Era una stimolazione circolare, concentrata solo sul glande, sull’area più sensibile. Le sue labbra si stringevano, si rilassavano, succhiavano leggermente. La sua lingua non era invadente. Era un’ospite discreta che, di tanto in tanto, usciva per tracimare la fessura, per accarezzare il frenulo con la punta, per disegnare cerchi sotto la corona.
Albert era completamente in suo potere. Le sue mani si aggrappavano al bordo del divano, le nocche bianche. Ogni movimento delle labbra di Helena era un messaggio diretto al suo sistema nervoso, un messaggio di puro, concentrato piacere. Non c’era la foga di un pompino volgare, la ricerca dell’orgasmo rapido. C’era la celebrazione dell’erezione stessa. Il godimento stava nel mantenerla, nel nutrirla, nell’ammirarla.
Helena intensificò la stimolazione della lingua. Ora la usava per stuzzicare il bordo della corona, passandovi sotto con una pressione decisa, provocando scosse di piacere che facevano contrarre i muscoli addominali di Albert. Poi risaliva, avvolgendo la punta con le labbra e succhiando con una forza calibrata, una suzione che non era di ingestione ma di adorazione, che aspirava l’essenza del suo piacere, non il suo seme.
Uno delle mani si staccò dalla sua coscia e tornò ai testicoli. Li cullò nel palmo, massaggiandoli con un ritmo lento e ipnotico, coordinato con il movimento della sua bocca. Era una sinfonia di sensazioni: la bocca che venerava la punta, la mano che nutriva la fonte.
Lei non rispose con le parole. Rispose con un’azione ancora più lenta, più profonda. Allargò le labbra e, mantenendo lo sguardo fisso nei suoi occhi, fece scivolare lentamente il glande nella sua bocca. Solo la corona. La tenne lì, al caldo, avvolta dalla sua lingua, mentre le sue guance si incavavano per una suzione gentile ma persistente. I suoi occhi si velarono di piacere mentre sentiva la carne pulsante contro il suo palato.
Albert lasciò andare la testa all’indietro, gli occhi chiusi, abbandonato al fiume di sensazioni. Non era uno sfinimento, era un’estasi. Ogni movimento di lei era una preghiera, ogni sua contrazione una risposta. Il suo corpo era un altare e lei la sacerdotessa devota, intenta a un rito d’amore che non chiedeva nulla, se non il privilegio di servire.
«Questa prima parte è stata un’opera sublime, Helena» disse Albert, la voce bassa e intrisa di una soddisfazione profonda. Il suo corpo era ancora scosso dalle carezze reverenti, il suo cazzo eretto e pulsante come un monumento alla devozione di lei. «Ora, che ne diresti della seconda fase?»
Helena non rispose a parole. Il suo sorriso fu la sola risposta, un’espressione di felicità assoluta, di dedizione compiuta. E quel sorriso si trasformò in azione. Le sue labbra, ancora umide e lucide per aver assaporato la sua essenza, si strinsero attorno alla corona del suo pene. Ma non fu un’improvvisa, vorace ingoiata. Fu una trasfigurazione.
Il lento, ipnotico accarezzare del glande con le labbra si mutò in un massaggio passionale concentrato sulla punta. Le sue labbra si allargarono, avvolgendo l’intera cupola violacea, e iniziarono a muoversi con un ritmo rapido, quasi vibrante. Era una suzione diversa, più insistente, più focalizzata. La punta della sua lingua non tracimava più con delicatezza, ma si appuntiva, diventando uno strumento di precisione che martellava il frenulo, quel minuscolo lembo di pelle iper-sensibile sotto la corona.
Oh, Dio. Il pensiero di Albert si dissolse in una nebbia bianca di piacere puro. Ogni nervo, ogni recettore concentrato in quel centimetro quadrato di carne veniva attaccato, stimolato, venerato. La sensazione era acutissima, lancinante nella sua dolcezza. Un brivido elettrico gli percorse la spina dorsale, facendogli contrarre i glutei contro il divano. Le sue mani, che si erano rilassate, si strinsero di nuovo ai bordi del mobile, le nocche pallide.
Helena sentì quella reazione attraverso le labbra. Sentì l’asta pulsare più forte, sentì un nuovo, copioso rivolo di liquido pre-eiaculatorio inumidirle la lingua. Il suo sì interiore fu un’onda di gioia. Sto toccando il suo nucleo. Spinse la lingua ancora più in su, insinuandola nella fessura stessa dell’uretra, per un millimetro, provocando un gemito strozzato e una contrazione violenta in Albert. Poi, con le guance che si incavavano in un vuoto potente, succhiò. Non era un’aspirazione per ingoiare, era un’aspirazione per estrarre, per tirar fuori da lui la sua essenza più profonda.
Albert vide lampi bianchi davanti agli occhi chiusi. Il piacere, finora diffuso e riverente, si stava ora concentrando in un punto di pressione insostenibile, meravigliosamente doloroso nel basso ventre. I suoi testicoli si strinsero, salendo, preparandosi. La sua respirazione divenne un rantolo affannoso. «Helena… sto… sto per…» non riuscì a finire la frase.
Lei lo capì senza bisogno di parole. E in quel momento di massima tensione, di imminente catarsi, cambiò strategia. Allentò la potente suzione sulla punta. Invece, con una fluidità ipnotica, fece scivolare in avanti tutta la testa. Le sue labbra scivolarono oltre la corona, lungo il collo del pene, inghiottendo i primi, duri centimetri dell’asta. La sua bocca era un caldo, umido scrigno di seta che lo avvolgeva. E poi, senza fermarsi, affondò.
Non fu brutale. Fu inevitabile. La sua gola si aprì, accogliendo la lunga colonna di carne, guidandola giù, giù, fino a sentire la punta toccare un punto profondo, fino a sentire le sue labbra premere contro la radice, i peli pubici di Albert sfiorarle il naso. L’aveva ingoiato tutto. Completamente.
Per Albert, fu l’apice. La sensazione di essere completamente avvolto, di sparire in quel calore umido e accogliente, mentre la lingua di Helena continuava a massaggiare freneticamente la parte inferiore della sua asta… fu troppo. Il nodo di piacere nel suo ventre esplose.
L’orgasmo non arrivò come un singolo, potente getto. Arrivò come una serie ininterrotta di scariche elettriche. La prima ondata di seme eruppe dalla sua asta con una forza che fece contrarre tutto il suo corpo in un arco. Lo sentì riversarsi caldo e denso nella gola di Helena. Lei non si ritrasse. Non tossì. Rimase lì, impalata su di lui, ingoiando. I suoi muscoli della gola si contrassero intorno alla punta del suo cazzo, spremendolo, mentre un secondo, ancora più potente getto lo seguiva.
Albert gridò, un urlo roco e liberatorio che riempì la stanza silenziosa. Le sue mani si staccarono dal divano e si aggrapparono ai capelli di Helena, non per spingerla, ma per ancorarsi, per non essere portato via da quel vortice. Il suo seme continuava a scorrere, pulsazione dopo pulsazione, e Helena continuava a ingoiare, ogni deglutizione un suono umido e sommesso che era la colonna sonora perfetta della sua estasi. Ogni contrazione della sua gola era un messaggio: «Ti prendo tutto. Ti accolgo tutto. È mio.»
L’ultima scossa fu un tremore lungo e profondo, più che un getto. Albert si afflosciò, completamente svuotato, il respiro un rantolo. Helena, lentamente, con la stessa grazia con cui era scesa, si ritrasse. Le sue labbra si staccarono dalla radice del suo pene con un leggero pop, scivolando lungo l’asta ora sensibile e floscia, pulendola con la lingua nell’ultimo, tenero gesto di servizio. Quando finalmente la punta uscì dalle sue labbra, era lucida e pulita.
Lei si sollevò sulle ginocchia. I suoi occhi azzurri erano lucidi, la sua bocca leggermente socchiusa. Un filo sottile, bianco, le scorse dall’angolo della bocca lungo il mento. Lo catturò con un dito e, senza rompere il contatto visivo con Albert, se lo portò alle labbre e lo leccò via. Un ultimo sapore di lui.
Poi, con un sospiro di soddisfazione profonda, si lasciò cadere all’indietro. Il suo corpo, nudo e magnifico, atterrò sul morbido tappeto persiano con un tonfo soffocato. Distese le braccia, chiudendo gli occhi, un sorriso beato e stanco sul viso. Il suo petto si sollevava e si abbassava con ritmo calmo. Era sazia. Era completa.
Albert, sulla poltrona, era un monumento allo svuotamento. Il suo corpo possente era rilassato, quasi molle. Il suo cazzo, ora completamente floscio e di un rosa più pallido, gocciolava languidamente sulla pelle del suo ventre. Una piccola, ultima perla di seme misto si formò sulla punta e cadde, scivolando lungo il suo fianco per unirsi alla patina di sudore sul divano. Non aveva la forza di muoversi. Guardava il soffitto, i polmoni che faticavano a riempirsi, ogni muscolo felicemente esausto. Il silenzio ritornò nella stanza, ora carico di una pace profonda, zuccherina, satura dell’essenza che avevano condiviso.
Lei era inginocchiata sul tappeto persiano, proprio di fronte a lui. Albert sedeva sul bordo del divano basso, le gambe divaricate, la schiena dritta ma non rigida. Il suo corpo, atletico e possente, era un monumento di quieta virilità. La luce giocava sui muscoli pettorali definiti, scendeva lungo il ventre piatto, per fermarsi, come attratta, sull’imponente erezione che si ergeva maestosa tra le sue cosce. Era un’asta lunga, spessa, di un rosa intenso che sfumava in un viola scuro alla corona ampia e pulsante. Le vene si disegnavano in rilievo sotto la pelle tesa, raccontando di un potente flusso sanguigno.
Helena lo osservava. Non con l’avidità di chi ha fame, ma con la contemplazione di chi si trova di fronte a un’opera d’arte sacra. Le mani posate sulle sue nude cosce, i palmi rivolti verso l’alto in un gesto di offerta. La sua postura era perfetta, la schiena dritta, il collo lungo, i seni pieni e pesanti che sfioravano l’interno delle sue stesse cosce. I suoi occhi, di un azzurro intenso, erano fissi su di lui, ma non sul suo viso. Erano fissi lì. Assorbivano ogni dettaglio: la piega della pelle, la goccia di liquido pre-eiaculatorio che come una perla trasparente brillava sulla fessura dell’uretra, la forma dei testicoli pesanti e raccolti nello scroto.
Il respiro di Albert era calmo, ma profondo. Sentiva lo sguardo di lei come un tocco fisico, una carezza che lo preparava, lo purificava. Questa era la devozione che la sua Maestra le aveva insegnato, pensò. Non una sottomissione servile, ma un’adorazione attiva, consapevole, un rituale d’amore che elevava entrambi.
Con una lentezza che sembrava dilatare il tempo, Helena sollevò le mani. Le avvicinò alle sue cosce, ma non le toccò. Le fece scivolare nell’aria, a pochi millimetri dalla pelle, seguendo il profilo dei suoi potenti quadricipiti, fino a raggiungere l’interno delle cosce. Lì, finalmente, il primo contatto. Le sue dita, fredde all’inizio, sfiorarono la pelle sensibile. Un brivido percorse la schiena di Albert. Lei sentì quella contrazione muscolare e sorrise, un sorriso appena accennato, interiore.
Poi, con una precisione da chirurgo, posò i polpastrelli alla base del suo scroto. Era un massaggio che partiva dalle radici. Le sue dita premevano con dolce fermezza, facendo rotolare i testicoli nel palmo della sua mano, sentendone il peso, la consistenza, il calore. Albert emise un sospiro roco, la testa che si inclinò leggermente all’indietro. Le dita di Helena salirono, seguendo il cordone spermatico, accarezzando la pelle che ricopriva la base dell’asta. Era una mappatura, un’esplorazione reverente di quel territorio di potenza maschile.
Ora era il momento. Helena abbassò lo sguardo sul glande ancora coperto dal prepuzio. Con l’indice e il pollice della mano destra, afferrò delicatamente la pelle. La tirò giù, con una lentezza esasperante. Millimetro dopo millimetro, la corona del pene di Albert si scoprì, umida e lucida, come un fiore che sboccia al sole. L’aria fresca della stanza la toccò, e lui sussultò, un tremore involontario che fece oscillare l’asta. Helena trattenne il respiro, ammirando la rivelazione. Il frenulo, teso e sensibile. Il collo, marcato. La corona, un’ampia cupola violacea.
Abbandonò le mani, lasciandole riposare sulle sue cosce. Si chinò in avanti. Il suo viso era ora a pochi centimetri dalla punta. I suoi capelli castano chiaro, raccolti in una coda di cavallo, le cadevano su una spalla. Chiuse gli occhi per un istante, annusando. L’odore era maschile, terroso, misto al dolce aroma del suo liquido. Era l’essenza di lui.
Poi aprì gli occhi e protese le labbra.
Non le avvolse attorno all’asta. Non cercò di ingoiarlo. Si limitò ad accostarle al glande. Le sue labbra, morbide e piene, sfiorarono la punta, catturando la goccia di pre-eiaculato. Un lieve sibilo di piacere le uscì dal naso. Con la punta della lingua, un movimento a pennello, leccò via la perla, assaporandone il gusto salato e dolce. Albert gemette, un suono basso e profondo che sembrò vibrare nel petto di Helena.
Iniziò allora il massaggio con le labbra. Le posò sulla corona e, con una pressione variabile, le fece scivolare su e giù, per pochi centimetri. Era una stimolazione circolare, concentrata solo sul glande, sull’area più sensibile. Le sue labbra si stringevano, si rilassavano, succhiavano leggermente. La sua lingua non era invadente. Era un’ospite discreta che, di tanto in tanto, usciva per tracimare la fessura, per accarezzare il frenulo con la punta, per disegnare cerchi sotto la corona.
Albert era completamente in suo potere. Le sue mani si aggrappavano al bordo del divano, le nocche bianche. Ogni movimento delle labbra di Helena era un messaggio diretto al suo sistema nervoso, un messaggio di puro, concentrato piacere. Non c’era la foga di un pompino volgare, la ricerca dell’orgasmo rapido. C’era la celebrazione dell’erezione stessa. Il godimento stava nel mantenerla, nel nutrirla, nell’ammirarla.
Helena intensificò la stimolazione della lingua. Ora la usava per stuzzicare il bordo della corona, passandovi sotto con una pressione decisa, provocando scosse di piacere che facevano contrarre i muscoli addominali di Albert. Poi risaliva, avvolgendo la punta con le labbra e succhiando con una forza calibrata, una suzione che non era di ingestione ma di adorazione, che aspirava l’essenza del suo piacere, non il suo seme.
Uno delle mani si staccò dalla sua coscia e tornò ai testicoli. Li cullò nel palmo, massaggiandoli con un ritmo lento e ipnotico, coordinato con il movimento della sua bocca. Era una sinfonia di sensazioni: la bocca che venerava la punta, la mano che nutriva la fonte.
Lei non rispose con le parole. Rispose con un’azione ancora più lenta, più profonda. Allargò le labbra e, mantenendo lo sguardo fisso nei suoi occhi, fece scivolare lentamente il glande nella sua bocca. Solo la corona. La tenne lì, al caldo, avvolta dalla sua lingua, mentre le sue guance si incavavano per una suzione gentile ma persistente. I suoi occhi si velarono di piacere mentre sentiva la carne pulsante contro il suo palato.
Albert lasciò andare la testa all’indietro, gli occhi chiusi, abbandonato al fiume di sensazioni. Non era uno sfinimento, era un’estasi. Ogni movimento di lei era una preghiera, ogni sua contrazione una risposta. Il suo corpo era un altare e lei la sacerdotessa devota, intenta a un rito d’amore che non chiedeva nulla, se non il privilegio di servire.
«Questa prima parte è stata un’opera sublime, Helena» disse Albert, la voce bassa e intrisa di una soddisfazione profonda. Il suo corpo era ancora scosso dalle carezze reverenti, il suo cazzo eretto e pulsante come un monumento alla devozione di lei. «Ora, che ne diresti della seconda fase?»
Helena non rispose a parole. Il suo sorriso fu la sola risposta, un’espressione di felicità assoluta, di dedizione compiuta. E quel sorriso si trasformò in azione. Le sue labbra, ancora umide e lucide per aver assaporato la sua essenza, si strinsero attorno alla corona del suo pene. Ma non fu un’improvvisa, vorace ingoiata. Fu una trasfigurazione.
Il lento, ipnotico accarezzare del glande con le labbra si mutò in un massaggio passionale concentrato sulla punta. Le sue labbra si allargarono, avvolgendo l’intera cupola violacea, e iniziarono a muoversi con un ritmo rapido, quasi vibrante. Era una suzione diversa, più insistente, più focalizzata. La punta della sua lingua non tracimava più con delicatezza, ma si appuntiva, diventando uno strumento di precisione che martellava il frenulo, quel minuscolo lembo di pelle iper-sensibile sotto la corona.
Oh, Dio. Il pensiero di Albert si dissolse in una nebbia bianca di piacere puro. Ogni nervo, ogni recettore concentrato in quel centimetro quadrato di carne veniva attaccato, stimolato, venerato. La sensazione era acutissima, lancinante nella sua dolcezza. Un brivido elettrico gli percorse la spina dorsale, facendogli contrarre i glutei contro il divano. Le sue mani, che si erano rilassate, si strinsero di nuovo ai bordi del mobile, le nocche pallide.
Helena sentì quella reazione attraverso le labbra. Sentì l’asta pulsare più forte, sentì un nuovo, copioso rivolo di liquido pre-eiaculatorio inumidirle la lingua. Il suo sì interiore fu un’onda di gioia. Sto toccando il suo nucleo. Spinse la lingua ancora più in su, insinuandola nella fessura stessa dell’uretra, per un millimetro, provocando un gemito strozzato e una contrazione violenta in Albert. Poi, con le guance che si incavavano in un vuoto potente, succhiò. Non era un’aspirazione per ingoiare, era un’aspirazione per estrarre, per tirar fuori da lui la sua essenza più profonda.
Albert vide lampi bianchi davanti agli occhi chiusi. Il piacere, finora diffuso e riverente, si stava ora concentrando in un punto di pressione insostenibile, meravigliosamente doloroso nel basso ventre. I suoi testicoli si strinsero, salendo, preparandosi. La sua respirazione divenne un rantolo affannoso. «Helena… sto… sto per…» non riuscì a finire la frase.
Lei lo capì senza bisogno di parole. E in quel momento di massima tensione, di imminente catarsi, cambiò strategia. Allentò la potente suzione sulla punta. Invece, con una fluidità ipnotica, fece scivolare in avanti tutta la testa. Le sue labbra scivolarono oltre la corona, lungo il collo del pene, inghiottendo i primi, duri centimetri dell’asta. La sua bocca era un caldo, umido scrigno di seta che lo avvolgeva. E poi, senza fermarsi, affondò.
Non fu brutale. Fu inevitabile. La sua gola si aprì, accogliendo la lunga colonna di carne, guidandola giù, giù, fino a sentire la punta toccare un punto profondo, fino a sentire le sue labbra premere contro la radice, i peli pubici di Albert sfiorarle il naso. L’aveva ingoiato tutto. Completamente.
Per Albert, fu l’apice. La sensazione di essere completamente avvolto, di sparire in quel calore umido e accogliente, mentre la lingua di Helena continuava a massaggiare freneticamente la parte inferiore della sua asta… fu troppo. Il nodo di piacere nel suo ventre esplose.
L’orgasmo non arrivò come un singolo, potente getto. Arrivò come una serie ininterrotta di scariche elettriche. La prima ondata di seme eruppe dalla sua asta con una forza che fece contrarre tutto il suo corpo in un arco. Lo sentì riversarsi caldo e denso nella gola di Helena. Lei non si ritrasse. Non tossì. Rimase lì, impalata su di lui, ingoiando. I suoi muscoli della gola si contrassero intorno alla punta del suo cazzo, spremendolo, mentre un secondo, ancora più potente getto lo seguiva.
Albert gridò, un urlo roco e liberatorio che riempì la stanza silenziosa. Le sue mani si staccarono dal divano e si aggrapparono ai capelli di Helena, non per spingerla, ma per ancorarsi, per non essere portato via da quel vortice. Il suo seme continuava a scorrere, pulsazione dopo pulsazione, e Helena continuava a ingoiare, ogni deglutizione un suono umido e sommesso che era la colonna sonora perfetta della sua estasi. Ogni contrazione della sua gola era un messaggio: «Ti prendo tutto. Ti accolgo tutto. È mio.»
L’ultima scossa fu un tremore lungo e profondo, più che un getto. Albert si afflosciò, completamente svuotato, il respiro un rantolo. Helena, lentamente, con la stessa grazia con cui era scesa, si ritrasse. Le sue labbra si staccarono dalla radice del suo pene con un leggero pop, scivolando lungo l’asta ora sensibile e floscia, pulendola con la lingua nell’ultimo, tenero gesto di servizio. Quando finalmente la punta uscì dalle sue labbra, era lucida e pulita.
Lei si sollevò sulle ginocchia. I suoi occhi azzurri erano lucidi, la sua bocca leggermente socchiusa. Un filo sottile, bianco, le scorse dall’angolo della bocca lungo il mento. Lo catturò con un dito e, senza rompere il contatto visivo con Albert, se lo portò alle labbre e lo leccò via. Un ultimo sapore di lui.
Poi, con un sospiro di soddisfazione profonda, si lasciò cadere all’indietro. Il suo corpo, nudo e magnifico, atterrò sul morbido tappeto persiano con un tonfo soffocato. Distese le braccia, chiudendo gli occhi, un sorriso beato e stanco sul viso. Il suo petto si sollevava e si abbassava con ritmo calmo. Era sazia. Era completa.
Albert, sulla poltrona, era un monumento allo svuotamento. Il suo corpo possente era rilassato, quasi molle. Il suo cazzo, ora completamente floscio e di un rosa più pallido, gocciolava languidamente sulla pelle del suo ventre. Una piccola, ultima perla di seme misto si formò sulla punta e cadde, scivolando lungo il suo fianco per unirsi alla patina di sudore sul divano. Non aveva la forza di muoversi. Guardava il soffitto, i polmoni che faticavano a riempirsi, ogni muscolo felicemente esausto. Il silenzio ritornò nella stanza, ora carico di una pace profonda, zuccherina, satura dell’essenza che avevano condiviso.
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