Il confine spezzato
di
b_bull_and_master
genere
dominazione
Alessandro aveva cinquant’anni, un’età in cui la vita sembrava aver già disegnato i suoi contorni definitivi. Viveva a Torino, in un elegante appartamento nel quartiere Crocetta con Laura, sua moglie da venticinque anni. Il loro matrimonio era solido, rispettoso, ma privo di fiamme: un’intesa tranquilla, fatta di abitudini, cene con amici comuni e viaggi organizzati. Laura insegnava letteratura al liceo e riempiva le serate correggendo temi o leggendo romanzi; Alessandro dirigeva uno studio di consulenza finanziaria e, nel tempo libero, coltivava la sua passione più segreta.
Da anni frequentava, con discrezione assoluta, il mondo del BDSM. Non i club rumorosi, ma spazi privati, forum criptati, incontri selezionati. Era un Dominante esperto, rispettato nella comunità per la sua fermezza misurata, per la capacità di leggere i limiti altrui senza mai oltrepassarli con leggerezza. Non cercava avventure fugaci: cercava controllo, consegna totale, la bellezza di una sottomissione consapevole. Non aveva mai coinvolto Laura – lei non sapeva, e lui riteneva che fosse meglio così.
Fu in un forum privato, uno di quelli accessibili solo su invito, che lesse per la prima volta il messaggio di Sofia.
Aveva venticinque anni, viveva a Milano, lavorava come grafica freelance. Il suo annuncio era semplice, quasi timido: «Cerco un Dominante esperto, serio, che sappia guidare senza fretta. Non voglio giochi, voglio una consegna vera». Alessandro lesse quelle parole tre volte. C’era qualcosa di raro: non la provocazione esibita di tante annunci, ma una sincerità spoglia. Le scrisse in privato. Iniziarono a messaggiarsi per settimane. Parlavano di limiti, di desideri, di paure. Sofia era curiosa, intelligente, aveva letto molto ma vissuto poco. Alessandro le spiegò le sue regole: discrezione assoluta, rispetto, sicurezza. Non si vedevano in faccia finché non fossero stati certi.
Il primo incontro avvenne in un caffè discreto nei pressi di Porta Nuova, a Milano. Alessandro arrivò in anticipo, vestito con un completo grigio scuro, cravatta blu. Quando Sofia entrò, lui la riconobbe subito: capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi verdi intensi, un cappotto nero che le arrivava alle ginocchia. Era più bella di quanto le foto (solo corpo, mai volto) avessero suggerito. Si sedettero in un angolo. Parlarono per due ore. Lei arrossiva quando lui le chiedeva dettagli sui suoi desideri; lui sorrideva, controllato, ma dentro sentiva già una piccola crepa aprirsi.
«Voglio provare a essere tua», gli disse lei alla fine, abbassando lo sguardo. «Ma ho paura di non essere abbastanza».
«Non devi essere abbastanza», rispose Alessandro. «Devi solo essere onesta».
Tornarono a scriversi. Altri incontri: una cena, una passeggiata serale. Lui le impose le prime piccole regole – niente biancheria intima quando si vedevano, un messaggio ogni mattina per dire “buongiorno, Signore”. Sofia obbediva con un misto di eccitazione e tremore. Alessandro sentiva il controllo scorrere nelle vene come vino forte.
Il passo successivo fu naturale. Sofia aveva un monolocale minuscolo a Milano, un lavoro che le permetteva di essere ovunque. Alessandro possedeva una piccola casa a Moncalieri, sulle colline torinesi: l’aveva comprata anni prima come investimento, ma era rimasta quasi sempre vuota. Una villetta indipendente, con giardino recintato, silenziosa. «Potresti trasferirti lì», le propose una sera, al telefono. «Saresti vicina, ma non troppo. Avresti la tua privacy, e io potrei venire quando voglio».
Sofia accettò dopo una settimana di riflessione. Lasciò Milano, il monolocale, qualche amica che non capiva. Arrivò a Moncalieri con due valigie e un gatto nero che chiamava Ombra. Alessandro la aiutò a sistemarsi. Le diede una copia delle chiavi, ma le disse chiaro: «Questa è casa mia. Tu ci vivi perché io te lo permetto».
I primi mesi furono un lento, inesorabile approfondirsi.
Alessandro andava da lei due o tre volte a settimana, mai negli stessi giorni, per mantenere l’imprevedibilità. Laura pensava che avesse riunioni serali o cene di lavoro; lui era sempre stato discreto, non aveva mai destato sospetti.
Quando varcava la soglia della villetta, Sofia lo accoglieva in ginocchio, nuda o con l’intimo che lui aveva scelto. Alessandro la guardava a lungo, in silenzio, prima di parlare. Poi le dava ordini: preparagli un whisky, massaggiargli le spalle, restare immobile mentre lui la toccava piano, senza mai portarla all’orgasmo. La puniva per piccole trasgressioni – un messaggio arrivato in ritardo, una risposta troppo lenta – con sculacciate misurate, con la cintura di pelle morbida che teneva nell’armadio. Sofia piangeva, ma dopo lo abbracciava, tremante di gratitudine.
Le scene diventavano sempre più intense. Una sera d’autunno, Alessandro arrivò con una borsa nera. Dentro c’erano corde di iuta, un collare di cuoio, una benda. Legò Sofia al letto, le mani sopra la testa, le caviglie divaricate. Le accarezzò il corpo per mezz’ora senza mai penetrarla, solo con le dita, con la lingua, portandola al confine dell’orgasmo e poi fermandosi. Lei implorava, la voce rotta. «Ti prego, Signore…»
«Silenzio», ordinava lui, la voce bassa, ferma.
Solo quando era soddisfatto della sua resa, entrava in lei, lento, profondo, controllando ogni spinta. Sofia si inarcava, gridava il suo nome – mai Alessandro, sempre «Signore». Dopo, lui la slegava, la puliva con cura, la teneva tra le braccia finché il tremito cessava. Poi si rivestiva e se ne andava, lasciandola sola nel letto ancora caldo.
Col tempo, però, qualcosa cambiò.
Alessandro iniziò a restare più a lungo. Portava la cena, cucinavano insieme – lei in grembiule e niente altro, lui che la correggeva se sbagliava una dose. Guardavano un film sul divano, lei accoccolata ai suoi piedi. Parlavano. Sofia gli raccontava della sua infanzia difficile, del padre assente, della madre troppo severa. Alessandro, per la prima volta nella sua vita adulta, parlava di sé: dell’azienda che aveva fondato dal nulla, della paura di invecchiare, del matrimonio che funzionava ma non lo riempiva più.
Una sera di dicembre, dopo una sessione particolarmente intensa – l’aveva tenuta sospesa con le corde per quasi un’ora, le aveva fatto raggiungere tre orgasmi negati prima di concedergliene uno devastante – Sofia si addormentò tra le sue braccia. Alessandro la guardò dormire. I capelli sparsi sul cuscino, le labbra socchiuse, il segno leggero del collare sul collo. Sentì una stretta al petto, un calore che non era desiderio, ma qualcosa di più pericoloso.
Si innamorò.
Lo capì gradualmente, con orrore. All’inizio pensò fosse solo affetto, la naturale conseguenza di una dinamica profonda. Ma poi iniziò a pensare a lei anche quando non erano insieme. A immaginare di portarla a cena fuori, non nascosti. A desiderare di svegliarsi accanto a lei la mattina. A provare gelosia quando lei raccontava di un cliente maschile che le aveva scritto in modo troppo amichevole.
Il conflitto lo divorava.
Da un lato, l’amore lo spingeva a trattarla con una tenerezza che non aveva mai mostrato. Le portava fiori, le preparava la colazione prima di andare via, le comprava libri che sapeva le sarebbero piaciuti. Le permetteva di venire senza chiedere permesso, a volte. La baciava sulla fronte, le accarezzava i capelli mentre guardavano la neve cadere fuori dalla finestra.
Dall’altro lato, il suo essere Dominante – ciò che lo definiva da vent’anni – gli imponeva distacco. Una schiava non è una compagna. Una schiava è proprietà, strumento di piacere, riflesso del controllo del Padrone. Amarla significava tradire quella identità. Significava rischiare di perdere il potere che lo eccitava di più.
Iniziò a oscillare. Alcune sere era dolce, quasi innamorato: la scopava lentamente, guardandola negli occhi, sussurrandole parole che non avrebbe mai dovuto dire. «Sei bellissima». «Mi fai impazzire». Altre sere era crudele, più del necessario: la puniva per infrazioni inventate, la lasciava legata per ore, la negava fino alle lacrime. Poi, quando lei piangeva, si odiava.
Sofia lo percepiva. Non era stupida. «Signore… cosa succede?» gli chiese una notte, dopo che lui l’aveva lasciata sola per ore in ginocchio in un angolo.
«Niente», rispose secco. «Torna al tuo posto».
Ma lei non tornava. Si avvicinava, nuda, in ginocchio, e gli posava la testa sulla coscia. «Ti prego, dimmi».
Alessandro la scostava, ma con mano tremante.
La moglie Laura iniziò a notare qualcosa. Non sospettava l’amante – Alessandro era troppo attento – ma percepiva la distrazione. «Sei strano ultimamente», gli disse una sera. «Più stanco. Più lontano».
«Lavoro», rispose lui. E si odiò per la bugia.
Una sera di marzo, dopo una sessione particolarmente violenta – l’aveva frustata con il flogger fino a lasciare segni rossi sulla schiena, poi l’aveva presa sul pavimento senza preliminari – Sofia crollò. Singhiozzava, non di dolore fisico, ma di confusione. «Non capisco più cosa vuoi da me», disse. «Un giorno sei dolce, il giorno dopo mi tratti come se mi odiassi».
Alessandro si sedette sul bordo del letto, la testa tra le mani. «Non ti odio», mormorò. «È il contrario».
Silenzio. Poi Sofia, piano: «Dillo».
Lui alzò lo sguardo. Gli occhi verdi di lei lo inchiodavano. «Ti amo», disse. La voce gli uscì strozzata. «E non dovrei».
Sofia si avvicinò, gli prese le mani. «Anch’io ti amo, Signore».
Si baciarono. Non come padrone e schiava, ma come due persone che si erano trovate in un luogo sbagliato. Fu un bacio lungo, disperato. Poi fecero l’amore – non una scena, non un gioco di potere – piano, guardandosi, sussurrandosi parole che spezzavano ogni regola.
Dopo, rimasero abbracciati in silenzio.
«Cosa facciamo ora?» chiese Sofia, la voce piccola.
Alessandro non rispose subito. Pensava a Laura, alla vita costruita in venticinque anni. Pensava alla comunità BDSM, al rispetto che si era guadagnato. Pensava a sé stesso, a cinquant’anni, con una ragazza di venticinque che lo guardava come se fosse il centro del mondo.
«Non lo so», disse infine. «Non so se posso lasciarti andare. Ma non so nemmeno se posso tenerti così».
Sofia si strinse a lui. «Non voglio perderti».
«Neanche io». Ma dentro di sé sentiva già l’amarezza. Una storia nata nel buio di una dinamica estrema poteva davvero uscire alla luce? Poteva lui, Alessandro, cinquant’anni, sposato, Dominante, diventare l’uomo di cui Sofia aveva bisogno? O l’avrebbe distrutta, tenendola sospesa tra amore e possesso?
Le settimane successive furono un alternarsi di momenti di felicità rubata e di abissi. A volte passavano sere intere a fare l’amore senza regole, ridendo, parlando fino all’alba. Altre volte lui tornava al distacco, la chiamava «schiava» con voce dura, la puniva, per ricordarsi chi era. Sofia accettava tutto, ma nei suoi occhi c’era sempre una domanda silenziosa.
Una sera di aprile, Alessandro arrivò tardi. Aveva litigato con Laura – niente di grave, solo una discussione su una vacanza – ma si era sentito in colpa. Entrò in casa e trovò Sofia ad aspettarlo in ginocchio, come sempre. Ma stavolta non riuscì a mantenere la maschera. La sollevò, la baciò con rabbia, la portò in camera. La scopò con violenza, come per punire sé stesso attraverso di lei. Sofia gridò, si aggrappò a lui, pianse.
Dopo, mentre giacevano sudati e ansanti, lei gli disse: «Un giorno dovrai scegliere, Alessandro».
Lui chiuse gli occhi. «Lo so».
Ma non scelse. Non ancora.
La storia continuò così, sospesa in un limbo dolce e doloroso. Lui andava da lei, la amava, la dominava, la feriva, la curava. Sofia restava, perché lo amava troppo per andarsene, e troppo poco per chiedergli tutto.
E Alessandro, ogni notte tornando a casa da Laura, guardava il soffitto e si chiedeva quanto sarebbe durato quel fragile equilibrio. Quanto tempo prima che qualcosa – una parola di troppo, un sospetto, un cedimento – facesse crollare tutto.
Non lo sapeva. Nessuno dei due lo sapeva.
La storia restava aperta, come una ferita che non smette di sanguinare.
Da anni frequentava, con discrezione assoluta, il mondo del BDSM. Non i club rumorosi, ma spazi privati, forum criptati, incontri selezionati. Era un Dominante esperto, rispettato nella comunità per la sua fermezza misurata, per la capacità di leggere i limiti altrui senza mai oltrepassarli con leggerezza. Non cercava avventure fugaci: cercava controllo, consegna totale, la bellezza di una sottomissione consapevole. Non aveva mai coinvolto Laura – lei non sapeva, e lui riteneva che fosse meglio così.
Fu in un forum privato, uno di quelli accessibili solo su invito, che lesse per la prima volta il messaggio di Sofia.
Aveva venticinque anni, viveva a Milano, lavorava come grafica freelance. Il suo annuncio era semplice, quasi timido: «Cerco un Dominante esperto, serio, che sappia guidare senza fretta. Non voglio giochi, voglio una consegna vera». Alessandro lesse quelle parole tre volte. C’era qualcosa di raro: non la provocazione esibita di tante annunci, ma una sincerità spoglia. Le scrisse in privato. Iniziarono a messaggiarsi per settimane. Parlavano di limiti, di desideri, di paure. Sofia era curiosa, intelligente, aveva letto molto ma vissuto poco. Alessandro le spiegò le sue regole: discrezione assoluta, rispetto, sicurezza. Non si vedevano in faccia finché non fossero stati certi.
Il primo incontro avvenne in un caffè discreto nei pressi di Porta Nuova, a Milano. Alessandro arrivò in anticipo, vestito con un completo grigio scuro, cravatta blu. Quando Sofia entrò, lui la riconobbe subito: capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi verdi intensi, un cappotto nero che le arrivava alle ginocchia. Era più bella di quanto le foto (solo corpo, mai volto) avessero suggerito. Si sedettero in un angolo. Parlarono per due ore. Lei arrossiva quando lui le chiedeva dettagli sui suoi desideri; lui sorrideva, controllato, ma dentro sentiva già una piccola crepa aprirsi.
«Voglio provare a essere tua», gli disse lei alla fine, abbassando lo sguardo. «Ma ho paura di non essere abbastanza».
«Non devi essere abbastanza», rispose Alessandro. «Devi solo essere onesta».
Tornarono a scriversi. Altri incontri: una cena, una passeggiata serale. Lui le impose le prime piccole regole – niente biancheria intima quando si vedevano, un messaggio ogni mattina per dire “buongiorno, Signore”. Sofia obbediva con un misto di eccitazione e tremore. Alessandro sentiva il controllo scorrere nelle vene come vino forte.
Il passo successivo fu naturale. Sofia aveva un monolocale minuscolo a Milano, un lavoro che le permetteva di essere ovunque. Alessandro possedeva una piccola casa a Moncalieri, sulle colline torinesi: l’aveva comprata anni prima come investimento, ma era rimasta quasi sempre vuota. Una villetta indipendente, con giardino recintato, silenziosa. «Potresti trasferirti lì», le propose una sera, al telefono. «Saresti vicina, ma non troppo. Avresti la tua privacy, e io potrei venire quando voglio».
Sofia accettò dopo una settimana di riflessione. Lasciò Milano, il monolocale, qualche amica che non capiva. Arrivò a Moncalieri con due valigie e un gatto nero che chiamava Ombra. Alessandro la aiutò a sistemarsi. Le diede una copia delle chiavi, ma le disse chiaro: «Questa è casa mia. Tu ci vivi perché io te lo permetto».
I primi mesi furono un lento, inesorabile approfondirsi.
Alessandro andava da lei due o tre volte a settimana, mai negli stessi giorni, per mantenere l’imprevedibilità. Laura pensava che avesse riunioni serali o cene di lavoro; lui era sempre stato discreto, non aveva mai destato sospetti.
Quando varcava la soglia della villetta, Sofia lo accoglieva in ginocchio, nuda o con l’intimo che lui aveva scelto. Alessandro la guardava a lungo, in silenzio, prima di parlare. Poi le dava ordini: preparagli un whisky, massaggiargli le spalle, restare immobile mentre lui la toccava piano, senza mai portarla all’orgasmo. La puniva per piccole trasgressioni – un messaggio arrivato in ritardo, una risposta troppo lenta – con sculacciate misurate, con la cintura di pelle morbida che teneva nell’armadio. Sofia piangeva, ma dopo lo abbracciava, tremante di gratitudine.
Le scene diventavano sempre più intense. Una sera d’autunno, Alessandro arrivò con una borsa nera. Dentro c’erano corde di iuta, un collare di cuoio, una benda. Legò Sofia al letto, le mani sopra la testa, le caviglie divaricate. Le accarezzò il corpo per mezz’ora senza mai penetrarla, solo con le dita, con la lingua, portandola al confine dell’orgasmo e poi fermandosi. Lei implorava, la voce rotta. «Ti prego, Signore…»
«Silenzio», ordinava lui, la voce bassa, ferma.
Solo quando era soddisfatto della sua resa, entrava in lei, lento, profondo, controllando ogni spinta. Sofia si inarcava, gridava il suo nome – mai Alessandro, sempre «Signore». Dopo, lui la slegava, la puliva con cura, la teneva tra le braccia finché il tremito cessava. Poi si rivestiva e se ne andava, lasciandola sola nel letto ancora caldo.
Col tempo, però, qualcosa cambiò.
Alessandro iniziò a restare più a lungo. Portava la cena, cucinavano insieme – lei in grembiule e niente altro, lui che la correggeva se sbagliava una dose. Guardavano un film sul divano, lei accoccolata ai suoi piedi. Parlavano. Sofia gli raccontava della sua infanzia difficile, del padre assente, della madre troppo severa. Alessandro, per la prima volta nella sua vita adulta, parlava di sé: dell’azienda che aveva fondato dal nulla, della paura di invecchiare, del matrimonio che funzionava ma non lo riempiva più.
Una sera di dicembre, dopo una sessione particolarmente intensa – l’aveva tenuta sospesa con le corde per quasi un’ora, le aveva fatto raggiungere tre orgasmi negati prima di concedergliene uno devastante – Sofia si addormentò tra le sue braccia. Alessandro la guardò dormire. I capelli sparsi sul cuscino, le labbra socchiuse, il segno leggero del collare sul collo. Sentì una stretta al petto, un calore che non era desiderio, ma qualcosa di più pericoloso.
Si innamorò.
Lo capì gradualmente, con orrore. All’inizio pensò fosse solo affetto, la naturale conseguenza di una dinamica profonda. Ma poi iniziò a pensare a lei anche quando non erano insieme. A immaginare di portarla a cena fuori, non nascosti. A desiderare di svegliarsi accanto a lei la mattina. A provare gelosia quando lei raccontava di un cliente maschile che le aveva scritto in modo troppo amichevole.
Il conflitto lo divorava.
Da un lato, l’amore lo spingeva a trattarla con una tenerezza che non aveva mai mostrato. Le portava fiori, le preparava la colazione prima di andare via, le comprava libri che sapeva le sarebbero piaciuti. Le permetteva di venire senza chiedere permesso, a volte. La baciava sulla fronte, le accarezzava i capelli mentre guardavano la neve cadere fuori dalla finestra.
Dall’altro lato, il suo essere Dominante – ciò che lo definiva da vent’anni – gli imponeva distacco. Una schiava non è una compagna. Una schiava è proprietà, strumento di piacere, riflesso del controllo del Padrone. Amarla significava tradire quella identità. Significava rischiare di perdere il potere che lo eccitava di più.
Iniziò a oscillare. Alcune sere era dolce, quasi innamorato: la scopava lentamente, guardandola negli occhi, sussurrandole parole che non avrebbe mai dovuto dire. «Sei bellissima». «Mi fai impazzire». Altre sere era crudele, più del necessario: la puniva per infrazioni inventate, la lasciava legata per ore, la negava fino alle lacrime. Poi, quando lei piangeva, si odiava.
Sofia lo percepiva. Non era stupida. «Signore… cosa succede?» gli chiese una notte, dopo che lui l’aveva lasciata sola per ore in ginocchio in un angolo.
«Niente», rispose secco. «Torna al tuo posto».
Ma lei non tornava. Si avvicinava, nuda, in ginocchio, e gli posava la testa sulla coscia. «Ti prego, dimmi».
Alessandro la scostava, ma con mano tremante.
La moglie Laura iniziò a notare qualcosa. Non sospettava l’amante – Alessandro era troppo attento – ma percepiva la distrazione. «Sei strano ultimamente», gli disse una sera. «Più stanco. Più lontano».
«Lavoro», rispose lui. E si odiò per la bugia.
Una sera di marzo, dopo una sessione particolarmente violenta – l’aveva frustata con il flogger fino a lasciare segni rossi sulla schiena, poi l’aveva presa sul pavimento senza preliminari – Sofia crollò. Singhiozzava, non di dolore fisico, ma di confusione. «Non capisco più cosa vuoi da me», disse. «Un giorno sei dolce, il giorno dopo mi tratti come se mi odiassi».
Alessandro si sedette sul bordo del letto, la testa tra le mani. «Non ti odio», mormorò. «È il contrario».
Silenzio. Poi Sofia, piano: «Dillo».
Lui alzò lo sguardo. Gli occhi verdi di lei lo inchiodavano. «Ti amo», disse. La voce gli uscì strozzata. «E non dovrei».
Sofia si avvicinò, gli prese le mani. «Anch’io ti amo, Signore».
Si baciarono. Non come padrone e schiava, ma come due persone che si erano trovate in un luogo sbagliato. Fu un bacio lungo, disperato. Poi fecero l’amore – non una scena, non un gioco di potere – piano, guardandosi, sussurrandosi parole che spezzavano ogni regola.
Dopo, rimasero abbracciati in silenzio.
«Cosa facciamo ora?» chiese Sofia, la voce piccola.
Alessandro non rispose subito. Pensava a Laura, alla vita costruita in venticinque anni. Pensava alla comunità BDSM, al rispetto che si era guadagnato. Pensava a sé stesso, a cinquant’anni, con una ragazza di venticinque che lo guardava come se fosse il centro del mondo.
«Non lo so», disse infine. «Non so se posso lasciarti andare. Ma non so nemmeno se posso tenerti così».
Sofia si strinse a lui. «Non voglio perderti».
«Neanche io». Ma dentro di sé sentiva già l’amarezza. Una storia nata nel buio di una dinamica estrema poteva davvero uscire alla luce? Poteva lui, Alessandro, cinquant’anni, sposato, Dominante, diventare l’uomo di cui Sofia aveva bisogno? O l’avrebbe distrutta, tenendola sospesa tra amore e possesso?
Le settimane successive furono un alternarsi di momenti di felicità rubata e di abissi. A volte passavano sere intere a fare l’amore senza regole, ridendo, parlando fino all’alba. Altre volte lui tornava al distacco, la chiamava «schiava» con voce dura, la puniva, per ricordarsi chi era. Sofia accettava tutto, ma nei suoi occhi c’era sempre una domanda silenziosa.
Una sera di aprile, Alessandro arrivò tardi. Aveva litigato con Laura – niente di grave, solo una discussione su una vacanza – ma si era sentito in colpa. Entrò in casa e trovò Sofia ad aspettarlo in ginocchio, come sempre. Ma stavolta non riuscì a mantenere la maschera. La sollevò, la baciò con rabbia, la portò in camera. La scopò con violenza, come per punire sé stesso attraverso di lei. Sofia gridò, si aggrappò a lui, pianse.
Dopo, mentre giacevano sudati e ansanti, lei gli disse: «Un giorno dovrai scegliere, Alessandro».
Lui chiuse gli occhi. «Lo so».
Ma non scelse. Non ancora.
La storia continuò così, sospesa in un limbo dolce e doloroso. Lui andava da lei, la amava, la dominava, la feriva, la curava. Sofia restava, perché lo amava troppo per andarsene, e troppo poco per chiedergli tutto.
E Alessandro, ogni notte tornando a casa da Laura, guardava il soffitto e si chiedeva quanto sarebbe durato quel fragile equilibrio. Quanto tempo prima che qualcosa – una parola di troppo, un sospetto, un cedimento – facesse crollare tutto.
Non lo sapeva. Nessuno dei due lo sapeva.
La storia restava aperta, come una ferita che non smette di sanguinare.
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Elena
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