Lacrime nella notte
di
b_bull_and_master
genere
sentimentali
La stanza dell’hotel era immersa in una penombra calda, illuminata solo dalla luce soffusa di una lampada da comodino. Fuori, Firenze dormiva sotto una pioggia leggera che tamburellava piano sui vetri. Dentro, il letto era ancora caldo dei loro corpi.
Giulia giaceva rannicchiata contro il petto di Marco, nuda, la pelle ancora umida di sudore e di lui. Le lenzuola erano aggrovigliate intorno alle loro gambe. Lui la teneva stretta, una mano grande che le accarezzava lentamente la schiena, scendendo fino alla curva del fondoschiena. Respiravano piano, in sincronia, come se anche il sonno volesse tenerli uniti.
Era stata una giornata rubata, perfetta nella sua clandestinità.
Si erano incontrati alle nove del mattino in una piccola stazione fuori città. Lei aveva detto al marito che andava a trovare una vecchia amica a Bologna. Lui aveva inventato una riunione improvvisa a Milano. Avevano guidato fino a Firenze, mano nella mano, ridendo come due ragazzini. Avevano camminato per ore tra i vicoli, si erano baciati sotto il Ponte Vecchio, avevano pranzato in una trattoria nascosta dove nessuno li conosceva. Poi, nel pomeriggio, erano tornati in hotel e si erano amati con quella fame disperata che solo chi sa di avere poco tempo può avere.
Avevano fatto l’amore tre volte.
La prima con urgenza, contro la parete, vestiti ancora addosso. La seconda lentamente, guardandosi negli occhi, come se volessero imprimersi ogni dettaglio. La terza con dolcezza straziante, lei sopra di lui, i movimenti lenti, profondi, le mani intrecciate, le bocche che non si staccavano mai.
Adesso dormivano.
O almeno, Marco dormiva.
Giulia si svegliò di colpo alle tre e venti, con il cuore che batteva così forte da farle male.
Le lacrime arrivarono prima ancora che si rendesse conto di piangere. Un singhiozzo violento, soffocato, le uscì dal petto. Poi un altro. E un altro ancora.
Marco si svegliò all’istante. La sentì tremare tra le sue braccia.
«Giulia… amore, che succede?»
La voce di lui era roca di sonno, ma subito vigile, preoccupata. La strinse più forte, una mano che le accarezzava i capelli, l’altra che le teneva la nuca.
Lei non riusciva a parlare. Singhiozzava forte, il viso premuto contro il suo petto, le lacrime che gli bagnavano la pelle.
«Shhh… respira, amore mio… respira con me…»
Marco la cullò dolcemente, baciandole la fronte, le tempie, le palpebre bagnate. Aspettò che il pianto si calmasse un po’.
«Dimmi cosa c’è… ti prego.»
Giulia alzò il viso. Aveva gli occhi gonfi, rossi, bellissimi nella loro disperazione.
«Mi manca mio figlio…» sussurrò, la voce rotta. «Mi manca da morire. Stamattina quando sono uscita di casa lui dormiva ancora… e io gli ho dato un bacio sulla fronte mentendo. Gli ho detto che andavo da un’amica. E invece ero qui… con te… a fare l’amore come se non avessi una famiglia.»
Le lacrime ricominciarono a scendere.
«Mi odio, Marco. Mi odio perché ti amo. Perché quando sono con te mi sento viva come non mi sono mai sentita. Perché quando mi tocchi dimentico tutto. Ma poi mi sveglio e ricordo che ho un marito che non mi guarda più da anni, un figlio che mi adora, una vita che ho costruito… e che sto distruggendo.»
Marco la strinse ancora più forte, il cuore che gli faceva male.
«Lo so…» disse piano, la voce spezzata. «Credi che non lo sappia? Ogni volta che ti bacio penso a mia moglie che dorme accanto a me senza sospettare niente. Ogni volta che entro dentro di te penso a mio figlio che mi chiede quando torniamo a giocare a calcio. Anch’io mi odio. Anch’io mi sento un mostro.»
Le asciugò le lacrime con i pollici.
«Ma poi ti guardo… e capisco che non posso fare a meno di te. Che questo amore clandestino è l’unica cosa vera che ho. Che quando sono dentro di te, per quei pochi minuti, il mondo sparisce. E io sono solo tuo.»
Giulia singhiozzò più forte, stringendosi a lui.
«Ho paura, Marco… ho paura di non riuscire più a tornare indietro. Ho paura che un giorno sceglierò te e perderò tutto. Ho paura che un giorno sceglierò loro e perderò te.»
Lui le baciò le labbra salate di lacrime.
«Allora restiamo qui, in questo momento. Solo noi due. Solo questo amore proibito che ci fa sentire vivi. Non sappiamo cosa succederà domani. Ma stanotte… stanotte sei mia. E io sono tuo.»
La fece sdraiare di nuovo, si mise sopra di lei, lentamente, con una tenerezza infinita.
Entrò dentro di lei con dolcezza straziante, senza fretta, guardandola negli occhi.
Questa volta non fu sesso.
Fu amore.
Fu un modo di dirsi tutto quello che non potevano dire al mondo.
Ogni spinta era una promessa silenziosa.
Ogni gemito era una lacrima condivisa.
Quando vennero, lo fecero insieme, stretti, tremanti, piangendo entrambi.
Dopo, Marco la tenne tra le braccia, il viso di lei premuto contro il suo petto.
«Ti amo, Giulia» sussurrò. «Anche se è sbagliato. Anche se fa male. Ti amo.»
Lei alzò il viso bagnato di lacrime e lo baciò piano.
«Ti amo anch’io… anche se mi distrugge.»
Si addormentarono così, abbracciati, con le lacrime che si asciugavano sulla pelle.
Fuori, la pioggia continuava a cadere.
Dentro, per quella notte, l’amore clandestino era l’unica cosa che aveva senso.
Giulia giaceva rannicchiata contro il petto di Marco, nuda, la pelle ancora umida di sudore e di lui. Le lenzuola erano aggrovigliate intorno alle loro gambe. Lui la teneva stretta, una mano grande che le accarezzava lentamente la schiena, scendendo fino alla curva del fondoschiena. Respiravano piano, in sincronia, come se anche il sonno volesse tenerli uniti.
Era stata una giornata rubata, perfetta nella sua clandestinità.
Si erano incontrati alle nove del mattino in una piccola stazione fuori città. Lei aveva detto al marito che andava a trovare una vecchia amica a Bologna. Lui aveva inventato una riunione improvvisa a Milano. Avevano guidato fino a Firenze, mano nella mano, ridendo come due ragazzini. Avevano camminato per ore tra i vicoli, si erano baciati sotto il Ponte Vecchio, avevano pranzato in una trattoria nascosta dove nessuno li conosceva. Poi, nel pomeriggio, erano tornati in hotel e si erano amati con quella fame disperata che solo chi sa di avere poco tempo può avere.
Avevano fatto l’amore tre volte.
La prima con urgenza, contro la parete, vestiti ancora addosso. La seconda lentamente, guardandosi negli occhi, come se volessero imprimersi ogni dettaglio. La terza con dolcezza straziante, lei sopra di lui, i movimenti lenti, profondi, le mani intrecciate, le bocche che non si staccavano mai.
Adesso dormivano.
O almeno, Marco dormiva.
Giulia si svegliò di colpo alle tre e venti, con il cuore che batteva così forte da farle male.
Le lacrime arrivarono prima ancora che si rendesse conto di piangere. Un singhiozzo violento, soffocato, le uscì dal petto. Poi un altro. E un altro ancora.
Marco si svegliò all’istante. La sentì tremare tra le sue braccia.
«Giulia… amore, che succede?»
La voce di lui era roca di sonno, ma subito vigile, preoccupata. La strinse più forte, una mano che le accarezzava i capelli, l’altra che le teneva la nuca.
Lei non riusciva a parlare. Singhiozzava forte, il viso premuto contro il suo petto, le lacrime che gli bagnavano la pelle.
«Shhh… respira, amore mio… respira con me…»
Marco la cullò dolcemente, baciandole la fronte, le tempie, le palpebre bagnate. Aspettò che il pianto si calmasse un po’.
«Dimmi cosa c’è… ti prego.»
Giulia alzò il viso. Aveva gli occhi gonfi, rossi, bellissimi nella loro disperazione.
«Mi manca mio figlio…» sussurrò, la voce rotta. «Mi manca da morire. Stamattina quando sono uscita di casa lui dormiva ancora… e io gli ho dato un bacio sulla fronte mentendo. Gli ho detto che andavo da un’amica. E invece ero qui… con te… a fare l’amore come se non avessi una famiglia.»
Le lacrime ricominciarono a scendere.
«Mi odio, Marco. Mi odio perché ti amo. Perché quando sono con te mi sento viva come non mi sono mai sentita. Perché quando mi tocchi dimentico tutto. Ma poi mi sveglio e ricordo che ho un marito che non mi guarda più da anni, un figlio che mi adora, una vita che ho costruito… e che sto distruggendo.»
Marco la strinse ancora più forte, il cuore che gli faceva male.
«Lo so…» disse piano, la voce spezzata. «Credi che non lo sappia? Ogni volta che ti bacio penso a mia moglie che dorme accanto a me senza sospettare niente. Ogni volta che entro dentro di te penso a mio figlio che mi chiede quando torniamo a giocare a calcio. Anch’io mi odio. Anch’io mi sento un mostro.»
Le asciugò le lacrime con i pollici.
«Ma poi ti guardo… e capisco che non posso fare a meno di te. Che questo amore clandestino è l’unica cosa vera che ho. Che quando sono dentro di te, per quei pochi minuti, il mondo sparisce. E io sono solo tuo.»
Giulia singhiozzò più forte, stringendosi a lui.
«Ho paura, Marco… ho paura di non riuscire più a tornare indietro. Ho paura che un giorno sceglierò te e perderò tutto. Ho paura che un giorno sceglierò loro e perderò te.»
Lui le baciò le labbra salate di lacrime.
«Allora restiamo qui, in questo momento. Solo noi due. Solo questo amore proibito che ci fa sentire vivi. Non sappiamo cosa succederà domani. Ma stanotte… stanotte sei mia. E io sono tuo.»
La fece sdraiare di nuovo, si mise sopra di lei, lentamente, con una tenerezza infinita.
Entrò dentro di lei con dolcezza straziante, senza fretta, guardandola negli occhi.
Questa volta non fu sesso.
Fu amore.
Fu un modo di dirsi tutto quello che non potevano dire al mondo.
Ogni spinta era una promessa silenziosa.
Ogni gemito era una lacrima condivisa.
Quando vennero, lo fecero insieme, stretti, tremanti, piangendo entrambi.
Dopo, Marco la tenne tra le braccia, il viso di lei premuto contro il suo petto.
«Ti amo, Giulia» sussurrò. «Anche se è sbagliato. Anche se fa male. Ti amo.»
Lei alzò il viso bagnato di lacrime e lo baciò piano.
«Ti amo anch’io… anche se mi distrugge.»
Si addormentarono così, abbracciati, con le lacrime che si asciugavano sulla pelle.
Fuori, la pioggia continuava a cadere.
Dentro, per quella notte, l’amore clandestino era l’unica cosa che aveva senso.
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