Il regalo proibito
di
b_bull_and_master
genere
prime esperienze
Cinzia aveva compiuto vent’anni da pochi giorni. Le sue amiche del cuore – Marta, Laura e Sofia, quelle con cui aveva condiviso risate, segreti e lacrime dai tempi del liceo – avevano organizzato una serata intima a casa di Marta: bollicine di prosecco che frizzavano nei bicchieri, una torta al cioccolato fondente che scioglieva in bocca, e una pila di pacchetti avvolti in carte colorate. Quando arrivò il momento del regalo “collettivo”, le tre si scambiarono occhiate complici e le misero tra le mani una scatola rettangolare, avvolta in carta nera lucida con un fiocco rosso sangue che sembrava sussurrare promesse proibite.
«Aprila, Cinzia. Fidati, ti piacerà,» disse Laura con un sorriso malizioso.
Le mani di Cinzia tremarono leggermente mentre strappava la carta. Dentro, adagiato su un letto di velina bianca come neve immacolata, c’era un completo intimo che le tolse il fiato: un reggiseno di pizzo nero così trasparente da sembrare un velo di fumo, con coppe che promettevano di accogliere senza nascondere; mutandine coordinate, minuscole, con un piccolo fiocco di raso sul davanti e un taglio che lasciava intravedere più di quanto coprisse; calze autoreggenti di seta purissima, sottili come un sussurro; e, al centro di tutto, un reggicalze con quattro giarrettiere eleganti, nere e lucide, pronte a tendersi come corde di un arco.
Il silenzio durò un istante eterno, poi esplosero le risate. «Per la tua prima volta da donna vera!» esclamò Sofia. «Per quando vorrai sentirti irresistibile… o far perdere la testa a qualcuno,» aggiunse Marta, strizzando l’occhio.
Cinzia arrossì fino alle orecchie, balbettando un «Siete completamente matte!» mentre accarezzava il pizzo con la punta delle dita. Era così morbido, così fresco, quasi elettrico al tatto. Le amiche la abbracciarono, la stuzzicarono ancora un po’ con battute leggere, poi la serata scivolò via tra chiacchiere e musica. Ma quella scatola le pesava nella borsa come un segreto bollente per tutto il tragitto verso casa.
Entrata nella sua cameretta, chiuse la porta a chiave con un clic che risuonò troppo forte nel silenzio. Il cuore le martellava nel petto: curiosità, imbarazzo, un’eccitazione che già le bagnava la pelle di un velo di sudore. Spense la luce centrale, lasciando accesa solo la lampada sul comodino, che diffondeva una luce calda, ambrata, come il bagliore di una candela. L’aria della stanza sembrava più densa, più intima.
Si spogliò con lentezza deliberata, quasi in un rituale. Prima la maglietta, poi i jeans, infine la biancheria quotidiana – cotone semplice, comodo, innocente. Rimase nuda davanti allo specchio dell’armadio, osservando il proprio corpo con occhi nuovi: i seni pieni e sodi, i capezzoli già inturgiditi dall’aria fresca della notte, la curva morbida dei fianchi, il triangolo scuro tra le cosce. Un brivido le corse lungo la spina dorsale.
Iniziò dal reggiseno. Lo prese tra le dita, sentendo il pizzo fine che le solleticava i polpastrelli. Lo allacciò dietro la schiena, e quando le coppe si posarono sui seni, un sospiro le sfuggì dalle labbra. Il tessuto era così trasparente che riusciva a vedere i capezzoli rosa premere contro la trama, irrigidirsi ulteriormente al contatto leggero, quasi carezzevole. Ogni respiro faceva sfregare il pizzo sulla pelle sensibile, mandandole piccoli lampi di piacere dritti al centro del petto. Si guardò: il décolleté era accentuato, i seni sembravano offerti, esposti. Un’onda di vergogna la travolse – calda, liquida, deliziosa. “Sembro una di quelle donne nei film vietati,” pensò, e il pensiero la fece arrossire ancora di più.
Poi le mutandine. Le fece scivolare piano lungo le gambe, il pizzo che le accarezzava l’interno delle cosce come una lingua di seta. Quando le tirò su, il tessuto si adattò perfettamente, stringendosi tra le natiche con una pressione intima, sfiorando il monte di Venere in modo così diretto da farle contrarre i muscoli del basso ventre. Il piccolo fiocco sul davanti sembrava un invito. Sentì subito un calore umido diffondersi tra le gambe: era già bagnata, solo per quell’indumento così sfacciato. La vergogna si fece più intensa – “Sono così… esposta” – ma si mescolava a un’eccitazione crescente, un pulsare sordo che le saliva dal clitoride.
Il reggicalze richiese più attenzione. Si sedette sul bordo del letto, le gambe leggermente aperte, e allacciò la fascia intorno alla vita. Era stretta il giusto, le premeva dolcemente sul ventre basso, proprio sopra l’osso pubico, ricordandole a ogni respiro la propria nudità. Il tessuto elastico le accarezzava la pelle, mandandole brividi che si irradiavano verso il sesso. Poi le calze: le arrotolò con cura, una per gamba, e le fece salire piano. La seta era una carezza liquida, scivolava sulla pelle liscia delle cosce, solleticando ogni poro. Quando arrivarono in cima, la fascia elastica si strinse morbidamente, lasciando una striscia di pelle nuda, ipersensibile, tra la calza e le mutandine. Cinzia trattenne il fiato: quel contatto la faceva fremere, come se l’aria stessa la toccasse in punti proibiti.
Le giarrettiere furono il tocco finale, il più tormentoso. Si alzò in piedi, piegandosi leggermente, e agganciò i piccoli ganci metallici – freddi, duri – alla balza delle calze. Clic anteriore sinistro: la giarrettiera si tese, tirando delicatamente la calza e sfregando contro l’interno della coscia. Clic anteriore destro: un altro tiro, un altro brivido che le arrivò dritto al centro. Posteriori: dovette girarsi, inarcare la schiena, e ogni movimento faceva premere il reggicalze sul ventre, faceva sfregare il pizzo delle mutandine sul clitoride già gonfio.
Ora tutto era collegato: un sistema delicato di tensioni, di carezze costanti. Si girò verso lo specchio e si fermò, senza fiato.
Stupore assoluto. La ragazza riflessa non era più la Cinzia di tutti i giorni. Le gambe sembravano infinite, allungate dalla linea nera delle giarrettiere che correva dritta come una promessa. I fianchi erano accentuati dal contrasto del nero sul bianco della pelle. I seni premevano contro il pizzo trasparente, i capezzoli duri come perle. E tra le cosce, quella striscia di pelle nuda, quel vuoto invitante… Era bellissima. Era oscena. Era una versione di sé che non conosceva, una donna che desiderava essere desiderata.
La vergogna la colpì come un’onda calda: le guance in fiamme, le mani che volevano coprirsi, il pensiero “Se qualcuno mi vedesse così… mia madre, un ragazzo qualunque… impazzirebbero, o mi giudicherebbero”. Eppure quella vergogna era intrisa di piacere: le faceva battere il cuore più forte, le rendeva la pelle ipersensibile. Ogni piccolo movimento – un passo, un respiro profondo – faceva tendere le giarrettiere, sfregare il pizzo sui capezzoli, premere il tessuto umido delle mutandine contro il sesso pulsante.
Si sedette di nuovo sul letto, lentamente, sentendo tutto tirare in modo delizioso. Accavallò le gambe: la seta sfregò, le giarrettiere si tesero, un gemito basso le sfuggì dalla gola. Chiuse gli occhi. Una mano, quasi contro la sua volontà, scivolò sul ventre, sfiorò il bordo del reggicalze, poi scese più in basso. Toccò il pizzo delle mutandine: era fradicio, caldo del suo desiderio. Premette piano sul clitoride attraverso il tessuto, e il piacere fu immediato, acuto, come una scarica elettrica. Ritrasse la mano per un momento, ansimando, poi tornò, più decisa.
Si sdraiò sul letto, le gambe aperte, le calze tese al massimo. Le dita scivolarono sotto il pizzo, trovando la carne bagnata, scivolosa. Si accarezzò piano, prima in cerchi lenti, poi più veloci, sentendo il clitoride gonfiarsi sotto il tocco. Ogni movimento faceva oscillare le giarrettiere, faceva premere il reggiseno sui seni, amplificando tutto. Immaginò mani altrui – forti, sicure – che la toccavano così, che la scoprivano. Il respiro si fece affannoso, i fianchi si inarcarono da soli.
L’eccitazione crebbe come una marea: ondate di calore che partivano dal sesso e si irradiavano ovunque. La vergogna non era sparita – la rendeva solo più intensa, più proibita. “Sto facendo questo… vestita così… da sola,” pensò, e il pensiero la spinse oltre il bordo. Le dita si mossero più rapide, entrando piano dentro di sé, mentre il pollice premeva sul clitoride. Un ultimo, lungo gemito, e l’orgasmo la travolse: violento, profondo, con contrazioni che le facevano tremare le cosce, tendere le giarrettiere fino al limite.
Rimase lì, ansimante, il corpo madido di sudore, le calze ancora perfette, il reggicalze che le stringeva la vita come un abbraccio possessivo. Sorrise nel buio, le labbra gonfie, gli occhi lucidi.
Quel regalo non era solo pizzo e seta. Era una rivelazione. Una porta spalancata sul desiderio, sul piacere di sé. E Cinzia, per la prima volta, si sentì non solo viva, ma affamata di vita.
«Aprila, Cinzia. Fidati, ti piacerà,» disse Laura con un sorriso malizioso.
Le mani di Cinzia tremarono leggermente mentre strappava la carta. Dentro, adagiato su un letto di velina bianca come neve immacolata, c’era un completo intimo che le tolse il fiato: un reggiseno di pizzo nero così trasparente da sembrare un velo di fumo, con coppe che promettevano di accogliere senza nascondere; mutandine coordinate, minuscole, con un piccolo fiocco di raso sul davanti e un taglio che lasciava intravedere più di quanto coprisse; calze autoreggenti di seta purissima, sottili come un sussurro; e, al centro di tutto, un reggicalze con quattro giarrettiere eleganti, nere e lucide, pronte a tendersi come corde di un arco.
Il silenzio durò un istante eterno, poi esplosero le risate. «Per la tua prima volta da donna vera!» esclamò Sofia. «Per quando vorrai sentirti irresistibile… o far perdere la testa a qualcuno,» aggiunse Marta, strizzando l’occhio.
Cinzia arrossì fino alle orecchie, balbettando un «Siete completamente matte!» mentre accarezzava il pizzo con la punta delle dita. Era così morbido, così fresco, quasi elettrico al tatto. Le amiche la abbracciarono, la stuzzicarono ancora un po’ con battute leggere, poi la serata scivolò via tra chiacchiere e musica. Ma quella scatola le pesava nella borsa come un segreto bollente per tutto il tragitto verso casa.
Entrata nella sua cameretta, chiuse la porta a chiave con un clic che risuonò troppo forte nel silenzio. Il cuore le martellava nel petto: curiosità, imbarazzo, un’eccitazione che già le bagnava la pelle di un velo di sudore. Spense la luce centrale, lasciando accesa solo la lampada sul comodino, che diffondeva una luce calda, ambrata, come il bagliore di una candela. L’aria della stanza sembrava più densa, più intima.
Si spogliò con lentezza deliberata, quasi in un rituale. Prima la maglietta, poi i jeans, infine la biancheria quotidiana – cotone semplice, comodo, innocente. Rimase nuda davanti allo specchio dell’armadio, osservando il proprio corpo con occhi nuovi: i seni pieni e sodi, i capezzoli già inturgiditi dall’aria fresca della notte, la curva morbida dei fianchi, il triangolo scuro tra le cosce. Un brivido le corse lungo la spina dorsale.
Iniziò dal reggiseno. Lo prese tra le dita, sentendo il pizzo fine che le solleticava i polpastrelli. Lo allacciò dietro la schiena, e quando le coppe si posarono sui seni, un sospiro le sfuggì dalle labbra. Il tessuto era così trasparente che riusciva a vedere i capezzoli rosa premere contro la trama, irrigidirsi ulteriormente al contatto leggero, quasi carezzevole. Ogni respiro faceva sfregare il pizzo sulla pelle sensibile, mandandole piccoli lampi di piacere dritti al centro del petto. Si guardò: il décolleté era accentuato, i seni sembravano offerti, esposti. Un’onda di vergogna la travolse – calda, liquida, deliziosa. “Sembro una di quelle donne nei film vietati,” pensò, e il pensiero la fece arrossire ancora di più.
Poi le mutandine. Le fece scivolare piano lungo le gambe, il pizzo che le accarezzava l’interno delle cosce come una lingua di seta. Quando le tirò su, il tessuto si adattò perfettamente, stringendosi tra le natiche con una pressione intima, sfiorando il monte di Venere in modo così diretto da farle contrarre i muscoli del basso ventre. Il piccolo fiocco sul davanti sembrava un invito. Sentì subito un calore umido diffondersi tra le gambe: era già bagnata, solo per quell’indumento così sfacciato. La vergogna si fece più intensa – “Sono così… esposta” – ma si mescolava a un’eccitazione crescente, un pulsare sordo che le saliva dal clitoride.
Il reggicalze richiese più attenzione. Si sedette sul bordo del letto, le gambe leggermente aperte, e allacciò la fascia intorno alla vita. Era stretta il giusto, le premeva dolcemente sul ventre basso, proprio sopra l’osso pubico, ricordandole a ogni respiro la propria nudità. Il tessuto elastico le accarezzava la pelle, mandandole brividi che si irradiavano verso il sesso. Poi le calze: le arrotolò con cura, una per gamba, e le fece salire piano. La seta era una carezza liquida, scivolava sulla pelle liscia delle cosce, solleticando ogni poro. Quando arrivarono in cima, la fascia elastica si strinse morbidamente, lasciando una striscia di pelle nuda, ipersensibile, tra la calza e le mutandine. Cinzia trattenne il fiato: quel contatto la faceva fremere, come se l’aria stessa la toccasse in punti proibiti.
Le giarrettiere furono il tocco finale, il più tormentoso. Si alzò in piedi, piegandosi leggermente, e agganciò i piccoli ganci metallici – freddi, duri – alla balza delle calze. Clic anteriore sinistro: la giarrettiera si tese, tirando delicatamente la calza e sfregando contro l’interno della coscia. Clic anteriore destro: un altro tiro, un altro brivido che le arrivò dritto al centro. Posteriori: dovette girarsi, inarcare la schiena, e ogni movimento faceva premere il reggicalze sul ventre, faceva sfregare il pizzo delle mutandine sul clitoride già gonfio.
Ora tutto era collegato: un sistema delicato di tensioni, di carezze costanti. Si girò verso lo specchio e si fermò, senza fiato.
Stupore assoluto. La ragazza riflessa non era più la Cinzia di tutti i giorni. Le gambe sembravano infinite, allungate dalla linea nera delle giarrettiere che correva dritta come una promessa. I fianchi erano accentuati dal contrasto del nero sul bianco della pelle. I seni premevano contro il pizzo trasparente, i capezzoli duri come perle. E tra le cosce, quella striscia di pelle nuda, quel vuoto invitante… Era bellissima. Era oscena. Era una versione di sé che non conosceva, una donna che desiderava essere desiderata.
La vergogna la colpì come un’onda calda: le guance in fiamme, le mani che volevano coprirsi, il pensiero “Se qualcuno mi vedesse così… mia madre, un ragazzo qualunque… impazzirebbero, o mi giudicherebbero”. Eppure quella vergogna era intrisa di piacere: le faceva battere il cuore più forte, le rendeva la pelle ipersensibile. Ogni piccolo movimento – un passo, un respiro profondo – faceva tendere le giarrettiere, sfregare il pizzo sui capezzoli, premere il tessuto umido delle mutandine contro il sesso pulsante.
Si sedette di nuovo sul letto, lentamente, sentendo tutto tirare in modo delizioso. Accavallò le gambe: la seta sfregò, le giarrettiere si tesero, un gemito basso le sfuggì dalla gola. Chiuse gli occhi. Una mano, quasi contro la sua volontà, scivolò sul ventre, sfiorò il bordo del reggicalze, poi scese più in basso. Toccò il pizzo delle mutandine: era fradicio, caldo del suo desiderio. Premette piano sul clitoride attraverso il tessuto, e il piacere fu immediato, acuto, come una scarica elettrica. Ritrasse la mano per un momento, ansimando, poi tornò, più decisa.
Si sdraiò sul letto, le gambe aperte, le calze tese al massimo. Le dita scivolarono sotto il pizzo, trovando la carne bagnata, scivolosa. Si accarezzò piano, prima in cerchi lenti, poi più veloci, sentendo il clitoride gonfiarsi sotto il tocco. Ogni movimento faceva oscillare le giarrettiere, faceva premere il reggiseno sui seni, amplificando tutto. Immaginò mani altrui – forti, sicure – che la toccavano così, che la scoprivano. Il respiro si fece affannoso, i fianchi si inarcarono da soli.
L’eccitazione crebbe come una marea: ondate di calore che partivano dal sesso e si irradiavano ovunque. La vergogna non era sparita – la rendeva solo più intensa, più proibita. “Sto facendo questo… vestita così… da sola,” pensò, e il pensiero la spinse oltre il bordo. Le dita si mossero più rapide, entrando piano dentro di sé, mentre il pollice premeva sul clitoride. Un ultimo, lungo gemito, e l’orgasmo la travolse: violento, profondo, con contrazioni che le facevano tremare le cosce, tendere le giarrettiere fino al limite.
Rimase lì, ansimante, il corpo madido di sudore, le calze ancora perfette, il reggicalze che le stringeva la vita come un abbraccio possessivo. Sorrise nel buio, le labbra gonfie, gli occhi lucidi.
Quel regalo non era solo pizzo e seta. Era una rivelazione. Una porta spalancata sul desiderio, sul piacere di sé. E Cinzia, per la prima volta, si sentì non solo viva, ma affamata di vita.
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