La tempesta

di
genere
pulp

La pioggia batteva contro le vetrate come migliaia di dita furiose, un diluvio che sembrava voler spazzare via la città intera. Dentro l’appartamento, però, la tempesta era molto più violenta: parole che volavano come coltelli, respiri affannati, corpi tesi pronti a esplodere.
«Sei solo un fottuto egoista del cazzo!» urlò Sofia, la voce che tremava di rabbia pura. I suoi occhi neri scintillavano, i capelli lunghi appiccicati alla fronte dal sudore e dalla pioggia che era entrata quando aveva sbattuto la porta poco prima. «Pensi solo al tuo piacere, alla tua libertà, mai una volta che ti importi di quello che provo io! Mi tratti come una troia da scopare quando ti pare e poi sparisci!»
Matteo la fissò, il petto che si alzava e abbassava come un toro incazzato. «E tu? Tu sei una stronza gelosa e possessiva che mi soffoca! Non ne posso più di questa merda, di te che controlli ogni mio messaggio, ogni mio respiro! Vaffanculo, Sofia, vaffanculo!»
Era scoppiato tutto per una cazzata: un messaggio non risposto, una uscita serale con gli amici che lei aveva interpretato come tradimento, gelosie represse che ribollivano da settimane. Ma ora non erano più solo parole. Sofia gli si avventò addosso, le mani aperte che gli schiaffeggiarono il viso con violenza, un suono secco che riecheggiò nella stanza. Il primo schiaffo gli fece girare la testa, il bruciore che gli accese le guance e qualcosa di più profondo, un fuoco animalesco.
Matteo non si trattenne. La afferrò per i polsi con forza brutale, torcendoglieli fino a farla gemere di dolore. «Puttana,» ringhiò, spingendola contro il muro con tanta forza da far tremare i quadri. Sofia rispose con un calcio nelle tibie, poi gli graffiò il collo con le unghie lunghe, lasciando strisce rosse che sanguinavano. Si presero a botte sul serio: lei gli tirò un pugno chiuso sul petto, lui la schiaffeggiò di rimando, facendole sanguinare il labbro. Rotolarono sul pavimento del soggiorno, avvinghiati come bestie feroci – lei gli mordeva la spalla, lui le tirava i capelli fino a farle inarcare la schiena, pugni sul fianco, ginocchiate, graffi che lacrimavano sulla pelle. Il sangue colava dal labbro di Matteo, dal collo di lei; il sudore mescolato alla pioggia rendeva i corpi scivolosi, i respiri rantoli di odio puro.
«Ti odio, bastardo!» gridò Sofia, cercando di strangolarlo con le mani intorno al collo.
«Ti odio anch’io, troia,» rispose lui, la voce strozzata ma carica di desiderio represso.
Erano ridotti a questo: animali in calore che si distruggevano. Ma sotto l’odio c’era il desiderio, quello crudo, primordiale, che li aveva sempre uniti. A un tratto, mentre rotolavano avvinghiati, le bocche si trovarono. Non fu un bacio: fu una collisione. Matteo le morse il labbro inferiore fino a farla sanguinare di nuovo, lei gli infilò la lingua in bocca con violenza, succhiando e mordendo. Le mani di lui strapparono la maglietta di Sofia con uno strappo selvaggio, esponendo i seni pieni, i capezzoli turgidi e duri come sassi per l’adrenalina e l’eccitazione traditrice. Lei gli graffiò la schiena sotto la camicia, lacerando la stoffa e la pelle, poi gli abbassò i jeans con rabbia, afferrandogli il cazzo già gonfio e pulsante, duro come ferro.
«Guardati, pezzo di merda,» sibilò lei, pompandolo con forza brutale, le unghie che graffiavano la cappella. «Sei già duro per me, anche se mi odi.»
«Lo sai perché, puttana,» ringhiò Matteo, spingendola giù sul tappeto e aprendo le sue cosce con le ginocchia. Le strappò le mutandine di lato, senza toglierle, esponendo la figa già fradicia, gonfia e lucida di umori. Le infilò tre dita dentro senza preavviso, curvandole per colpire quel punto che la faceva impazzire, pompando forte mentre il pollice le schiacciava il clitoride. Sofia urlò, inarcando la schiena, le unghie conficcate nelle sue braccia.
«Fottimi, bastardo! Fottimi come la troia che sono!» gridò, spingendo i fianchi contro la sua mano.
Matteo non aspettò. Si posizionò tra le sue gambe e la penetrò con un affondo violento, profondo, fino a sbattere contro il fondo della sua figa calda e stretta. Sofia gridò di nuovo, un suono gutturale, animalesco, le gambe che gli stringevano i fianchi come una morsa. Iniziarono a scopare con una furia cieca: colpi potenti, veloci, il rumore bagnato dei corpi che sbattevano, la figa di lei che schizzava a ogni affondo, il cazzo di lui che la riempiva e la stirava senza pietà.
«Più forte, cazzo! Rompimi la figa!» urlava Sofia, graffiandogli la schiena fino a farla sanguinare.
Lui la girò a pecorina senza uscire da lei, afferrandole i capelli e tirandoli indietro come redini, mentre la inculava con colpi selvaggi. Una mano le schiaffeggiava il culo rotondo, lasciando impronte rosse, l’altra scivolò avanti per pizzicarle il clitoride. Poi, senza preavviso, sputò sulla sua figa e infilò un dito nel culo stretto, spingendolo dentro mentre continuava a scoparla.
«Prendilo nel culo, troia,» grugnì, aggiungendo un secondo dito e dilatandola con movimenti violenti.
Sofia impazzì: spinse all’indietro, incitandolo, gemendo parole sporche e oscene. «Sì, sì, fottimi il culo con le dita… poi col cazzo… riempimi tutta, bastardo!»
Matteo non resistette. Tolse il cazzo dalla figa, bagnato fradicio dei suoi umori, e lo spinse contro il suo culo, entrando piano all’inizio poi con un colpo secco che la fece urlare di dolore e piacere. La scopò nel culo con rabbia, una mano che le strofinava la figa, l’altra che le torceva un capezzolo. Sofia venne per prima, un orgasmo violento che le fece contrarre tutto il corpo, la figa che schizzava sul tappeto, il culo che stringeva il suo cazzo come una morsa. «Vengo… cazzo, vengo… riempimi!»
Lui la seguì subito, venendo profondo nel suo culo con un ruggito, fiotti caldi e abbondanti che la inondavano, colando fuori mentre continuava a pompare. Poi la girò, le afferrò la testa e le infilò il cazzo in bocca, ancora sporco di tutto, facendoglielo pulire con la lingua mentre lei lo succhiava avidamente, ingoiando ogni goccia.
Crollarono esausti sul pavimento, corpi coperti di sudore, sangue, umori, graffi e lividi. La pioggia fuori iniziava a calmarsi, un ticchettio più morbido contro i vetri.
Matteo le accarezzò piano la schiena martoriata, baciandole il labbro spaccato con una tenerezza improvvisa. Sofia si rannicchiò contro di lui, le dita che tracciavano dolcemente le ferite che gli aveva inferto.
«Scusa» mormorò lei, la voce rotta.
«Scusa» rispose lui, stringendola forte.
Si abbracciarono nudi e distrutti, i corpi ancora uniti in quel caos. Dopo la tempesta, la quiete: l’odio si era dissolto nel piacere più crudo, lasciando solo un amore più forte, più profondo, marchiato dalla violenza che li aveva salvati.
scritto il
2026-02-15
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