Bolero

di
genere
prime esperienze

Si chiamavano Luca e Sofia. Lui trentadue anni, architetto, voce bassa e mani grandi. Lei ventinove, grafica, occhi grandi e un sorriso che sembrava sempre chiedere permesso. Convivevano da un anno in un appartamento luminoso del centro, con piante sul davanzale e un letto matrimoniale che cigolava solo quando ridevano troppo forte. Il sesso tra loro era bello, affettuoso, ritmato. Ma entrambi sapevano che sotto la superficie covava qualcosa di più buio, più caldo, più necessario.
Tutto cominciò una sera di fine ottobre, mentre fuori pioveva.
Erano sul divano. Sofia aveva la testa sulle sue ginocchia e Luca le accarezzava i capelli. Lei gli prese la mano e se la portò alle labbra. «Fammi il solletico», mormorò. Luca sorrise e obbedì: dita leggere sulla pianta del piede, poi sulle caviglie, poi dietro le ginocchia. Lei rideva, si contorceva. Quando lui si fermò, Sofia aveva il respiro corto. Luca non rise. La guardò negli occhi e disse, con una voce nuova: «Stasera non ti muovi finché non te lo dico io».
Lei arrossì. Annuì.
Quella notte lui la spogliò lentamente, senza permetterle di toccarlo. La fece sdraiare sul letto a pancia in su, braccia lungo i fianchi. Le sfiorò il corpo con la punta delle dita per minuti interi: clavicole, capezzoli, ventre, interno cosce. Ogni volta che lei sollevava i fianchi per cercare di più, lui si fermava. «Ferma», ordinò. Sofia obbedì. Quando finalmente la penetrò fu con una lentezza esasperante, tenendole i polsi sopra la testa con una mano sola. Lei venne tremando, senza quasi rumore, come se il piacere fosse un segreto che lui le aveva concesso.
Il tema era nato: controllo. E lui era il direttore.
Il giorno dopo, al mattino, prima di uscire per lavoro, Luca le mise in mano un paio di mutandine di pizzo nero. «Le indossi oggi. Niente altro sotto la gonna». Sofia esitò un secondo, poi le indossò. Durante la riunione delle dieci sentì il tessuto sfregare contro la pelle nuda e pensò a lui. Gli mandò un messaggio: «Mi sento nuda». Lui rispose: «Bene. Toccati una volta sola, in bagno, ma non venire». Lei obbedì. Tornò alla scrivania con le guance in fiamme.
La sera Luca la aspettava in piedi in salotto. «In ginocchio». Lei si inginocchiò. Lui le legò i polsi dietro la schiena con la sua stessa cravatta. Poi si sedette sul divano e la fece strisciare fino a lui. «Leccami». Sofia lo prese in bocca con devozione, occhi alzati verso i suoi. Lui le teneva la testa ferma, dettando il ritmo. Quando fu al limite si ritrasse. «Non ancora». La fece alzare, la piegò sul tavolo della cucina e la prese da dietro, una mano tra i capelli, l’altra che le stringeva un fianco. «Di chi sei?» chiese. «Tua», rispose lei, la voce rotta.
Il crescendo saliva, nota dopo nota.
Terzo giorno. Luca comprò un collare sottile di pelle nera. Glielo mise al collo dopo cena. «Da ora in casa lo porti sempre, tranne quando esci». Sofia sentì il peso leggero sulla gola e qualcosa dentro di lei si sciolse. Quella notte lui la legò al letto a stella: polsi e caviglie alle quattro colonne. La bendò. Per quasi un’ora la torturò con la lingua e con le dita, portandola sull’orlo dell’orgasmo e fermandosi ogni volta. Lei piangeva di frustrazione. «Ti prego… padrone». La parola le uscì da sola. Luca sorrise contro la sua pelle. «Brava ragazza». Solo allora le concesse di venire, e fu così intenso che lei urlò.
Quarto giorno. Al mattino, prima di uscire, lui le inserì un piccolo plug anale. «Lo tieni tutto il giorno. Ogni ora mi mandi un messaggio con una sola parola: “piena”». Sofia passò la giornata in ufficio con quella presenza costante, calda, proibita. Ogni volta che si sedeva sentiva la pressione. Ogni messaggio era una resa. La sera Luca la fece chinare sul divano, le alzò la gonna e la sculacciò piano, poi più forte, finché la pelle non divenne rosa acceso. Poi la prese lì, senza togliere il plug. Sofia venne due volte, una dopo l’altra, singhiozzando di piacere.
Quinto giorno. Luca le comprò un vibratore a distanza. Durante la cena in un ristorante tranquillo lo accese al minimo. Sofia dovette continuare a parlare normalmente mentre il piacere le vibrava dentro. Lui la guardava negli occhi, sorrideva, alzava l’intensità. Lei strinse il bordo del tavolo. «Non venire», le ordinò a bassa voce. Lei obbedì, tremando. Tornati a casa lui la fece spogliare in mezzo al salotto, la mise a quattro zampe e la prese mentre il vibratore era ancora acceso. «Chiedimi il permesso di venire». Lei lo implorò. Lui glielo concesse solo dopo averla sentita piangere di desiderio.
Sesto giorno. Il gioco divenne più profondo. Luca le insegnò le posizioni: «ginocchio uno», «ginocchio due», «presente». Lei imparò in fretta. Quella sera la legò con corde di juta rosse, braccia dietro la schiena, seni stretti, caviglie unite. La fece stare in ginocchio per mezz’ora, solo a guardarlo mentre lui leggeva. Poi la usò: bocca, mani, sesso, senza fretta. Ogni volta che lei cercava di muoversi lui le dava uno schiaffo leggero sul viso. «Stai ferma. Sei mia». Sofia non era mai stata così bagnata in vita sua.
Settimo giorno. Weekend. Luca la svegliò all’alba. La portò in doccia, la lavò lui stesso, con cura e fermezza. Poi la fece vestire solo con il collare, calze autoreggenti e tacchi. La legò al termosifone del salotto, braccia alzate. Passò la mattina a lavorare al computer mentre lei aspettava, esposta, eccitata, silenziosa. Ogni tanto si alzava, le accarezzava il sesso con due dita, la baciava sulla bocca e tornava al lavoro. A mezzogiorno la slegò, la fece sdraiare sul tavolo da pranzo e la scopò con forza, tenendole le gambe aperte. «Dimmi che sei la mia schiava». «Sono la tua schiava, padrone».
Ottavo giorno. Luca introdusse il frustino. Pelle morbida, manico rigido. Prima lo usò leggero, solo per scaldarle la pelle. Poi più deciso. Sofia contava i colpi ad alta voce. Venti. Trenta. Quando arrivò a quaranta stava piangendo, ma il suo sesso gocciolava. Lui la premiò prendendola da dietro mentre lei ancora tremava. La fece venire urlando il suo nome.
Nono giorno. La portò in un sex shop. Scelse insieme a lei un dildo più grande, un bavaglio a palla, pinze per capezzoli. Quella sera le mise tutto. La legò a faccia in giù, cuscino sotto i fianchi, e la usò per un’ora intera: alternando bocca, sesso, ano. Sofia non era più cosciente di sé. Era solo corpo, solo obbedienza, solo piacere.
Decimo giorno. Il culmine.
Luca aveva preparato tutto. Corde, candele, ghiaccio, olio. La fece entrare nuda nella stanza da letto trasformata in tempio. La legò in sospensione leggera: polsi al soffitto, piedi appena a terra. Le mise il bavaglio. Le applicò le pinze. Poi cominciò. Ghiaccio sui capezzoli, lingua sul clitoride, frustino sulle natiche, dita dentro di lei, vibratore, il suo cazzo. La portò al limite decine di volte. Ogni volta lei mugolava attraverso il bavaglio, implorando con gli occhi. Quando finalmente le tolse il bavaglio e le chiese: «Vuoi venire, schiava?», lei rispose con la voce rotta: «Sì, padrone, ti prego, usami». Luca la scopò con tutta la forza che aveva, tenendola per i fianchi, mentre le pinze le stringevano i capezzoli e il plug la riempiva. Sofia venne così forte che le gambe le cedettero. Lui la seguì poco dopo, riversandosi dentro di lei con un ringhio animale.
Undicesimo giorno. Fecero l’amore piano, teneramente, quasi per ricordarsi da dove erano partiti. Ma il collare era ancora al suo posto. E lei lo baciò prima di dormire, sussurrando: «Grazie, padrone».
Dodicesimo giorno, sera tardi. Erano abbracciati sul divano. Il tema del Bolero era arrivato al suo massimo, orchestra completa, travolgente, perfetta. Luca le accarezzò il collo, sotto il collare, e disse: «Non voglio smettere mai».
Sofia sorrise, occhi lucidi, e rispose: «Nemmeno io».

Per un po’ di tempo non riuscirò a pubblicare niente per motivi personali. Alien mi reclama.
scritto il
2026-02-22
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