Una lunga notte
di
b_bull_and_master
genere
sadomaso
La stanza era immersa in una penombra vellutata, illuminata soltanto da candele rosse che tremolavano come cuori in preda a un desiderio inconfessabile. L’aria era densa di incenso al sandalo e del profumo acre del mio sudore, misto all’olio che rendeva la mia testa rasata un specchio lucido, riflettente la luce come una superficie di ossidiana. Ero Federica, o ciò che ne restava: una donna di ventotto anni, italiana, un tempo ordinaria, ora trasformata in un’opera di carne devota. La mia cute, priva di ogni capello, era unta e brillante, simbolo di resa assoluta. I tatuaggi – audaci picche nere che adornavano il collo, le cosce, il pube depilato – proclamavano la mia natura di schiava devota a un piacere superiore, marchiata per sempre. I piercing – anelli pesanti ai capezzoli, un lucchetto al clitoride che solo lui possedeva la chiave, barre alla lingua per servirlo con maggiore raffinatezza – tintinnavano a ogni mio movimento, un’armonia di sottomissione.
Indossavo soltanto un harness di latex nero, che stringeva le mie curve voluttuose: seni pieni e gravidi di desiderio, vita stretta come un corsetto invisibile, fianchi larghi e un fondoschiena rotondo che Davide amava segnare con la sua mano possessiva. I tacchi a spillo, quindici centimetri di eleganza crudele, mi costringevano a una postura eretta, le gambe tese, il corpo offerto come un altare. Strisciai verso di lui sul pavimento di marmo freddo, le ginocchia che sfregavano contro la superficie, il collare pesante con la catena che strisciava dietro di me come un serpente addomesticato.
Davide era seduto sul suo trono di cuoio nero, vestito con raffinata semplicità: camicia nera sbottonata che lasciava intravedere il petto scolpito, pantaloni che celavano l’eccitazione che sapevo essere già pronta per me. I suoi occhi, profondi e impenetrabili, mi fissavano con quella intensità che mi faceva sciogliere dentro, un misto di dominio assoluto e tenerezza nascosta. Non era geloso quella sera; era il mio signore, il mio tormentatore raffinato, colui che conosceva ogni fibra del mio essere.
“Avvicinati, amore mio,” disse con voce bassa, vellutata come seta nera, un sussurro che mi accarezzò la pelle come una carezza proibita. Allungò una mano e afferrò la catena del mio collare, tirandomi dolcemente ma fermamente tra le sue gambe. Le sue dita sfiorarono la mia cute rasata, un gesto possessivo che mi strappò un gemito sommesso. “Stasera ti porterò al confine del piacere, al limite dove il desiderio diventa supplizio squisito. Ti negherò l’estasi finché non lo deciderò io. E forse… stasera non lo deciderò.”
Mi inginocchiai tra le sue cosce, la testa lucida premuta contro il suo interno gamba, il cuore che batteva all’impazzata. Sapevo cosa significava quel tormento del limite con lui: ore di eccitazione negata, un raffinato supplizio che mi riduceva a un essere implorante, la mente frantumata dal desiderio irrisolto, il corpo un instrumento di piacere sospeso. “Sì, mio signore,” sussurrai, la voce tremante di anticipazione. “Usatemi come la vostra devota. Sono pronta a soffrire per il vostro piacere.”
Davide sorrise, un sorriso predatorio ma intriso di quella passione che solo noi conoscevamo. Le sue dita accarezzarono la mia cute, scendendo lungo il collo fino ai tatuaggi, tracciando le picche nere con lentezza deliberata. “Inizia con l’adorazione,” ordinò, la voce un comando avvolto in miele. Le mie mani, tremanti di desiderio represso, slacciarono la cintura dei suoi pantaloni. Il suo membro emerse, duro e venoso, un simbolo di potere che mi faceva colare tra le cosce. Lo presi in bocca con lentezza devota, la lingua piercata che danzava sulla cappella, succhiando con reverenza assoluta. Davide emise un gemito basso, la mano sulla mia testa rasata che guidava il ritmo con fermezza gentile. “Lento, amore. Questo è solo l’inizio del tuo supplizio.”
Succhiavo con avidità controllata, la saliva che colava lungo l’asta, la lingua che esplorava ogni vena, ogni pulsazione. Il mio corpo rispondeva con violenza: la vagina che si contraeva vuota, i capezzoli duri sotto i pesi degli anelli, il desiderio che montava come una marea inarrestabile. Ma lui mi fermò dopo pochi minuti, ritraendo il membro e lasciandomi con la bocca aperta, implorante, il respiro affannoso. “Basta,” disse con calma crudele. “Primo limite. Tocca te stessa, ma non raggiungere l’estasi.”
Mi sdraiai sul pavimento come ordinato, le gambe spalancate in offerta totale, il harness latex che stringeva le mie curve come una seconda pelle. Le dita scivolarono sulla vagina rasata, il lucchetto al clitoride che tintinnava a ogni tocco. Mi accarezzavo lentamente, circoli sul clitoride gonfio e sensibile, penetrandomi con due dita mentre lui osservava, il membro in mano, accarezzandosi con lentezza senza raggiungere il culmine. “Descrivi ciò che provi, amore mio,” ordinò, la voce un sussurro che mi trafiggeva.
“Mio signore… è… un fuoco liquido che mi consuma… la mia intimità pulsa per voi… brucia, implora il vostro tocco… voglio l’estasi… ma è vostra da negare…” La voce mi si spezzava in gemiti, il piacere che saliva rapido, inesorabile. Lui contava i secondi con precisione chirurgica. “Ferma.” Ritirai le dita al confine assoluto, il corpo che tremava in negazione, un grido frustrato che echeggiò nella stanza come un lamento d’amore represso.
Ripetemmo il rituale per ore, un balletto di desiderio e supplizio. Davide mi legò al letto con corde di seta rossa, polsi e caviglie fissati ai quattro angoli, la testa rasata premuta sul cuscino di velluto, il corpo offerto come un sacrificio. Usò il vibratore – basso all’inizio, un ronzio che mi accarezzava come una promessa, poi alto sul clitoride piercato, un tuono che mi scuoteva fino al midollo. Mi portò al confine dieci volte, venti, trenta. Ogni volta si fermava, lasciandomi ansimante, sudata, la cute pelata che brillava di sudore come una perla sotto la luce rossa. “Implora, amore,” sussurrava, la voce un veleno dolce.
“Mio signore… vi supplico… concedetemi l’estasi… sono la vostra devota marchiata… pelata per il vostro piacere… usatemi fino a spezzarmi…” Le lacrime di frustrazione colavano sul mio viso, ma il desiderio era un oceano in tempesta, divino nella sua crudeltà.
Davide rise piano, un suono raffinato e possessivo. “No, stasera impari la vera negazione.” Mi penetrò allora, lento e profondo, il suo membro che riempiva la mia intimità distrutta da ore di tormento. Spinse con ritmo calcolato, prima gentile come una carezza, poi forte e possessivo, portandomi al confine dell’abisso. Sentivo l’orgasmo arrivare, un’onda irresistibile che mi avrebbe travolta. “Ora… ferma.” Si ritrasse di colpo, lasciandomi vuota, al limite del precipizio, il corpo che si contorceva nelle corde come una fiamma viva.
Urlai di frustrazione pura, un suono primordiale che riempì la stanza. Lui mi accarezzò la testa pelata, le dita che tracciavano i contorni della cute lucida con tenerezza crudele. “Brava, amore mio. Questo è il tormento del limite. Il tuo piacere è mio da negare, da dosare, da trasformare in estasi eterna.”
La sessione si protrasse per l’intera notte, un’eternità di sensazioni. Usò toy di ogni tipo: vibratori che mi penetravano mentre la sua lingua leccava il clitoride piercato, dita che esploravano l’ano dilatato mentre il suo membro mi riempiva la bocca. Mi portò al confine innumerevoli volte, fermandosi sempre un istante prima del culmine. Il mio corpo era un mare in tempesta: sudore che colava tra i seni, muscoli che tremavano per lo sforzo di trattenersi, la cute rasata che bruciava sotto le sue carezze possessive. La mente si frantumava: vedevo stelle danzare dietro le palpebre chiuse, imploravo in sussurri spezzati, il desiderio un fuoco che mi consumava senza mai estinguersi.
In un momento di particolare intensità, mi slegò parzialmente e mi fece montare su di lui, il suo membro che mi penetrava profondamente mentre le sue mani stringevano i miei fianchi. Cavalcavo con lentezza agonizzante, il piacere che montava come una sinfonia crescendo. “Più veloce,” ordinò. Obbedii, il ritmo che accelerava, l’orgasmo che si avvicinava come un tuono. Ma lui mi fermò di nuovo, mani ferme sui miei fianchi, ritraendosi. “No. Non ancora.”
Crollai su di lui, singhiozzi di frustrazione mista a estasi repressa. “Ti prego… mio amore… mio signore… non ce la faccio più…” Lui mi baciò la testa rasata, le labbra calde sulla cute lucida. “Lo so, Federica. Lo so. Ma è questo che ci lega. Il tuo desiderio negato è il mio amore più profondo.”
All’alba, dopo ore di quel supplizio raffinato, mi slegò completamente. Mi tenne tra le braccia, il suo corpo caldo contro il mio esausto. Accarezzò la mia cute rasata con tenerezza infinita, baciando ogni tatuaggio, ogni piercing. “Hai sofferto magnificamente, amore mio,” sussurrò. “Sei la mia schiava perfetta, la mia donna, la mia tutto.”
Io, esausta ma colma di un amore che trascendeva il dolore, alzai lo sguardo su di lui. “Ti amo, Davide. Con ogni fibra del mio essere spezzato e ricostruito per te. Sei il mio signore, il mio tormentatore, il mio amore eterno.”
Lui mi baciò profondamente, le lacrime sue che si mescolavano alle mie. “Ti amo, Federica. Più di ogni cosa. Sei mia, per sempre.”
In quel momento, dopo il tormento del limite, il nostro amore era assoluto, indissolubile, forgiato nel fuoco del desiderio negato e della resa totale.
Indossavo soltanto un harness di latex nero, che stringeva le mie curve voluttuose: seni pieni e gravidi di desiderio, vita stretta come un corsetto invisibile, fianchi larghi e un fondoschiena rotondo che Davide amava segnare con la sua mano possessiva. I tacchi a spillo, quindici centimetri di eleganza crudele, mi costringevano a una postura eretta, le gambe tese, il corpo offerto come un altare. Strisciai verso di lui sul pavimento di marmo freddo, le ginocchia che sfregavano contro la superficie, il collare pesante con la catena che strisciava dietro di me come un serpente addomesticato.
Davide era seduto sul suo trono di cuoio nero, vestito con raffinata semplicità: camicia nera sbottonata che lasciava intravedere il petto scolpito, pantaloni che celavano l’eccitazione che sapevo essere già pronta per me. I suoi occhi, profondi e impenetrabili, mi fissavano con quella intensità che mi faceva sciogliere dentro, un misto di dominio assoluto e tenerezza nascosta. Non era geloso quella sera; era il mio signore, il mio tormentatore raffinato, colui che conosceva ogni fibra del mio essere.
“Avvicinati, amore mio,” disse con voce bassa, vellutata come seta nera, un sussurro che mi accarezzò la pelle come una carezza proibita. Allungò una mano e afferrò la catena del mio collare, tirandomi dolcemente ma fermamente tra le sue gambe. Le sue dita sfiorarono la mia cute rasata, un gesto possessivo che mi strappò un gemito sommesso. “Stasera ti porterò al confine del piacere, al limite dove il desiderio diventa supplizio squisito. Ti negherò l’estasi finché non lo deciderò io. E forse… stasera non lo deciderò.”
Mi inginocchiai tra le sue cosce, la testa lucida premuta contro il suo interno gamba, il cuore che batteva all’impazzata. Sapevo cosa significava quel tormento del limite con lui: ore di eccitazione negata, un raffinato supplizio che mi riduceva a un essere implorante, la mente frantumata dal desiderio irrisolto, il corpo un instrumento di piacere sospeso. “Sì, mio signore,” sussurrai, la voce tremante di anticipazione. “Usatemi come la vostra devota. Sono pronta a soffrire per il vostro piacere.”
Davide sorrise, un sorriso predatorio ma intriso di quella passione che solo noi conoscevamo. Le sue dita accarezzarono la mia cute, scendendo lungo il collo fino ai tatuaggi, tracciando le picche nere con lentezza deliberata. “Inizia con l’adorazione,” ordinò, la voce un comando avvolto in miele. Le mie mani, tremanti di desiderio represso, slacciarono la cintura dei suoi pantaloni. Il suo membro emerse, duro e venoso, un simbolo di potere che mi faceva colare tra le cosce. Lo presi in bocca con lentezza devota, la lingua piercata che danzava sulla cappella, succhiando con reverenza assoluta. Davide emise un gemito basso, la mano sulla mia testa rasata che guidava il ritmo con fermezza gentile. “Lento, amore. Questo è solo l’inizio del tuo supplizio.”
Succhiavo con avidità controllata, la saliva che colava lungo l’asta, la lingua che esplorava ogni vena, ogni pulsazione. Il mio corpo rispondeva con violenza: la vagina che si contraeva vuota, i capezzoli duri sotto i pesi degli anelli, il desiderio che montava come una marea inarrestabile. Ma lui mi fermò dopo pochi minuti, ritraendo il membro e lasciandomi con la bocca aperta, implorante, il respiro affannoso. “Basta,” disse con calma crudele. “Primo limite. Tocca te stessa, ma non raggiungere l’estasi.”
Mi sdraiai sul pavimento come ordinato, le gambe spalancate in offerta totale, il harness latex che stringeva le mie curve come una seconda pelle. Le dita scivolarono sulla vagina rasata, il lucchetto al clitoride che tintinnava a ogni tocco. Mi accarezzavo lentamente, circoli sul clitoride gonfio e sensibile, penetrandomi con due dita mentre lui osservava, il membro in mano, accarezzandosi con lentezza senza raggiungere il culmine. “Descrivi ciò che provi, amore mio,” ordinò, la voce un sussurro che mi trafiggeva.
“Mio signore… è… un fuoco liquido che mi consuma… la mia intimità pulsa per voi… brucia, implora il vostro tocco… voglio l’estasi… ma è vostra da negare…” La voce mi si spezzava in gemiti, il piacere che saliva rapido, inesorabile. Lui contava i secondi con precisione chirurgica. “Ferma.” Ritirai le dita al confine assoluto, il corpo che tremava in negazione, un grido frustrato che echeggiò nella stanza come un lamento d’amore represso.
Ripetemmo il rituale per ore, un balletto di desiderio e supplizio. Davide mi legò al letto con corde di seta rossa, polsi e caviglie fissati ai quattro angoli, la testa rasata premuta sul cuscino di velluto, il corpo offerto come un sacrificio. Usò il vibratore – basso all’inizio, un ronzio che mi accarezzava come una promessa, poi alto sul clitoride piercato, un tuono che mi scuoteva fino al midollo. Mi portò al confine dieci volte, venti, trenta. Ogni volta si fermava, lasciandomi ansimante, sudata, la cute pelata che brillava di sudore come una perla sotto la luce rossa. “Implora, amore,” sussurrava, la voce un veleno dolce.
“Mio signore… vi supplico… concedetemi l’estasi… sono la vostra devota marchiata… pelata per il vostro piacere… usatemi fino a spezzarmi…” Le lacrime di frustrazione colavano sul mio viso, ma il desiderio era un oceano in tempesta, divino nella sua crudeltà.
Davide rise piano, un suono raffinato e possessivo. “No, stasera impari la vera negazione.” Mi penetrò allora, lento e profondo, il suo membro che riempiva la mia intimità distrutta da ore di tormento. Spinse con ritmo calcolato, prima gentile come una carezza, poi forte e possessivo, portandomi al confine dell’abisso. Sentivo l’orgasmo arrivare, un’onda irresistibile che mi avrebbe travolta. “Ora… ferma.” Si ritrasse di colpo, lasciandomi vuota, al limite del precipizio, il corpo che si contorceva nelle corde come una fiamma viva.
Urlai di frustrazione pura, un suono primordiale che riempì la stanza. Lui mi accarezzò la testa pelata, le dita che tracciavano i contorni della cute lucida con tenerezza crudele. “Brava, amore mio. Questo è il tormento del limite. Il tuo piacere è mio da negare, da dosare, da trasformare in estasi eterna.”
La sessione si protrasse per l’intera notte, un’eternità di sensazioni. Usò toy di ogni tipo: vibratori che mi penetravano mentre la sua lingua leccava il clitoride piercato, dita che esploravano l’ano dilatato mentre il suo membro mi riempiva la bocca. Mi portò al confine innumerevoli volte, fermandosi sempre un istante prima del culmine. Il mio corpo era un mare in tempesta: sudore che colava tra i seni, muscoli che tremavano per lo sforzo di trattenersi, la cute rasata che bruciava sotto le sue carezze possessive. La mente si frantumava: vedevo stelle danzare dietro le palpebre chiuse, imploravo in sussurri spezzati, il desiderio un fuoco che mi consumava senza mai estinguersi.
In un momento di particolare intensità, mi slegò parzialmente e mi fece montare su di lui, il suo membro che mi penetrava profondamente mentre le sue mani stringevano i miei fianchi. Cavalcavo con lentezza agonizzante, il piacere che montava come una sinfonia crescendo. “Più veloce,” ordinò. Obbedii, il ritmo che accelerava, l’orgasmo che si avvicinava come un tuono. Ma lui mi fermò di nuovo, mani ferme sui miei fianchi, ritraendosi. “No. Non ancora.”
Crollai su di lui, singhiozzi di frustrazione mista a estasi repressa. “Ti prego… mio amore… mio signore… non ce la faccio più…” Lui mi baciò la testa rasata, le labbra calde sulla cute lucida. “Lo so, Federica. Lo so. Ma è questo che ci lega. Il tuo desiderio negato è il mio amore più profondo.”
All’alba, dopo ore di quel supplizio raffinato, mi slegò completamente. Mi tenne tra le braccia, il suo corpo caldo contro il mio esausto. Accarezzò la mia cute rasata con tenerezza infinita, baciando ogni tatuaggio, ogni piercing. “Hai sofferto magnificamente, amore mio,” sussurrò. “Sei la mia schiava perfetta, la mia donna, la mia tutto.”
Io, esausta ma colma di un amore che trascendeva il dolore, alzai lo sguardo su di lui. “Ti amo, Davide. Con ogni fibra del mio essere spezzato e ricostruito per te. Sei il mio signore, il mio tormentatore, il mio amore eterno.”
Lui mi baciò profondamente, le lacrime sue che si mescolavano alle mie. “Ti amo, Federica. Più di ogni cosa. Sei mia, per sempre.”
In quel momento, dopo il tormento del limite, il nostro amore era assoluto, indissolubile, forgiato nel fuoco del desiderio negato e della resa totale.
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