La nostra insostituibile domestica ep.4

di
genere
dominazione

Riporto una seconda confessione della nostra domestica. L’ho vista piangere mentre scriveva.

È un onore vivere per loro, con loro. Essere attrazione alle loro feste private. Sono persone per bene, ho uno stipendio regolare, negli anni ho accumulato davvero tanti soldi, anche perché non ho nessuna spesa. Vivo qui, è il mio mondo. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non fossi approdata in questa nobile dimora. Forse sarei morta, ero ormai una giovane rassegnata barbona ai margini della società. Ed ora sono qui, con 420 mila euro sul conto e l’usufrutto di due stanze di questa casa che saranno mie per sempre, qualunque cosa accada. Il padrone ha fatto un atto notarile. Dalla finestra osservo spesso il parco, lo scorrere delle stagioni, la mia nuova cuccia, sotto il grande olmo, mentre sul comodino riposa la mia maschera da cane, in pelle nera. Tempo fa il setter di famiglia è venuto a mancare, è stato un dolore straziante per tutti. Per rispetto di lui, non han voluto sostituirlo con un altro cane, sarebbe stato solo per lenire il dolore, qui non si rimpiazza nessuno, non è nella loro cultura. Qui si vive con la mancanza, convivendoci. È molto romantico. Il padrone mi ha sempre fatta sentire speciale. Mi ha educata per il mio bene, i primi tempi mi rimproverava con un frustino da cavallo. Venivo immobilizzata su una cavallina, polsi e caviglie assicurati da fibbie di pelle, posta a novanta gradi, culo esposto. Nervate che mi hanno resa migliore. La prima volta gridai, la seconda mi eccitai. Non saprei come spiegarvi, sentivo lui eccitarsi sempre più, ad ogni schiocco sul mio giovane culo. Più colpiva più percepivo un incremento di goduria, rantoli e parole cambiavano, in un crescendo, pari al brucione che provavo. Si accorse che ero bagnata, mi vergognai tanto, speravo non lo capisse, invece abbassò i pantaloni eleganti, frettoloso, riuscii a vedere con la coda dell’occhio la sua erezione, si masturbava con la mano destra mentre infilava due dita della sinistra nella mia fregna fradicia. Poi le tolse, proprio quando forse stavo per venire. Ricordo che supplicai di rimetterle, invece le succhiò. Proprio quando ero disperata dal bisogno di sentirmi ancora riempita, mi penetrò. Contai cinque affondi, duri, perversi. Venne dentro, ed io con lui.
Ma ora il loro cane sono io. Non solo la domestica che si sveglia al mattino presto per pulire le fughe delle mattonelle. Hanno affidato a me il compito di essere la quattro zampe da compagnia. Prima del tramonto, mi spoglio nuda, indosso la maschera nera col muso allungato, infilo il plug coda nera nel mio sfintere e da bipede passo a quadrupede. Scendo le scale così, coi palmi delle mani che diventano le mie zampe. Entro nel salone dove la famiglia sta cenando, corro verso le loro ginocchia, prendo le carezze sulla nuca, mi lanciano qualche scarto di cibo che sarà la mia cena. Il figlio mi adora, cerca di darmi bocconi accettabili, la figlia è stronza, solo ossa, succhiate prima da lei. Il padrone invece mette biscottini nella ciotola, mi guarda mentre le addento. Sono diventata molto brava, lui adora proprio sentire il croccante della masticazione a bocca aperta, godersi mentre bevo con linguate dall’altra ciotola. Scodinzolo dondolando il sedere quando mi dona cibo; abbaio, nascosta dalla maschera, per attirare la loro attenzione quando si dimenticano di me.
Nell’ultima festa son stati tutti entusiasti di avere una cagna che gironzolava nuda nella stanza. Un signore volle che mi mettessi di schiena per massaggiarmi la pancia, davanti a tutti. Solo che palpò anche le mie piccole mammelle e tra le cosce. Sono momenti che solo chi può viverli, sa cosa significhino interiormente. Si prova umiliazione, davanti gli sguardi di tutti, ma se ci si cala davvero nella parte, sentirsi cagna è incredibile, con la fica esposta, l’ano al vento, le braccia e gambe costantemente piegate, mani di sconosciuti che toccano, vanno a cercare i miei buchi tra le mie zampe posteriori. E sì, mi bagno. Il clitoride si gonfia, si espone, lo vedono, lo sfiorano dicendomi “brava cagnetta”. Dicevo, all’ultima festa sono stati creativi. Un invitato ha chiesto se potevano farmi riprodurre, ha parlato all’orecchio del padrone, vedevo che lui acconsentiva con un cenno. Chiamarono un taxi, nominavano un cane di nome Jamal. Qualche altra telefonata e dopo venti minuti suonò il campanello. Avevo timore che arrivasse davvero un cane, lo ammetto. Invece entrò a quattro zampe un pakistano, nudo. Doveva essere il domestico di quel signore. Tutti si alzarono da tavola, prendendo i flute e adagiandosi sul divano per godersi l’accoppiamento. Jamal era molto scuro, non aveva maschera, un arabo dal fisico possente, notai la sua erezione, era spaventosa.
Tutti applaudivano, incitavano quel cane nero che lentamente si avvicinava a me, mi annusava l’ano, tra le gambe, istintivamente mi accovacciavo, ma le sue zampe anteriori erano forti e mi rialzavano per cercare di montarmi. Sentivo il suo pene durissimo puntare, tutti che guardavano, che acclamavano “dai cagna in calore fatti ingravidare” e frasi simili. Da tanto non mi bagnavo così, ero squallida, oscena, scabrosa, laida, una vera femmina di cane. All’improvviso trovò la strada e mi penetrò, con una sola spinta, fu davvero un gesto animale, mi sentii sfondata e strappata dentro, era davvero lungo e largo, curvo. Arrivò in fondo, poi mi poggiò il petto alla schiena, le zampe sulle mie spalle, ansimava, respiri rapidi, e continuava a spingere, veloce, come un varo cane voglioso. Vidi che la gente si toccava, sui pantaloni, le donne ridevano per disgusto, e mentre quella specie di dobermann umano mi impalava sul pavimento, venni, gridando nella maschera, volevo sfilarmi per urinare ma non riuscivo, era molto forte e insisteva, venivo dolorosamente, ma venivo. Sentivo un liquido scendermi lungo le zampe posteriori, poi venne lui. Fu incredibile, ringhiava quasi, mentre una quantità mostruosa di seme mi inondava. “fecondala, divideremo la cucciolata!” mi crollò esausto addosso, non riuscii a reggerlo e caddi con lui sopra. Restammo lì, incastrati, con seme asiatico che strabordava dalla mia fica dolente, slabbrata.
Lanciarono una pallina, lui corse a prenderla, riportandola fino al divano. Io mi trascinai verso la cuccia, quella nell’angolo del soggiorno, lasciando una scia di odorante seme bianco giallognolo. Nascosta nella cuccia mi toccai, venni, squirtai, cercando di non farlo notare agli invitati. Mi addormentai lì, accucciata sulla mia coperta.
Il giorno dopo il padrone mi svegliò, accarezzandomi la schiena. Mi fece prendere una pillola.
scritto il
2026-03-05
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