Alien

di
genere
sentimentali

Davide aveva cinquantatré anni e una vita che, vista da fuori, sembrava perfetta. Un posto di responsabilità in una grande azienda di consulenza, un appartamento luminoso nel centro di Milano, una moglie – Laura – che ancora voltava qualche testa quando entravano insieme a una cena di lavoro, e un figlio, Matteo, venticinquenne, laureato da poco e già assunto in una startup a Berlino. Tutto in ordine, tutto sotto controllo.
Ma dentro Davide c’era un’altra vita, più segreta, più vera. Si chiamava Federica.
Federica aveva ventotto anni ed era la figlia di Marco, un vecchio amico di Davide dai tempi dell’università. Marco era morto cinque anni prima, alcol e debiti, lasciando la figlia sola in un appartamento pieno di ricordi brutti e di uomini peggiori. Davide l’aveva trovata una sera, in un locale di periferia, con gli occhi troppo truccati e il corpo troppo esposto, in bilico su un baratro che conosceva bene. Non l’aveva giudicata. L’aveva semplicemente portata via.
Da allora Federica viveva in un piccolo appartamento che Davide le pagava in zona Navigli, e ogni volta che lui poteva staccarsi dalla vita “ufficiale”, andava da lei. All’inizio era stato un gioco di potere chiaro, netto, consensuale: lei si inginocchiava, lui comandava. Federica chiamava Davide “Padrone” e portava un collare di pelle nera quando erano soli. Lui la legava, la frustava dolcemente, la faceva implorare. Lei obbediva e poi, dopo, piangeva di sollievo tra le sue braccia.
Col tempo i ruoli si erano sovrapposti, confusi, intrecciati. A volte Federica era solo la schiava. Altre volte era la figlia che lui non aveva mai avuto davvero – dolce, bisognosa di protezione, che gli raccontava i suoi sogni e le sue paure. Altre volte ancora era l’amica, la confidente, quella con cui rideva fino alle lacrime parlando di film stupidi o di politica. E sempre, sotto tutto, l’amante. Il corpo di lei, giovane, morbido, disponibile, era diventato per Davide l’unico posto dove si sentiva vivo senza maschere.
Laura non sospettava nulla, o forse sospettava e preferiva non sapere. Matteo era troppo lontano per accorgersi di qualcosa.
La vita procedeva così, in equilibrio precario ma funzionante, fino al giorno in cui Davide sentì il primo dolore vero.
Era una fitta bassa, sotto le costole a sinistra, come se qualcosa gli mordesse dall’interno. Pensò a un’ulcera, allo stress, a troppe cene di lavoro. Fece gli esami di routine. Il medico di base aggrottò la fronte. Poi la TAC. Poi la biopsia.
Carcinoma del pancreas, stadio IV. Metastasi al fegato. Prognosi: mesi, forse meno.
Quando glielo dissero, Davide non pianse. Rimase seduto nello studio del primario, annuì, chiese quali fossero le opzioni. Chemioterapia palliativa, per guadagnare tempo. Qualche mese in più, forse. Dolore da gestire. Qualità della vita da preservare il più possibile.
Tornò a casa quella sera e trovò Laura in cucina che preparava una delle sue insalate perfette.
«Ho un tumore al pancreas,» disse semplicemente.
Laura si voltò, il coltello a mezz’aria. Il suo viso passò dal pallore alla rabbia in pochi secondi.
«Come sarebbe?» chiese.
«Stadio avanzato. Non operabile.»
Lei posò il coltello. «E adesso?»
«Adesso vediamo.»
Nei giorni successivi Laura si trasformò. Prima fu premurosa in modo eccessivo, quasi teatrale: gli preparava tisane, gli prenotava secondi pareri, piangeva in bagno. Poi, lentamente, si allontanò. Le cene di lavoro divennero più frequenti. Le notti fuori “con le amiche” anche. Matteo tornò da Berlino per una settimana, abbracciò il padre, pianse, promise di tornare presto, e ripartì.
Una sera Davide trovò Laura che faceva la valigia.
«Vado da mia sorella per un po’,» disse lei senza guardarlo. «Ho bisogno di staccare.»
«Non torni più, vero?» chiese Davide.
Lei si fermò. «Non ce la faccio, Davide. Non ce la faccio a guardarti morire.»
Lui annuì. Non la trattenne.
Quando la porta si chiuse, Davide si sedette sul divano e pianse per la prima volta. Non per Laura. Per sé stesso. Per la paura.
Chiamò Federica.
Lei arrivò mezz’ora dopo, con una borsa piccola e gli occhi già rossi.
«Padrone,» disse piano sulla soglia, usando quel nome per l’ultima volta come un rituale.
Lui la fece entrare, la abbracciò forte. Lei gli accarezzò la schiena, come si fa con un bambino.
Da quel momento Federica non se ne andò più.
Si trasferì nell’appartamento di Davide, occupò la camera degli ospiti, trasformò la casa in un piccolo rifugio. Cucinava cose leggere che lui riusciva a tenere giù. Gli faceva la barba quando le mani gli tremavano troppo. Gli leggeva libri ad alta voce la sera. Gli teneva la mano durante le crisi di dolore.
E, sorprendentemente, continuavano a fare l’amore.
Non più con corde e collari – quelli erano stati messi via con delicatezza, come vecchi giocattoli di un’infanzia finita. Ma con una tenerezza nuova, quasi sacrale. Federica si sdraiava accanto a lui, gli baciava il petto magro, gli accarezzava il ventre dove sentiva il rigonfiamento duro della massa tumorale. Lui la chiamava “tesoro mio”, “bambina mia”, “vita mia”. Lei rispondeva “papà” a volte, senza vergogna, perché ormai quel nome non era più un gioco, era un modo per dirgli: io sono qui, io ti proteggio.
Una sera, dopo una chemio particolarmente pesante, Davide era sdraiato sul letto, pallido, sudato. Federica gli stava lavando il viso con una spugna fresca.
«Lo sai che gli ho dato un nome?» disse lui con un mezzo sorriso.
«A cosa?»
«Al tumore. Lo chiamo Alien.»
Federica rise piano. «Alien?»
«Sì. Come il film. Quel mostro schifoso che cresce dentro, ti mangia dall’interno, e quando meno te lo aspetti ti spacca il petto e esce fuori.»
Lei gli baciò la fronte. «Allora noi lo teniamo chiuso dentro il più a lungo possibile.»
Nelle settimane successive Alien divenne un personaggio della loro vita quotidiana. Davide gli parlava, a volte lo insultava, a volte lo pregava. «Oggi non farmi male, Alien, che voglio mangiare un po’ di pasta.» «Alien, lasciami dormire stanotte.» Federica rideva, lo prendeva in giro dolcemente. «Alien è un stronzo geloso,» diceva quando Davide non riusciva a fare l’amore. «Non vuole dividerti con me.»
Ci furono momenti di luce pura.
Una domenica di primavera Federica lo portò al parco Sempione con la sedia a rotelle. Lui protestò, ma lei insistette. Sedettero sotto un albero, mangiarono gelato. Lei gli sporcò il naso di panna, lui rise fino alle lacrime. Poi, di nascosto, sotto la coperta che gli copriva le gambe, Federica gli infilò una mano nei pantaloni e lo accarezzò piano fino a farlo venire in silenzio, mordendosi il labbro per non gemere. Fu un orgasmo piccolo, fragile, ma vero. Dopo lui le sussurrò: «Grazie, amore mio.»
Un’altra volta, in casa, misero su musica anni Ottanta. Federica ballò per lui, nuda, lenta, con i capelli sciolti. Lui la guardò dal divano, commosso, eccitato, vivo. Quando lei si inginocchiò tra le sue gambe e lo prese in bocca con infinita dolcezza, Davide pianse mentre veniva. Non di tristezza. Di gratitudine.
Ma c’erano anche le notti nere.
Le notti in cui il dolore era un coltello rovente che girava nelle viscere. Davide urlava, si contorceva, chiedeva la morfina. Federica gliela iniettava con mani tremanti, gli teneva la fronte, gli cantava piano canzoni di quando era bambina. «Dormi, papà, dormi. Ci sono io.»
Una volta, nel cuore della notte, lui le disse: «Ho paura di morire, Fede.»
Lei si strinse a lui. «Anch’io ho paura. Ma non ti lascio solo. Mai.»
Col tempo il corpo di Davide si consumò. Le guance si incavarono, la pelle divenne trasparente. Le ossa sporgevano. Ma gli occhi rimasero vivi, azzurri, pieni di lei.
Quando non riuscì più a stare a casa, lo trasferirono in hospice. Una struttura piccola, tranquilla, con giardino. Federica ottenne il permesso di stare lì giorno e notte. Dormiva su una brandina accanto al suo letto. Gli lavava i capelli. Gli raccontava storie. Gli teneva la mano.
Una sera, verso la fine di maggio, Davide era lucido. La morfina era calibrata bene. Alien sembrava quieto.
«Sai una cosa?» disse lui con voce debole ma chiara. «Se dovessi morire, vorrei che tu sapessi che sei stata la cosa più bella della mia vita. Non Laura, non Matteo. Tu. La mia schiava, la mia figlia, la mia amica, il mio amore.»
Federica pianse in silenzio. «Non parlare di morire.»
«Devo. Se succede, promettimi che vivrai. Che sarai felice. Che troverai qualcuno che ti ami senza complicazioni.»
Lei scosse la testa. «Non voglio nessuno. Voglio te.»
Lui sorrise. «Sciocca.»
Quella notte dormirono abbracciati. Lei sentì il suo respiro lento, regolare. Alien sembrava dormire anche lui.
Il mattino dopo Davide aprì gli occhi e la guardò.
«Oggi mi sento meglio,» disse. «Forse Alien si è stufato.»
Federica rise tra le lacrime. «Forse.»
I medici, quel giorno, trovarono i marcatori tumorali leggermente abbassati. Non una remissione – era troppo tardi per quello – ma un piccolo, inspiegabile miglioramento. Dissero che poteva succedere. A volte il corpo trova risorse inaspettate.
Davide strinse la mano di Federica.
«Forse ce la facciamo,» sussurrò.
Lei annuì, senza parole.
Da allora i giorni si susseguirono in una fragile sospensione. Alcuni buoni, in cui Davide mangiava un po’, rideva, faceva progetti assurdi – «Quando esco ti porto in Grecia» – e faceva l’amore con lei con le sole mani e la bocca, lentamente, come un rito. Altri cattivi, in cui Alien si risvegliava e urlava, e Federica passava ore a calmarlo.
L’estate arrivò calda, luminosa. Nel giardino dell’hospice fiorirono le rose.
Una sera di giugno Davide era seduto sulla sedia a rotelle vicino alla finestra. Guardava il tramonto. Federica gli stava pettinando i capelli radi.
«Sai,» disse lui, «qualunque cosa succeda, io non ho rimpianti. Ho avuto te.»
Lei gli baciò la nuca. «E io ho avuto te.»
Rimasero in silenzio a lungo.
Alien era ancora lì, dentro di lui, silenzioso ma presente.
Nessuno sapeva se avrebbe vinto lui o se Davide avrebbe trovato la forza di tenerlo a bada ancora un po’.
Il tempo, per ora, era sospeso.
Come il respiro di un uomo che ha amato troppo, troppo intensamente, e che non vuole ancora arrendersi.
scritto il
2026-02-08
3 4
visite
1
voti
valutazione
9
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Anna e Marco

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.