Una storia quasi d’amore
di
b_bull_and_master
genere
sentimentali
Il bar del paese era immerso nella penombra calda di un venerdì sera d’autunno, con le luci gialle dei lampadari che si riflettevano sui bicchieri appannati e sul legno scuro del bancone. L’aria odorava di caffè appena fatto, di legna bruciata nel camino in fondo alla sala e di quel profumo indefinibile di vita di provincia: sudore onesto, chiacchiere stanche, qualche risata troppo forte. Luana spinse la porta con la spalla, il vento freddo di ottobre le scompigliò i capelli castani sfuggiti dalla coda. Aveva trentadue anni, ma il viso portava già le tracce di notti insonni e di rimpianti che pesavano più degli anni. Il maglione grigio largo le nascondeva le curve che un tempo sapeva di avere, i jeans consumati sulle ginocchia raccontavano di giornate passate in piedi dietro la cassa del piccolo supermercato all’ingresso del paese. Sei mesi che era tornata, e ancora non riusciva a credere di essere lì, di nuovo tra le stesse strade strette, le stesse facce che la guardavano con quella pietà mista a curiosità che conosceva fin troppo bene.
Ordinò un bicchiere di Chianti rosso, pagò con le monete che tintinnarono sul piattino, e si voltò cercando un angolo tranquillo. Fu allora che lo vide. Seduto da solo a un tavolino vicino alla finestra che dava sulla piazza, con davanti un bicchiere d’acqua frizzante e nient’altro. Niente alcol, come sempre. Le spalle larghe riempivano la giacca scura dal taglio impeccabile ma sobrio, i capelli neri erano più corti, curati, e il viso – quel viso che lei aveva amato e poi abbandonato – era adesso definito, sano, con una mascella decisa e occhi castani che sembravano aver visto l’inferno e ne erano usciti vincitori. Davide Moretti. Il suo Davide. Cinque anni esatti dall’ultima volta, in quella stanza d’ospedale che puzzava di disinfettante e di paura.
Il cuore le saltò in gola come un animale spaventato. Esitò un secondo, poi i piedi si mossero da soli. Si avvicinò, il bicchiere che tremava leggermente nella mano.
«Davide?»
Lui alzò lo sguardo dal telefono, e per un istante il tempo si fermò. Gli occhi si spalancarono, poi un sorriso lento, caldo, autentico gli illuminò il volto. Si alzò in piedi – era più alto di quanto ricordasse, o forse era lei che si sentiva più piccola – e l’abbracciò. Un abbraccio breve, educato, ma il calore del suo corpo la attraversò come una scarica elettrica. Profumava di sandalo e di pulito, non di quel dopobarba da discount che usava un tempo.
«Luana… Cristo santo, sei proprio tu.» La voce era più profonda, più sicura. «Siediti, ti prego.»
Si accomodarono. Lui la guardava con una calma che la disarmava. Non c’era rancore nei suoi occhi, solo una sorta di serena curiosità. Luana bevve un sorso di vino per darsi coraggio. Le parole uscirono da sole, come se fossero rimaste in coda per anni.
«Sono tornata al paese da sei mesi. La città mi ha mangiata viva. Lavoravo in un call center, poi in un bar, poi… niente. E tu? Sembri… un altro. In forma. Felice.»
Davide annuì piano, sorseggiando l’acqua. «La vita cambia, Luana. Ho combattuto. E ho vinto.»
Fu lei a parlare per prima, la voce che si faceva via via più bassa, più intima, come se stessero ricostruendo un ponte crollato. Gli ricordò tutto. Gli inizi, quando si erano conosciuti alla sagra di San Rocco, cinque anni e mezzo prima. Lei ventisei anni, lui ventotto. Lui lavorava come operaio in un’impresa edile del paese, mani callose, sorriso timido ma sincero. Lei lo aveva trovato dolce, ma senza ambizioni. «Non hai sogni grandi?» gli chiedeva ridendo, mentre passeggiavano lungo il fiume. Lui rispondeva stringendole la mano: «Il mio sogno sei tu. Una casa, dei figli, svegliarmi ogni mattina accanto a te.»
Le prime scopate erano state fuoco puro. La prima volta, a casa sua, in quell’appartamento piccolo ma ordinato sopra il garage. Avevano bevuto due bicchieri di vino, lei indossava un vestitino nero corto che lui le aveva sfilato con mani tremanti di desiderio. L’aveva baciata sul collo, poi sulla bocca, un bacio profondo, affamato, mentre le dita scivolavano sotto il reggiseno di pizzo, pizzicando i capezzoli già duri. Luana aveva ansimato, inarcando la schiena, sentendo il sesso di lui premere contro la coscia attraverso i pantaloni. Lo aveva spinto sul divano, si era inginocchiata e gli aveva abbassato la zip. Il cazzo era uscito duro, grosso, la cappella lucida e gonfia. Lo aveva preso in bocca lentamente, assaporando il sapore salato, la vena che pulsava sotto la lingua, succhiando con avidità mentre lui le teneva la testa con delicatezza, gemendo il suo nome come una preghiera.
«Cazzo, Luana… così…»
Poi l’aveva sollevata, l’aveva portata in camera e l’aveva distesa sul letto. Le aveva aperto le gambe con le mani forti, la lingua che si muoveva sul clitoride con precisione chirurgica, leccando, succhiando, due dita che entravano e uscivano bagnate del suo umore. Lei era venuta la prima volta così, gridando, le mani nei suoi capelli, il corpo che tremava. Quando era entrato dentro di lei, piano, centimetro dopo centimetro, Luana aveva sentito di appartenere a lui completamente. Spinte profonde, ritmiche, i fianchi che sbattevano contro i suoi, i seni che ballavano a ogni affondo. Lui le stringeva i polsi sopra la testa, la guardava negli occhi mentre la scopava con passione selvaggia ma piena d’amore. Erano venuti insieme, urla soffocate contro la pelle, sudore che si mescolava, i corpi che si fondevano in un orgasmo lungo, devastante.
Dopo, lui l’aveva tenuta stretta, baciandole la fronte. «Voglio fare sul serio con te. Per sempre.»
E lei, invece, aveva riso dentro di sé. Senza ambizioni. Operaio. Niente di più.
La seconda scena erotica che le tornò in mente mentre parlava fu quella notte d’estate, nella macchina di lui, parcheggiata sul lungofiume deserto. Avevano litigato per sciocchezze, ma la rabbia si era trasformata in desiderio. Lui l’aveva tirata sulle sue gambe, il sedile reclinato, il vestito sollevato fino alla vita. Non c’erano state carezze lente stavolta. Le aveva strappato le mutandine di lato e l’aveva penetrata di colpo, dura, profonda. Luana aveva urlato di piacere, aggrappandosi alle sue spalle, cavalcandolo con furia mentre la macchina dondolava. Le sue mani le strizzavano il culo, un dito che premeva contro l’ano, facendola impazzire. Veniva, veniva ancora, il suo sesso che si contraeva intorno a lui, bagnandolo tutto. Davide l’aveva riempita con un ringhio animale, il seme caldo che schizzava dentro di lei mentre la baciava con violenza.
«Sei mia,» le aveva sussurrato mordendole il labbro.
Ma lei non voleva essere di nessuno che non avesse ambizioni.
Poi arrivò la malattia. Il dolore improvviso, le analisi, il verdetto: tumore al rene destro, stadio avanzato. Ospedale, operazioni, chemio. Davide dimagriva, perdeva i capelli, diventava l’ombra di se stesso. Luana andava a trovarlo, ma ogni volta di meno. La paura la paralizzava. Non se la sentiva di essere la donna di un malato. Una sera, nella stanza semibuia, glielo disse piangendo lacrime false: «Non ce la faccio, Davide. Mi dispiace. È meglio così.» Lui aveva annuito, gli occhi vuoti, ma non aveva implorato. Lei era uscita da quella porta e non era più tornata.
Dopo, la sua vita era diventata un susseguirsi di errori. Marco, il primo stronzo. Bello, chiacchierone, le aveva promesso mari e monti. Il sesso con lui era meccanico, egoista: la scopava da dietro, veniva in due minuti, poi si girava e dormiva. Le aveva svuotato il conto in banca con la scusa di un “investimento sicuro”, poi era sparito con un’altra. Poi Luca, che la picchiava dopo aver bevuto. Poi Stefano, che la tradiva con la sua migliore amica. Una lunga serie di uomini che la usavano, la ferivano, la lasciavano più povera e più sola. Lei si barcamenava con lavoretti precari, affitti non pagati, notti a piangere in monolocali umidi. Fino al ritorno al paese, con la coda tra le gambe, a vivere in una stanza sopra il garage dei genitori.
Mentre parlava, le lacrime le rigavano il viso. Davide ascoltava in silenzio, annuendo ogni tanto, senza interrompere. Il suo sguardo era compassionevole, ma distante. Luana si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«È destino che ci siamo ritrovati qui stasera, Davide. Lo sento. Magari… magari possiamo ricominciare a vederci. Piano. Senza fretta. Io sono cambiata. Ho capito cosa ho perso.»
Le parole le uscirono sincere, disperate. Allungò una mano sul tavolo verso di lui.
In quel preciso istante la porta del bar si aprì con un tintinnio allegro. Entrò una donna. Bellissima. Alta, capelli biondi ondulati che le incorniciavano il viso perfetto, occhi verdi luminosi, labbra piene dipinte di un rosa tenue. Indossava un cappotto di cachemire beige aperto sul davanti, sotto il quale spiccava un abito morbido che non nascondeva il ventre prominente, tondo, glorioso. Era incinta di almeno sette mesi, e la gravidanza le donava una luce interiore che la faceva sembrare una dea. Camminava con grazia, una mano protettiva sul pancione.
«Davide, amore mio,» disse con voce calda, melodiosa, avvicinandosi al tavolo.
Luana sentì il sangue gelarsi nelle vene. Solo in quel momento notò la fede d’oro bianco all’anulare sinistro di Davide, sottile ma evidente. Sposato. La moglie. Incinta.
Davide si alzò di scatto, il volto che si illuminava di un amore puro, assoluto. «Anna, sei qui.» La baciò sulle labbra con tenerezza infinita, una mano che le accarezzava il ventre con devozione. «Come stai? Il piccolo ti ha fatto stancare oggi?»
Anna sorrise, poi il suo sguardo si posò su Luana. Il sorriso rimase, ma gli occhi verdi si fecero più freddi, più consapevoli.
«Tu sei Luana, vero?» disse senza esitazione. «Mi ricordo di te dall’ospedale. Ero l’infermiera del turno di notte nella sua stanza. Ti vedevo arrivare sempre più di rado, e poi… sparire. Ricordo quando lo hai lasciato. Davide è caduto in una depressione nera. Settimane intere senza alzarsi dal letto, senza mangiare, senza parlare. Io c’ero. Ogni singolo giorno. Gli cambiavo le flebo, gli tenevo la mano mentre vomitava dopo la chemio, gli leggevo libri quando non riusciva a dormire per il dolore.»
Davide strinse la mano della moglie, protettivo, il corpo leggermente davanti a lei come a farle scudo. «Anna mi ha salvato la vita in tutti i sensi. Quando sono uscito dall’ospedale, debole ma vivo, lei era lì. Mi ha aiutato a riprendere in mano l’impresa edile del padre, mi ha spinto a espandermi. Oggi ho venti dipendenti, appalti veri, soldi guadagnati con il sudore e non con illusioni. E lei è la mia roccia. Chi c’era nei momenti brutti ci sarà sempre nei momenti belli.»
Anna annuì, una mano sul pancione, l’altra intrecciata a quella di Davide. «Siamo molto protettivi l’uno con l’altra, sai. Soprattutto ora.» Guardò Luana con una gentilezza che nascondeva acciaio. «Piacere di rivederti, Luana. Spero che la vita ti stia trattando meglio adesso.»
Luana non riuscì a rispondere. La gola era chiusa. Davide pagò il conto con la carta, lasciò una banconota generosa sul tavolo, poi aiutò Anna a infilarsi meglio il cappotto, un braccio intorno alla vita per sostenerla. Uscirono insieme, lui che le teneva la porta aperta, lei che gli sorrideva con adorazione.
Luana rimase seduta, immobile, a guardare attraverso la finestra. Fuori, nella piazza illuminata dai lampioni, c’era un’Audi RS6 nera, lucida, potente, parcheggiata proprio davanti al bar. Davide aprì la portiera del passeggero con cura, aiutò Anna a sedersi, le allacciò la cintura con gesti delicati, le diede un bacio sulla fronte e poi sulla pancia. Salì dal lato guida, il motore si accese con un rombo basso e raffinato, e l’auto scivolò via nella notte, silenziosa e sicura.
Luana fissò il bicchiere vuoto. Il destino? No. Il destino aveva scelto per lui una donna che era rimasta. Lei aveva scelto di andarsene. I ricordi delle loro notti erotiche, dei corpi sudati, dei gemiti, delle promesse sussurrate tra un orgasmo e l’altro, le esplosero nella mente come fuochi d’artificio amari. Ricordò un’altra volta, la sera prima della diagnosi, quando lui l’aveva presa contro il muro della cucina, le gambe di lei avvolte intorno ai suoi fianchi, il cazzo che entrava e usciva con forza animalesca, le sue unghie che gli graffiavano la schiena, i loro orgasmi che arrivavano simultanei, violenti, mentre fuori pioveva.
Adesso tutto quello apparteneva a un’altra vita. A un’altra donna.
Pagò il suo vino, si alzò, uscì nel freddo. Il paese era silenzioso, le luci delle case calde e lontane. Camminò verso casa con le mani in tasca, il cuore più pesante di cinque anni prima. Davide aveva trovato la felicità nei momenti brutti. Lei, nei momenti belli della sua vita, aveva scelto di scappare.
E ora, sola nella notte, capiva che non c’era più nessun “forse” da cui ricominciare.
Ordinò un bicchiere di Chianti rosso, pagò con le monete che tintinnarono sul piattino, e si voltò cercando un angolo tranquillo. Fu allora che lo vide. Seduto da solo a un tavolino vicino alla finestra che dava sulla piazza, con davanti un bicchiere d’acqua frizzante e nient’altro. Niente alcol, come sempre. Le spalle larghe riempivano la giacca scura dal taglio impeccabile ma sobrio, i capelli neri erano più corti, curati, e il viso – quel viso che lei aveva amato e poi abbandonato – era adesso definito, sano, con una mascella decisa e occhi castani che sembravano aver visto l’inferno e ne erano usciti vincitori. Davide Moretti. Il suo Davide. Cinque anni esatti dall’ultima volta, in quella stanza d’ospedale che puzzava di disinfettante e di paura.
Il cuore le saltò in gola come un animale spaventato. Esitò un secondo, poi i piedi si mossero da soli. Si avvicinò, il bicchiere che tremava leggermente nella mano.
«Davide?»
Lui alzò lo sguardo dal telefono, e per un istante il tempo si fermò. Gli occhi si spalancarono, poi un sorriso lento, caldo, autentico gli illuminò il volto. Si alzò in piedi – era più alto di quanto ricordasse, o forse era lei che si sentiva più piccola – e l’abbracciò. Un abbraccio breve, educato, ma il calore del suo corpo la attraversò come una scarica elettrica. Profumava di sandalo e di pulito, non di quel dopobarba da discount che usava un tempo.
«Luana… Cristo santo, sei proprio tu.» La voce era più profonda, più sicura. «Siediti, ti prego.»
Si accomodarono. Lui la guardava con una calma che la disarmava. Non c’era rancore nei suoi occhi, solo una sorta di serena curiosità. Luana bevve un sorso di vino per darsi coraggio. Le parole uscirono da sole, come se fossero rimaste in coda per anni.
«Sono tornata al paese da sei mesi. La città mi ha mangiata viva. Lavoravo in un call center, poi in un bar, poi… niente. E tu? Sembri… un altro. In forma. Felice.»
Davide annuì piano, sorseggiando l’acqua. «La vita cambia, Luana. Ho combattuto. E ho vinto.»
Fu lei a parlare per prima, la voce che si faceva via via più bassa, più intima, come se stessero ricostruendo un ponte crollato. Gli ricordò tutto. Gli inizi, quando si erano conosciuti alla sagra di San Rocco, cinque anni e mezzo prima. Lei ventisei anni, lui ventotto. Lui lavorava come operaio in un’impresa edile del paese, mani callose, sorriso timido ma sincero. Lei lo aveva trovato dolce, ma senza ambizioni. «Non hai sogni grandi?» gli chiedeva ridendo, mentre passeggiavano lungo il fiume. Lui rispondeva stringendole la mano: «Il mio sogno sei tu. Una casa, dei figli, svegliarmi ogni mattina accanto a te.»
Le prime scopate erano state fuoco puro. La prima volta, a casa sua, in quell’appartamento piccolo ma ordinato sopra il garage. Avevano bevuto due bicchieri di vino, lei indossava un vestitino nero corto che lui le aveva sfilato con mani tremanti di desiderio. L’aveva baciata sul collo, poi sulla bocca, un bacio profondo, affamato, mentre le dita scivolavano sotto il reggiseno di pizzo, pizzicando i capezzoli già duri. Luana aveva ansimato, inarcando la schiena, sentendo il sesso di lui premere contro la coscia attraverso i pantaloni. Lo aveva spinto sul divano, si era inginocchiata e gli aveva abbassato la zip. Il cazzo era uscito duro, grosso, la cappella lucida e gonfia. Lo aveva preso in bocca lentamente, assaporando il sapore salato, la vena che pulsava sotto la lingua, succhiando con avidità mentre lui le teneva la testa con delicatezza, gemendo il suo nome come una preghiera.
«Cazzo, Luana… così…»
Poi l’aveva sollevata, l’aveva portata in camera e l’aveva distesa sul letto. Le aveva aperto le gambe con le mani forti, la lingua che si muoveva sul clitoride con precisione chirurgica, leccando, succhiando, due dita che entravano e uscivano bagnate del suo umore. Lei era venuta la prima volta così, gridando, le mani nei suoi capelli, il corpo che tremava. Quando era entrato dentro di lei, piano, centimetro dopo centimetro, Luana aveva sentito di appartenere a lui completamente. Spinte profonde, ritmiche, i fianchi che sbattevano contro i suoi, i seni che ballavano a ogni affondo. Lui le stringeva i polsi sopra la testa, la guardava negli occhi mentre la scopava con passione selvaggia ma piena d’amore. Erano venuti insieme, urla soffocate contro la pelle, sudore che si mescolava, i corpi che si fondevano in un orgasmo lungo, devastante.
Dopo, lui l’aveva tenuta stretta, baciandole la fronte. «Voglio fare sul serio con te. Per sempre.»
E lei, invece, aveva riso dentro di sé. Senza ambizioni. Operaio. Niente di più.
La seconda scena erotica che le tornò in mente mentre parlava fu quella notte d’estate, nella macchina di lui, parcheggiata sul lungofiume deserto. Avevano litigato per sciocchezze, ma la rabbia si era trasformata in desiderio. Lui l’aveva tirata sulle sue gambe, il sedile reclinato, il vestito sollevato fino alla vita. Non c’erano state carezze lente stavolta. Le aveva strappato le mutandine di lato e l’aveva penetrata di colpo, dura, profonda. Luana aveva urlato di piacere, aggrappandosi alle sue spalle, cavalcandolo con furia mentre la macchina dondolava. Le sue mani le strizzavano il culo, un dito che premeva contro l’ano, facendola impazzire. Veniva, veniva ancora, il suo sesso che si contraeva intorno a lui, bagnandolo tutto. Davide l’aveva riempita con un ringhio animale, il seme caldo che schizzava dentro di lei mentre la baciava con violenza.
«Sei mia,» le aveva sussurrato mordendole il labbro.
Ma lei non voleva essere di nessuno che non avesse ambizioni.
Poi arrivò la malattia. Il dolore improvviso, le analisi, il verdetto: tumore al rene destro, stadio avanzato. Ospedale, operazioni, chemio. Davide dimagriva, perdeva i capelli, diventava l’ombra di se stesso. Luana andava a trovarlo, ma ogni volta di meno. La paura la paralizzava. Non se la sentiva di essere la donna di un malato. Una sera, nella stanza semibuia, glielo disse piangendo lacrime false: «Non ce la faccio, Davide. Mi dispiace. È meglio così.» Lui aveva annuito, gli occhi vuoti, ma non aveva implorato. Lei era uscita da quella porta e non era più tornata.
Dopo, la sua vita era diventata un susseguirsi di errori. Marco, il primo stronzo. Bello, chiacchierone, le aveva promesso mari e monti. Il sesso con lui era meccanico, egoista: la scopava da dietro, veniva in due minuti, poi si girava e dormiva. Le aveva svuotato il conto in banca con la scusa di un “investimento sicuro”, poi era sparito con un’altra. Poi Luca, che la picchiava dopo aver bevuto. Poi Stefano, che la tradiva con la sua migliore amica. Una lunga serie di uomini che la usavano, la ferivano, la lasciavano più povera e più sola. Lei si barcamenava con lavoretti precari, affitti non pagati, notti a piangere in monolocali umidi. Fino al ritorno al paese, con la coda tra le gambe, a vivere in una stanza sopra il garage dei genitori.
Mentre parlava, le lacrime le rigavano il viso. Davide ascoltava in silenzio, annuendo ogni tanto, senza interrompere. Il suo sguardo era compassionevole, ma distante. Luana si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«È destino che ci siamo ritrovati qui stasera, Davide. Lo sento. Magari… magari possiamo ricominciare a vederci. Piano. Senza fretta. Io sono cambiata. Ho capito cosa ho perso.»
Le parole le uscirono sincere, disperate. Allungò una mano sul tavolo verso di lui.
In quel preciso istante la porta del bar si aprì con un tintinnio allegro. Entrò una donna. Bellissima. Alta, capelli biondi ondulati che le incorniciavano il viso perfetto, occhi verdi luminosi, labbra piene dipinte di un rosa tenue. Indossava un cappotto di cachemire beige aperto sul davanti, sotto il quale spiccava un abito morbido che non nascondeva il ventre prominente, tondo, glorioso. Era incinta di almeno sette mesi, e la gravidanza le donava una luce interiore che la faceva sembrare una dea. Camminava con grazia, una mano protettiva sul pancione.
«Davide, amore mio,» disse con voce calda, melodiosa, avvicinandosi al tavolo.
Luana sentì il sangue gelarsi nelle vene. Solo in quel momento notò la fede d’oro bianco all’anulare sinistro di Davide, sottile ma evidente. Sposato. La moglie. Incinta.
Davide si alzò di scatto, il volto che si illuminava di un amore puro, assoluto. «Anna, sei qui.» La baciò sulle labbra con tenerezza infinita, una mano che le accarezzava il ventre con devozione. «Come stai? Il piccolo ti ha fatto stancare oggi?»
Anna sorrise, poi il suo sguardo si posò su Luana. Il sorriso rimase, ma gli occhi verdi si fecero più freddi, più consapevoli.
«Tu sei Luana, vero?» disse senza esitazione. «Mi ricordo di te dall’ospedale. Ero l’infermiera del turno di notte nella sua stanza. Ti vedevo arrivare sempre più di rado, e poi… sparire. Ricordo quando lo hai lasciato. Davide è caduto in una depressione nera. Settimane intere senza alzarsi dal letto, senza mangiare, senza parlare. Io c’ero. Ogni singolo giorno. Gli cambiavo le flebo, gli tenevo la mano mentre vomitava dopo la chemio, gli leggevo libri quando non riusciva a dormire per il dolore.»
Davide strinse la mano della moglie, protettivo, il corpo leggermente davanti a lei come a farle scudo. «Anna mi ha salvato la vita in tutti i sensi. Quando sono uscito dall’ospedale, debole ma vivo, lei era lì. Mi ha aiutato a riprendere in mano l’impresa edile del padre, mi ha spinto a espandermi. Oggi ho venti dipendenti, appalti veri, soldi guadagnati con il sudore e non con illusioni. E lei è la mia roccia. Chi c’era nei momenti brutti ci sarà sempre nei momenti belli.»
Anna annuì, una mano sul pancione, l’altra intrecciata a quella di Davide. «Siamo molto protettivi l’uno con l’altra, sai. Soprattutto ora.» Guardò Luana con una gentilezza che nascondeva acciaio. «Piacere di rivederti, Luana. Spero che la vita ti stia trattando meglio adesso.»
Luana non riuscì a rispondere. La gola era chiusa. Davide pagò il conto con la carta, lasciò una banconota generosa sul tavolo, poi aiutò Anna a infilarsi meglio il cappotto, un braccio intorno alla vita per sostenerla. Uscirono insieme, lui che le teneva la porta aperta, lei che gli sorrideva con adorazione.
Luana rimase seduta, immobile, a guardare attraverso la finestra. Fuori, nella piazza illuminata dai lampioni, c’era un’Audi RS6 nera, lucida, potente, parcheggiata proprio davanti al bar. Davide aprì la portiera del passeggero con cura, aiutò Anna a sedersi, le allacciò la cintura con gesti delicati, le diede un bacio sulla fronte e poi sulla pancia. Salì dal lato guida, il motore si accese con un rombo basso e raffinato, e l’auto scivolò via nella notte, silenziosa e sicura.
Luana fissò il bicchiere vuoto. Il destino? No. Il destino aveva scelto per lui una donna che era rimasta. Lei aveva scelto di andarsene. I ricordi delle loro notti erotiche, dei corpi sudati, dei gemiti, delle promesse sussurrate tra un orgasmo e l’altro, le esplosero nella mente come fuochi d’artificio amari. Ricordò un’altra volta, la sera prima della diagnosi, quando lui l’aveva presa contro il muro della cucina, le gambe di lei avvolte intorno ai suoi fianchi, il cazzo che entrava e usciva con forza animalesca, le sue unghie che gli graffiavano la schiena, i loro orgasmi che arrivavano simultanei, violenti, mentre fuori pioveva.
Adesso tutto quello apparteneva a un’altra vita. A un’altra donna.
Pagò il suo vino, si alzò, uscì nel freddo. Il paese era silenzioso, le luci delle case calde e lontane. Camminò verso casa con le mani in tasca, il cuore più pesante di cinque anni prima. Davide aveva trovato la felicità nei momenti brutti. Lei, nei momenti belli della sua vita, aveva scelto di scappare.
E ora, sola nella notte, capiva che non c’era più nessun “forse” da cui ricominciare.
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