La cosa sotto il letto

di
genere
dominazione

Sono qui.
Il metallo freddo della gabbia mi preme contro la pelle completamente liscia, priva di qualunque traccia di pelo o di capello. Sono rannicchiata sotto il letto di Davide, le ginocchia strette al petto, la schiena che sfiora le doghe di legno scuro sopra di me. L’oscurità è assoluta, densa come inchiostro. Sento solo il mio respiro lento, il battito del mio cuore che pulsa tra le gambe e il cigolio ritmico del materasso quando lui si muove nel sonno. È notte fonda. Lui dorme profondamente. Io resto sveglia, come sempre. Questo è il mio posto. Questo è ciò che ho voluto.
Tutto è iniziato sei mesi fa, in una sera di pioggia battente. Ero ancora una ragazza “normale”: capelli castani lunghi fino a metà schiena, sopracciglia curate, un piccolo triangolo di peli sul pube che tenevo sempre ben rifinito. Mi chiamavo ancora Sofia. Lavoravo in un ufficio, uscivo con le amiche, ridevo alle loro battute. Ma dentro di me c’era un vuoto che nessuna di quelle cose riusciva a colmare. Solo Davide lo sapeva. Solo lui riusciva a guardarmi negli occhi e vedere il bisogno feroce di appartenere.
Quella sera mi ero messa in ginocchio al centro della sala, nuda, la fronte premuta sul pavimento freddo.
«Padrone,» avevo sussurrato, la voce che tremava di eccitazione e paura, «voglio che tu mi tolga tutto. I capelli, le sopracciglia, le ciglia se necessario. Voglio essere liscia, perfetta, senza più niente che mi ricordi chi ero prima. E voglio la gabbia. Non più il letto con te. Non più la libertà di alzarmi quando voglio. Voglio vivere sotto di te, chiusa in una gabbia così piccola che ogni respiro mi ricordi a chi appartengo completamente.»
Davide era rimasto in silenzio per minuti lunghissimi. Sentivo il suo sguardo su di me, pesante, possessivo. Poi aveva parlato, la voce bassa e calma:
«Sofia, una volta fatto non si torna indietro. I capelli cresceranno lentamente, le sopracciglia impiegheranno settimane. E una volta dentro quella gabbia, uscirai solo quando io lo deciderò. Sarai la mia cosa. Nient’altro.»
Avevo alzato la testa, gli occhi pieni di lacrime di gioia.
«Lo voglio, Padrone. Ti prego.»
Il giorno dopo mi aveva portata nel bagno grande, illuminato da luci fredde. Mi aveva fatta sedere nuda su una sedia di metallo, le caviglie legate alle gambe della sedia, le mani dietro la schiena. Prima il rasoio elettrico. Il ronzio basso mi aveva fatto venire la pelle d’oca mentre ciocca dopo ciocca i miei lunghi capelli castani cadevano sul pavimento come foglie morte. Davide lavorava con calma chirurgica, passando la lama sulla nuca, sulle tempie, sulla sommità del cranio. Ogni passaggio era una carezza violenta. Quando la mia testa fu completamente rasata, mi aveva passato la mano aperta sul cuoio capelluto nudo, facendomi rabbrividire di piacere.
Poi la schiuma da barba. Calda, densa. Il rasoio a lama singola. Aveva iniziato dalla fronte, scendendo lentamente sulle sopracciglia. La lama aveva raschiato via prima l’arco destro, poi il sinistro, lasciando due strisce di pelle bianchissima, vulnerabile. Avevo chiuso gli occhi e aperto le gambe senza che me lo chiedesse. Ero già bagnata fino alle cosce. Lui aveva sorriso, aveva passato un dito sul mio clitoride gonfio e aveva continuato. Il collo, dietro le orecchie, ogni millimetro del cranio. Poi il viso intero, le ciglia ridotte a un’ombra quasi invisibile. Infine il corpo: ascelle, braccia, gambe, il pube. Aveva aperto le grandi labbra con due dita e aveva rasato anche lì, con estrema delicatezza, finché non ero rimasta completamente glabra, lucida, come una bambola di porcellana.
Quando aveva finito mi aveva fatta alzare e mi aveva messa davanti allo specchio a figura intera. Non mi riconoscevo più. Una creatura aliena, liscia, esposta, senza più identità. Davide si era messo dietro di me, il suo corpo caldo contro la mia pelle fredda. Mi aveva afferrato la testa rasata con una mano e mi aveva infilato due dita dentro senza preavviso. Ero venuta all’istante, gemendo il suo nome.
«Ora sei pronta,» aveva detto.
Quella stessa sera aveva montato la gabbia. Ferro nero, sessanta centimetri di altezza, ottanta di lunghezza. Appena sufficiente per stare rannicchiata. Mi aveva fatta entrare carponi, mi aveva chiuso lo sportello con un lucchetto pesante. Poi aveva spinto la gabbia sotto il letto, fino in fondo. Il click del lucchetto era stato il suono più bello che avessi mai sentito.
I primi giorni erano stati duri e meravigliosi. Di giorno, mentre Davide era al lavoro, restavo lì dentro per ore. Il tempo perdeva significato. Sentivo il mio corpo adattarsi: la pelle sensibile che sfregava contro le sbarre, il clitoride che pulsava per ore senza sollievo, i capezzoli duri che sfioravano il metallo freddo. A volte lui tornava e mi tirava fuori solo per usarmi. Mi scopava la bocca tenendomi per la testa liscia, mi prendeva da dietro mentre ero ancora a quattro zampe sul pavimento, poi mi rimetteva dentro senza una parola. Altre volte mi lasciava lì tutta la notte, a sentire il suo respiro sopra di me.
Le settimane sono passate. I capelli non sono più ricresciuti. La pelle è rimasta perfettamente glabra grazie alle cerette che lui mi fa ogni dieci giorni. Non ho più un nome. All’inizio mi chiamava ancora “piccola”, “schiava”, “troia”. Poi anche quelle parole sono sparite. Ora sono solo “la cosa sotto il letto”.
E poi è arrivata la nuova fase. Tre settimane fa.
Davide ha cominciato a portare altre donne a casa. La prima volta l’ho sentito mentre apriva la porta, la voce di una ragazza giovane, ridacchiante. Li ho sentiti salire le scale, entrare in camera. Lui ha spostato il copriletto, si è sdraiato sul letto proprio sopra di me. La gabbia ha vibrato leggermente quando si sono buttati sul materasso.
Ho sentito tutto.
I baci bagnati. I gemiti di lei. Il rumore della cintura che si slacciava. Poi il suono inconfondibile della sua grossa verga che entrava in un’altra fica. Lei gemeva forte, chiamandolo “Davide” con voce rotta di piacere. Lui la scopava con forza, il letto che cigolava ritmicamente sopra la mia testa. Ogni spinta faceva tremare le sbarre della mia gabbia. Sentivo il suo respiro accelerare, i suoi grugniti bassi, il suono osceno della carne che sbatteva contro altra carne.
Io ero immobile, nuda, liscia, bagnata fino alle ginocchia. Il clitoride mi pulsava così forte che faceva male. Non potevo toccarmi. Non potevo muovermi. Potevo solo ascoltare mentre il mio Padrone dava piacere a un’altra, proprio sopra di me.
Quando lui è venuto dentro di lei, con un gemito lungo e profondo, ho sentito le lacrime scendermi sulle guance lisce. Non di dolore. Di estasi assoluta.
Da quella sera è successo altre quattro volte. Donne diverse. A volte le fa stare tutta la notte. A volte le scopa sul bordo del letto, i piedi di lei che sfiorano le sbarre della mia gabbia. Io resto qui sotto, silenziosa, invisibile, perfetta.
Stanotte è di nuovo così. Sento il letto muoversi piano. Una nuova ragazza è con lui. Ride piano, poi geme quando lui le entra dentro. Il materasso preme contro il soffitto della mia gabbia. Ogni spinta è un colpo al mio corpo imprigionato. Sento il suo cazzo che la apre, sento lei che lo supplica di andare più forte.
E io sorrido nell’oscurità.
Non ho più un nome.
Non sono più Sofia.
Non sono più una ragazza.
Sono la cosa sotto il letto di Davide.
La sua proprietà glabra e rinchiusa.
La sua gabbia vivente che ascolta, che gode, che soffre e che ama ogni secondo di questa umiliazione perfetta.
Quando lui verrà dentro di lei, io verrò con lui, solo contraendo i muscoli interni, senza un suono, senza un tocco. Perché questo è il mio orgasmo più profondo: sapere che non esisto più per nessuno tranne che per lui.
E mentre il letto sopra di me trema per l’ennesimo amplesso, io chiudo gli occhi e sussurro dentro di me l’unica verità che conta:
Sono sua.
Completamente.
Per sempre.
scritto il
2026-02-18
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