Il gioco spezzato
di
b_bull_and_master
genere
sadomaso
Marco e Laura erano sposati da quindici anni. Lui, quarantotto anni, ingegnere di successo, alto e atletico, con quel fascino maturo che faceva ancora girare le teste. Lei, quarantacinque, insegnante di yoga, corpo scolpito da anni di pratica, capelli neri lunghi e un sorriso che nascondeva un fuoco interiore. Il loro matrimonio era solido, ma la passione, dopo tanto tempo, aveva bisogno di stimoli. Così avevano iniziato a giocare.
All’inizio erano stati giochi innocui: bende, manette morbide, parole sussurrate nel buio. Poi erano diventati più intensi. Laura aveva scoperto di amare il controllo, il dominio leggero; Marco, di sottomettersi, di lasciarsi guidare. “Ti punirò se non obbedisci,” gli diceva lei ridendo, legandolo al letto con corde di seta. Lui si eccitava da morire, il cuore che batteva forte, l’erezione dolorosa mentre lei lo torturava con carezze lente, negandogli l’orgasmo fino a farlo implorare.
Una sera d’estate, in vacanza in una villa isolata in Toscana, avevano deciso di spingersi oltre. Laura aveva comprato un kit BDSM online: corde resistenti, una frusta morbida, un harness per lei. “Stasera sei mio schiavo,” gli aveva detto, gli occhi brillanti di eccitazione. Marco aveva annuito, il corpo già teso. Lo aveva legato alla testata del letto, mani e piedi divaricati, nudo e vulnerabile. Lei indossava un corsetto nero che le stringeva la vita, calze autoreggenti e tacchi alti. Lo aveva cavalcato piano, negandogli il movimento, sussurrandogli all’orecchio: “Non venire fino a che non te lo dico io.”
Pensa Marco: “Dio, quanto la amo così. Forte, dominante. Mi fa sentire vivo, desiderato. Anche se mi punisce, è il nostro gioco. Il mio corpo è suo.”
Laura si eccitava nel vederlo contorcersi, nel controllare ogni suo gemito. Quella sera aveva deciso di aggiungere un elemento nuovo: una sospensione leggera. Lo aveva slegato parzialmente, legato le mani sopra la testa con una corda passata attraverso un gancio al soffitto – un vecchio trave rustico della villa. “Ti tengo in piedi, amore,” gli aveva detto, baciandolo. Lo aveva fatto alzare, le braccia tese, il corpo sospeso appena sulle punte dei piedi.
Pensa Laura: “È perfetto così, in mio potere. Il suo sguardo implorante mi fa bagnare. Lo punirò per essere stato ‘cattivo’ oggi, per avermi guardata troppe volte le altre donne in spiaggia. Lo farò implorare, poi lo premierò.”
Il gioco procedeva: lei lo frustava piano sulle natiche, lo accarezzava, lo baciava. Marco era al limite, l’erezione pulsante, il respiro affannato. Poi, in un momento di distrazione – Laura che si chinava per prendere il lubrificante – la corda vecchia cedette. Il gancio si staccò dal trave marcio, Marco cadde di lato, battendo la schiena contro il bordo del letto.
Il crack fu secco, come un ramo spezzato.
Marco urlò. Laura si voltò, il sangue che le gelava nelle vene. “Marco! Amore!”
L’ambulanza arrivò in mezz’ora. Diagnosi: lesione midollare, paralisi dagli arti inferiori in giù. Impotenza permanente.
I mesi successivi furono un inferno. Marco in riabilitazione, Laura al suo fianco, colpevole, disperata. “È colpa mia,” piangeva lei di notte. Lui la consolava: “Era un gioco, amore. Un incidente.”
Ma qualcosa si ruppe dentro Laura. All’inizio era tenerezza, cure infinite. Poi, frustrazione. Marco non poteva più soddisfarla come prima. L’impotenza lo rendeva insicuro, depresso. Laura, con il suo corpo ancora desideroso, si sentiva intrappolata.
Pensa Marco, sulla sedia a rotelle in soggiorno: “Non sono più un uomo. Non posso darle quello che vuole. La vedo spegnersi, e è colpa mia. O nostra. Del nostro gioco stupido.”
Pensa Laura, guardandolo dormire: “Lo amo ancora. Ma mi manca il fuoco. Mi manca sentirmi desiderata, potente. Lui non può più. E io… io ho bisogno.”
La svolta arrivò piano. Laura iniziò a uscire più spesso, “per yoga, per amiche”. Tornava con un profumo diverso, un rossore sulle guance. Marco sospettava, ma non diceva nulla. Finché una sera la affrontò.
“Dimmi la verità, Laura.”
Lei lo guardò, occhi freddi per la prima volta. “Sì, Marco. Ho un amante. Mi scopa come tu non puoi più.”
Il colpo fu devastante. Marco pianse, urlò, implorò. Laura, invece di pentirsi, sentì un brivido nuovo. Potere. Sadico.
“È la tua punizione,” gli disse una sera, seduta sulle sue ginocchia inerti. “Per avermi fatto sentire in colpa. Per essere impotente. Ti farò vedere cosa ti perdi.”
Da allora, iniziò il rituale.
La prima volta fu con Alessandro, un collega di yoga, alto e muscoloso. Laura lo portò a casa, in soggiorno, mentre Marco era sulla sedia a rotelle in angolo. “Guardami,” gli ordinò lei, spogliandosi lenta. Alessandro la prese sul divano, forte, profondo. Laura gemeva esagerata, occhi fissi su Marco.
Pensa Marco: “Fa male. Dio, quanto fa male. Non posso muovermi, non posso toccarmi. Ma… perché sono eccitato? Vedendola così viva, desiderata. È umiliazione pura. Mi odio per questo.”
Pensa Laura: “Lo punisco. Per l’incidente, per l’impotenza, per avermi tolto il piacere. Ma… mi eccita da morire. Il suo sguardo sofferente mi fa venire più forte. È mio, anche così.”
Le volte successive furono peggio. Laura portava uomini diversi: giovani, maturi, a volte due alla volta. Li scopava in camera da letto, porta aperta, o in soggiorno davanti a lui. Lo legava alla sedia con corde morbide – “come ai vecchi tempi” – e lo costringeva a guardare. Lo insultava piano: “Vedi cosa mi fai questi uomini veri? Tu non puoi più.”
Marco piangeva, implorava. Ma il suo corpo tradiva: eccitazione mentale, anche senza erezione fisica. Umiliazione che lo consumava.
Pensa Marco: “Sono distrutto. La amo ancora, ma la odio. Questo sadismo… è la mia punizione eterna. Non posso andarmene, non posso soddisfarla. Sono prigioniero.”
Pensa Laura: “Lo amo, in fondo. Ma questo potere mi completa. Punirlo per ciò che non può darmi. Vedendolo soffrire, vengo come mai prima. È sadico, lo so. Ma non mi fermo.”
Il matrimonio continuò così: amore spezzato, desiderio distorto, punizione infinita. Laura sempre più audace, Marco sempre più spezzato.
E il gioco, iniziato per passione, era finito in un incubo da cui non c’era uscita.
All’inizio erano stati giochi innocui: bende, manette morbide, parole sussurrate nel buio. Poi erano diventati più intensi. Laura aveva scoperto di amare il controllo, il dominio leggero; Marco, di sottomettersi, di lasciarsi guidare. “Ti punirò se non obbedisci,” gli diceva lei ridendo, legandolo al letto con corde di seta. Lui si eccitava da morire, il cuore che batteva forte, l’erezione dolorosa mentre lei lo torturava con carezze lente, negandogli l’orgasmo fino a farlo implorare.
Una sera d’estate, in vacanza in una villa isolata in Toscana, avevano deciso di spingersi oltre. Laura aveva comprato un kit BDSM online: corde resistenti, una frusta morbida, un harness per lei. “Stasera sei mio schiavo,” gli aveva detto, gli occhi brillanti di eccitazione. Marco aveva annuito, il corpo già teso. Lo aveva legato alla testata del letto, mani e piedi divaricati, nudo e vulnerabile. Lei indossava un corsetto nero che le stringeva la vita, calze autoreggenti e tacchi alti. Lo aveva cavalcato piano, negandogli il movimento, sussurrandogli all’orecchio: “Non venire fino a che non te lo dico io.”
Pensa Marco: “Dio, quanto la amo così. Forte, dominante. Mi fa sentire vivo, desiderato. Anche se mi punisce, è il nostro gioco. Il mio corpo è suo.”
Laura si eccitava nel vederlo contorcersi, nel controllare ogni suo gemito. Quella sera aveva deciso di aggiungere un elemento nuovo: una sospensione leggera. Lo aveva slegato parzialmente, legato le mani sopra la testa con una corda passata attraverso un gancio al soffitto – un vecchio trave rustico della villa. “Ti tengo in piedi, amore,” gli aveva detto, baciandolo. Lo aveva fatto alzare, le braccia tese, il corpo sospeso appena sulle punte dei piedi.
Pensa Laura: “È perfetto così, in mio potere. Il suo sguardo implorante mi fa bagnare. Lo punirò per essere stato ‘cattivo’ oggi, per avermi guardata troppe volte le altre donne in spiaggia. Lo farò implorare, poi lo premierò.”
Il gioco procedeva: lei lo frustava piano sulle natiche, lo accarezzava, lo baciava. Marco era al limite, l’erezione pulsante, il respiro affannato. Poi, in un momento di distrazione – Laura che si chinava per prendere il lubrificante – la corda vecchia cedette. Il gancio si staccò dal trave marcio, Marco cadde di lato, battendo la schiena contro il bordo del letto.
Il crack fu secco, come un ramo spezzato.
Marco urlò. Laura si voltò, il sangue che le gelava nelle vene. “Marco! Amore!”
L’ambulanza arrivò in mezz’ora. Diagnosi: lesione midollare, paralisi dagli arti inferiori in giù. Impotenza permanente.
I mesi successivi furono un inferno. Marco in riabilitazione, Laura al suo fianco, colpevole, disperata. “È colpa mia,” piangeva lei di notte. Lui la consolava: “Era un gioco, amore. Un incidente.”
Ma qualcosa si ruppe dentro Laura. All’inizio era tenerezza, cure infinite. Poi, frustrazione. Marco non poteva più soddisfarla come prima. L’impotenza lo rendeva insicuro, depresso. Laura, con il suo corpo ancora desideroso, si sentiva intrappolata.
Pensa Marco, sulla sedia a rotelle in soggiorno: “Non sono più un uomo. Non posso darle quello che vuole. La vedo spegnersi, e è colpa mia. O nostra. Del nostro gioco stupido.”
Pensa Laura, guardandolo dormire: “Lo amo ancora. Ma mi manca il fuoco. Mi manca sentirmi desiderata, potente. Lui non può più. E io… io ho bisogno.”
La svolta arrivò piano. Laura iniziò a uscire più spesso, “per yoga, per amiche”. Tornava con un profumo diverso, un rossore sulle guance. Marco sospettava, ma non diceva nulla. Finché una sera la affrontò.
“Dimmi la verità, Laura.”
Lei lo guardò, occhi freddi per la prima volta. “Sì, Marco. Ho un amante. Mi scopa come tu non puoi più.”
Il colpo fu devastante. Marco pianse, urlò, implorò. Laura, invece di pentirsi, sentì un brivido nuovo. Potere. Sadico.
“È la tua punizione,” gli disse una sera, seduta sulle sue ginocchia inerti. “Per avermi fatto sentire in colpa. Per essere impotente. Ti farò vedere cosa ti perdi.”
Da allora, iniziò il rituale.
La prima volta fu con Alessandro, un collega di yoga, alto e muscoloso. Laura lo portò a casa, in soggiorno, mentre Marco era sulla sedia a rotelle in angolo. “Guardami,” gli ordinò lei, spogliandosi lenta. Alessandro la prese sul divano, forte, profondo. Laura gemeva esagerata, occhi fissi su Marco.
Pensa Marco: “Fa male. Dio, quanto fa male. Non posso muovermi, non posso toccarmi. Ma… perché sono eccitato? Vedendola così viva, desiderata. È umiliazione pura. Mi odio per questo.”
Pensa Laura: “Lo punisco. Per l’incidente, per l’impotenza, per avermi tolto il piacere. Ma… mi eccita da morire. Il suo sguardo sofferente mi fa venire più forte. È mio, anche così.”
Le volte successive furono peggio. Laura portava uomini diversi: giovani, maturi, a volte due alla volta. Li scopava in camera da letto, porta aperta, o in soggiorno davanti a lui. Lo legava alla sedia con corde morbide – “come ai vecchi tempi” – e lo costringeva a guardare. Lo insultava piano: “Vedi cosa mi fai questi uomini veri? Tu non puoi più.”
Marco piangeva, implorava. Ma il suo corpo tradiva: eccitazione mentale, anche senza erezione fisica. Umiliazione che lo consumava.
Pensa Marco: “Sono distrutto. La amo ancora, ma la odio. Questo sadismo… è la mia punizione eterna. Non posso andarmene, non posso soddisfarla. Sono prigioniero.”
Pensa Laura: “Lo amo, in fondo. Ma questo potere mi completa. Punirlo per ciò che non può darmi. Vedendolo soffrire, vengo come mai prima. È sadico, lo so. Ma non mi fermo.”
Il matrimonio continuò così: amore spezzato, desiderio distorto, punizione infinita. Laura sempre più audace, Marco sempre più spezzato.
E il gioco, iniziato per passione, era finito in un incubo da cui non c’era uscita.
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