Un’ombra nella notte
di
b_bull_and_master
genere
etero
Sara Rossi era l’orgoglio del dipartimento di polizia. Trentadue anni, capelli castani sempre raccolti in una coda stretta e ordinata, occhi verdi freddi e penetranti come lame, un corpo scolpito da ore infinite di palestra e addestramento: seni pieni e sodi, vita stretta, culo tonico e cosce muscolose che potevano spezzare un collo in una presa. Era integerrima fino al midollo. Mai una macchia sulla fedina, mai un compromesso morale. Aveva chiuso casi che altri colleghi evitavano, sempre con le mani pulite e la coscienza immacolata.
Ma quel giorno, nell’ufficio del capitano, tutto vacillò.
«Sara, abbiamo un problema grosso,» disse il capitano Moretti, un uomo sulla cinquantina con la faccia segnata da troppi anni sul campo. «L’assassino seriale che chiamano “lo Strangolatore delle Ombre”. Cinque prostitute uccise in sei mesi. Sempre lo stesso modus: le adesca come clienti, le porta in posti isolati, le scopa con violenza e poi le strangola durante l’orgasmo. Lascia segni di corde sui polsi, lividi da mani forti sul collo. Nessuna traccia utile.»
Sara strinse i pugni sotto il tavolo. «Lo so, capo. Sto seguendo il caso da settimane. Ma perché mi convochi da solo?»
Moretti sospirò, spingendo una cartella verso di lei. «Perché le vittime sono tutte prostitute di strada. L’unico modo per prenderlo è infiltrarci. Serve una di noi che si finga una di loro. E tu sei perfetta: giovane, attraente, addestrata al combattimento. Nessuno sospetterebbe.»
Sara sentì un nodo allo stomaco. «Fingermi una prostituta? Capo, con tutto il rispetto… no. Non se ne parla. Io non sono quel tipo di donna. Non mi abbasso a quel livello. È degradante, umiliante. Trovate qualcun’altra.»
Moretti la fissò dritto negli occhi. «Non c’è qualcun’altra, Sara. Le altre agenti sono troppo riconoscibili o non hanno il tuo profilo fisico. E tu sei la migliore. Pensa alle vittime: donne che non hanno scelto quella vita, o che l’hanno scelta per sopravvivenza. Se non lo fermiamo, ne ucciderà altre. Tu puoi salvarle.»
Sara si alzò di scatto, il viso arrossato dalla rabbia. «Salvarle facendomi scopare da sconosciuti per strada? Farmi trattare come una puttana? No, capo. Io ho dei principi. Non vendo il mio corpo per un caso, nemmeno sotto copertura.»
Ma dentro di lei, una vocina traditrice sussurrava. Immagini proibite: mani estranee sul suo corpo perfetto, cazzi duri che la penetravano, bocche che le succhiavano i capezzoli. Scacciò il pensiero con orrore. Era una poliziotta, non una troia.
Le discussioni durarono giorni. Moretti la pressò senza sosta, mostrandole foto delle vittime: colli lividi, occhi spenti, corpi nudi abbandonati nei vicoli. Alla fine, Sara cedette. Non per debolezza, si disse. Per dovere. Per giustizia.
«Va bene,» ringhiò nell’ultima riunione. «Lo farò. Ma solo fino a quando lo prendiamo. E niente giudizi da nessuno.»
La preparazione fu un incubo. Dovette cambiare look: capelli sciolti e mossi, trucco pesante – rossetto rosso slutty, eyeliner smoky che faceva risaltare i suoi occhi da predatrice. Abiti ridotti: un top scollato che lasciava intravedere l’attaccatura dei seni, gonne corte che a malapena coprivano il culo sodo, tacchi alti che la facevano ancheggiare come una puttana esperta. Niente biancheria comoda: perizoma minuscoli che le sfregavano contro il clitoride ad ogni passo, reggiseni push-up che spingevano i capezzoli in fuori.
La prima notte, nel vicolo umido dietro la stazione centrale, Sara tremava di rabbia e paura. Si sentiva esposta, vulnerabile. Il freddo della sera le induriva i capezzoli sotto il tessuto sottile. Odiava tutto quello.
Il primo “cliente” arrivò dopo mezz’ora: un uomo sulla quarantina, grassoccio, con l’alito che puzzava di birra. «Ehi bella, quanto per un pompino veloce?»
Sara deglutì bile. «Cento euro,» rispose con voce che voleva essere seducente ma uscì strozzata.
Lui annuì e la spinse contro il muro del vicolo, in un angolo buio. Le abbassò la zip dei jeans, tirando fuori un cazzo flaccido e puzzolente. Sara si inginocchiò sull’asfalto sporco, le ginocchia che dolevano, e lo prese in bocca.
All’inizio fu meccanico, disgustoso. La lingua che girava intorno alla cappella molle, le labbra che succhiavano per farlo indurire. Sentiva il sapore acre di sudore e piscio vecchio. L’uomo gemette, afferrandole i capelli e spingendole la testa avanti. «Brava troia, succhia più forte.»
Sara obbedì, la bocca che si riempiva sempre di più mentre il cazzo cresceva, pulsando contro la sua gola. Lo prese fino in fondo, conati repressi, saliva che colava dagli angoli delle labbra. Una mano le scivolò istintivamente tra le gambe, sfregando il perizoma umido – umido? Si rese conto con orrore che il suo corpo reagiva. La figa pulsava, il clitoride gonfio contro il tessuto.
L’uomo venne improvvisamente, schizzi caldi e densi che le inondarono la gola. Sara ingoiò tutto, tossendo piano, mentre lui si rinfilava l’uccello nei pantaloni e le buttava i soldi ai piedi. «Buona puttana,» ridacchiò andandosene.
Sara si alzò, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Le gambe tremavano. Odiava quell’uomo, odiava il lavoro, odiava se stessa. Ma tra le cosce, la figa era bagnata fradicia, i capezzoli duri come sassi. Un calore traditore le saliva dal basso ventre.
“È solo adrenalina,” si disse. “Solo il corpo che reagisce allo stress.”
Ma sapeva che era una bugia.
Le notti successive furono un turbine di umiliazione e scoperta. Sara tornò nel vicolo ogni sera, il corpo sempre più abituato a quell’abbigliamento da puttana: gonne aderenti che le segnavano il culo sodo, top trasparenti che lasciavano intravedere i capezzoli duri per il freddo o per qualcos’altro. Odiava ancora tutto – il freddo che le mordeva la pelle, gli sguardi luridi degli uomini di passaggio, il modo in cui si sentiva sporca. Ma il dovere la teneva lì. E, in fondo, una parte di lei cominciava a pulsare in modi che non voleva ammettere.
La seconda notte portò un cliente diverso: un operaio muscoloso, braccia tatuate, odorante di sudore e birra. La vide appoggiata al muro e si avvicinò con un ghigno. «Quanto per scoparti qui, contro il muro?»
Sara esitò, il cuore che le batteva forte. «Duecento,» rispose, la voce più ferma di quanto si sentisse.
Lui la girò senza cerimonie, le alzò la gonna e le strappò di lato il perizoma minuscolo. Le dita ruvide le sfiorarono la figa già umida – umida di nuovo, maledizione. «Sei già bagnata, troia,» ringhiò lui, infilandole due dita dentro con violenza. Sara gemette contro il muro, le mani appoggiate al mattone freddo, mentre lui la pompa con le dita, il pollice che premeva sul clitoride gonfio.
Poi tirò fuori il cazzo: grosso, venoso, la cappella viola e lucida di pre-eiaculato. La penetrò con un colpo secco da dietro, riempiendola fino in fondo. Sara urlò piano, il dolore misto a un piacere tagliente. Lui la scopava forte, i fianchi che sbattevano contro il suo culo, le palle che picchiavano contro il clitoride a ogni spinta. «Prendilo tutto, puttana,» grugniva, una mano nei suoi capelli per tirarle la testa indietro.
Sara si morse le labbra, ma i gemiti uscivano lo stesso. La figa si contraeva intorno a lui, bagnata fradicia, i succhi che colavano lungo le cosce. Venne per prima, un orgasmo violento che la fece tremare, le pareti vaginali che pulsavano e lo stringevano. Lui accelerò, scopandola come un animale, fino a esplodere dentro di lei: schizzi caldi e densi che le inondavano l’utero. Si ritrasse, lasciando il suo seme colare fuori mentre le buttava i soldi.
Sara si sistemò la gonna con mani tremanti, le gambe molli. “Solo il corpo,” si ripeté. “Non significa niente.”
Ma le notti continuarono. La terza sera, mentre aspettava in un altro vicolo, una donna si avvicinò: alta, bionda ossigenata, seni enormi che traboccavano da un corsetto nero. Si chiamava Vanessa, una prostituta veterana sulla quarantina, con un sorriso stanco ma gentile.
«Ehi, nuova? Non ti ho mai vista da queste parti,» disse, accendendo una sigaretta.
Sara annuì, forzando un sorriso. «Già, da poco. Mi chiamo… Sofia.» Il nome in codice.
Vanessa rise. «Sofia, eh? Carina. Sembri una che non appartiene a questo schifo. Troppo pulita, troppo tesa. Rilassati, tesoro, o ti mangeranno viva.»
Parlarono per ore, tra un cliente e l’altro. Vanessa le raccontò la sua vita: entrata in strada a vent’anni per sfamare i figli, ora sola e rassegnata. «All’inizio odiavo ogni cazzo che mi entrava dentro. Pensavo fosse sporco, sbagliato. Poi capisci che è solo carne. E a volte… a volte ti fa sentire viva.»
Sara ascoltava in silenzio, mentre un’altra ragazza si unì: Lucia, venticinquenne mora con un culo da urlo e tatuaggi ovunque. «Io lo faccio per i soldi facili,» disse Lucia, masticando gomma. «E per il sesso. Amo farmelo mettere in tutti i buchi. Tu no?»
Quella notte, Sara vide Lucia in azione: un cliente la prese in macchina, e dal finestrino Sara intravide Lucia cavalcarlo sul sedile anteriore, i seni che rimbalzavano, la testa buttata indietro mentre gemeva forte. «Sì, scopami più forte! Riempimi la figa!»
Qualcosa scattò in Sara. Più tardi, un cliente la portò in un motel squallido. Era giovane, bello, con un cazzo lungo e curvo. La spogliò lentamente, leccandole i capezzoli fino a farli diventare duri come chiodi. Sara si ritrovò a gemere davvero, le mani nei suoi capelli mentre lui le divorava la figa: lingua che lambiva il clitoride, dita che la scopavano profondamente, curvandosi per colpire il punto G.
«Sei deliziosa,» mormorò lui, prima di montarla. Sara gli avvolse le gambe intorno ai fianchi, spingendo verso l’alto per prenderlo più a fondo. Lo cavalcò poi lei, inginocchiandosi sopra di lui, la figa che ingoiava il cazzo intero a ogni discesa. I seni le rimbalzavano in faccia, lui li succhiava avidamente. «Vieni per me, troia,» le disse, e Sara obbedì: un orgasmo multiplo che la fece urlare, la figa che squirta sul suo ventre.
Lui la girò a pecorina, scopandole il culo stretto – la prima volta anale per lei sotto copertura. All’inizio bruciava, ma poi… piacere puro. Lui la sodomizzò forte, una mano sul clitoride, fino a venire nel suo retto, il seme caldo che la riempiva.
Tornata in strada, Vanessa la vide arrossata e sorridente suo malgrado. «Ti è piaciuto, eh? Benvenuta nel club, sorella.»
Sara non rispose. Ma quella notte, da sola nel suo appartamento, si toccò ripensando a tutto: dita nella figa bagnata, capezzoli pizzicati, fino a un orgasmo solitario violento. Odiava ammetterlo, ma la strada la stava cambiando. Le prostitute non erano solo vittime. Erano donne. E lei… stava iniziando a sentirsi come una di loro.
Sara aveva un fidanzato da tre anni: Marco, un ingegnere informatico di trentacinque anni, tranquillo, affidabile, il classico uomo che sognava una vita stabile – matrimonio, magari un cane, una casa con giardino. Si vedevano quasi tutti i giorni, ma non convivevano: lei teneva il suo appartamento in centro, lui il suo in periferia. «Non vogliamo fretta,» dicevano sempre. In realtà, a Sara piaceva avere il suo spazio, il controllo assoluto sulla sua vita ordinata. Marco la adorava per quello: la poliziotta forte, integerrima, sempre composta. Il loro sesso era dolce, prevedibile – baci lenti, missionario con le luci basse, orgasmi silenziosi e abbracci dopo. Lui non sapeva nulla dell’operazione sotto copertura. Per Marco, Sara stava solo lavorando a un “caso notturno complicato” che la teneva lontana per giorni.
Ma dopo due settimane sulla strada, Sara cambiava a vista d’occhio. E Marco lo notava ogni volta che si vedevano.
Una sera, dopo una notte passata a farsi scopare da tre clienti diversi – uno che le aveva sborrato in bocca in macchina, un altro che l’aveva presa in culo in un vicolo, il terzo che l’aveva fatta venire due volte leccandole la figa per mezz’ora – Sara accettò di vedere Marco nel suo appartamento. Arrivò con i capelli sciolti e mossi in modo sensuale, trucco pesante che non si era tolta del tutto, rossetto sbavato che le dava un’aria da appena scopata. Indossava una gonna corta anche per lui, “per caso”. Il profumo di fumo, sudore e sesso aleggiava ancora sulla sua pelle.
Marco la baciò sulla porta, ma si ritrasse subito. «Sara… sei diversa. Questo trucco, questi vestiti… sembri un’altra. E profumi di… non so, alcol, sigarette, e qualcosa di… maschile.»
Sara rise, forzando nonchalance. «È il lavoro, amore. Ambienti difficili, turni lunghi. Mi stressa.» Ma il suo corpo tradiva: capezzoli duri sotto la maglietta sottile, figa ancora gonfia e umida dai bagordi della notte.
Marco la attirò sul divano, mani che scivolavano sotto la gonna. Sentì il perizoma fradicio – fradicio dei suoi succhi e del seme altrui. «Cristo, sei bagnata da fare schifo,» mormorò eccitato, infilandole due dita dentro senza preavviso. Sara gemette forte, inarcandosi, la figa che si stringeva avidamente intorno alle dita. Lui la scopò con la mano con violenza crescente, il pollice sul clitoride gonfio, mentre le succhiava i capezzoli attraverso il tessuto.
Sara lo spinse via i pantaloni, gli prese il cazzo in bocca con una fame che Marco non riconosceva: lo ingoiò fino in gola, saliva che colava, lingua che lambiva le palle. «Cazzo, Sara…» gemette lui. Poi lo cavalcò sul divano come una pornodiva: si impalò sul suo uccello con un colpo secco, rimbalzando forte, i seni che schiaffeggiavano l’aria, il culo che sbatteva contro le sue cosce. «Scopami più forte,» gli ordinò, afferrandogli le mani per fargliele stringere il collo – leggero, ma abbastanza da farle pulsare la figa.
Marco, scioccato ma arrapatissimo, obbedì: la girò a pecorina, la penetrò con colpi brutali, schiaffeggiandole il culo fino a lasciare segni rossi. Venne dentro di lei con un ruggito, riempiendola di seme caldo. Sara venne tre volte, urlando, la figa che squirta sul divano, pensando non a lui ma ai cazzi anonimi della strada.
Dopo, mentre lui ansimava soddisfatto, Sara si rivestì in fretta. «Devo andare, turno presto domani.»
Marco la fissò confuso. «Ma sei appena arrivata… e ultimamente sparisci tutte le notti. Dove vai davvero, Sara? Torni con lividi sul collo, sul culo… segni di mani. Dimmi la verità: c’è un altro?»
Litigarono al telefono per giorni dopo quello. Marco la chiamava alle tre di notte: «Dove sei? Perché non rispondi?» Sara inventava scuse – appostamenti, pedinamenti – ma lui diventava sempre più paranoico. «Sembri una troia, Sara. Vestiti da puttana, sesso come una pornodiva… mi stai tradendo?»
Una volta, dopo un litigio furioso, Sara andò da lui per “farsi perdonare”. Lo scopò come mai prima: gli succhiò il cazzo fino a fargli venire in gola, ingoiando tutto; poi lo fece entrare nel suo culo ancora dolorante dalla notte precedente, cavalcandolo al contrario mentre si toccava la figa. «Sono solo tua,» mentì tra un gemito e l’altro, venendo violentemente mentre lui le sborrava nel retto.
Ma il conflitto interiore cresceva. Marco era il suo ancoraggio al mondo “normale”, ma la strada la stava trasformando in qualcos’altra.
Intanto, nelle notti fuori, il legame con Vanessa e Lucia si faceva sempre più stretto. Le tre erano inseparabili tra un cliente e l’altro. Una sera, dopo un giro scarso, un uomo ricco propose un trio in una suite d’albergo.
Sara esitò solo un secondo. Vanessa la baciò sulla bocca: «Lasciati andare, sorella.»
Nella stanza fu caos puro. L’uomo le spogliò lentamente, ammirando i loro corpi. Sara si ritrovò in ginocchio tra Lucia e Vanessa: succhiava il cazzo dell’uomo mentre Lucia le leccava la figa da dietro, lingua profonda nel buco umido, e Vanessa le succhiava i capezzoli. Poi le ragazze si dedicarono l’una all’altra: Sara divorò la figa rasata di Lucia, leccandola avidamente mentre Vanessa le infilava tre dita nel culo.
L’uomo le scopò una dopo l’altra. Prima Lucia a pecorina, urlando mentre lui le sbatteva dentro. Poi Vanessa in missionario, seni enormi che rimbalzavano. Infine Sara: la prese in culo con violenza, il cazzo grosso che la dilatava al massimo, mentre Lucia le leccava il clitoride e Vanessa le baciava la bocca. Sara urlò di piacere puro, orgasmi multipli che la scuotevano, la figa che squirta sul pavimento mentre il cazzo le pulsava nel retto.
L’uomo venne sui loro visi, schizzi densi e caldi. Le tre si leccarono a vicenda, pulendosi con lingue avide, baciandosi con il seme in bocca.
Tornata nel suo appartamento all’alba, sola, Sara si toccò ripensando alla notte: dita nella figa e nel culo contemporaneamente, venendo forte nel silenzio. Marco le mandò un messaggio: «Mi manchi. Quando ci vediamo?»
Sara non rispose subito. Il doppio gioco la stava consumando. Quanto poteva durare?
Le settimane successive furono un vortice di sesso sfrenato e sorellanza. Sara – o meglio, Sofia per la strada – passava sempre più tempo con Vanessa e Lucia. Le tre erano diventate inseparabili: dividevano clienti, si proteggevano a vicenda, si confidavano segreti sussurrati tra un pompino e l’altro nei vicoli. Vanessa, con la sua esperienza materna, insegnava a Sara trucchi per far venire un uomo in fretta o per negoziare prezzi più alti. Lucia, la più giovane e selvaggia, la trascinava in avventure sempre più estreme.
Una notte, un cliente le pagò per un quartetto in un appartamento privato. L’uomo aveva invitato un amico: due cazzi grossi, duri, pronti a devastarle. Iniziarono con Sara e Lucia che succhiavano insieme un uccello – lingue che si intrecciavano sulla cappella, saliva che colava, mani che massaggiavano le palle. Vanessa cavalcava l’altro, i seni enormi che rimbalzavano mentre gemeva forte. Poi si scambiarono: Sara si fece prendere in doppio – un cazzo in figa, l’altro in bocca – mentre Lucia le leccava il clitoride da sotto. Il piacere era travolgente: la figa dilatata, piena, che pulsava intorno al membro, la gola scopata senza pietà. Venne squirting, schizzi che bagnarono il pavimento, urlando mentre Vanessa le pizzicava i capezzoli.
Gli uomini le usarono per ore: posizioni sporche, anali profondi, sborrate in faccia e dentro ogni buco. Alla fine, le tre ragazze erano coperte di seme, esauste ma euforiche, baciandosi con lingue appiccicose piene di sperma altrui.
«Siete le migliori troie che abbia mai avuto,» disse uno degli uomini, buttando banconote sul letto.
Tornate in strada, ridevano come sorelle. «Questa vita non è poi così male,» confidò Lucia a Sara, accendendo una sigaretta. «Con voi, mi sento viva.»
Ma l’assassino era ancora là fuori. Le voci giravano: un’altra ragazza era sparita due notti prima. Sara sentiva la pressione del capitano – «Stiamo vicini, Rossi. Lo prenderemo presto» – ma la strada aveva i suoi ritmi. E Marco… Marco la bombardava di messaggi. «Dove sei? Perché non rispondi mai di notte? Mi stai lasciando?» Una sera, dopo un litigio al telefono, Sara andò da lui per calmare le acque. Lo scopò con rabbia repressa: gli montò in faccia, soffocandolo con la figa bagnata di succhi stradali, facendogli leccare ogni goccia mentre si strofinava sul suo naso. Poi lo prese in culo, cavalcandolo forte, il retto che stringeva il suo cazzo mentre si toccava la figa. «Dimmi che sono la tua troia,» gli ringhiò, venendo violentemente. Marco, confuso ed eccitato, obbedì, sborrandole dentro con un gemito.
Ma il giorno dopo, tutto crollò.
Sara arrivò nel vicolo all’imbrunire. Vanessa non c’era. Strano, lei era sempre puntuale. Lucia arrivò trafelata, occhi spalancati. «Hanno trovato Vanessa. In un cassonetto, due strade più in là. Strangolata. Segni sul collo… e lividi ovunque. L’hanno scopata prima di ucciderla, come le altre.»
Sara sentì il mondo fermarsi. Immagini di Vanessa: i suoi seni enormi, il sorriso stanco, la lingua esperta che l’aveva leccata durante il trio. Ora era morta. Uccisa da quel mostro.
Corse sul posto, fingendosi una prostituta scioccata tra le altre. La polizia – i suoi colleghi – aveva transennato l’area. Il corpo di Vanessa era coperto da un telo, ma Sara intravide: collo viola, polsi legati con corde, cosce aperte con seme seccato tra le gambe. L’assassino l’aveva usata brutalmente un’ultima volta.
Lucia pianse tra le sue braccia. «Era come una madre per me. Chi cazzo è quel bastardo?»
Sara strinse i denti, rabbia e colpa che le bruciavano dentro. «Lo prenderemo,» mormorò, ma dentro urlava. Era colpa sua? Se avesse lavorato più in fretta… Vanessa era morta perché lei non era stata abbastanza.
Quella notte, Sara rimase in strada, più determinata che mai. Un cliente la prese con violenza, sfogando il suo dolore: la scopò contro il muro, mani sul collo – troppo simile all’assassino. Sara lo lasciò fare, il cazzo che la martellava dentro, orgasmo misto a lacrime. Venne forte, odiandosi per il piacere.
Marco la chiamò di nuovo: «Sara, ho bisogno di vederti. Sto impazzendo.»
Ma lei non rispose. La strada l’aveva reclamata del tutto. Vanessa era morta, e l’assassino era vicino. Sara sentiva il suo sguardo nel buio. Questa volta, non avrebbe esitato.
La morte di Vanessa aveva lasciato un vuoto nero. Sara non dormiva più, mangiava a malapena, ma la strada la chiamava lo stesso. Ogni notte tornava lì, più esposta, più aggressiva: gonne sempre più corte, top che lasciavano i capezzoli in vista, trucco da troia sfatta. Lucia era l’unica rimasta delle “sorelle”, e si aggrappavano l’una all’altra come naufraghe. «Dobbiamo stare attente,» diceva Lucia, ma poi rideva e accettava clienti rischiosi per i soldi facili.
Marco, intanto, era arrivato al limite. I suoi messaggi erano passati da preoccupati a ossessivi: «Sara, rispondi. So che mi nascondi qualcosa. Ti vedo cambiata, distante. Stai con un altro?» Lei lo ignorava, troppo immersa nel suo ruolo. Fino a quella sera.
Marco la chiamò mentre lei era in un vicolo, appena uscita da una macchina dove un cliente l’aveva scopata in bocca per mezz’ora, sborrandole in gola fino a farla tossire. Sara rispose con voce rauca, ancora il sapore di sperma sulla lingua.
«Dove cazzo sei?» urlò lui. «È l’una di notte! Vengo a prenderti, dimmi dove sei davvero.»
Sara esplose. «Smettila di controllarmi, Marco! Ho un lavoro, ho una vita! Non sei mio marito, non devi sapere tutto!»
Lui non mollò. «Bugiarda! Ti ho vista l’altro giorno, vestita come una puttana, che salivi in macchina con uno sconosciuto. Ti ho seguita, Sara. So cosa stai facendo. Ti fai scopare per soldi? È questo il tuo “caso complicato”?»
Il mondo le crollò addosso. Lo insultò, pianse, urlò che era per lavoro, ma lui non credette. «Sei una troia, Sara. Una schifosa troia. Addio.» Riattaccò.
Sara gettò il telefono contro il muro, lacrime che le rigavano il trucco. Si sentiva spezzata. Marco era l’ultimo legame con la sua vecchia vita integerrima. Ora era sola. Sola con la strada.
Lucia la trovò così, tremante. «Ehi, sorella, vieni. Stasera lavoriamo insieme. Ti farà dimenticare.»
Andarono in un motel con due clienti – fratelli, muscolosi, con cazzi enormi. Fu una notte di puro abbandono. Sara si lasciò usare senza freni. Iniziò succhiando entrambi in ginocchio, un cazzo in bocca, l’altro in mano, alternandosi con Lucia. Le gole profonde, saliva che colava sui seni, lingue che leccavano palle e cappelle gonfie. Poi i fratelli le presero insieme: uno scopò Sara in figa da dietro, l’altro Lucia accanto. Sara guardava Lucia gemere, gli occhi negli occhi, mentre il cazzo la martellava forte, le palle che sbattevano sul clitoride.
La girarono: doppio penetrazione per entrambe. Sara sentì un cazzo in figa e uno in culo contemporaneamente – dilatata al massimo, dolore che diventava piacere puro. Urlava, «Sì, scopatemi come troie!», venendo in squirting violenti, schizzi che bagnavano le lenzuola. Lucia le baciava la bocca, lingue intrecciate, mentre gli uomini le riempivano di seme: sborrate profonde in ogni buco, che colavano fuori mischiandosi.
Dopo, esauste e coperte di sperma, Lucia rise: «Vedi? Siamo puttane, ma siamo vive.»
Sara sorrise per la prima volta quella notte. E dentro, qualcosa scattò. Non lottava più. Si sentiva una puttana. Vera. Le piaceva essere usata, riempita, sporcata. Il corpo reagiva sempre di più: orgasmi facili, figa sempre bagnata, capezzoli eternamente duri. “Sono una troia,” pensò mentre si toccava nel motel, dita nel culo ancora slabbrato. “E mi piace.”
Ma la mattina dopo, la polizia trovò Lucia. In un vicolo vicino, nuda, strangolata. Collo viola, polsi legati, cosce spalancate con seme fresco che colava dalla figa e dal culo. L’assassino l’aveva scopata brutalmente prima di ucciderla – lividi sui seni, morsi sul clitoride, segni di violenza estrema. L’aveva usata come un oggetto, poi l’aveva spezzata durante l’ultimo orgasmo.
Sara arrivò sulla scena, fingendosi scioccata tra le altre ragazze. Vide il corpo dell’amica, gli occhi spenti, il viso ancora arrossato dal piacere forzato. Pianse davvero stavolta. Due amiche morte. Per colpa sua? No. Per colpa del mostro.
La rabbia la consumò. Ma sotto, il piacere oscuro: la strada l’aveva trasformata. Non era più la poliziotta integerrima. Era Sofia, la puttana. E l’assassino stava venendo per lei.
Quella notte, sola nel vicolo, Sara si offrì più che mai. Un cliente la prese con violenza, mani sul collo – e lei venne più forte, pensando che poteva essere lui. Il mostro.
Sara – Sofia, ormai, nella sua mente – era sola nella strada. Le amiche morte, il cuore spezzato dal litigio con Marco, il corpo trasformato in un tempio del piacere proibito. Non lottava più contro se stessa. Ogni notte era un’orgia di cazzi anonimi, di orgasmi violenti, di seme che le colava dai buchi. Si sentiva una puttana vera, e le piaceva. La figa sempre bagnata, il culo pronto a essere dilatato, la bocca affamata di sperma. La poliziotta integerrima era un ricordo sbiadito.
Quella sera pioveva forte. I vicoli erano deserti, l’acqua che scorreva sui marciapiedi come lacrime. Sofia indossava un impermeabile corto aperto sul davanti, sotto solo un perizoma rosso e un reggiseno a balconcino che spingava i seni sodi in fuori, capezzoli duri per il freddo e l’eccitazione. Tacchi alti che risuonavano sull’asfalto bagnato. Si appoggiò a un muro, fumando una sigaretta, offrendosi allo sguardo di chiunque passasse.
Una macchina nera si fermò piano. Finestrino abbassato. L’uomo dentro era elegante: giacca scura, capelli pettinati, occhi freddi che la fissarono con un sorriso familiare. Troppo familiare.
«Salve, bella. Quanto per una notte intera? Voglio qualcosa di… speciale.»
La voce. Quella voce la colpì come un pugno. Sofia si avvicinò, il cuore che accelerava. Guardò dentro: Marco. Il suo ex fidanzato. Ma non il Marco dolce e prevedibile. Questo aveva uno sguardo predatorio, mani che stringevano il volante con forza eccessiva.
«Marco?» sussurrò lei, scioccata.
Lui rise piano, un suono gelido. «Sofia, ora, vero? O dovrei dire Sara? Ti ho osservata per settimane. Ti ho vista cambiare, diventare questa troia perfetta. Vanessa, Lucia… le ho scelte perché ti somigliavano. Ma tu… tu sei la preda finale.»
Tutto quadrò in un istante orribile. I lividi che Marco aveva notato sul suo corpo – lui li aveva visti perché era lui a lasciarli sulle vittime. Le notti in cui spariva – era lui che cacciava. Il litigio al telefono: una copertura per avvicinarsi. L’assassino era lui. Il suo fidanzato. L’uomo che aveva amato.
Ma invece di paura pura, Sofia sentì un calore traditore tra le gambe. Rabbia, orrore, e un desiderio oscuro. «Sali,» disse lui, aprendo la portiera. «O chiamo la polizia e dico che sei una puttana che mi ricatta.»
Sofia salì. Sapeva di avere il microtrasmettitore nascosto nel braccialetto, la squadra pronta a intervenire. Ma voleva giocarlo. Voleva capire. Voleva… lui.
La portò in un magazzino abbandonato alla periferia, un posto isolato che la polizia aveva già perquisito senza trovare nulla. La spinse dentro, chiudendo la porta con catena. La pioggia martellava sul tetto di lamiera.
«Spogliati, troia,» ordinò, togliendosi la giacca. Sotto, corde, un coltello, il kit del mostro.
Sofia obbedì lentamente, lasciando cadere l’impermeabile. I seni balzarono liberi, capezzoli duri come chiodi. Il perizoma era già fradicio. Marco la fissò, il cazzo che si induriva nei pantaloni.
«Sapevi che ero io?» chiese lei, voce bassa.
«Da sempre. Ti ho vista la prima notte. Eri così rigida, così falsa. Ma poi… ti ho vista godere. Con quegli sconosciuti. Ti ho vista diventare quello che odiavi. Vanessa l’ho scopata pensando a te. Lucia pure. Le ho strangolate mentre venivano, immaginando il tuo collo sotto le mie mani.»
La afferrò, buttandola su un materasso sporco al centro del pavimento. Le legò i polsi con le corde – proprio come sulle vittime. Sofia gemette, il corpo che reagiva nonostante tutto. Paura e piacere mischiati.
Marco si spogliò. Il suo cazzo – quello che conosceva bene – era enorme, venoso, la cappella già lucida. La girò a pecorina, le strappò il perizoma. Le infilò tre dita in figa senza preavviso, scopandola con la mano brutalmente. «Bagnata come sempre, puttana. Ti eccita sapere che sono io l’assassino?»
Sofia urlò di piacere, inarcandosi. «Sì… cazzo, sì.» Le dita la colpivano il punto G, il pollice sul clitoride. Venne in secondi, squirting sul materasso, schizzi che bagnarono le sue mani.
Lui rise, tirandole i capelli. «Brava troia.» Le leccò la figa da dietro, lingua profonda, succhiando i succhi mentre le infilava un dito in culo. Sofia tremava, un altro orgasmo in arrivo.
Poi la penetrò. Un colpo secco in figa, riempiendola tutta. Scopava come un animale: forte, profondo, le palle che sbattevano sul clitoride. Una mano sul collo, stringendo piano – il suo marchio. «Dimmi che ti piace, Sara. Dimmi che sei la mia puttana.»
«Sono Sofia,» gemette lei, spingendo indietro per prenderlo più a fondo. «Scopami più forte, bastardo.»
Lui obbedì, martellando dentro di lei. La girò, la mise a cavalcioni. Sofia lo cavalcò con furia, seni che rimbalzavano, mani legate che le impedivano l’equilibrio. Il cazzo la dilatava, colpiva l’utero a ogni discesa. Venne di nuovo, urlando, la figa che pulsava intorno a lui.
Marco la buttò giù, le divaricò le gambe. Le leccò il culo, lingua che entrava nel buco stretto, preparandolo. Poi la sodomizzò: cappella che forzava l’anello, poi tutto dentro con un colpo. Sofia urlò di dolore/piacere, il retto dilatato al massimo. Lui la scopò nel culo con violenza, una mano sulla figa a strofinare il clitoride, l’altra sul collo che stringeva di più.
«Vieni per me, troia. L’ultima volta.»
Sofia venne travolta da orgasmi multipli: figa che squirta, culo che si contraeva intorno al cazzo. Lui stringeva il collo, l’aria che mancava, visione che si offuscava – proprio come aveva fatto con Vanessa e Lucia.
Ma Sofia premette il pulsante nascosto nel braccialetto. La squadra era vicina, tracciata.
Marco venne con un ruggito, riempiendole il culo di schizzi caldi e densi. La lasciò andare, ansimante. «Ora ti finisco.»
La porta esplose. La squadra irruppe, armi puntate. «Polizia! Mani in alto!»
Marco si voltò, scioccato. Sofia, nuda, legata, coperta di sudore e seme, lo fissò con occhi trionfanti. «Game over, amore.»
Lo ammanettarono mentre urlava insulti. «Sei una puttana! Una schifosa puttana!»
Sofia sorrise. «Sì. Lo sono.»
Il caso si chiuse. Marco condannato all’ergastolo: prove schiaccianti dal magazzino, DNA sulle vittime, confessioni registrate di nascosto da Sofia.
Ma Sara non tornò al dipartimento. Consegnò il badge il giorno dopo. «Ho fatto il mio dovere,» disse al capitano. «Ora vivo la mia vita.»
Diventò Sofia per sempre.
Si trasferì in un altro quartiere, tornò sulla strada – ma alle sue condizioni. Non più vicoli bui, ma club esclusivi, clienti ricchi, orgie private. Il corpo sempre pronto: si fece tatuare “Troia” sul pube, piercing ai capezzoli e al clitoride per piacere extra. Ogni notte era un festival di sesso: gangbang con cinque uomini che la riempivano di cazzi in ogni buco, donne che le leccavano la figa mentre veniva scopata, sessioni BDSM dove si faceva legare e frustare fino a venire dal dolore.
Squirta in faccia a clienti, ingoiava litri di sperma, si faceva doppie e triple penetrazioni fino a non camminare dritto. Viveva per il piacere, per essere usata, per essere la puttana che aveva scoperto di essere.
A volte, ripensava a Vanessa e Lucia. «Grazie, sorelle,» sussurrava tra un orgasmo e l’altro. «Mi avete liberata.»
E Marco? In carcere, marciva sapendo che la sua “preda finale” era diventata la regina della strada. Libera, bagnata, eterna.
Sofia sorrise nel buio di una suite, con tre cazzi dentro di lei, venendo forte.
Ma quel giorno, nell’ufficio del capitano, tutto vacillò.
«Sara, abbiamo un problema grosso,» disse il capitano Moretti, un uomo sulla cinquantina con la faccia segnata da troppi anni sul campo. «L’assassino seriale che chiamano “lo Strangolatore delle Ombre”. Cinque prostitute uccise in sei mesi. Sempre lo stesso modus: le adesca come clienti, le porta in posti isolati, le scopa con violenza e poi le strangola durante l’orgasmo. Lascia segni di corde sui polsi, lividi da mani forti sul collo. Nessuna traccia utile.»
Sara strinse i pugni sotto il tavolo. «Lo so, capo. Sto seguendo il caso da settimane. Ma perché mi convochi da solo?»
Moretti sospirò, spingendo una cartella verso di lei. «Perché le vittime sono tutte prostitute di strada. L’unico modo per prenderlo è infiltrarci. Serve una di noi che si finga una di loro. E tu sei perfetta: giovane, attraente, addestrata al combattimento. Nessuno sospetterebbe.»
Sara sentì un nodo allo stomaco. «Fingermi una prostituta? Capo, con tutto il rispetto… no. Non se ne parla. Io non sono quel tipo di donna. Non mi abbasso a quel livello. È degradante, umiliante. Trovate qualcun’altra.»
Moretti la fissò dritto negli occhi. «Non c’è qualcun’altra, Sara. Le altre agenti sono troppo riconoscibili o non hanno il tuo profilo fisico. E tu sei la migliore. Pensa alle vittime: donne che non hanno scelto quella vita, o che l’hanno scelta per sopravvivenza. Se non lo fermiamo, ne ucciderà altre. Tu puoi salvarle.»
Sara si alzò di scatto, il viso arrossato dalla rabbia. «Salvarle facendomi scopare da sconosciuti per strada? Farmi trattare come una puttana? No, capo. Io ho dei principi. Non vendo il mio corpo per un caso, nemmeno sotto copertura.»
Ma dentro di lei, una vocina traditrice sussurrava. Immagini proibite: mani estranee sul suo corpo perfetto, cazzi duri che la penetravano, bocche che le succhiavano i capezzoli. Scacciò il pensiero con orrore. Era una poliziotta, non una troia.
Le discussioni durarono giorni. Moretti la pressò senza sosta, mostrandole foto delle vittime: colli lividi, occhi spenti, corpi nudi abbandonati nei vicoli. Alla fine, Sara cedette. Non per debolezza, si disse. Per dovere. Per giustizia.
«Va bene,» ringhiò nell’ultima riunione. «Lo farò. Ma solo fino a quando lo prendiamo. E niente giudizi da nessuno.»
La preparazione fu un incubo. Dovette cambiare look: capelli sciolti e mossi, trucco pesante – rossetto rosso slutty, eyeliner smoky che faceva risaltare i suoi occhi da predatrice. Abiti ridotti: un top scollato che lasciava intravedere l’attaccatura dei seni, gonne corte che a malapena coprivano il culo sodo, tacchi alti che la facevano ancheggiare come una puttana esperta. Niente biancheria comoda: perizoma minuscoli che le sfregavano contro il clitoride ad ogni passo, reggiseni push-up che spingevano i capezzoli in fuori.
La prima notte, nel vicolo umido dietro la stazione centrale, Sara tremava di rabbia e paura. Si sentiva esposta, vulnerabile. Il freddo della sera le induriva i capezzoli sotto il tessuto sottile. Odiava tutto quello.
Il primo “cliente” arrivò dopo mezz’ora: un uomo sulla quarantina, grassoccio, con l’alito che puzzava di birra. «Ehi bella, quanto per un pompino veloce?»
Sara deglutì bile. «Cento euro,» rispose con voce che voleva essere seducente ma uscì strozzata.
Lui annuì e la spinse contro il muro del vicolo, in un angolo buio. Le abbassò la zip dei jeans, tirando fuori un cazzo flaccido e puzzolente. Sara si inginocchiò sull’asfalto sporco, le ginocchia che dolevano, e lo prese in bocca.
All’inizio fu meccanico, disgustoso. La lingua che girava intorno alla cappella molle, le labbra che succhiavano per farlo indurire. Sentiva il sapore acre di sudore e piscio vecchio. L’uomo gemette, afferrandole i capelli e spingendole la testa avanti. «Brava troia, succhia più forte.»
Sara obbedì, la bocca che si riempiva sempre di più mentre il cazzo cresceva, pulsando contro la sua gola. Lo prese fino in fondo, conati repressi, saliva che colava dagli angoli delle labbra. Una mano le scivolò istintivamente tra le gambe, sfregando il perizoma umido – umido? Si rese conto con orrore che il suo corpo reagiva. La figa pulsava, il clitoride gonfio contro il tessuto.
L’uomo venne improvvisamente, schizzi caldi e densi che le inondarono la gola. Sara ingoiò tutto, tossendo piano, mentre lui si rinfilava l’uccello nei pantaloni e le buttava i soldi ai piedi. «Buona puttana,» ridacchiò andandosene.
Sara si alzò, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Le gambe tremavano. Odiava quell’uomo, odiava il lavoro, odiava se stessa. Ma tra le cosce, la figa era bagnata fradicia, i capezzoli duri come sassi. Un calore traditore le saliva dal basso ventre.
“È solo adrenalina,” si disse. “Solo il corpo che reagisce allo stress.”
Ma sapeva che era una bugia.
Le notti successive furono un turbine di umiliazione e scoperta. Sara tornò nel vicolo ogni sera, il corpo sempre più abituato a quell’abbigliamento da puttana: gonne aderenti che le segnavano il culo sodo, top trasparenti che lasciavano intravedere i capezzoli duri per il freddo o per qualcos’altro. Odiava ancora tutto – il freddo che le mordeva la pelle, gli sguardi luridi degli uomini di passaggio, il modo in cui si sentiva sporca. Ma il dovere la teneva lì. E, in fondo, una parte di lei cominciava a pulsare in modi che non voleva ammettere.
La seconda notte portò un cliente diverso: un operaio muscoloso, braccia tatuate, odorante di sudore e birra. La vide appoggiata al muro e si avvicinò con un ghigno. «Quanto per scoparti qui, contro il muro?»
Sara esitò, il cuore che le batteva forte. «Duecento,» rispose, la voce più ferma di quanto si sentisse.
Lui la girò senza cerimonie, le alzò la gonna e le strappò di lato il perizoma minuscolo. Le dita ruvide le sfiorarono la figa già umida – umida di nuovo, maledizione. «Sei già bagnata, troia,» ringhiò lui, infilandole due dita dentro con violenza. Sara gemette contro il muro, le mani appoggiate al mattone freddo, mentre lui la pompa con le dita, il pollice che premeva sul clitoride gonfio.
Poi tirò fuori il cazzo: grosso, venoso, la cappella viola e lucida di pre-eiaculato. La penetrò con un colpo secco da dietro, riempiendola fino in fondo. Sara urlò piano, il dolore misto a un piacere tagliente. Lui la scopava forte, i fianchi che sbattevano contro il suo culo, le palle che picchiavano contro il clitoride a ogni spinta. «Prendilo tutto, puttana,» grugniva, una mano nei suoi capelli per tirarle la testa indietro.
Sara si morse le labbra, ma i gemiti uscivano lo stesso. La figa si contraeva intorno a lui, bagnata fradicia, i succhi che colavano lungo le cosce. Venne per prima, un orgasmo violento che la fece tremare, le pareti vaginali che pulsavano e lo stringevano. Lui accelerò, scopandola come un animale, fino a esplodere dentro di lei: schizzi caldi e densi che le inondavano l’utero. Si ritrasse, lasciando il suo seme colare fuori mentre le buttava i soldi.
Sara si sistemò la gonna con mani tremanti, le gambe molli. “Solo il corpo,” si ripeté. “Non significa niente.”
Ma le notti continuarono. La terza sera, mentre aspettava in un altro vicolo, una donna si avvicinò: alta, bionda ossigenata, seni enormi che traboccavano da un corsetto nero. Si chiamava Vanessa, una prostituta veterana sulla quarantina, con un sorriso stanco ma gentile.
«Ehi, nuova? Non ti ho mai vista da queste parti,» disse, accendendo una sigaretta.
Sara annuì, forzando un sorriso. «Già, da poco. Mi chiamo… Sofia.» Il nome in codice.
Vanessa rise. «Sofia, eh? Carina. Sembri una che non appartiene a questo schifo. Troppo pulita, troppo tesa. Rilassati, tesoro, o ti mangeranno viva.»
Parlarono per ore, tra un cliente e l’altro. Vanessa le raccontò la sua vita: entrata in strada a vent’anni per sfamare i figli, ora sola e rassegnata. «All’inizio odiavo ogni cazzo che mi entrava dentro. Pensavo fosse sporco, sbagliato. Poi capisci che è solo carne. E a volte… a volte ti fa sentire viva.»
Sara ascoltava in silenzio, mentre un’altra ragazza si unì: Lucia, venticinquenne mora con un culo da urlo e tatuaggi ovunque. «Io lo faccio per i soldi facili,» disse Lucia, masticando gomma. «E per il sesso. Amo farmelo mettere in tutti i buchi. Tu no?»
Quella notte, Sara vide Lucia in azione: un cliente la prese in macchina, e dal finestrino Sara intravide Lucia cavalcarlo sul sedile anteriore, i seni che rimbalzavano, la testa buttata indietro mentre gemeva forte. «Sì, scopami più forte! Riempimi la figa!»
Qualcosa scattò in Sara. Più tardi, un cliente la portò in un motel squallido. Era giovane, bello, con un cazzo lungo e curvo. La spogliò lentamente, leccandole i capezzoli fino a farli diventare duri come chiodi. Sara si ritrovò a gemere davvero, le mani nei suoi capelli mentre lui le divorava la figa: lingua che lambiva il clitoride, dita che la scopavano profondamente, curvandosi per colpire il punto G.
«Sei deliziosa,» mormorò lui, prima di montarla. Sara gli avvolse le gambe intorno ai fianchi, spingendo verso l’alto per prenderlo più a fondo. Lo cavalcò poi lei, inginocchiandosi sopra di lui, la figa che ingoiava il cazzo intero a ogni discesa. I seni le rimbalzavano in faccia, lui li succhiava avidamente. «Vieni per me, troia,» le disse, e Sara obbedì: un orgasmo multiplo che la fece urlare, la figa che squirta sul suo ventre.
Lui la girò a pecorina, scopandole il culo stretto – la prima volta anale per lei sotto copertura. All’inizio bruciava, ma poi… piacere puro. Lui la sodomizzò forte, una mano sul clitoride, fino a venire nel suo retto, il seme caldo che la riempiva.
Tornata in strada, Vanessa la vide arrossata e sorridente suo malgrado. «Ti è piaciuto, eh? Benvenuta nel club, sorella.»
Sara non rispose. Ma quella notte, da sola nel suo appartamento, si toccò ripensando a tutto: dita nella figa bagnata, capezzoli pizzicati, fino a un orgasmo solitario violento. Odiava ammetterlo, ma la strada la stava cambiando. Le prostitute non erano solo vittime. Erano donne. E lei… stava iniziando a sentirsi come una di loro.
Sara aveva un fidanzato da tre anni: Marco, un ingegnere informatico di trentacinque anni, tranquillo, affidabile, il classico uomo che sognava una vita stabile – matrimonio, magari un cane, una casa con giardino. Si vedevano quasi tutti i giorni, ma non convivevano: lei teneva il suo appartamento in centro, lui il suo in periferia. «Non vogliamo fretta,» dicevano sempre. In realtà, a Sara piaceva avere il suo spazio, il controllo assoluto sulla sua vita ordinata. Marco la adorava per quello: la poliziotta forte, integerrima, sempre composta. Il loro sesso era dolce, prevedibile – baci lenti, missionario con le luci basse, orgasmi silenziosi e abbracci dopo. Lui non sapeva nulla dell’operazione sotto copertura. Per Marco, Sara stava solo lavorando a un “caso notturno complicato” che la teneva lontana per giorni.
Ma dopo due settimane sulla strada, Sara cambiava a vista d’occhio. E Marco lo notava ogni volta che si vedevano.
Una sera, dopo una notte passata a farsi scopare da tre clienti diversi – uno che le aveva sborrato in bocca in macchina, un altro che l’aveva presa in culo in un vicolo, il terzo che l’aveva fatta venire due volte leccandole la figa per mezz’ora – Sara accettò di vedere Marco nel suo appartamento. Arrivò con i capelli sciolti e mossi in modo sensuale, trucco pesante che non si era tolta del tutto, rossetto sbavato che le dava un’aria da appena scopata. Indossava una gonna corta anche per lui, “per caso”. Il profumo di fumo, sudore e sesso aleggiava ancora sulla sua pelle.
Marco la baciò sulla porta, ma si ritrasse subito. «Sara… sei diversa. Questo trucco, questi vestiti… sembri un’altra. E profumi di… non so, alcol, sigarette, e qualcosa di… maschile.»
Sara rise, forzando nonchalance. «È il lavoro, amore. Ambienti difficili, turni lunghi. Mi stressa.» Ma il suo corpo tradiva: capezzoli duri sotto la maglietta sottile, figa ancora gonfia e umida dai bagordi della notte.
Marco la attirò sul divano, mani che scivolavano sotto la gonna. Sentì il perizoma fradicio – fradicio dei suoi succhi e del seme altrui. «Cristo, sei bagnata da fare schifo,» mormorò eccitato, infilandole due dita dentro senza preavviso. Sara gemette forte, inarcandosi, la figa che si stringeva avidamente intorno alle dita. Lui la scopò con la mano con violenza crescente, il pollice sul clitoride gonfio, mentre le succhiava i capezzoli attraverso il tessuto.
Sara lo spinse via i pantaloni, gli prese il cazzo in bocca con una fame che Marco non riconosceva: lo ingoiò fino in gola, saliva che colava, lingua che lambiva le palle. «Cazzo, Sara…» gemette lui. Poi lo cavalcò sul divano come una pornodiva: si impalò sul suo uccello con un colpo secco, rimbalzando forte, i seni che schiaffeggiavano l’aria, il culo che sbatteva contro le sue cosce. «Scopami più forte,» gli ordinò, afferrandogli le mani per fargliele stringere il collo – leggero, ma abbastanza da farle pulsare la figa.
Marco, scioccato ma arrapatissimo, obbedì: la girò a pecorina, la penetrò con colpi brutali, schiaffeggiandole il culo fino a lasciare segni rossi. Venne dentro di lei con un ruggito, riempiendola di seme caldo. Sara venne tre volte, urlando, la figa che squirta sul divano, pensando non a lui ma ai cazzi anonimi della strada.
Dopo, mentre lui ansimava soddisfatto, Sara si rivestì in fretta. «Devo andare, turno presto domani.»
Marco la fissò confuso. «Ma sei appena arrivata… e ultimamente sparisci tutte le notti. Dove vai davvero, Sara? Torni con lividi sul collo, sul culo… segni di mani. Dimmi la verità: c’è un altro?»
Litigarono al telefono per giorni dopo quello. Marco la chiamava alle tre di notte: «Dove sei? Perché non rispondi?» Sara inventava scuse – appostamenti, pedinamenti – ma lui diventava sempre più paranoico. «Sembri una troia, Sara. Vestiti da puttana, sesso come una pornodiva… mi stai tradendo?»
Una volta, dopo un litigio furioso, Sara andò da lui per “farsi perdonare”. Lo scopò come mai prima: gli succhiò il cazzo fino a fargli venire in gola, ingoiando tutto; poi lo fece entrare nel suo culo ancora dolorante dalla notte precedente, cavalcandolo al contrario mentre si toccava la figa. «Sono solo tua,» mentì tra un gemito e l’altro, venendo violentemente mentre lui le sborrava nel retto.
Ma il conflitto interiore cresceva. Marco era il suo ancoraggio al mondo “normale”, ma la strada la stava trasformando in qualcos’altra.
Intanto, nelle notti fuori, il legame con Vanessa e Lucia si faceva sempre più stretto. Le tre erano inseparabili tra un cliente e l’altro. Una sera, dopo un giro scarso, un uomo ricco propose un trio in una suite d’albergo.
Sara esitò solo un secondo. Vanessa la baciò sulla bocca: «Lasciati andare, sorella.»
Nella stanza fu caos puro. L’uomo le spogliò lentamente, ammirando i loro corpi. Sara si ritrovò in ginocchio tra Lucia e Vanessa: succhiava il cazzo dell’uomo mentre Lucia le leccava la figa da dietro, lingua profonda nel buco umido, e Vanessa le succhiava i capezzoli. Poi le ragazze si dedicarono l’una all’altra: Sara divorò la figa rasata di Lucia, leccandola avidamente mentre Vanessa le infilava tre dita nel culo.
L’uomo le scopò una dopo l’altra. Prima Lucia a pecorina, urlando mentre lui le sbatteva dentro. Poi Vanessa in missionario, seni enormi che rimbalzavano. Infine Sara: la prese in culo con violenza, il cazzo grosso che la dilatava al massimo, mentre Lucia le leccava il clitoride e Vanessa le baciava la bocca. Sara urlò di piacere puro, orgasmi multipli che la scuotevano, la figa che squirta sul pavimento mentre il cazzo le pulsava nel retto.
L’uomo venne sui loro visi, schizzi densi e caldi. Le tre si leccarono a vicenda, pulendosi con lingue avide, baciandosi con il seme in bocca.
Tornata nel suo appartamento all’alba, sola, Sara si toccò ripensando alla notte: dita nella figa e nel culo contemporaneamente, venendo forte nel silenzio. Marco le mandò un messaggio: «Mi manchi. Quando ci vediamo?»
Sara non rispose subito. Il doppio gioco la stava consumando. Quanto poteva durare?
Le settimane successive furono un vortice di sesso sfrenato e sorellanza. Sara – o meglio, Sofia per la strada – passava sempre più tempo con Vanessa e Lucia. Le tre erano diventate inseparabili: dividevano clienti, si proteggevano a vicenda, si confidavano segreti sussurrati tra un pompino e l’altro nei vicoli. Vanessa, con la sua esperienza materna, insegnava a Sara trucchi per far venire un uomo in fretta o per negoziare prezzi più alti. Lucia, la più giovane e selvaggia, la trascinava in avventure sempre più estreme.
Una notte, un cliente le pagò per un quartetto in un appartamento privato. L’uomo aveva invitato un amico: due cazzi grossi, duri, pronti a devastarle. Iniziarono con Sara e Lucia che succhiavano insieme un uccello – lingue che si intrecciavano sulla cappella, saliva che colava, mani che massaggiavano le palle. Vanessa cavalcava l’altro, i seni enormi che rimbalzavano mentre gemeva forte. Poi si scambiarono: Sara si fece prendere in doppio – un cazzo in figa, l’altro in bocca – mentre Lucia le leccava il clitoride da sotto. Il piacere era travolgente: la figa dilatata, piena, che pulsava intorno al membro, la gola scopata senza pietà. Venne squirting, schizzi che bagnarono il pavimento, urlando mentre Vanessa le pizzicava i capezzoli.
Gli uomini le usarono per ore: posizioni sporche, anali profondi, sborrate in faccia e dentro ogni buco. Alla fine, le tre ragazze erano coperte di seme, esauste ma euforiche, baciandosi con lingue appiccicose piene di sperma altrui.
«Siete le migliori troie che abbia mai avuto,» disse uno degli uomini, buttando banconote sul letto.
Tornate in strada, ridevano come sorelle. «Questa vita non è poi così male,» confidò Lucia a Sara, accendendo una sigaretta. «Con voi, mi sento viva.»
Ma l’assassino era ancora là fuori. Le voci giravano: un’altra ragazza era sparita due notti prima. Sara sentiva la pressione del capitano – «Stiamo vicini, Rossi. Lo prenderemo presto» – ma la strada aveva i suoi ritmi. E Marco… Marco la bombardava di messaggi. «Dove sei? Perché non rispondi mai di notte? Mi stai lasciando?» Una sera, dopo un litigio al telefono, Sara andò da lui per calmare le acque. Lo scopò con rabbia repressa: gli montò in faccia, soffocandolo con la figa bagnata di succhi stradali, facendogli leccare ogni goccia mentre si strofinava sul suo naso. Poi lo prese in culo, cavalcandolo forte, il retto che stringeva il suo cazzo mentre si toccava la figa. «Dimmi che sono la tua troia,» gli ringhiò, venendo violentemente. Marco, confuso ed eccitato, obbedì, sborrandole dentro con un gemito.
Ma il giorno dopo, tutto crollò.
Sara arrivò nel vicolo all’imbrunire. Vanessa non c’era. Strano, lei era sempre puntuale. Lucia arrivò trafelata, occhi spalancati. «Hanno trovato Vanessa. In un cassonetto, due strade più in là. Strangolata. Segni sul collo… e lividi ovunque. L’hanno scopata prima di ucciderla, come le altre.»
Sara sentì il mondo fermarsi. Immagini di Vanessa: i suoi seni enormi, il sorriso stanco, la lingua esperta che l’aveva leccata durante il trio. Ora era morta. Uccisa da quel mostro.
Corse sul posto, fingendosi una prostituta scioccata tra le altre. La polizia – i suoi colleghi – aveva transennato l’area. Il corpo di Vanessa era coperto da un telo, ma Sara intravide: collo viola, polsi legati con corde, cosce aperte con seme seccato tra le gambe. L’assassino l’aveva usata brutalmente un’ultima volta.
Lucia pianse tra le sue braccia. «Era come una madre per me. Chi cazzo è quel bastardo?»
Sara strinse i denti, rabbia e colpa che le bruciavano dentro. «Lo prenderemo,» mormorò, ma dentro urlava. Era colpa sua? Se avesse lavorato più in fretta… Vanessa era morta perché lei non era stata abbastanza.
Quella notte, Sara rimase in strada, più determinata che mai. Un cliente la prese con violenza, sfogando il suo dolore: la scopò contro il muro, mani sul collo – troppo simile all’assassino. Sara lo lasciò fare, il cazzo che la martellava dentro, orgasmo misto a lacrime. Venne forte, odiandosi per il piacere.
Marco la chiamò di nuovo: «Sara, ho bisogno di vederti. Sto impazzendo.»
Ma lei non rispose. La strada l’aveva reclamata del tutto. Vanessa era morta, e l’assassino era vicino. Sara sentiva il suo sguardo nel buio. Questa volta, non avrebbe esitato.
La morte di Vanessa aveva lasciato un vuoto nero. Sara non dormiva più, mangiava a malapena, ma la strada la chiamava lo stesso. Ogni notte tornava lì, più esposta, più aggressiva: gonne sempre più corte, top che lasciavano i capezzoli in vista, trucco da troia sfatta. Lucia era l’unica rimasta delle “sorelle”, e si aggrappavano l’una all’altra come naufraghe. «Dobbiamo stare attente,» diceva Lucia, ma poi rideva e accettava clienti rischiosi per i soldi facili.
Marco, intanto, era arrivato al limite. I suoi messaggi erano passati da preoccupati a ossessivi: «Sara, rispondi. So che mi nascondi qualcosa. Ti vedo cambiata, distante. Stai con un altro?» Lei lo ignorava, troppo immersa nel suo ruolo. Fino a quella sera.
Marco la chiamò mentre lei era in un vicolo, appena uscita da una macchina dove un cliente l’aveva scopata in bocca per mezz’ora, sborrandole in gola fino a farla tossire. Sara rispose con voce rauca, ancora il sapore di sperma sulla lingua.
«Dove cazzo sei?» urlò lui. «È l’una di notte! Vengo a prenderti, dimmi dove sei davvero.»
Sara esplose. «Smettila di controllarmi, Marco! Ho un lavoro, ho una vita! Non sei mio marito, non devi sapere tutto!»
Lui non mollò. «Bugiarda! Ti ho vista l’altro giorno, vestita come una puttana, che salivi in macchina con uno sconosciuto. Ti ho seguita, Sara. So cosa stai facendo. Ti fai scopare per soldi? È questo il tuo “caso complicato”?»
Il mondo le crollò addosso. Lo insultò, pianse, urlò che era per lavoro, ma lui non credette. «Sei una troia, Sara. Una schifosa troia. Addio.» Riattaccò.
Sara gettò il telefono contro il muro, lacrime che le rigavano il trucco. Si sentiva spezzata. Marco era l’ultimo legame con la sua vecchia vita integerrima. Ora era sola. Sola con la strada.
Lucia la trovò così, tremante. «Ehi, sorella, vieni. Stasera lavoriamo insieme. Ti farà dimenticare.»
Andarono in un motel con due clienti – fratelli, muscolosi, con cazzi enormi. Fu una notte di puro abbandono. Sara si lasciò usare senza freni. Iniziò succhiando entrambi in ginocchio, un cazzo in bocca, l’altro in mano, alternandosi con Lucia. Le gole profonde, saliva che colava sui seni, lingue che leccavano palle e cappelle gonfie. Poi i fratelli le presero insieme: uno scopò Sara in figa da dietro, l’altro Lucia accanto. Sara guardava Lucia gemere, gli occhi negli occhi, mentre il cazzo la martellava forte, le palle che sbattevano sul clitoride.
La girarono: doppio penetrazione per entrambe. Sara sentì un cazzo in figa e uno in culo contemporaneamente – dilatata al massimo, dolore che diventava piacere puro. Urlava, «Sì, scopatemi come troie!», venendo in squirting violenti, schizzi che bagnavano le lenzuola. Lucia le baciava la bocca, lingue intrecciate, mentre gli uomini le riempivano di seme: sborrate profonde in ogni buco, che colavano fuori mischiandosi.
Dopo, esauste e coperte di sperma, Lucia rise: «Vedi? Siamo puttane, ma siamo vive.»
Sara sorrise per la prima volta quella notte. E dentro, qualcosa scattò. Non lottava più. Si sentiva una puttana. Vera. Le piaceva essere usata, riempita, sporcata. Il corpo reagiva sempre di più: orgasmi facili, figa sempre bagnata, capezzoli eternamente duri. “Sono una troia,” pensò mentre si toccava nel motel, dita nel culo ancora slabbrato. “E mi piace.”
Ma la mattina dopo, la polizia trovò Lucia. In un vicolo vicino, nuda, strangolata. Collo viola, polsi legati, cosce spalancate con seme fresco che colava dalla figa e dal culo. L’assassino l’aveva scopata brutalmente prima di ucciderla – lividi sui seni, morsi sul clitoride, segni di violenza estrema. L’aveva usata come un oggetto, poi l’aveva spezzata durante l’ultimo orgasmo.
Sara arrivò sulla scena, fingendosi scioccata tra le altre ragazze. Vide il corpo dell’amica, gli occhi spenti, il viso ancora arrossato dal piacere forzato. Pianse davvero stavolta. Due amiche morte. Per colpa sua? No. Per colpa del mostro.
La rabbia la consumò. Ma sotto, il piacere oscuro: la strada l’aveva trasformata. Non era più la poliziotta integerrima. Era Sofia, la puttana. E l’assassino stava venendo per lei.
Quella notte, sola nel vicolo, Sara si offrì più che mai. Un cliente la prese con violenza, mani sul collo – e lei venne più forte, pensando che poteva essere lui. Il mostro.
Sara – Sofia, ormai, nella sua mente – era sola nella strada. Le amiche morte, il cuore spezzato dal litigio con Marco, il corpo trasformato in un tempio del piacere proibito. Non lottava più contro se stessa. Ogni notte era un’orgia di cazzi anonimi, di orgasmi violenti, di seme che le colava dai buchi. Si sentiva una puttana vera, e le piaceva. La figa sempre bagnata, il culo pronto a essere dilatato, la bocca affamata di sperma. La poliziotta integerrima era un ricordo sbiadito.
Quella sera pioveva forte. I vicoli erano deserti, l’acqua che scorreva sui marciapiedi come lacrime. Sofia indossava un impermeabile corto aperto sul davanti, sotto solo un perizoma rosso e un reggiseno a balconcino che spingava i seni sodi in fuori, capezzoli duri per il freddo e l’eccitazione. Tacchi alti che risuonavano sull’asfalto bagnato. Si appoggiò a un muro, fumando una sigaretta, offrendosi allo sguardo di chiunque passasse.
Una macchina nera si fermò piano. Finestrino abbassato. L’uomo dentro era elegante: giacca scura, capelli pettinati, occhi freddi che la fissarono con un sorriso familiare. Troppo familiare.
«Salve, bella. Quanto per una notte intera? Voglio qualcosa di… speciale.»
La voce. Quella voce la colpì come un pugno. Sofia si avvicinò, il cuore che accelerava. Guardò dentro: Marco. Il suo ex fidanzato. Ma non il Marco dolce e prevedibile. Questo aveva uno sguardo predatorio, mani che stringevano il volante con forza eccessiva.
«Marco?» sussurrò lei, scioccata.
Lui rise piano, un suono gelido. «Sofia, ora, vero? O dovrei dire Sara? Ti ho osservata per settimane. Ti ho vista cambiare, diventare questa troia perfetta. Vanessa, Lucia… le ho scelte perché ti somigliavano. Ma tu… tu sei la preda finale.»
Tutto quadrò in un istante orribile. I lividi che Marco aveva notato sul suo corpo – lui li aveva visti perché era lui a lasciarli sulle vittime. Le notti in cui spariva – era lui che cacciava. Il litigio al telefono: una copertura per avvicinarsi. L’assassino era lui. Il suo fidanzato. L’uomo che aveva amato.
Ma invece di paura pura, Sofia sentì un calore traditore tra le gambe. Rabbia, orrore, e un desiderio oscuro. «Sali,» disse lui, aprendo la portiera. «O chiamo la polizia e dico che sei una puttana che mi ricatta.»
Sofia salì. Sapeva di avere il microtrasmettitore nascosto nel braccialetto, la squadra pronta a intervenire. Ma voleva giocarlo. Voleva capire. Voleva… lui.
La portò in un magazzino abbandonato alla periferia, un posto isolato che la polizia aveva già perquisito senza trovare nulla. La spinse dentro, chiudendo la porta con catena. La pioggia martellava sul tetto di lamiera.
«Spogliati, troia,» ordinò, togliendosi la giacca. Sotto, corde, un coltello, il kit del mostro.
Sofia obbedì lentamente, lasciando cadere l’impermeabile. I seni balzarono liberi, capezzoli duri come chiodi. Il perizoma era già fradicio. Marco la fissò, il cazzo che si induriva nei pantaloni.
«Sapevi che ero io?» chiese lei, voce bassa.
«Da sempre. Ti ho vista la prima notte. Eri così rigida, così falsa. Ma poi… ti ho vista godere. Con quegli sconosciuti. Ti ho vista diventare quello che odiavi. Vanessa l’ho scopata pensando a te. Lucia pure. Le ho strangolate mentre venivano, immaginando il tuo collo sotto le mie mani.»
La afferrò, buttandola su un materasso sporco al centro del pavimento. Le legò i polsi con le corde – proprio come sulle vittime. Sofia gemette, il corpo che reagiva nonostante tutto. Paura e piacere mischiati.
Marco si spogliò. Il suo cazzo – quello che conosceva bene – era enorme, venoso, la cappella già lucida. La girò a pecorina, le strappò il perizoma. Le infilò tre dita in figa senza preavviso, scopandola con la mano brutalmente. «Bagnata come sempre, puttana. Ti eccita sapere che sono io l’assassino?»
Sofia urlò di piacere, inarcandosi. «Sì… cazzo, sì.» Le dita la colpivano il punto G, il pollice sul clitoride. Venne in secondi, squirting sul materasso, schizzi che bagnarono le sue mani.
Lui rise, tirandole i capelli. «Brava troia.» Le leccò la figa da dietro, lingua profonda, succhiando i succhi mentre le infilava un dito in culo. Sofia tremava, un altro orgasmo in arrivo.
Poi la penetrò. Un colpo secco in figa, riempiendola tutta. Scopava come un animale: forte, profondo, le palle che sbattevano sul clitoride. Una mano sul collo, stringendo piano – il suo marchio. «Dimmi che ti piace, Sara. Dimmi che sei la mia puttana.»
«Sono Sofia,» gemette lei, spingendo indietro per prenderlo più a fondo. «Scopami più forte, bastardo.»
Lui obbedì, martellando dentro di lei. La girò, la mise a cavalcioni. Sofia lo cavalcò con furia, seni che rimbalzavano, mani legate che le impedivano l’equilibrio. Il cazzo la dilatava, colpiva l’utero a ogni discesa. Venne di nuovo, urlando, la figa che pulsava intorno a lui.
Marco la buttò giù, le divaricò le gambe. Le leccò il culo, lingua che entrava nel buco stretto, preparandolo. Poi la sodomizzò: cappella che forzava l’anello, poi tutto dentro con un colpo. Sofia urlò di dolore/piacere, il retto dilatato al massimo. Lui la scopò nel culo con violenza, una mano sulla figa a strofinare il clitoride, l’altra sul collo che stringeva di più.
«Vieni per me, troia. L’ultima volta.»
Sofia venne travolta da orgasmi multipli: figa che squirta, culo che si contraeva intorno al cazzo. Lui stringeva il collo, l’aria che mancava, visione che si offuscava – proprio come aveva fatto con Vanessa e Lucia.
Ma Sofia premette il pulsante nascosto nel braccialetto. La squadra era vicina, tracciata.
Marco venne con un ruggito, riempiendole il culo di schizzi caldi e densi. La lasciò andare, ansimante. «Ora ti finisco.»
La porta esplose. La squadra irruppe, armi puntate. «Polizia! Mani in alto!»
Marco si voltò, scioccato. Sofia, nuda, legata, coperta di sudore e seme, lo fissò con occhi trionfanti. «Game over, amore.»
Lo ammanettarono mentre urlava insulti. «Sei una puttana! Una schifosa puttana!»
Sofia sorrise. «Sì. Lo sono.»
Il caso si chiuse. Marco condannato all’ergastolo: prove schiaccianti dal magazzino, DNA sulle vittime, confessioni registrate di nascosto da Sofia.
Ma Sara non tornò al dipartimento. Consegnò il badge il giorno dopo. «Ho fatto il mio dovere,» disse al capitano. «Ora vivo la mia vita.»
Diventò Sofia per sempre.
Si trasferì in un altro quartiere, tornò sulla strada – ma alle sue condizioni. Non più vicoli bui, ma club esclusivi, clienti ricchi, orgie private. Il corpo sempre pronto: si fece tatuare “Troia” sul pube, piercing ai capezzoli e al clitoride per piacere extra. Ogni notte era un festival di sesso: gangbang con cinque uomini che la riempivano di cazzi in ogni buco, donne che le leccavano la figa mentre veniva scopata, sessioni BDSM dove si faceva legare e frustare fino a venire dal dolore.
Squirta in faccia a clienti, ingoiava litri di sperma, si faceva doppie e triple penetrazioni fino a non camminare dritto. Viveva per il piacere, per essere usata, per essere la puttana che aveva scoperto di essere.
A volte, ripensava a Vanessa e Lucia. «Grazie, sorelle,» sussurrava tra un orgasmo e l’altro. «Mi avete liberata.»
E Marco? In carcere, marciva sapendo che la sua “preda finale” era diventata la regina della strada. Libera, bagnata, eterna.
Sofia sorrise nel buio di una suite, con tre cazzi dentro di lei, venendo forte.
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