La scoperta

di
genere
sentimentali

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Questo è un capitolo anomalo, il primo (e forse solo) scritto da Alba, e dal suo punto di vista.

È una mattina di inizio dicembre, un giovedì qualunque, e il mondo sembra essersi fermato.
Mi sveglio prima di Stefano, come capita sempre più spesso ultimamente. Lui dorme ancora, il respiro lento e regolare, il braccio buttato sul mio cuscino come se anche nel sonno volesse tenermi vicina. La luce grigia dell’inverno filtra dalle persiane, illumina appena la stanza, e io sento già quella nausea leggera, quella stanchezza che non è solo stanchezza. Mi alzo piano, senza svegliarlo, i piedi nudi sul parquet freddo, e vado in bagno.
Chiudo la porta, accendo la luce piccola sopra lo specchio. Mi guardo: capelli castani spettinati, occhi verdi ancora assonnati, la maglietta oversize di lui di qualche impronunciabile gruppo black metal che mi arriva a metà coscia. Sembro la stessa di ieri. Eppure non lo sono.
Prendo il test dal cassetto – l’avevo comprato due giorni fa, quasi per gioco, quasi per scaramanzia. Lo faccio, aspetto. Tre minuti che sembrano tre ore. Poi lo guardo.
Due linee.
Non una. Due.
Il cuore mi salta in gola. Mi tremano le mani. Positivo. Incinta. Io. Noi.
Non urlo. Non piango subito. Mi limito a fissare quelle due linee, come se potessero sparire se sbatto le palpebre. Poi poso una mano sulla pancia, piano, con una delicatezza che non sapevo di avere. È assurdo, lo so – sono solo poche settimane – ma lo sento. Lo sento già lì, minuscolo, vivo, nostro.
Una lacrima mi scappa, poi un’altra. Non di paura, o forse sì, un po’. Ma soprattutto di una felicità così grande che fa male. Penso a lui, a tutte le volte che mi ha presa senza protezioni, al bosco contro l’albero con il rischio che qualcuno ci vedesse, alla scrivania dell’ufficio, alla doccia, sul divano, in macchina… a tutte le volte che ho pensato “tanto va bene così”, con quella spavalderia che mi fa sentire invincibile. E ora eccomi qui, invincibile un cazzo, con le lacrime che mi rigano il viso e un sorriso che non riesco a togliermi dalla bocca. O forse l’ho sempre saputo e non c’è niente di casuale.
Mi asciugo gli occhi con il dorso della mano, rimetto il test nel cassetto – non voglio che lo veda subito. Voglio dirglielo io. Voglio vedere la sua faccia. Voglio che mi stringa e mi dica che va tutto bene.
Torno in camera piano. Lui si sta stiracchiando, gli occhi socchiusi, la voce impastata di sonno.
«Buongiorno,» mormora, allungando una mano verso di me.
Mi infilo sotto le coperte, mi accoccolo contro il suo petto. Il suo braccio mi avvolge subito, solido come sempre, caldo, sicuro. Sento il suo cuore battere contro il mio orecchio, e per un secondo mi sembra che tutto sia perfetto. Ma non lo è. O forse sì. Non lo so più.
«Tutto ok?» chiede, percependo qualcosa. È sempre stato bravo a leggermi, anche quando cerco di nascondere.
«Sì,» rispondo, ma la voce mi esce tremula. «Solo… un po’ di nausea mattutina.»
Lui ride piano contro i miei capelli.
«Troppo vino ieri sera?»
«No,» dico, e stavolta la voce mi esce più bassa, più fragile. «Non è vino.»
Si irrigidisce appena. Alza la testa, mi guarda negli occhi. C’è preoccupazione, ma anche qualcosa di più profondo.
«Alba…»
Tiro fuori il test dal cassetto del comodino – l’avevo portato con me senza che se ne accorgesse. Glielo porgo con le mani che tremano. Due linee. Chiarissime.
Lui lo guarda. Per un secondo non dice niente. Il tempo si ferma. Poi il suo viso cambia: gli occhi si riempiono di una luce che non gli avevo mai visto, un misto di stupore, gioia, paura, amore. Mi tira contro di sé, forte, possessivo, ma anche incredibilmente tenero. Mi bacia la fronte, il naso, le labbra, le guance bagnate.
«Incinta,» sussurra, come se stesse provando la parola per la prima volta.
Annuisco, la gola stretta, le lacrime che continuano a scendere.
«Incinta.»
Mi stringe più forte, la mano che scende sulla mia pancia, si ferma lì, come se volesse già proteggerlo, già parlargli.
«Nostro,» dice, la voce rauca, spezzata dall’emozione.
«Nostro,» ripeto io, e stavolta piango davvero, singhiozzi silenziosi contro il suo petto. Non di paura, o forse sì, un po’. Ma soprattutto di una felicità così grande che mi fa quasi male. Penso a lui che dormiva sereno fino a cinque minuti fa, a come la sua vita è cambiata in un secondo, a come la mia è cambiata, a come tutto è cambiato.
Lui ride piano, quella risata bassa e calda che tira fuori solo quando siamo soli, solo quando è felice davvero.
«Una piccola stronzetta come te in arrivo,» mormora, la mano che accarezza la mia pancia con una dolcezza infinita. «Povero mondo.»
Rido anch’io, tra le lacrime, un suono spezzato ma vero.
«O un piccolo bastardo. Come il padre.»
Mi stringe più forte, mi bacia la tempia.
«Non importa cosa sarà,» dice, la voce che trema appena. «Sarà nostro. E tu… tu sarai la madre più stronza, più meravigliosa, più forte del pianeta.»
Mi bacia di nuovo, lento, profondo, le mani che mi avvolgono come se non volesse lasciarmi mai più. Non c’è sesso stavolta – non ancora. Solo noi due, abbracciati sotto le coperte, con la sua mano sulla mia pancia e la mia sul suo cuore.
Penso: “È reale. È nostro. E io… io sono terrorizzata e felice allo stesso tempo. Ma con te… con te ce la posso fare. Con te voglio farcela.”
Ora siamo in tre.

È passato quasi un mese da quando ho scoperto di essere incinta, e ogni giorno è un turbine che non mi aspettavo. Mi guardo allo specchio del bagno, la mattina presto, mentre Stefano dorme ancora. La pancia è appena accennata, un rigonfiamento morbido sotto la maglietta larga, ma io la sento già. La sento in ogni respiro, in ogni movimento. È come se il mio corpo non fosse più solo mio – è nostro, è suo, è di questa piccola cosa che cresce dentro di me. Virginia. Il nome che abbiamo scelto insieme, in quella mattina di lacrime e risate, mi fa sorridere ogni volta che ci penso. Virginia, come la Woolf, come una donna che ha sfidato il mondo con le parole, che ha raccontato il femminile, l’amore, la disperazione. Spero che sia così anche lei: forte, ribelle, con quel fuoco che brucia dentro.
Ma la gravidanza non è solo gioia. È un casino. Fisicamente, mi sento un disastro. La nausea mi assale a ondate imprevedibili – stamattina, l’odore del caffè in cucina mi ha fatto correre in bagno, e ho vomitato fino alle lacrime. I seni mi fanno male da morire, gonfi, sensibili, come se fossero pieni di elettricità. Ogni volta che Stefano li tocca, anche piano, è un misto di dolore e piacere che mi fa gemere. E la pancia… per ora è piccola, ma sento già i legamenti che tirano, la schiena che protesta dopo una giornata in ufficio. Cammino più lenta, i tacchi alti che amavo tanto ora mi sembrano un nemico. E le smagliature? Ne ho viste spuntare qualcuna sui fianchi, linee rosse che mi ricordano che il mio corpo sta cambiando, si sta aprendo per fare spazio a lei. Parte di me le odia, mi fanno sentire meno sexy, meno la bellezza che lo fa impazzire. Ma un’altra parte… le guarda con orgoglio. Sono marchi di battaglia. Marchi che dicono “sto creando vita”.
Emotivamente, è una montagna russa. Ci sono momenti in cui sono felice da scoppiare – penso a Virginia che cresce, a Stefano che mi bacia la pancia la sera, a come mi guarda con quell’amore possessivo che mi fa sentire l’unica donna al mondo. Ma poi arrivano i dubbi. La gelosia. Vedo una collega in ufficio, magra, senza pancia, con i tacchi che cliccano sicuri, e penso: “E se lui la guardasse? E se pensasse a come ero prima?”. So che è stupido – Stefano me lo dimostra ogni notte, con le mani che accarezzano la pancia come se fosse il suo tesoro più grande – ma gli ormoni non aiutano. Mi fanno piangere per un nonnulla, mi fanno arrabbiare per sciocchezze. Ieri sera ho sbottato per un messaggio innocuo a Valentina, la recruiter, e abbiamo finito per scopare sulla scrivania – punizione per la mia gelosia, ma anche rassicurazione che sono ancora desiderabile.
E il sesso? È cambiato, ma non in peggio. Stefano è più attento, più gentile, ma io lo provoco lo stesso. Voglio che mi prenda forte, che mi mostri che mi vuole nonostante tutto. La pancia mi fa sentire potente, fertile, sensuale in un modo nuovo. I seni sensibili mi fanno venire solo con i capezzoli succhiati. La figa è sempre bagnata, come se il corpo fosse in overdrive. Ma c’è anche la paura: e se cambia qualcosa? E se dopo il parto non torno più la stessa? E se lui mi vede diversa?
Poi penso a lui. Stefano, il mio dominatore, il mio amore. Lui che mi guarda con quella luce negli occhi, che mi chiama “mia” ogni volta che mi tocca. Lui che ha già comprato un cazzo di libro su come essere padre (ma chi cazzo scrive un libro così?perché evidentemente su chi lo compra la risposta la ho), che mi massaggia i piedi senza che glielo chieda, che ride quando Virginia scalcia. Con lui, la paura svanisce. Con lui, so che ce la faremo.
di
scritto il
2026-02-23
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