Alessia 4
di
b_bull_and_master
genere
dominazione
Alessia uscì di casa con quel vestitino corto nero che Carlo le aveva ordinato di indossare: stretto sul culo tondo, scollatura che faceva intravedere i capezzoli duri senza reggiseno, e soprattutto figa e culo completamente nudi sotto, come una vera troietta obbediente. L’aria fresca di Napoli le accarezzava le labbra gonfie tra le cosce, già bagnate fradice solo al pensiero di ciò che l’aspettava. Scese le scale con le gambe che tremavano, il clitoride che pulsava a ogni passo. Marco la aspettava giù, con quel sorriso da bravo ragazzo e un mazzo di rose in mano – gesto dolce, patetico, che ora le faceva solo venire voglia di ridere.
«Sei stupenda, amore,» le disse, baciandola piano sulla guancia, mano timida sulla vita. Alessia gli sorrise finta, gli prese la mano: «Grazie tesoro, sei dolce.» Dentro, ribolliva: l’ultimo messaggio di Carlo le bruciava nella mente – «Fai la fidanzatina perfetta stasera. Ma quella figa rasata è mia, e se quel coglione ti tocca, bagnerai pensando al mio cazzo che te l’ha sfondata ieri.»
Al cinema, sala semibuona del centro, si misero in fondo, al buio. Film romantico del cazzo, luci basse, Marco che le stringeva la mano come un bambino. Alessia gli si appoggiò alla spalla, ma aprì piano le cosce sotto il vestitino. Il telefono vibrò silenzioso.
Carlo: «Toccati ora, troietta. Infila due dita nella figa e pompa piano. Dimmi quanto coli pensando al mio cazzo mostruoso.»
Alessia sentì la figa contrarsi forte. Guardò Marco – ignaro, occhi sullo schermo – e fece scivolare la mano sotto il tessuto. Le dita trovarono il clitoride gonfio, scivolarono tra le labbra viscide e aperte. Era un lago. Scrisse con una mano tremante: «Fradicia, Papà. Sto colando sulle poltrone. Marco mi tiene la mano e non sa che mi sto scopando con le dita per te.»
Lui: «Brava puttana. Infila tre dita. Scopati forte, immagina il mio cazzo che ti spacca mentre lui ti sussurra stronzate d’amore.»
Alessia obbedì, mordendosi il labbro fino al sangue. Tre dita dentro, che pompavano lente e umide, schiocchi soffocati dal rumore del film. Marco le sussurrò: «Ti amo da morire, sei tutto per me.» Lei annuì sorridendo, ma dentro affondava più forte, il succo che le colava sulle cosce e sul sedile. Venne in silenzio, un orgasmo violento che la fece tremare, stringendo la mano di Marco come se fosse per lui. Lui pensò fosse emozione per il film, le baciò la tempia.
Dopo, passeggiata mano nella mano per le strade di Napoli. Marco la fermava agli angoli, la baciava dolce, lingua timida, mani che non osavano scendere. Le diceva quanto fosse felice, quanto la desiderasse. Alessia ricambiava i baci, ma pensava solo a Carlo, alla sborra densa che le aveva lasciato dentro l’ultima volta. Davanti al portone dei Colli Aminei, bacio lungo, lui che le sfiorava il seno piano. «Domani ci vediamo, amore?»
«Certo tesoro,» mentì lei, voce dolce.
Marco se ne andò. Alessia entrò in ascensore, sola, figa che pulsava ancora. Il telefono vibrò.
Carlo: «Ora, zoccola. Alzati il vestito, apri le gambe e scopati forte. Registra tutto: vieni urlando piano che sei la mia troia, che Marco ti ha baciato e tu pensavi solo alla mia sborra.»
In ascensore, si specchiò: vestito su, gambe divaricate, dita che affondavano veloci nella figa lucida e gonfia. «Papà… sono la tua troia… Marco mi ha baciato la bocca e io avevo la figa che colava per te… ah… mi ha tenuto la mano mentre venivo pensando al tuo cazzo… sto schizzando…» Venne forte, spruzzi sulle pareti, gambe che cedevano.
Mandò il video, salì a casa barcollando, salutò i genitori con un «Buonanotte» falso, si chiuse in camera.
Pensava fosse finita. Invece, videochiamata da Carlo.
Rispose, ancora con il respiro rotto. Lui era in macchina, al buio, cazzo già fuori e duro in mano, sorriso da porco soddisfatto. «Brava la mia puttanella. Apri la finestra. Guarda giù.»
Alessia obbedì, cuore in gola. La via silenziosa, e lì, parcheggiata sotto casa: la macchina nera di Carlo.
Lui a Napoli. Per lei. Ora.
«Papà… cazzo, sei qui davvero?» sussurrò, figa che ricominciava a colare.
«Scendi subito, troia. Niente mutandine, ovvio. Ti aspetto. Stasera ti sfondo in macchina sotto casa tua, con i tuoi che dormono sopra. Urla troppo e ti sentono. Domani vai dal tuo fidanzatino con la figa e il culo pieni della mia sborra calda.»
Alessia tremò, paura e voglia che la divoravano. Si infilò le scarpe, mentì alla madre: «Vado a buttare l’immondizia, torno subito.» Scese di corsa, entrò in macchina.
Carlo la afferrò per i capelli, la baciò con lingua violenta, mano che le alzava il vestito e trovava la figa fradicia. «Sapevo che saresti stata un lago, puttana.» La spinse sul sedile posteriore, tirò fuori il cazzo enorme, venoso, cappella larga che gocciolava. «Succhia, ora. Ingoia tutto.»
Alessia si chinò, lo prese in bocca a fatica, gola che si dilatava, sbavando copiosamente mentre lui guidava verso un vicolo buio lì vicino. Poi la girò a pecorina sul sedile, le aprì il culo con le dita, le infilò la cappella larga nella figa con un colpo secco. «Zitta, troia.» Le tappò la bocca con la mano pelosa, scopandola brutale: colpi profondi, palle che sbattevano sul clitoride, cazzo che la sfondava fino in fondo.
Alessia urlava soffocata nella mano, lacrime di piacere, venne tre volte di fila, schizzando sul sedile. Lui grugniva: «Questa figa è mia, non di quel coglione. Senti come ti riempio?»
Alla fine, la girò, le tenne le gambe aperte e le sborrò dentro forte: getti densi, caldi, che la inondavano. «Tienila tutta dentro, zoccola. Domani quando Marco ti bacia, sentirai me che cola dalle tue cosce.»
Poi la inculò piano, per marchiarla completamente: cappella che forzava il culo stretto, spingendo fino in fondo mentre lei implorava piano. Un’altra sborrata lì, profonda.
La riportò sotto casa, ultimo bacio possessivo, mano sulla gola. «Sei mia per sempre, piccola troia. La prossima volta entro in casa tua.»
Alessia salì con le cosce appiccicose, figa e culo che pulsavano pieni di lui. Si chiuse in camera, si toccò di nuovo fino all’alba, dita nei suoi stessi succhi misti alla sborra.
La sorpresa era stata devastante. E lei ne voleva ancora. Subito.
«Sei stupenda, amore,» le disse, baciandola piano sulla guancia, mano timida sulla vita. Alessia gli sorrise finta, gli prese la mano: «Grazie tesoro, sei dolce.» Dentro, ribolliva: l’ultimo messaggio di Carlo le bruciava nella mente – «Fai la fidanzatina perfetta stasera. Ma quella figa rasata è mia, e se quel coglione ti tocca, bagnerai pensando al mio cazzo che te l’ha sfondata ieri.»
Al cinema, sala semibuona del centro, si misero in fondo, al buio. Film romantico del cazzo, luci basse, Marco che le stringeva la mano come un bambino. Alessia gli si appoggiò alla spalla, ma aprì piano le cosce sotto il vestitino. Il telefono vibrò silenzioso.
Carlo: «Toccati ora, troietta. Infila due dita nella figa e pompa piano. Dimmi quanto coli pensando al mio cazzo mostruoso.»
Alessia sentì la figa contrarsi forte. Guardò Marco – ignaro, occhi sullo schermo – e fece scivolare la mano sotto il tessuto. Le dita trovarono il clitoride gonfio, scivolarono tra le labbra viscide e aperte. Era un lago. Scrisse con una mano tremante: «Fradicia, Papà. Sto colando sulle poltrone. Marco mi tiene la mano e non sa che mi sto scopando con le dita per te.»
Lui: «Brava puttana. Infila tre dita. Scopati forte, immagina il mio cazzo che ti spacca mentre lui ti sussurra stronzate d’amore.»
Alessia obbedì, mordendosi il labbro fino al sangue. Tre dita dentro, che pompavano lente e umide, schiocchi soffocati dal rumore del film. Marco le sussurrò: «Ti amo da morire, sei tutto per me.» Lei annuì sorridendo, ma dentro affondava più forte, il succo che le colava sulle cosce e sul sedile. Venne in silenzio, un orgasmo violento che la fece tremare, stringendo la mano di Marco come se fosse per lui. Lui pensò fosse emozione per il film, le baciò la tempia.
Dopo, passeggiata mano nella mano per le strade di Napoli. Marco la fermava agli angoli, la baciava dolce, lingua timida, mani che non osavano scendere. Le diceva quanto fosse felice, quanto la desiderasse. Alessia ricambiava i baci, ma pensava solo a Carlo, alla sborra densa che le aveva lasciato dentro l’ultima volta. Davanti al portone dei Colli Aminei, bacio lungo, lui che le sfiorava il seno piano. «Domani ci vediamo, amore?»
«Certo tesoro,» mentì lei, voce dolce.
Marco se ne andò. Alessia entrò in ascensore, sola, figa che pulsava ancora. Il telefono vibrò.
Carlo: «Ora, zoccola. Alzati il vestito, apri le gambe e scopati forte. Registra tutto: vieni urlando piano che sei la mia troia, che Marco ti ha baciato e tu pensavi solo alla mia sborra.»
In ascensore, si specchiò: vestito su, gambe divaricate, dita che affondavano veloci nella figa lucida e gonfia. «Papà… sono la tua troia… Marco mi ha baciato la bocca e io avevo la figa che colava per te… ah… mi ha tenuto la mano mentre venivo pensando al tuo cazzo… sto schizzando…» Venne forte, spruzzi sulle pareti, gambe che cedevano.
Mandò il video, salì a casa barcollando, salutò i genitori con un «Buonanotte» falso, si chiuse in camera.
Pensava fosse finita. Invece, videochiamata da Carlo.
Rispose, ancora con il respiro rotto. Lui era in macchina, al buio, cazzo già fuori e duro in mano, sorriso da porco soddisfatto. «Brava la mia puttanella. Apri la finestra. Guarda giù.»
Alessia obbedì, cuore in gola. La via silenziosa, e lì, parcheggiata sotto casa: la macchina nera di Carlo.
Lui a Napoli. Per lei. Ora.
«Papà… cazzo, sei qui davvero?» sussurrò, figa che ricominciava a colare.
«Scendi subito, troia. Niente mutandine, ovvio. Ti aspetto. Stasera ti sfondo in macchina sotto casa tua, con i tuoi che dormono sopra. Urla troppo e ti sentono. Domani vai dal tuo fidanzatino con la figa e il culo pieni della mia sborra calda.»
Alessia tremò, paura e voglia che la divoravano. Si infilò le scarpe, mentì alla madre: «Vado a buttare l’immondizia, torno subito.» Scese di corsa, entrò in macchina.
Carlo la afferrò per i capelli, la baciò con lingua violenta, mano che le alzava il vestito e trovava la figa fradicia. «Sapevo che saresti stata un lago, puttana.» La spinse sul sedile posteriore, tirò fuori il cazzo enorme, venoso, cappella larga che gocciolava. «Succhia, ora. Ingoia tutto.»
Alessia si chinò, lo prese in bocca a fatica, gola che si dilatava, sbavando copiosamente mentre lui guidava verso un vicolo buio lì vicino. Poi la girò a pecorina sul sedile, le aprì il culo con le dita, le infilò la cappella larga nella figa con un colpo secco. «Zitta, troia.» Le tappò la bocca con la mano pelosa, scopandola brutale: colpi profondi, palle che sbattevano sul clitoride, cazzo che la sfondava fino in fondo.
Alessia urlava soffocata nella mano, lacrime di piacere, venne tre volte di fila, schizzando sul sedile. Lui grugniva: «Questa figa è mia, non di quel coglione. Senti come ti riempio?»
Alla fine, la girò, le tenne le gambe aperte e le sborrò dentro forte: getti densi, caldi, che la inondavano. «Tienila tutta dentro, zoccola. Domani quando Marco ti bacia, sentirai me che cola dalle tue cosce.»
Poi la inculò piano, per marchiarla completamente: cappella che forzava il culo stretto, spingendo fino in fondo mentre lei implorava piano. Un’altra sborrata lì, profonda.
La riportò sotto casa, ultimo bacio possessivo, mano sulla gola. «Sei mia per sempre, piccola troia. La prossima volta entro in casa tua.»
Alessia salì con le cosce appiccicose, figa e culo che pulsavano pieni di lui. Si chiuse in camera, si toccò di nuovo fino all’alba, dita nei suoi stessi succhi misti alla sborra.
La sorpresa era stata devastante. E lei ne voleva ancora. Subito.
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