L’Ora in cui ho detto Sì a me stessa
di
Stemmy
genere
masturbazione
Cristina aveva sempre pensato che la vita, dopo i quarant'anni, sarebbe stata una discesa tranquilla verso una routine consolidata. Invece, eccola lì, separata da un marito che l’aveva tradita in modi che non voleva nemmeno più contare, con due figlie ormai quasi indipendenti. Le giornate si erano trasformate in un vuoto echeggiante, riempito solo da lavoro, pulizie e notti insonni a rimuginare su cosa avesse sbagliato. “Basta,” si era detta una sera, mentre scorreva distrattamente il telefono. “Ora tocca a me.”
Aveva sentito parlare di quel posto da un’amica discreta, un centro massaggi riservato esclusivamente alle donne, dove si poteva riscoprire il proprio corpo senza giudizi, senza complicazioni. Un massaggio Yoni. Solo pronunciare mentalmente quelle due parole le aveva fatto avvampare le guance, ma l’idea di un piacere anonimo, privo di legami emotivi, l’aveva tenuta sveglia per notti intere. Nessun uomo da corteggiare, nessuna relazione in vista che l’avrebbe fatta soffrire di nuovo. Aveva scritto l’email di appuntamento con le mani tremanti, premendo “invia” prima di poterci ripensare. Ma ora, mentre guidava verso quell’indirizzo che non aveva mai osato cercare su Google Maps fino a quel giorno, l’angoscia la divorava.
Il cuore le martellava nel petto come un tamburo impazzito. “Che sto facendo?” si ripeteva, stringendo il volante fino a far sbiancare le nocche. Immaginava scenari catastrofici: e se fosse una truffa? E se qualcuno l’avesse riconosciuta? La vergogna le saliva in gola come bile, mescolata a una paura viscerale di esporsi, di lasciare che qualcun altro, uno sconosciuto, per giunta, toccasse parti di lei che aveva trascurato per anni. La separazione l’aveva lasciata esausta, diffidente, ma anche affamata di qualcosa di puro, di egoista. Eppure, ogni semaforo rosso era un invito a girare l’auto e tornare a casa, al sicuro nella sua solitudine.
Arrivata davanti alla porta, un edificio anonimo in una via laterale, con solo una targhetta discreta e una campanella, esitò di nuovo. Le gambe le sembravano di piombo. Il telefono vibrò: un messaggio dalla figlia maggiore, “Mamma, tutto ok?”. Voleva rispondere “No, sto per fare una follia”, ma invece digitò un laconico “Sì, amore”. Spinse la porta con un sospiro tremante, entrando in un ingresso accogliente, profumato di lavanda e legno caldo. La receptionist, una donna gentile sui trenta, le sorrise con dolcezza e la fece accomodare in sala d’aspetto.
Lì, sola su una poltroncina morbida, l’angoscia la travolse come un’onda. Le pareti color crema e la musica soft in sottofondo non bastavano a calmare il panico che le stringeva lo stomaco. “Sono una stupida,” pensò, torcendosi le mani. Paura di giudicarsi, di scoprire che il suo corpo non rispondeva più come un tempo, di aprire una porta su desideri che aveva represso per troppo tempo. E se fosse stato doloroso? O peggio, se non avesse sentito nulla? Il tradimento del marito l’aveva resa cinica: gli uomini non le mancavano, con il suo aspetto ancora attraente, ma l’idea di un’altra storia la terrorizzava. Sapeva che avrebbe finito per soffrire di nuovo, per fidarsi e venire delusa.
Alzò lo sguardo e si vide riflessa nello specchio appeso alla parete opposta. Una donna di circa quarant’anni, con capelli castani lunghi che le incorniciavano il viso in onde morbide, un fisico snello e tonico grazie alle corse mattutine che usava per sfogare la rabbia. Gli occhi verdi, segnati da lievi rughe di espressione, tradivano una stanchezza profonda, ma anche una bellezza matura che attirava sguardi ovunque andasse. “Potrei avere chiunque,” pensò, osservandosi con un misto di orgoglio e malinconia. “Ma non voglio. Non un’altra prigione emotiva.” Qui sperava in un po’ di gioia anonima, un tocco esperto che la facesse sentire viva senza pretendere nulla in cambio. Senza nomi, senza promesse.
La porta interna si aprì piano.
“Cristina?” chiamò una voce maschile, profonda, calda, con un accento morbido che lei non riuscì subito a collocare.
Il respiro le si fermò in gola. Alzò gli occhi e vide un uomo alto, spalle larghe, pelle color caramello, sorriso tranquillo e professionale. Cubano, pensò istintivamente, anche se non lo sapeva ancora con certezza. Indossava una camicia bianca leggera e pantaloni scuri, i capelli corti e curati, un’aura di calma che contrastava con il tumulto che le infuriava dentro.
“Sono io,” riuscì a mormorare, la voce un filo.
“Benvenuta. Seguimi, per favore. Oggi sarò io a occuparmi di te.”
Il cuore le esplose nel petto. Non una donna. Un uomo. E non uno qualunque.
Non lo sapeva ancora, ma quel massaggio, e quell’uomo, stavano per portarla molto più lontano di quanto avesse mai osato immaginare.
Raul le tese la mano con un gesto semplice, quasi cerimonioso.
“Piacere, mi chiamo Raul”
La sua voce era bassa, vellutata, con quell’accento cubano che rotolava morbido sulle erre. Quando le dita di lui avvolsero le sue, Cristina sentì un calore improvviso salirle dal palmo fino al collo. Le mani di Raul erano enormi, callose quanto bastava per farle immaginare forza controllata, ma allo stesso tempo gentili. Le sue dita lunghe e forti le inghiottirono la mano piccola, facendola sentire, per un istante assurdo, come una bambina protetta da un gigante buono. Ritirò la mano troppo in fretta, arrossendo.
“Grazie,” mormorò, senza guardarlo negli occhi.
Lui indicò con un cenno una porticina laterale.
“Il camerino è lì. Ti lascio un tanga di carta monouso sul ripiano. Quando sei pronta, esci pure. Non c’è fretta.”
Sorrise di nuovo, un sorriso che non chiedeva nulla, ma che sembrava sapere già tutto, e si allontanò di qualche passo, dandole spazio.
Cristina entrò nel camerino e chiuse la porta con un clic che le parve assordante. Lo specchio era lì, inevitabile, e lei si guardò come se stesse cercando una sconosciuta. I capelli castani le cadevano sulle spalle nude, il respiro corto le alzava e abbassava il petto. Si tolse lentamente la camicetta, il reggiseno, i jeans, le mutandine, piegando tutto con cura maniacale, come se quel rituale potesse rimandare l’inevitabile.
Sul ripiano c’era davvero solo quel minuscolo tanga di carta bianca, sottile come un velo. Lo prese tra due dita, incredula.
“Oddio” sussurrò tra sé.
La vergogna le esplose dentro come un fuoco freddo. Si coprì istintivamente i seni con le braccia incrociate. Raul era bellissimo, troppo. Pelle scura e liscia, muscoli definiti senza esagerazione, un’aura di sicurezza tranquilla che la faceva sentire vulnerabile in un modo che non provava da anni. Un uomo che l’avrebbe toccata lì, proprio lì, dove nessuno l’aveva toccata con attenzione vera da troppo tempo.
“Posso ancora andarmene”, pensò, il cuore che le sbatteva contro le costole. “Posso rivestirmi, dire che mi sento male, scappare.”
Ma sotto la paura c’era qualcos’altro: una fame sorda, antica, che non voleva più aspettare. Il tradimento del marito le aveva insegnato a non fidarsi, ma il suo corpo non aveva dimenticato il desiderio. E qui non c’erano promesse, non c’erano aspettative, non c’era rischio di innamorarsi. Solo un’ora anonima, pagata in anticipo.
Con le mani che tremavano infilò il tanga di carta, quasi trasparente, ridicolo nella sua fragilità, e prese la salvietta che aveva trovato piegata lì accanto. Se la avvolse intorno al petto, coprendosi i seni come meglio poteva, anche se sapeva che presto non sarebbe servita a niente.
Aprì la porta.
Raul era già lì, ad aspettarla.
A petto nudo.
La camicia bianca era sparita. Il torace ampio, scolpito, luccicava leggermente sotto la luce calda della stanza. Un asciugamano bianco era annodato basso sui fianchi, coprendo appena le parti intime, lasciando scoperte le cosce muscolose e la linea netta dei muscoli obliqui che sparivano sotto il tessuto. Sembrava una statua vivente, ma sorrideva con naturalezza, senza ostentazione.
“Perfetto”, disse piano, indicandole il lettino al centro della stanza. “Sdraiati a pancia in giù, per favore. Metti la faccia nell’apertura, le braccia lungo i fianchi o piegate come preferisci. Rilassati. Iniziamo, piano”
La sua voce era un balsamo, ma non bastava a spegnere il tumulto dentro di lei.
Cristina si avvicinò al lettino con passi incerti, il cuore che le rimbombava nelle orecchie. La salvietta era ancora stretta contro il petto, un ultimo scudo di cotone bianco contro il mondo intero.
Poi, con un respiro corto e tremante, si sdraiò a pancia in giù sul lettino. Il viso affondò nell’apertura circolare del cuscino, nascondendole l’espressione arrossata. Il tanga di carta le dava l’impressione di essere nuda quanto bastava per sentirsi esposta, ma non del tutto: la salvietta, ora drappeggiata con cura sulla parte bassa della schiena, copriva i glutei e arrivava quasi fino alle cosce. Non era molto, ma per lei in quel momento era tutto. Non se l’era sentita di toglierla. Non ancora. Forse mai.
Il pudore le bruciava dentro come una febbre. Vergogna per il proprio corpo che non vedeva da tempo lo sguardo di un uomo senza rabbia o disprezzo. Vergogna per il desiderio che le si agitava nello stomaco nonostante tutto. Vergogna per essere lì, per averlo voluto, per non essere scappata quando aveva ancora potuto.
Raul si avvicinò in silenzio. Lei lo percepì dal calore che emanava, dal profumo leggero di olio di cocco misto a qualcosa di speziato e maschile che le arrivò alle narici. Non si voltò a guardarlo: non ce la faceva.
“Va bene così” disse lui con quella voce bassa e calma, senza traccia di giudizio. “La salvietta può rimanere, se ti fa sentire più a tuo agio. Non c’è niente di sbagliato. Inizieremo piano, solo la schiena e le spalle per ora. Dimmi in qualsiasi momento se vuoi che mi fermi, o se preferisci che tolga le mani”.
Posò entrambe le mani enormi tra le scapole, calde, ferme, senza premere troppo. Cristina sobbalzò leggermente al primo contatto, un riflesso involontario, ma lui non si scompose: rimase immobile per qualche secondo, lasciandole il tempo di abituarsi alla sensazione.
“Respira”, mormorò Raul. “Dentro dal naso… fuori dalla bocca. Lascia che l’aria ti porti via un po’ di tensione”.
Le mani cominciarono a muoversi, lente, circolari, scivolando lungo i muscoli contratti della schiena. Non cercavano di forzare nulla: erano lì per sciogliere, per ascoltare. Ogni tanto sfioravano il bordo della salvietta, ma non la spostavano mai. Rispettavano il confine che lei aveva tracciato.
Cristina chiuse gli occhi forte. Sotto le palpebre le scorrevano immagini confuse: il viso del marito, i suoi tradimenti, le notti passate a piangere in silenzio. E poi, contro ogni logica, il calore di quelle mani sconosciute che non pretendevano niente, che non giudicavano, che semplicemente esistevano per lei, in quel momento.
Il respiro le si fece più profondo, quasi controvoglia.
La salvietta rimase al suo posto, un piccolo atto di ribellione e protezione insieme.
Ma le mani di Raul continuarono a scendere, pazienti, lungo la colonna vertebrale, fino al limite esatto dove finiva il tessuto.
E lì, per la prima volta dopo tanto tempo, Cristina sentì il proprio corpo rispondere, non con paura, ma con un tremito lieve, quasi dimenticato, di vita che tornava a reclamare attenzione.
Raul versò l’olio caldo direttamente sulla schiena di Cristina, un rivolo lento e profumato che le scivolò lungo la spina dorsale come una carezza liquida. Il contatto iniziale la fece sussultare: era bollente, quasi troppo, ma subito le mani enormi di lui lo raccolsero e lo diffusero con movimenti ampi e lenti, dalle spalle fino alla base della schiena, fermandosi esattamente dove iniziava la salvietta.
“Rilassati”, mormorò Raul, la voce un sussurro profondo che sembrava vibrare dentro di lei. “Lascia che l’olio faccia il suo lavoro”.
Le sue mani ripresero a muoversi, stavolta con una sensualità diversa, più deliberata. Non era più solo un massaggio terapeutico: le dita tracciavano cerchi lenti sui muscoli contratti, scendendo lungo i fianchi, poi risalendo, sfiorando i bordi della salvietta senza mai spostarla. Passò alle gambe: prima i polpacci, con pressioni ferme che scioglievano i nodi accumulati dalle corse mattutine, poi le cosce, dove il tocco si fece più morbido, più lungo, più insistente. Ogni passata saliva un po’ di più, lambendo l’interno delle cosce, fermandosi a un soffio dal limite della salvietta.
Cristina sentì i primi brividi percorrerle la pelle come scariche elettriche. Non erano di freddo. Era tensione, pura, che partiva dalla nuca e le scendeva fino alla punta dei piedi, per poi risalire concentrandosi proprio lì, tra le gambe. Il respiro si fece irregolare; cercò di controllarlo, ma ogni volta che le mani di Raul si avvicinavano al confine della salvietta, un calore umido e traditore le si accendeva nel basso ventre.
Lui lo sapeva. Lo sentiva dal modo in cui il corpo di lei rispondeva: i muscoli che si contraevano e poi si arrendevano, il respiro che si spezzava, i piccoli fremiti involontari che le attraversavano le cosce. Raul non accelerava, non forzava. Continuava con la stessa calma implacabile, sapendo esattamente dove premere, dove sfiorare, dove indugiare.
A un certo punto si spostò davanti al lettino, posizionandosi all’altezza della testa di Cristina. Le prese le braccia, una alla volta, e iniziò a massaggiarle dalle spalle fino alle dita, stirandole piano, facendole aprire il petto contro il lettino. In quella posizione, con il viso affondato nell’apertura, Cristina non poté fare a meno di alzare appena lo sguardo.
L’asciugamano bianco che Raul portava annodato basso sui fianchi si era leggermente allentato durante i movimenti. Non abbastanza da cadere, ma quanto bastava per creare una fessura, un varco involontario.
E lei vide.
Il membro di Raul, semi-eretto per il contatto prolungato con la pelle nuda di lei, sporgeva evidente sotto il tessuto leggero. Lungo, spesso, venoso, di una dimensione che la lasciò senza fiato. Aveva conosciuto solo il corpo del marito in tutti quegli anni: discreto, familiare, ordinario. Quello che aveva davanti ora era qualcos’altro. Qualcosa di primitivo, quasi irreale. Il contrasto la colpì come un pugno allo stomaco: shock, curiosità, e un’ondata di calore che le fece stringere le cosce istintivamente.
Chiuse gli occhi di scatto, il viso in fiamme. “Non guardare,” si impose. “Non è per questo che sei qui.” Ma l’immagine le era rimasta impressa sulla retina, bruciante.
Raul, ignaro, o forse no, continuò come se nulla fosse. Tornò ai lati del lettino, riprese a lavorare sulle gambe. Stavolta le mani salirono più decise lungo le cosce esterne, poi interne, sfiorando la pelle sensibile appena sotto la salvietta. Le dita si avvicinarono pericolosamente alle parti intime di Cristina: un tocco leggerissimo, quasi accidentale, sul bordo delle grandi labbra coperte dal tanga di carta. Poi un altro, più lento, più insistente. Non entrava, non forzava: solo sfiorava, prometteva, stuzzicava.
Cristina morse il labbro per non gemere. La voglia le montava dentro come una marea irrefrenabile: il clitoride pulsava, umido, gonfio sotto il tessuto sottile; il basso ventre si contraeva in spasmi di desiderio puro. Voleva di più. Voleva che quelle mani enormi la toccassero davvero, che scostassero la salvietta, che la facessero crollare. Ma il pudore, quell’ultimo baluardo di vergogna e controllo, la teneva inchiodata. Non disse nulla. Non si mosse. Si limitò a respirare forte, a tremare sotto le carezze, a combattere contro se stessa mentre Raul continuava, paziente, esperto, a portarla sempre più vicino al confine senza mai spingerla oltre.
Per ora.
Solo massaggio.
Ma il corpo di Cristina aveva già deciso che “per ora” non sarebbe durato a lungo.
Cristina sentiva il calore accumularsi ovunque: sulla pelle oliata, nel respiro corto, tra le gambe. Il tanga di carta, quel ridicolo velo sottile, era ormai completamente fradicio. L’umidità della sua eccitazione lo aveva reso trasparente, appiccicandolo alle grandi labbra gonfie e al clitoride turgido in un modo osceno, imbarazzante. Ogni piccolo movimento del bacino, ogni contrazione involontaria, lo faceva aderire ancora di più, come una seconda pelle bagnata che non nascondeva nulla. Ma la salvietta drappeggiata sui glutei la copriva ancora, almeno agli occhi di Raul. O almeno così sperava lei, aggrappata a quell’ultimo brandello di pudore.
Raul si fermò per un attimo. Cristina percepì il fruscio leggero di un oggetto che veniva preso da un ripiano vicino. Poi sentì le sue mani, calde, enormi e sicure, sollevarle delicatamente i fianchi.
“Alza un attimo il bacino, per favore”, disse con quella voce bassa che sembrava sempre sul punto di accarezzarla.
Lei obbedì senza pensare, il corpo che agiva prima della mente. Raul fece scivolare sotto la sua pancia un cuscino cilindrico, morbido ma abbastanza spesso da creare un arco pronunciato. Quando la fece riabbassare, Cristina capì immediatamente a cosa serviva.
Il bacino era sollevato, le natiche leggermente aperte, le cosce divaricate quel tanto che bastava. La salvietta era ancora lì, ma ora la posizione la rendeva quasi inutile: il tessuto si era spostato di lato, scoprendo i bordi del tanga fradicio e lasciando intravedere la curva umida tra le gambe. Le parti intime erano esposte in modo naturale, inevitabile, come se il corpo stesso avesse deciso di offrirsi. Il clitoride, premuto contro il tanga bagnato, pulsava visibile sotto il velo trasparente; le piccole labbra erano schiuse, lucide di desiderio.
Cristina affondò il viso nell’apertura del lettino, mordendosi l’interno della guancia per non emettere suono. La vergogna le bruciava le guance, ma sotto c’era un fuoco molto più forte.
Raul riprese il massaggio come se nulla fosse cambiato.
Le mani scivolarono di nuovo sulle cosce, prima esterne, poi interne, con movimenti lenti e profondi. Salivano sempre più in alto, sfiorando la piega tra coscia e gluteo, poi scendendo sotto, verso il perineo. Ora poteva raggiungere entrambe le parti: sopra e sotto. Le dita tracciavano linee lunghe, dal coccige fino all’attaccatura delle grandi labbra, senza mai premere direttamente sul centro, ma lambendolo, circondandolo, promettendo.
Ogni passata era più vicina.
Prima un pollice che sfiorava il bordo esterno delle labbra, raccogliendo l’olio misto all’umidità di lei.
Poi il palmo intero che premeva leggermente sul monte di Venere, sopra il tanga, creando una pressione indiretta che fece sobbalzare il clitoride.
Poi le dita che scivolarono sotto, lungo il perineo, premendo piano contro l’apertura vaginale ancora coperta dal tessuto fradicio, ma sentendo chiaramente quanto fosse dilatata, quanto fosse pronta.
Cristina non riusciva più a controllare i tremiti. Le cosce si contraevano ritmicamente, il bacino si sollevava di qualche millimetro contro il cuscino, cercando di più senza che lei lo volesse davvero. Il respiro le usciva in ansiti spezzati, umidi contro il cuscino.
Raul non accelerava. Non forzava. Continuava con la stessa calma esasperante, le mani enormi che danzavano intorno al suo centro del piacere senza mai toccarlo direttamente. Sfiorava il clitoride da sopra il tanga con la punta di un dito, poi si ritraeva; premeva con il palmo contro l’intera vulva, lasciando che il calore e la pressione facessero il resto; scivolava con due dita lungo le piccole labbra, separandole appena attraverso il tessuto, sentendo quanto fosse bagnata, quanto fosse gonfia.
“Dimmi se vuoi che mi fermi”, sussurrò lui a un certo punto, la voce vicinissima all’orecchio di lei.
Cristina non rispose. Non poteva. Scosse solo la testa, un movimento piccolo, quasi impercettibile.
Ma era un no.
E Raul lo capì.
Le mani ripresero a muoversi, ancora più vicine, ancora più lente, ancora più inevitabili.
Il tanga fradicio non nascondeva più nulla.
E il centro del piacere di Cristina, ormai esposto, palpitante, implorava in silenzio che quella tortura dolce finisse, o che finalmente cominciasse davvero.
Raul rimase in silenzio, concentrato, professionale fino all’ultimo istante. Le sue dita, unte d’olio e del desiderio di lei, continuarono a danzare intorno al centro del piacere di Cristina, sfiorando, premendo, ritirandosi, fino a quando non sentì che il corpo di lei non poteva più aspettare.
Con un movimento lento, deliberato, infilò il pollice dentro di lei.
Cristina emise un suono gutturale, profondo, quasi animalesco, un misto di sorpresa, sollievo e resa. Il pollice di Raul era spesso, lungo, invadente quanto bastava per farla sentire piena in un modo che non provava da anni. Eppure non ci fu dolore: era talmente bagnata, talmente aperta, che il suo corpo lo accolse senza resistenza, stringendolo con spasmi involontari che lo risucchiarono più in profondità. Il tanga di carta, ormai inutile e fradicio, si spostò di lato con facilità, lasciando la via libera.
Raul non si fermò lì.
Con il palmo della mano enorme premette contro il monte di Venere, mentre le altre dita, indice e medio, trovarono il clitoride gonfio e sensibile. Iniziò a massaggiarlo con movimenti circolari precisi, ritmici, né troppo veloci né troppo lenti: una pressione costante che saliva e scendeva, sfregando il piccolo nodo turgido contro il proprio stesso calore, mentre il pollice dentro di lei si muoveva piano, avanti e indietro, premendo contro la parete anteriore, proprio lì dove il punto G si gonfiava sotto il suo tocco esperto.
Cristina perse il controllo del respiro. I gemiti le sfuggirono uno dopo l’altro, bassi all’inizio, poi più alti, spezzati. Le cosce tremavano violentemente contro il lettino, mai provato un piacere simile; il bacino si sollevava ritmicamente contro il cuscino cilindrico, cercando di spingersi più a fondo su quel pollice, di aumentare la pressione sul clitoride. Le mani si aggrapparono ai bordi del lettino, le unghie che graffiavano il tessuto.
“Oh… Dio… Raul…” riuscì a sussurrare tra un gemito e l’altro, la voce rotta, irriconoscibile.
Lui non rispose con parole. Rispose con il corpo: accelerò appena il ritmo della mano, il pollice che ora ruotava dentro di lei in piccoli cerchi, stimolando ogni nervo sensibile, mentre le dita sul clitoride passarono a un movimento più rapido, più insistente, sfregando con il palmo intero in una pressione ondulante.
Fu troppo.
Il piacere montò come un’onda irrefrenabile, partendo dal basso ventre e irradiandosi ovunque: alle cosce, al petto, alla punta delle dita. Cristina inarcò la schiena, il collo teso, la bocca spalancata in un urlo silenzioso che poi esplose in un grido vero, rauco, liberatorio.
L’orgasmo la travolse incontrollato.
Il corpo si contrasse in spasmi violenti: la vagina si strinse forte intorno al pollice di Raul, pulsando ritmicamente, espellendo fiotti caldi di umore che le colarono lungo le cosce e sul lettino. Le gambe si tesero, i talloni si sollevarono, le dita dei piedi si arricciarono. Tremò tutta, scossa da ondate successive che la lasciarono senza fiato, il viso affondato nel cuscino, le lacrime di piacere che le bagnavano le guance.
Raul non si fermò subito. Continuò a muovere la mano con dolcezza, accompagnando gli ultimi spasmi, prolungando il piacere fino a quando i gemiti di lei non si trasformarono in sospiri esausti, tremanti.
Solo allora ritrasse lentamente il pollice, lasciando una sensazione di vuoto improvviso ma dolce. Le posò il palmo caldo sulla schiena, un gesto calmo, rassicurante, mentre il respiro di Cristina tornava piano piano regolare.
“Brava”, mormorò lui, la voce bassa e calda come una carezza. “Hai lasciato andare tutto”.
Cristina rimase lì, immobile, il corpo molle, la mente vuota, il cuore che ancora galoppava. Per la prima volta dopo tanto tempo non sentiva vergogna, solo un languore profondo, sazio.
E sapeva che non era finita. Non ancora.
stemmy75@gmail.com
Aveva sentito parlare di quel posto da un’amica discreta, un centro massaggi riservato esclusivamente alle donne, dove si poteva riscoprire il proprio corpo senza giudizi, senza complicazioni. Un massaggio Yoni. Solo pronunciare mentalmente quelle due parole le aveva fatto avvampare le guance, ma l’idea di un piacere anonimo, privo di legami emotivi, l’aveva tenuta sveglia per notti intere. Nessun uomo da corteggiare, nessuna relazione in vista che l’avrebbe fatta soffrire di nuovo. Aveva scritto l’email di appuntamento con le mani tremanti, premendo “invia” prima di poterci ripensare. Ma ora, mentre guidava verso quell’indirizzo che non aveva mai osato cercare su Google Maps fino a quel giorno, l’angoscia la divorava.
Il cuore le martellava nel petto come un tamburo impazzito. “Che sto facendo?” si ripeteva, stringendo il volante fino a far sbiancare le nocche. Immaginava scenari catastrofici: e se fosse una truffa? E se qualcuno l’avesse riconosciuta? La vergogna le saliva in gola come bile, mescolata a una paura viscerale di esporsi, di lasciare che qualcun altro, uno sconosciuto, per giunta, toccasse parti di lei che aveva trascurato per anni. La separazione l’aveva lasciata esausta, diffidente, ma anche affamata di qualcosa di puro, di egoista. Eppure, ogni semaforo rosso era un invito a girare l’auto e tornare a casa, al sicuro nella sua solitudine.
Arrivata davanti alla porta, un edificio anonimo in una via laterale, con solo una targhetta discreta e una campanella, esitò di nuovo. Le gambe le sembravano di piombo. Il telefono vibrò: un messaggio dalla figlia maggiore, “Mamma, tutto ok?”. Voleva rispondere “No, sto per fare una follia”, ma invece digitò un laconico “Sì, amore”. Spinse la porta con un sospiro tremante, entrando in un ingresso accogliente, profumato di lavanda e legno caldo. La receptionist, una donna gentile sui trenta, le sorrise con dolcezza e la fece accomodare in sala d’aspetto.
Lì, sola su una poltroncina morbida, l’angoscia la travolse come un’onda. Le pareti color crema e la musica soft in sottofondo non bastavano a calmare il panico che le stringeva lo stomaco. “Sono una stupida,” pensò, torcendosi le mani. Paura di giudicarsi, di scoprire che il suo corpo non rispondeva più come un tempo, di aprire una porta su desideri che aveva represso per troppo tempo. E se fosse stato doloroso? O peggio, se non avesse sentito nulla? Il tradimento del marito l’aveva resa cinica: gli uomini non le mancavano, con il suo aspetto ancora attraente, ma l’idea di un’altra storia la terrorizzava. Sapeva che avrebbe finito per soffrire di nuovo, per fidarsi e venire delusa.
Alzò lo sguardo e si vide riflessa nello specchio appeso alla parete opposta. Una donna di circa quarant’anni, con capelli castani lunghi che le incorniciavano il viso in onde morbide, un fisico snello e tonico grazie alle corse mattutine che usava per sfogare la rabbia. Gli occhi verdi, segnati da lievi rughe di espressione, tradivano una stanchezza profonda, ma anche una bellezza matura che attirava sguardi ovunque andasse. “Potrei avere chiunque,” pensò, osservandosi con un misto di orgoglio e malinconia. “Ma non voglio. Non un’altra prigione emotiva.” Qui sperava in un po’ di gioia anonima, un tocco esperto che la facesse sentire viva senza pretendere nulla in cambio. Senza nomi, senza promesse.
La porta interna si aprì piano.
“Cristina?” chiamò una voce maschile, profonda, calda, con un accento morbido che lei non riuscì subito a collocare.
Il respiro le si fermò in gola. Alzò gli occhi e vide un uomo alto, spalle larghe, pelle color caramello, sorriso tranquillo e professionale. Cubano, pensò istintivamente, anche se non lo sapeva ancora con certezza. Indossava una camicia bianca leggera e pantaloni scuri, i capelli corti e curati, un’aura di calma che contrastava con il tumulto che le infuriava dentro.
“Sono io,” riuscì a mormorare, la voce un filo.
“Benvenuta. Seguimi, per favore. Oggi sarò io a occuparmi di te.”
Il cuore le esplose nel petto. Non una donna. Un uomo. E non uno qualunque.
Non lo sapeva ancora, ma quel massaggio, e quell’uomo, stavano per portarla molto più lontano di quanto avesse mai osato immaginare.
Raul le tese la mano con un gesto semplice, quasi cerimonioso.
“Piacere, mi chiamo Raul”
La sua voce era bassa, vellutata, con quell’accento cubano che rotolava morbido sulle erre. Quando le dita di lui avvolsero le sue, Cristina sentì un calore improvviso salirle dal palmo fino al collo. Le mani di Raul erano enormi, callose quanto bastava per farle immaginare forza controllata, ma allo stesso tempo gentili. Le sue dita lunghe e forti le inghiottirono la mano piccola, facendola sentire, per un istante assurdo, come una bambina protetta da un gigante buono. Ritirò la mano troppo in fretta, arrossendo.
“Grazie,” mormorò, senza guardarlo negli occhi.
Lui indicò con un cenno una porticina laterale.
“Il camerino è lì. Ti lascio un tanga di carta monouso sul ripiano. Quando sei pronta, esci pure. Non c’è fretta.”
Sorrise di nuovo, un sorriso che non chiedeva nulla, ma che sembrava sapere già tutto, e si allontanò di qualche passo, dandole spazio.
Cristina entrò nel camerino e chiuse la porta con un clic che le parve assordante. Lo specchio era lì, inevitabile, e lei si guardò come se stesse cercando una sconosciuta. I capelli castani le cadevano sulle spalle nude, il respiro corto le alzava e abbassava il petto. Si tolse lentamente la camicetta, il reggiseno, i jeans, le mutandine, piegando tutto con cura maniacale, come se quel rituale potesse rimandare l’inevitabile.
Sul ripiano c’era davvero solo quel minuscolo tanga di carta bianca, sottile come un velo. Lo prese tra due dita, incredula.
“Oddio” sussurrò tra sé.
La vergogna le esplose dentro come un fuoco freddo. Si coprì istintivamente i seni con le braccia incrociate. Raul era bellissimo, troppo. Pelle scura e liscia, muscoli definiti senza esagerazione, un’aura di sicurezza tranquilla che la faceva sentire vulnerabile in un modo che non provava da anni. Un uomo che l’avrebbe toccata lì, proprio lì, dove nessuno l’aveva toccata con attenzione vera da troppo tempo.
“Posso ancora andarmene”, pensò, il cuore che le sbatteva contro le costole. “Posso rivestirmi, dire che mi sento male, scappare.”
Ma sotto la paura c’era qualcos’altro: una fame sorda, antica, che non voleva più aspettare. Il tradimento del marito le aveva insegnato a non fidarsi, ma il suo corpo non aveva dimenticato il desiderio. E qui non c’erano promesse, non c’erano aspettative, non c’era rischio di innamorarsi. Solo un’ora anonima, pagata in anticipo.
Con le mani che tremavano infilò il tanga di carta, quasi trasparente, ridicolo nella sua fragilità, e prese la salvietta che aveva trovato piegata lì accanto. Se la avvolse intorno al petto, coprendosi i seni come meglio poteva, anche se sapeva che presto non sarebbe servita a niente.
Aprì la porta.
Raul era già lì, ad aspettarla.
A petto nudo.
La camicia bianca era sparita. Il torace ampio, scolpito, luccicava leggermente sotto la luce calda della stanza. Un asciugamano bianco era annodato basso sui fianchi, coprendo appena le parti intime, lasciando scoperte le cosce muscolose e la linea netta dei muscoli obliqui che sparivano sotto il tessuto. Sembrava una statua vivente, ma sorrideva con naturalezza, senza ostentazione.
“Perfetto”, disse piano, indicandole il lettino al centro della stanza. “Sdraiati a pancia in giù, per favore. Metti la faccia nell’apertura, le braccia lungo i fianchi o piegate come preferisci. Rilassati. Iniziamo, piano”
La sua voce era un balsamo, ma non bastava a spegnere il tumulto dentro di lei.
Cristina si avvicinò al lettino con passi incerti, il cuore che le rimbombava nelle orecchie. La salvietta era ancora stretta contro il petto, un ultimo scudo di cotone bianco contro il mondo intero.
Poi, con un respiro corto e tremante, si sdraiò a pancia in giù sul lettino. Il viso affondò nell’apertura circolare del cuscino, nascondendole l’espressione arrossata. Il tanga di carta le dava l’impressione di essere nuda quanto bastava per sentirsi esposta, ma non del tutto: la salvietta, ora drappeggiata con cura sulla parte bassa della schiena, copriva i glutei e arrivava quasi fino alle cosce. Non era molto, ma per lei in quel momento era tutto. Non se l’era sentita di toglierla. Non ancora. Forse mai.
Il pudore le bruciava dentro come una febbre. Vergogna per il proprio corpo che non vedeva da tempo lo sguardo di un uomo senza rabbia o disprezzo. Vergogna per il desiderio che le si agitava nello stomaco nonostante tutto. Vergogna per essere lì, per averlo voluto, per non essere scappata quando aveva ancora potuto.
Raul si avvicinò in silenzio. Lei lo percepì dal calore che emanava, dal profumo leggero di olio di cocco misto a qualcosa di speziato e maschile che le arrivò alle narici. Non si voltò a guardarlo: non ce la faceva.
“Va bene così” disse lui con quella voce bassa e calma, senza traccia di giudizio. “La salvietta può rimanere, se ti fa sentire più a tuo agio. Non c’è niente di sbagliato. Inizieremo piano, solo la schiena e le spalle per ora. Dimmi in qualsiasi momento se vuoi che mi fermi, o se preferisci che tolga le mani”.
Posò entrambe le mani enormi tra le scapole, calde, ferme, senza premere troppo. Cristina sobbalzò leggermente al primo contatto, un riflesso involontario, ma lui non si scompose: rimase immobile per qualche secondo, lasciandole il tempo di abituarsi alla sensazione.
“Respira”, mormorò Raul. “Dentro dal naso… fuori dalla bocca. Lascia che l’aria ti porti via un po’ di tensione”.
Le mani cominciarono a muoversi, lente, circolari, scivolando lungo i muscoli contratti della schiena. Non cercavano di forzare nulla: erano lì per sciogliere, per ascoltare. Ogni tanto sfioravano il bordo della salvietta, ma non la spostavano mai. Rispettavano il confine che lei aveva tracciato.
Cristina chiuse gli occhi forte. Sotto le palpebre le scorrevano immagini confuse: il viso del marito, i suoi tradimenti, le notti passate a piangere in silenzio. E poi, contro ogni logica, il calore di quelle mani sconosciute che non pretendevano niente, che non giudicavano, che semplicemente esistevano per lei, in quel momento.
Il respiro le si fece più profondo, quasi controvoglia.
La salvietta rimase al suo posto, un piccolo atto di ribellione e protezione insieme.
Ma le mani di Raul continuarono a scendere, pazienti, lungo la colonna vertebrale, fino al limite esatto dove finiva il tessuto.
E lì, per la prima volta dopo tanto tempo, Cristina sentì il proprio corpo rispondere, non con paura, ma con un tremito lieve, quasi dimenticato, di vita che tornava a reclamare attenzione.
Raul versò l’olio caldo direttamente sulla schiena di Cristina, un rivolo lento e profumato che le scivolò lungo la spina dorsale come una carezza liquida. Il contatto iniziale la fece sussultare: era bollente, quasi troppo, ma subito le mani enormi di lui lo raccolsero e lo diffusero con movimenti ampi e lenti, dalle spalle fino alla base della schiena, fermandosi esattamente dove iniziava la salvietta.
“Rilassati”, mormorò Raul, la voce un sussurro profondo che sembrava vibrare dentro di lei. “Lascia che l’olio faccia il suo lavoro”.
Le sue mani ripresero a muoversi, stavolta con una sensualità diversa, più deliberata. Non era più solo un massaggio terapeutico: le dita tracciavano cerchi lenti sui muscoli contratti, scendendo lungo i fianchi, poi risalendo, sfiorando i bordi della salvietta senza mai spostarla. Passò alle gambe: prima i polpacci, con pressioni ferme che scioglievano i nodi accumulati dalle corse mattutine, poi le cosce, dove il tocco si fece più morbido, più lungo, più insistente. Ogni passata saliva un po’ di più, lambendo l’interno delle cosce, fermandosi a un soffio dal limite della salvietta.
Cristina sentì i primi brividi percorrerle la pelle come scariche elettriche. Non erano di freddo. Era tensione, pura, che partiva dalla nuca e le scendeva fino alla punta dei piedi, per poi risalire concentrandosi proprio lì, tra le gambe. Il respiro si fece irregolare; cercò di controllarlo, ma ogni volta che le mani di Raul si avvicinavano al confine della salvietta, un calore umido e traditore le si accendeva nel basso ventre.
Lui lo sapeva. Lo sentiva dal modo in cui il corpo di lei rispondeva: i muscoli che si contraevano e poi si arrendevano, il respiro che si spezzava, i piccoli fremiti involontari che le attraversavano le cosce. Raul non accelerava, non forzava. Continuava con la stessa calma implacabile, sapendo esattamente dove premere, dove sfiorare, dove indugiare.
A un certo punto si spostò davanti al lettino, posizionandosi all’altezza della testa di Cristina. Le prese le braccia, una alla volta, e iniziò a massaggiarle dalle spalle fino alle dita, stirandole piano, facendole aprire il petto contro il lettino. In quella posizione, con il viso affondato nell’apertura, Cristina non poté fare a meno di alzare appena lo sguardo.
L’asciugamano bianco che Raul portava annodato basso sui fianchi si era leggermente allentato durante i movimenti. Non abbastanza da cadere, ma quanto bastava per creare una fessura, un varco involontario.
E lei vide.
Il membro di Raul, semi-eretto per il contatto prolungato con la pelle nuda di lei, sporgeva evidente sotto il tessuto leggero. Lungo, spesso, venoso, di una dimensione che la lasciò senza fiato. Aveva conosciuto solo il corpo del marito in tutti quegli anni: discreto, familiare, ordinario. Quello che aveva davanti ora era qualcos’altro. Qualcosa di primitivo, quasi irreale. Il contrasto la colpì come un pugno allo stomaco: shock, curiosità, e un’ondata di calore che le fece stringere le cosce istintivamente.
Chiuse gli occhi di scatto, il viso in fiamme. “Non guardare,” si impose. “Non è per questo che sei qui.” Ma l’immagine le era rimasta impressa sulla retina, bruciante.
Raul, ignaro, o forse no, continuò come se nulla fosse. Tornò ai lati del lettino, riprese a lavorare sulle gambe. Stavolta le mani salirono più decise lungo le cosce esterne, poi interne, sfiorando la pelle sensibile appena sotto la salvietta. Le dita si avvicinarono pericolosamente alle parti intime di Cristina: un tocco leggerissimo, quasi accidentale, sul bordo delle grandi labbra coperte dal tanga di carta. Poi un altro, più lento, più insistente. Non entrava, non forzava: solo sfiorava, prometteva, stuzzicava.
Cristina morse il labbro per non gemere. La voglia le montava dentro come una marea irrefrenabile: il clitoride pulsava, umido, gonfio sotto il tessuto sottile; il basso ventre si contraeva in spasmi di desiderio puro. Voleva di più. Voleva che quelle mani enormi la toccassero davvero, che scostassero la salvietta, che la facessero crollare. Ma il pudore, quell’ultimo baluardo di vergogna e controllo, la teneva inchiodata. Non disse nulla. Non si mosse. Si limitò a respirare forte, a tremare sotto le carezze, a combattere contro se stessa mentre Raul continuava, paziente, esperto, a portarla sempre più vicino al confine senza mai spingerla oltre.
Per ora.
Solo massaggio.
Ma il corpo di Cristina aveva già deciso che “per ora” non sarebbe durato a lungo.
Cristina sentiva il calore accumularsi ovunque: sulla pelle oliata, nel respiro corto, tra le gambe. Il tanga di carta, quel ridicolo velo sottile, era ormai completamente fradicio. L’umidità della sua eccitazione lo aveva reso trasparente, appiccicandolo alle grandi labbra gonfie e al clitoride turgido in un modo osceno, imbarazzante. Ogni piccolo movimento del bacino, ogni contrazione involontaria, lo faceva aderire ancora di più, come una seconda pelle bagnata che non nascondeva nulla. Ma la salvietta drappeggiata sui glutei la copriva ancora, almeno agli occhi di Raul. O almeno così sperava lei, aggrappata a quell’ultimo brandello di pudore.
Raul si fermò per un attimo. Cristina percepì il fruscio leggero di un oggetto che veniva preso da un ripiano vicino. Poi sentì le sue mani, calde, enormi e sicure, sollevarle delicatamente i fianchi.
“Alza un attimo il bacino, per favore”, disse con quella voce bassa che sembrava sempre sul punto di accarezzarla.
Lei obbedì senza pensare, il corpo che agiva prima della mente. Raul fece scivolare sotto la sua pancia un cuscino cilindrico, morbido ma abbastanza spesso da creare un arco pronunciato. Quando la fece riabbassare, Cristina capì immediatamente a cosa serviva.
Il bacino era sollevato, le natiche leggermente aperte, le cosce divaricate quel tanto che bastava. La salvietta era ancora lì, ma ora la posizione la rendeva quasi inutile: il tessuto si era spostato di lato, scoprendo i bordi del tanga fradicio e lasciando intravedere la curva umida tra le gambe. Le parti intime erano esposte in modo naturale, inevitabile, come se il corpo stesso avesse deciso di offrirsi. Il clitoride, premuto contro il tanga bagnato, pulsava visibile sotto il velo trasparente; le piccole labbra erano schiuse, lucide di desiderio.
Cristina affondò il viso nell’apertura del lettino, mordendosi l’interno della guancia per non emettere suono. La vergogna le bruciava le guance, ma sotto c’era un fuoco molto più forte.
Raul riprese il massaggio come se nulla fosse cambiato.
Le mani scivolarono di nuovo sulle cosce, prima esterne, poi interne, con movimenti lenti e profondi. Salivano sempre più in alto, sfiorando la piega tra coscia e gluteo, poi scendendo sotto, verso il perineo. Ora poteva raggiungere entrambe le parti: sopra e sotto. Le dita tracciavano linee lunghe, dal coccige fino all’attaccatura delle grandi labbra, senza mai premere direttamente sul centro, ma lambendolo, circondandolo, promettendo.
Ogni passata era più vicina.
Prima un pollice che sfiorava il bordo esterno delle labbra, raccogliendo l’olio misto all’umidità di lei.
Poi il palmo intero che premeva leggermente sul monte di Venere, sopra il tanga, creando una pressione indiretta che fece sobbalzare il clitoride.
Poi le dita che scivolarono sotto, lungo il perineo, premendo piano contro l’apertura vaginale ancora coperta dal tessuto fradicio, ma sentendo chiaramente quanto fosse dilatata, quanto fosse pronta.
Cristina non riusciva più a controllare i tremiti. Le cosce si contraevano ritmicamente, il bacino si sollevava di qualche millimetro contro il cuscino, cercando di più senza che lei lo volesse davvero. Il respiro le usciva in ansiti spezzati, umidi contro il cuscino.
Raul non accelerava. Non forzava. Continuava con la stessa calma esasperante, le mani enormi che danzavano intorno al suo centro del piacere senza mai toccarlo direttamente. Sfiorava il clitoride da sopra il tanga con la punta di un dito, poi si ritraeva; premeva con il palmo contro l’intera vulva, lasciando che il calore e la pressione facessero il resto; scivolava con due dita lungo le piccole labbra, separandole appena attraverso il tessuto, sentendo quanto fosse bagnata, quanto fosse gonfia.
“Dimmi se vuoi che mi fermi”, sussurrò lui a un certo punto, la voce vicinissima all’orecchio di lei.
Cristina non rispose. Non poteva. Scosse solo la testa, un movimento piccolo, quasi impercettibile.
Ma era un no.
E Raul lo capì.
Le mani ripresero a muoversi, ancora più vicine, ancora più lente, ancora più inevitabili.
Il tanga fradicio non nascondeva più nulla.
E il centro del piacere di Cristina, ormai esposto, palpitante, implorava in silenzio che quella tortura dolce finisse, o che finalmente cominciasse davvero.
Raul rimase in silenzio, concentrato, professionale fino all’ultimo istante. Le sue dita, unte d’olio e del desiderio di lei, continuarono a danzare intorno al centro del piacere di Cristina, sfiorando, premendo, ritirandosi, fino a quando non sentì che il corpo di lei non poteva più aspettare.
Con un movimento lento, deliberato, infilò il pollice dentro di lei.
Cristina emise un suono gutturale, profondo, quasi animalesco, un misto di sorpresa, sollievo e resa. Il pollice di Raul era spesso, lungo, invadente quanto bastava per farla sentire piena in un modo che non provava da anni. Eppure non ci fu dolore: era talmente bagnata, talmente aperta, che il suo corpo lo accolse senza resistenza, stringendolo con spasmi involontari che lo risucchiarono più in profondità. Il tanga di carta, ormai inutile e fradicio, si spostò di lato con facilità, lasciando la via libera.
Raul non si fermò lì.
Con il palmo della mano enorme premette contro il monte di Venere, mentre le altre dita, indice e medio, trovarono il clitoride gonfio e sensibile. Iniziò a massaggiarlo con movimenti circolari precisi, ritmici, né troppo veloci né troppo lenti: una pressione costante che saliva e scendeva, sfregando il piccolo nodo turgido contro il proprio stesso calore, mentre il pollice dentro di lei si muoveva piano, avanti e indietro, premendo contro la parete anteriore, proprio lì dove il punto G si gonfiava sotto il suo tocco esperto.
Cristina perse il controllo del respiro. I gemiti le sfuggirono uno dopo l’altro, bassi all’inizio, poi più alti, spezzati. Le cosce tremavano violentemente contro il lettino, mai provato un piacere simile; il bacino si sollevava ritmicamente contro il cuscino cilindrico, cercando di spingersi più a fondo su quel pollice, di aumentare la pressione sul clitoride. Le mani si aggrapparono ai bordi del lettino, le unghie che graffiavano il tessuto.
“Oh… Dio… Raul…” riuscì a sussurrare tra un gemito e l’altro, la voce rotta, irriconoscibile.
Lui non rispose con parole. Rispose con il corpo: accelerò appena il ritmo della mano, il pollice che ora ruotava dentro di lei in piccoli cerchi, stimolando ogni nervo sensibile, mentre le dita sul clitoride passarono a un movimento più rapido, più insistente, sfregando con il palmo intero in una pressione ondulante.
Fu troppo.
Il piacere montò come un’onda irrefrenabile, partendo dal basso ventre e irradiandosi ovunque: alle cosce, al petto, alla punta delle dita. Cristina inarcò la schiena, il collo teso, la bocca spalancata in un urlo silenzioso che poi esplose in un grido vero, rauco, liberatorio.
L’orgasmo la travolse incontrollato.
Il corpo si contrasse in spasmi violenti: la vagina si strinse forte intorno al pollice di Raul, pulsando ritmicamente, espellendo fiotti caldi di umore che le colarono lungo le cosce e sul lettino. Le gambe si tesero, i talloni si sollevarono, le dita dei piedi si arricciarono. Tremò tutta, scossa da ondate successive che la lasciarono senza fiato, il viso affondato nel cuscino, le lacrime di piacere che le bagnavano le guance.
Raul non si fermò subito. Continuò a muovere la mano con dolcezza, accompagnando gli ultimi spasmi, prolungando il piacere fino a quando i gemiti di lei non si trasformarono in sospiri esausti, tremanti.
Solo allora ritrasse lentamente il pollice, lasciando una sensazione di vuoto improvviso ma dolce. Le posò il palmo caldo sulla schiena, un gesto calmo, rassicurante, mentre il respiro di Cristina tornava piano piano regolare.
“Brava”, mormorò lui, la voce bassa e calda come una carezza. “Hai lasciato andare tutto”.
Cristina rimase lì, immobile, il corpo molle, la mente vuota, il cuore che ancora galoppava. Per la prima volta dopo tanto tempo non sentiva vergogna, solo un languore profondo, sazio.
E sapeva che non era finita. Non ancora.
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