Quartz-2. Capitolo 16. A tu per tu.

di
genere
fantascienza

Capitolo 16.

Mentre parte dell'equipaggio si preparava per una nuova spedizione all'esterno, i due comandanti concordarono di mettersi in riunione con la Terra e cominciare a studiare eventuali orbite di rientro.
Krasnyj tornò al suo laboratorio, quando Morr notò la giapponese ancora seduta al tavolo, solitaria e pensosa.
-Yuko, come sei silenziosa.- La affrontò il comandante con tono dolce avvicinandosi al suo fianco.
-Sì, scusatemi.- Rispose lei scuotendo la testa come per liberarsi da oscuri pensieri. -Sono ancora un po' scossa. Ieri qualcuno ha dovuto guardarmi ancora mentre facevo sesso in modo un po' alternativo, e questo è molto imbarazzante per me.- Aggiunse con un sospiro profondo, senza sollevare gli occhi dal pavimento. -E poi adesso sono presa anche da sensi di colpa.-
-Ma no, dai. Cosa dici?- Cercò di consolarla il tedesco. -Abbiamo deciso tutti insieme; insomma è stato giusto. Lo stesso Jason ce lo ha chiesto e agli altri ibridi la cosa non ha dato fastidio.-
-Questo ancora non lo sappiamo.-
-No, ok, certo, ma sembra che gli abbiano ripreso il carbonio senza altre azioni ostili.-
-A parte quella dei tentacoli.- Puntualizzò l'asiatica.
-Che però è stata scatenata da noi. Ma una volta che ci hanno sequestrato la pistola sembra che sia ritornata la pace.- Proseguì il comandante cercando di essere rassicurante. -Dai, dimmi qualcosa di più sui risultati delle analisi di quello che è rimasto di Vael.- Provò poi a cambiare discorso facendo leva sulle emozioni della ricercatrice.
La scienziata rimase però silenziosa, lo sguardo concentrato su un punto nel vuoto, afflitta da pensieri che non riusciva a condividere. Fece poi un altro profondo sospiro, alzandosi in piedi, rassegnata. -Sì, probabilmente hai ragione. Ho però bisogno di ripensare ad alcune cose che sono capitate.- Sembrò concludere, sfiorando con le dita la mano che Jeremia le aveva delicatamente posato sulla spalla.
Il capo spedizione tacque, sentendosi incluso tra gli imprevisti che avevano animato le ultime ore della dottoressa.
-Vorrei distrarmi un poco-, riprese la nipponica, tenendo fra le sue mani quelle del germanico, -farmi anche io un giro su questo pianeta che in fondo sembra bellissimo, con tutte queste piante cristalline e vetrose, queste sculture colorate.-
-Credo che tu te lo meriti. Prenditi del tempo per te. Fai il lavoro per cui sei venuta, qualche osservazione, campionamento, studio, qui in prossimità dei moduli. Ormai Jason non c'è più e le altre aliene si sono dimostrate docili e amichevoli. Non dovrebbero esserci rischi, se rimani qui, vicina alla Amethyst e alla Emerald.- Provò a proporle il direttore della missione.
-Tanto mi sembra che la fine di questa spedizione sia vicina, purtroppo.- Rispose l'asiatica muovendosi verso la zona residenziale.
-Questo è un motivo in più per intensificare qualche ricerca.- Disse Krasnyj, che, uscito dal laboratorio, aveva colto l'ultimo suggerimento del capitano. -Almeno qui nei pressi dei lander. C'è ancora molto lavoro da fare.-
Fu dunque pattuito che Andrei e Yuko potessero proseguire catalogazioni e studi senza allontanarsi troppo dalla base operativa. Mentre il rover partiva con a bordo tre astronauti, i due scienziati si vestirono delle loro tute spaziali per riprendere qualche ricerca. Entrambi furono dotati di pistole radio, mentre all'esterno della Amethyst fu lasciato un contenitore di acido fluoridrico, per ogni evenienza.
-Non allontanatevi troppo.- Raccomandò Wolff mentre stava cominciando la riunione con la base nel pianeta da cui erano partiti.
La biologa decise di liberare la mente da tante preoccupazioni e pensieri che la opprimevano, e dedicarsi alla sua passione: lo studio delle forme di vita aliene.
Preparandosi alla spedizione si era documentata approfonditamente sui risultati già ottenuti da chi l'aveva preceduta, il professor Vael e il dottor Krasnyj, ed era perfettamente aggiornata.
Ora poteva avventurarsi a mente libera tra le peculiari forme di vita del pianeta, ancora sconosciuto ai suoi occhi, nelle sue reali sembianze, in piena luce e nell'ambiente esterno.
Con la sua tuta candida e asettica, la giovane ricercatrice mosse i suoi primi passi lontano dai due moduli in cui aveva soggiornato fino a quel momento.
Nella sfumatura vermiglia della stella di Lalande, la nana rossa intorno a cui orbitava Qz-2, gli organismi cristallini brillavano di riflessi e rifrazioni che riproducevano tutto lo spettro della luce visibile. Le piante, dalle contorte infiorescenze, apparivano molto simili a complessi cristalli di quarzo, con una varietà di colori che lasciavano stupefatta la ricercatrice.
Ora la cosmonauta non era solo la scienziata impegnata nello studio tassonomico e dello sviluppo delle molteplici forme aliene, ma soprattutto la donna affascinata e sensibile, attenta al nuovo e all'imprevedibile, con i sensi acuiti e aperti allo stupore, al bello, al risvolto estetico.
Il suolo era quasi interamente tappezzato da minerali di quarzo ialino, limpidi e perfetti, tanto che era difficile muoversi senza distruggerne qualcuno, con grande dispiacere dell'orientale. Cristalli di dimensioni anche di alcuni decimetri, prismatici e perfettamente trasparenti, rifrangevano la luce, scomponendola nei vari colori dell'arcobaleno, che mutavano a seconda dell'inclinazione del punto di osservazione.
Quelle che erano già state identificate come piante si presentavano in forme più complesse, con strutture quarzitiche tozze oppure in reticoli ramificati spesso rivestiti da scagliette vetrose sottili o lamelle più spesse in cui erano riconoscibili gli strati di accrescimento. Sottili filigrane concentriche che interrompevano l'uniformità delle superfici trasparenti. I basamenti spesso erano biancastri o grigiastri, mentre le foglie più frequentemente si presentavano in sfumature colorate in cui dominavano il viola, il fucsia, il granato o il giallo topazio. Più raramente si osservavano colori rosso rubino o verde smeraldo. Pensare a quei cristalli come a forme viventi, piante e forse anche animali, enfatizzava le strutture arricchendole di fascino. Alcune di quelle piante potevano direzionarsi verso i raggi della stella, mentre le forme più complesse si accrescevano potendo produrre o consumare i cristalli di quarzo che si formavano a mazzetti o rosette, tutto intorno alle piante.
La biologa contemplava affascinata tutte quelle forme e quelle sfumature cangianti, accarezzandole con le dita inguantate dalla tuta spaziale, rilassando la mente nella contemplazione puramente estetica, mentre canticchiava alcune dolci nenie, quando, improvvisamente, la vide.
Una donna dai tratti orientali la stava guardando incuriosita. Un volto molto simile al proprio la fissava con attenzione.
La dottoressa Nikura rimase come imbambolata a guardare la propria copia aliena, attraverso il vetro rinforzato e schermato del proprio casco.
Le due figure si studiarono a lungo, pressochè immobili, come se stessero aspettando ognuna la prima mossa dell'altra.
Fu la giapponese a pronunciare le prime parole, piene di stupore.
-Allora esisti davvero.- Disse, tranquillamente, già sapendo che l'altra persona avrebbe percepito la sua voce attraverso il casco, ma anche tramite le onde radio, e avrebbe afferrato il significato delle sue parole.
L'altra si avvicinò con circospezione, guardandola con attenzione.
-Sei tu, dunque, la vera Yuko?-
Due copie della stessa fisionomia stettero a rimirarsi, una vestita di casco e tuta spaziale, l'altra con calzonzini di jeans e una corta maglietta, così aderente da ostentare nei più fini dettagli un prosperoso seno chiaramente senza indumenti intimi.
-È pazzesca questa somiglianza.- Proseguì la donna dell'arcipelago dell'Estremo Oriente, visibilmente affascinata. -Per quanto me ne avessero già parlato, anche eccessivamente, non avrei mai creduto...- si interruppe, volendo toccare la figura che le stava di fronte, sfiorarla con le dita, accertarsi della sua reale esistenza, solida, concreta.
L'altra, a sorpresa, le prese con rispetto la mano fra le sue, appoggiandola sul proprio petto, così, in un semplice gesto di affetto o forse dedizione.
-Io sono te.- Disse l'aliena, come per manifestare la propria capacità di formulare pensieri, di proporsi in un'interazione attiva, sfuggendo al fatto di essere considerata solo un peculiare oggetto.
La terrestre stette ancora a rimirare la ibrida che continuava a fissarla senza più proferire parola.
-Non posso crederci.- Sussurrò poi, ritirando la mano e toccando la spalla dell'aliena, su cui esercitò una piccola trazione per girarla di un poco e toccarle i lunghissimi capelli che le ricadevano sulla schiena, valutandone la consistenza, molto simile a quella di veri capelli umani.
-Eppure, io sono qui.- Rispose l'altra con un timido sorriso.
La donna parve scuotersi, come se si fosse accorta solo in quel momento che l'aliena parlava e sembrava anche esporre frasi ragionate e non solo asettiche ripetizioni senza senso.
Con gli occhio pieni di stupore e la bocca socchiusa che sussurrava frasi prive di suono, senza pensarci su troppo, si slacciò l'apertura del casco togliendosi lo spesso involucro che le impediva una visione più nitida e diretta.
-Tu-, sussurrò, finalmente liberata dall'ultima barriera che le impediva il contatto con quella creatura vivente che le obnubilava la mente, -tu, sei nata da un'idea insistente, un pensiero su di me, sulle mie forme, le mie sembianze; perfino i capelli, così come ero nella memoria di colui che in qualche modo ha contribuito a darti vita, così come tu sei, e come mi appari ora, in questo momento, reale, terribilmente concreta e... bella!- E intanto prese fra le due mani quel viso identico al suo, forse solo leggermente più tondo e giovane, iniziando ad accarezzarlo con la punta delle dita, lievemente, sfiorandone le guance quasi con venerazione.
L'altra persona assunse un'espressione dolcissima, sorridente in ogni suo muscolo, dagli occhi e le sopracciglia fino alla bocca, al mento e alle guance. Con le sue mani prese quelle della terrestre, seguendole, assecondandole nelle carezze sul proprio viso. E sorrideva con un'espressione stupita e beata, osservando per la prima volta un essere umano femminile, la forma originale da cui essa stessa aveva in qualche modo veramente preso origine.
-Sei così bella, tu, creatura sconosciuta, tu, essere vivente di un altro pianeta, di un altro sistema stellare.- Continuò la scienziata orientale, affascinata, ammaliata dall'entità che le stava di fronte.
-Io sono te.- Ripeté l'aliena, lei pure sorpresa dall'approccio della terrestre, così differente da quanto finora aveva sperimentato con il regno degli uomini. -Ma tu non sei come gli altri, sei diversa, hai un odore nuovo, una voce, un timbro, una consistenza insolita.-
-Come ti chiami?- Le chiese la terrestre che non riusciva a smettere di accarezzare quel viso, quei capelli, quelle gote.
-Yuko.- Rispose l'indigena, come se stesse dicendo un'ovvietà.
Ma l'originale scosse la testa sorridendo. -No. Yuko sono io. Tu devi avere un nome diverso. Non sei me, sei un'altra persona.-
L'altra stette in silenzio un attimo, piegando un poco di lato la testa, come se stesse pensando, forse colpita da una intuizione. -Dimmi tu, allora, come mi chiamo.-
La scienziata annuì. -Tu, allora, potresti chiamarti Mei. Ti va bene?-
-Certo.- Rispose la quartziana, stringendo in senso di approvazione le mani che ancora teneva tra le sue, tradendo un'emozione che fece sussultare l'umana.
Quanto si era evoluta questa extraterrestre? Pensò la giapponese stupefatta nell'intuire una sensibilità e una emotività che per lei erano sino ad ora sembrate inconcepibili. Forse questa sua copia aveva acquisito il carbonio della defunta copia del biologo inglese per intero e chissà quanto ancora, per diventare così simile a un reale essere umano, non solo nelle fattezze, rese perfette nell'idealizzazione di Vael, ma soprattutto nelle minime reazioni che denotavano un'anima sensibile ed emotiva.
-Sei così diversa, tu. Hai qualcosa che non avevo mai percepito fino ad ora.- Proseguì l'aliena, prendendo l'iniziativa, rassicurata dai gesti affettuosi e protettivi della terrestre, e, detto questo, si avvicinò al volto di Yuko per annusarne il collo e i capelli.
-Sono una donna, Mei-, disse la biologa, mentre si slacciava la tuta per agevolare l'ispezione olfattiva da parte dell'altro essere vivente. -Sono un essere umano, ma la nostra razza si divide in uomini e donne e tu finora hai conosciuto solo uomini. Noi siamo diverse dagli uomini, sotto molti punti di vista.-
-Hai un odore buonissimo, Yuko-, disse l'ibrida che, senza preoccuparsi troppo di gesti poco ortodossi, continuava ad annusare la donna, infilandole il naso tra i capelli, sul collo fino sotto le ascelle, mentre la terrestre finiva di sfilarsi la tuta spaziale.
La nipponica si mise a ridere per l'inconsueto atteggiamento dell'altro essere e per il solletico che i suoi approcci le provocavano. -Sono ormoni, Mei. Sostanze volatili che, per chi, come te, possiede probabilmente istinti ancora primordiali, costituiscono un forte carattere distintivo. Io emetto estrogeni, tu finora hai fatto esperienza solo di ormoni maschili.-
-Sei stupenda, Yuko. Adoro il tuo odore. Se solo potessi averlo anche io.- Continuava l'altra che, messe le mani intorno ai fianchi dell'asiatica, senza il minimo pudore, senza remore, aveva iniziato ad affondarle il naso sul seno e sul ventre, stupendosi della sua morbidezza. -Queste tette sono come le mie.- Disse soddisfatta, facendo sorridere la dottoressa.
-Sì, decisamente.- Confermò l'esploratrice venuta dal Sistema Solare. Ma l'aliena continuò la sua ispezione olfattiva scendendo sotto il ventre, finchè non le si inginocchiò di fronte annusandole il pube. -Questo è il punto dove il tuo odore è più forte, più pieno.- Concluse compiaciuta.
Yuko sentiva la sensibilità della propria pelle acuirsi a ogni contatto, dal momento in cui Mei aveva iniziato a sfiorarle il collo e a toccarle il seno e quando l'aliena le affondò il muso fra le cosce sussultò di eccitazione. -Ma cosa fai, Mei?- La richiamò con un sorriso. -Mi provochi sensazioni particolari, se fai così.-
-Ma tu non hai il cazzo.- Sembrò stupirsi l'aliena dopo aver verificato con una mano il pube della donna.
-E no, Mei. Te l'ho detto. Sono come te, o meglio, tu sei come me. Le donne, di cui tu riproduci in modo così meraviglioso le forme, non hanno quell'organo. Sai bene, quindi, come sono fatta io, sotto i vestiti, e come funziono.-
-Credo di saperlo molto bene, allora. Anche se non so come si faccia a scopare con te.-
La dottoressa rise. -Mei, usi un linguaggio un po' grezzo. Può essere quello che hai imparato dagli uomini, quello che ti ha trasmesso Jason, ma in genere le donne utilizzano un lessico più moderato. E comunque anche due donne possono fare sesso insieme, te lo garantisco, e potrebbe piacerti anche molto di più rispetto alle tue esperienze con gli uomini; o almeno, potresti provare un'esperienza altrettanto appagante e per molti versi molto differente.-
-Devi insegnarmi un sacco di cose, allora. Io devo imparare a essere una donna come te.-
-Ma, scusami-, obiettò l'asiatica, -mi avevano raccontato che tu e la altre copie di me facevate sesso insieme. Com'è che ora sembri così naif in fatto di sesso tra donne?-
-No, Yuko. Tra di noi non facciamo sesso. Facciamo solo quello che si aspettano gli uomini da noi. Recitiamo una parte, cerchiamo di eccitare gli uomini che ci guardano, per indurli a scoparci.-
La nipponica rimase molto colpita da questa rivelazione che testimoniava un senso critico che mai avrebbe immaginato in copie fittizie nate solo dalle fantasie sconce di un vecchio donnaiolo.
-Non riesco a capirti, Mei. Come fai a essere così consapevole di questa cosa? Forse non abbiamo capito nulla di voi. Ci sono troppe cose che ci sfuggono.-
-Non lo so, giovane terrestre. Io stessa mi accorgo di sapere ben poco di me. Scopro solo ora di avere pensieri e intuizioni cui non sono abituata. Forse tutto questo è opera tua, dei tuoi pensieri che percepisco così forti nella mia mente, che mi provocano sensazioni magnetiche che non credo di saper gestire. E vorrei così tanto diventare davvero una donna come te. Una donna vera, non un fantoccio per soddisfare esigenze di sesso.-
-E come mai vorresti essere una donna come me?-
L'altra stette a pensare, poi scosse il capo, come sconfitta. -Non lo so, ma so che è questo che voglio. Evolvere come voi, poter usare il carbonio, imparare come essere una donna reale. Con il tuo odore, con pensieri come i tuoi, con quei gesti che facevi quando accarezzavi queste piante e questi fiori.-
-E poi? Cosa faresti nel caso tu diventassi una donna?- Insisteva la giapponese, affascinata dal fluire libero dei pensieri in questa creatura dalle potenzialità imprevedibili.
-Potrei avere il tuo odore, vivere come voi, sulla superficie di questo pianeta, libera da queste radiazioni, da queste piante. Yuko, io sento i tuoi pensieri, percepisco le tue emozioni sotto la pelle, le fluttuazioni dei tuoi sentimenti prima ancora che questi raggiungano la tua coscienza.-
-E cosa sto pensando adesso? Quali desideri affiorano dalla coltre della mia ragione?-
L'aliena si avvicinò alla terrestre finchè i loro seni si toccarono, i loro ventri si sfiorarono. Le mani di Mei scivolarono sui fianchi di Yuko avvolgendole la vita e stringendole il corpo contro il suo. Una mano le si insinuò sotto la maglietta, a diretto contatto con la pelle della schiena, mentre l'altra le si posò sul sedere, affondando le dita sulle soffici rotondità della nipponica.
La biologa al contatto del proprio seno contro quello della sua corrispondente quartziana si sentì sciogliere in una sensazione di deliquio, di desiderio e di passione. Le percezioni cutanee potenziate dalle stimolazioni erotiche per l'intimo contatto sui capezzoli le confusero la mente, soggiogando la ragione. Con le sue mani rispose ai gesti di esplicito invito dell'aliena, restituendole l'abbraccio, infilandole le dita di una mano sotto l'orlo dei calzoni di jeans, nella piega dei glutei, e l'altra sulla schiena, tra le scapole, stringendo quel corpo contro il proprio, quel seno sodo e pieno contro il suo e cercando con la sua bocca le labbra che, di fronte a lei, le si offrivano socchiuse e invitanti.
Le loro bocche si unirono, delicatamente. L'umana sentì la consistenza lievemente ruvida delle altre labbra contro le proprie, come se le mucose fossero screpolate, eppure soffici e cedevoli.
Per qualche secondo stettero così, a respirare una nella bocca dell'altra, a scambiarsi alito e vapori, stupefatte e ammaliate, vicendevolmente.
Poi l'orientale sporse la propria lingua nell'altra bocca toccando la superficie umida e scivolosa dell'altra lingua, cercandola, invitandola.
E Mei rispose, prima timidamente, poi più convinta. Un contatto reciproco, delicato e rispettoso.
Le punte delle fiammelle cominciarono ad accarezzarsi, a corteggiarsi, mentre l'aliena iniziò a ridere sommessamente, incredula, eccitata e stupefatta da quel contatto, quella conoscenza che faticava a credere possibile. Nella sua mente fluivano vortici di sensazioni magnetiche, esperienze inedite, pensieri ed energie cui non era preparata, percezioni appaganti e mai sperimentate.
Con un sospiro profondo la scienziata chiuse gli occhi affondando profondamente la lingua nella bocca dell'altro essere, cercandone il sapore, avvolgendola e avvitandola in spire concentriche.
Strinse al proprio il corpo della quartziana schiacciandosi i seni e mettendo in contatto i monti venerei, strofinandosi al corpo dell'altra e coltivando piacere e sensazioni inebrianti.
La mano, con movimenti esperti, slacciò l'allacciatura dei jeans della ibrida, abbassando il tessuto, mentre l'altra cercava di fare lo stesso, senza staccarsi da un bacio lungo anni luce.
-Aspetta-, gemette l'esploratrice staccandosi a malincuore dal bacio. Con rapidi gesti si slacciò la cintura dei calzoni, lasciando che fosse l'altra ad abbassarglieli e le due amanti, in mutandine, ripresero immediatamente a baciarsi.
Yuko ondeggiava il proprio corpo e il proprio pube contro quello della sua analoga, strappandole sussurri e piccoli suoni di piacere, poi le abbassò le mutandine prendendole i glutei tra le mani, affondando le unghie nel morbido culetto che scopriva tonico e consistente.
L'ibrida le infilò una mano negli slip seguendo la piega dei glutei giù in basso, finchè le sue dita percepirono l'ingresso bagnato della vulva. -Quanto sei bagnata, piccola astronauta!- Disse, infilando le dita nella vagina della giapponese, staccandosi solo per un secondo dal bacio che si rinnovava, si perpetuava.
La terrestre cacciò un urlo che si soffocò nella bocca che ancora rimaneva sigillata alla sua e reagì immediatamente portando una mano davanti, sul pelo dell'aliena, toccandolo per gustarne la morbidezza, ma subito dopo scivolando con le dita tra le cosce della compagna.
I polpastrelli tastarono con curiosità le forme dell'extraterrestre, morbide e cedevoli, scivolando immediatamente in un'apertura bagnata e soffice, liscia e arrendevole come la seta, come un mollusco marino, sprofondando fino al palmo della mano.
Mei gemette per l'assalto profondo, piegando le ginocchia e accasciandosi sul terreno, sulla tuta spaziale della esobiologa e quella le fu sopra.
In pochi secondi, con veemenza, le sollevò la maglietta scoprendole il seno. Due tette sode apparvero agli occhi stupefatti della viaggiatrice nello spazio. Capezzoli grossi e gonfi, scuri come more e morbidi come lamponi furono presi d'assalto dai suoi baci.
-Jason aveva una memoria prodigiosa.- Disse soltanto, iniziando a succhiare i polposi frutti della passione.
-Anche io, Yuko, anche io voglio farti questo.- Disse l'aliena, svincolandosi dai morsi della cosmonauta.
Le due amanti si ribaltarono mentre la quartziana sfilò di impeto la maglietta alla donna.
-Dio mio, quando sei bella Yuko, sei calda, sei così morbida.- Pronunciò soltanto, tempestando di baci il seno dell'asiatica. Le prese i capezzoli tra i denti tirandoli, poi tra le labbra, succhiandoli, mentre la dottoressa le toccava il clitoride con l'indice e il medio della mano.
L'aliena ebbe un orgasmo, selvaggio, cruento, affossando il volto tra le tette della donna, scuotendo i fianchi sulla mano che la penetrava e la toccava, con piccole urla gutturali, mentre Yuko continuava e tenerle la mano contro la figa.
-Questo è di più di quanto potessi immaginare, donna venuta dallo spazio.- Disse Mei appena riprese coscienza. La ricercatrice la guardava ancora, ansimando, le pupille dilatate, la bocca bagnata dalla saliva dell'altra.
Poi, presa da una furia selvaggia, l'indigena si sollevò dal corpo della scienziata, le scivolò tra le cosce allargandole le ginocchia. Per un attimo contemplò i genitali bagnati dell'orientale per poi buttarsi con la lingua a leccare tutto quello che trovava.
L'asiatica cominciò a gemere, a dimenarsi, stringendo il capo della quartziana tra le cosce, per non perdere il contatto, infilandole le dita tra i capelli e tirandosela addosso.
L'altra iniziò a succhiarle il clitoride, a scivolare con la lingua tra le piccole labbra, a succhiarle le morbide pieghe, mordendole lievemente. Con un dito penetrò il culetto della donna continuando a leccarla finchè fu la giapponese ad arrendersi alle scosse di un incontenibile orgasmo. Il bacino picchiava violentemente contro la bocca della compagna che non smetteva di leccarla.
Nel colmo dell'eccitazione la terrestre squirtò a più riprese direttamente nella bocca dell'essere che la torturava, finchè i colpi dei fianchi si spensero, diradandosi e l'astronauta spense i sensi mentre l'aliena continuava a leccarla lentamente.
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2026-02-23
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